Chi si ferma è perduto (Marco Malvaldi, Samantha Bruzzone)

(Immagine da IBS)

Mamma al quadrato (due figli), casalinga a tempo indeterminato, chimica dal naso sopraffino allenato a riconoscere moltissimi odori. Stiamo parlando di Serena Martini che, tornata a cercare le chiavi di casa perse durante una passeggiata, trova invece un morto ammazzato che le scombina non poco i giorni a seguire.

Siamo nella campagna pisana, a Ponte San Giacomo, la versione ridotta della Cabot Cove della “Signora in giallo” interpretata dalla meravigliosa Angela Lansbury. Senza mare ed aragoste, e più in piccolo. Molto più in piccolo: dice la protagonista che si tratta di “una strada in mezzo alla pianura, e le uniche case sorgono accanto alla strada stessa“, circondato da campi e da boschi. E’ logico che tutti si conoscono: e lei riconosce subito nel corpo steso a terra, dal torace insanguinato, uno dei docenti della scuola frequentata dai figli.

Chiama il 118, come tutti avremo fatto. Insieme all’ambulanza c’è anche la Polizia. Dopo testimonianze e racconti, la giornata finisce finalmente in famiglia, dove può rilassarsi un po’. Scossa, turbata, ma non terrorizzata, riflette su quanto ha visto e sentito, e si accorge di un dettaglio particolare. Sì, perché – come avevamo detto -, Serena ha da sempre un naso capace di individuare gli odori, e lo ha allenato per riconoscerli sempre meglio (non per niente è diventata, anche, una ottima sommelier). Ha riconosciuto, fra gli odori nel bosco vicino al defunto, un aroma particolare (acido isovalerico) specifico di una malattia metabolica che colpisce “circa 1 persona su centomila“, quasi una firma biologica. E, considerando che il morto non era affetto da quella malattia, l’odore potrebbe provenire dall’assassino.

La situazione si complica quando Serena sente, accidentalmente, lo stesso identico odore nei bagni della scuola dei figli, dove si trovava in attesa del suo turno per parlare coi professori. Ne parla con il sovrintendente di Polizia Giudiziaria Corinna Stelea, che grazie a questa informazione riesce a raccogliere, sul campo, un campione di DNA del presunto omicida.

Seguendo due strade diverse (per Corinna molto accidentata, per Serena molto accidentale) entrambe giungono alla conclusione e trovano il colpevole, che – sconfitto – confessa. Come in tutti i gialli che si rispettino viene anche spiegato il movente e tutto quello che serve per far quadrare tutti i pezzi. Che, ovviamente, non vi dico per non rovinarvi il piacere della lettura.

Presi da soli, i fatti, e messi in fila, il romanzo durerebbe 50 pagine invece delle 339. Quello che fa volume è l’intreccio di vicende personali delle protagoniste: Serena, di cui abbiamo parlato, e Corinna, a cui abbiamo accennato. Due personalità molto diverse, ma entrambe pragmatiche e concrete, ed è su questo aspetto che riescono a trovarsi d’accordo e a collaborare, anche se ci sono momenti in cui arrivano quasi a scontrarsi.

Fa da sfondo a tutta la vicenda una scuola cattolica che a prima vista sembra un po’ peculiare. Se si pensa che le mamme hanno iniziato a dare, alle suore, nomignoli tipo suor Charles Bronson, suor Chuck Norris e altri attori il cui volto è legato a ruoli di duri e puri, si intravede la rigidità e la severità con cui la scuola è governata. O almeno sembra… perché accadono fatti strani in quella scuola. Fucili che appaiono negli sgabuzzini, persone che riterremmo poco raccomandabili frequentate da sacerdoti dall’aria un po’ strana… Chissà, si nasconderà forse lì, nella scuola, l’assassino? Ci sarà qualche angusto mistero che l’omicida vuole rimanga nascosto?

Confesso di averlo intuito abbastanza presto, io, chi era il colpevole. Di solito ho dei sospetti, ma spesso mi faccio fuorviare dalle false tracce che un bravo giallista mette nel romanzo, col risultato di capire solo all’ultima pagina chi ha compiuto il fatto e perché. Questa volta, invece, il sospetto è arrivato a metà romanzo. Ma non tanto riuscendo ad abbinare gli indizi al colpevole giusto, quanto riconoscendo qualche schema tipico del giallo… Non so spiegarmi bene: forse un esempio mi aiuta. Nei gialli televisivi la costruzione della storia segue dei ritmi e degli schemi. Spesso accade che il colpevole è presentato in un modo caratteristico per cui (almeno io) riuscivo spesso a riconoscerlo “a prima vista” (come e quando, nella storia, veniva presentato). Qui mi è successa un po’ la stessa cosa. Ad un certo punto è diventato ovvio chi fosse, ma mi mancava ancora il perché avesse compiuto quell’atto.

Eppure tutta la questione era estremamente più semplice di quanto si immagini. Come nella vita reale, dove le cause sono spesso le più semplici. E su questo Marco e Samantha sono stati bravi. Anzi, devo dire che è un tratto di Malvaldi che già conoscevo e che mi è sempre piaciuto: la realisticità della miseria umana. Nei suoi romanzi non ho trovato arzigogolati complotti, non ci sono piani per sovvertire l’ordine mondiale: un delitto è sempre molto realistico e si rifà agli schemi più basilari (vendetta, possesso, rabbia, paura, gelosia, …).

Voglio ora tornare su quanto accennato sopra. Cosa è che riempie le 339 pagine del romanzo, se la vicenda, narrandola schietta, ne prenderebbe una cinquantina? C’è la vita. In primis delle due protagoniste. Le stavo per chiamare “eroine”, ma credo che non gradirebbero. Ci sono dei tratti in comune fra loro (la dedizione al loro “lavoro” – che per una è quello di madre -, la pragmaticità già accennata), eppure su alcune cose non si sopportano (una crede che l’altra non si fidi, l’altra vede l’una un po’ piagnucolona).

Il romanzo è quasi una biografia di Serena. E in parte una autobiografia di Samantha (con accenni biografici a Marco-Virgilio). No, non credo gli autori raccontino la loro storia, ma ci sono molti punti in comune fra gli autori ed i protagonisti (entrambi coppie di chimici, per citarne solo uno), ed immagino che tanti dettagli siano stati estratti dalle loro vicende personali. Come, magari, la coinquilina appassionata di domino e tutto quel che ne consegue. E poi Marco e Samantha si “autocitano”, quando fanno dire a Serena: “E conosco pochi laureati in Chimica che di lavoro fanno effettivamente il chimico. […] Solo fra quelli del mio anno ci sono […] due tizi che scrivono gialli

Insomma, vi chiederete se mi è piaciuto o meno, questo romanzo.

Considerando che è il primo letto dopo oltre 3 anni di fermo: sì, è stato molto piacevole ricominciare con Malvaldi & Bruzzone.

Conoscendo, però, lo stile di Malvaldi, confesso che mi ha preso meno di suoi precedenti romanzi. Vicenda “nuova”, con alcuni spunti interessanti, ma stile “vecchio”, conosciuto, letto e riletto. Ma questo è più un problema mio che dell’autore, avendo letto in passato quasi tutti i romanzi (e molti saggi) di Malvaldi.

Lettura gradevole, per me a tratti un po’ scontato un po’ scontato, giallo ben congegnato. Considerando che i romanzi di Malvaldi son un mix di mistero, ironia, nozioni di fisica, chimica e cucina (e questa opera conferma la regola) direi che il mio voto è un 8 (su 10).

Buona lettura.

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