A bocce ferme (Marco Malvaldi)

(dal sito Sellerio)

Non so, forse è una mia impressione ma lo stile del Malvaldi mi sembra un buon chianti: già gustoso di suo, ma che con un po’ di “invecchiamento” diventa ancora migliore. Mi è parso di scorgere meno spigolosità e più morbidezza in questo giallo. Pur mantenendo tutte le vecchie caratteristiche (sagacia, ironia, sarcasmo). Forse si trovano meno battute sparate a mo’ di fuoco di artificio, ma la loro potenza, il loro botto, mi è sembrata distribuita in tutto il romanzo. Insomma, io pensavo Marco avesse pochi margini di miglioramento, ed invece mi ha sorpreso.

Ho gradito molto questo romanzo (se non si era capito) per due motivi (oltre ai soliti). Il primo l’ho indicato sopra: più morbidezza ma senza perdita di forza. Il secondo è dovuto alla storia stessa. Non storia intesa come romanzo, ma storia dei personaggi: si riesce a sapere qualcosa di più sia dei nonni sia di Massimo stesso. E, aggiungo come bonus, un terzo motivo: mi è sembrato più equilibrato anche nel dividere i compiti fra i personaggi (agli inizi troppo Massimo e pochi vecchietti, poi troppi vecchietti e poco Massimo, ora ognuno ha il suo giusto spazio).

Poi, ovviamente, queste sono mie impressioni. Sia che le vostre concordino con le mie, sia che siano totalmente opposte, fatemi sapere, attraverso i commenti, cosa ne pensate.

La storia comincia con un morto che  confessa un omicidio, e già le cose si fanno complicate. Il morto ha aggiunto nel suo testamento la confessione e la vicequestore Alice è chiamata dal notaio ad ascoltare la vicenda. E la complessità raddoppia: perché il morto confessa di aver ammazzato una persona taaaaanto tempo fa, in quel periodo tumultuoso che fu il ’68. Insomma, una bella gatta da pelare per la fidanzata di Massimo il barrista. Ma lei sa di avere un “barlume” di speranza proprio al “BarLume” (ah ah ah, ho fatto il gioco di parole… ok, fate finta di niente, scherzavo…) e soprattutto nei suoi abituali inquilini, cioè i vecchietti. Perché i vecchietti la vicenda la ricordano, dato che all’epoca erano ancora abbastanza giovincelli. E ricordano che inizialmente l’omicidio fu legato ai moti di ribellione studentesca e dei lavoratori. Ma la testimonianza vergata nel testamento smuove tutto e ad Alice toccherà ricominciare da capo una indagine ormai chiusa.

Come se non bastasse, a quadruplicare la complicatezza delle cose ci si mette un terzo morto, qualcuno che (diceva lui) ne sapeva molto di quei fatti e che aveva chiamato vari giornalisti per raccontare la sua verità. Peccato che qualcun altro glielo abbia impedito. Ricapitolando, quindi: abbiamo un morto di vecchia data, una persona ritenuta colpevole che verrebbe scagionata da un morto recente per vecchiaia, e un vecchio che viene trovato morto che aveva (dice lui) la “risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto”. Ah no, questo era un altro romanzo, scusate 😉

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Chi meglio dei nostri vecchietti può aiutare Alice a venir fuori da tutto questo vecchiume? Ci sarebbe Massimo, che con la sua mania dei dettagli avrebbe già scovato l’assassino recente. Ma siccome c’è qualche contrasto nella coppia, preferisce attendere momenti più calmi per esprimersi. E poi, diciamocelo: se Massimo parlava subito il romanzo finiva nel giro di 50 pagine. Invece la sagace Alice sfrutta la memoria storica dei vecchietti per ricostruire la veccia vicenda, sicuramente collegata a quella recente. E incarica Pilade di un servizio speciale, scatenando la gelosia e la curiosità degli altri anziani: sfogliare, spulciare, ricollegare a fatti reali i diari dell’ultima vittima (quello che diceva di sapere tutto), nella speranza ci sia qualcosa che aiuti il caso.

E così è: Alice si ritrova con tanti dettagli che si incastrano come pezzi di puzzle, ma ancora non ha il quadro completo. Qualche pezzo lo aggiunge Pilade, con quello che scopre nei diari. Pochi pezzi ma fondamentali per rendere più chiara la situazione. Poi aiuta anche Massimo, guidando Alice e – alla fine – confidando il dettaglio mancante. E ci mette lo zampino pure Tiziana, che grazie al suo spirito di osservazione e alla sua mente sveglia fornisce lo spunto per ritrovare l’arma del delitto. Spiegone generale di tutta la vicenda nell’ultimo capitolo, con indicazione del perché e del percome; rappacificazione fra Massimo e Alice e – chissà – forse qualche sorpresa per il futuro.

Del ’68 conosco poco, e questo romanzo mi ha incuriosito (nel romanzo si racconta anche come è “nato” Massimo). Sono andato a studiare un po’ (ma proprio poco, eh) ed ho scoperto che Pisa (e soprattutto l’università) è stato uno dei fulcri di queste proteste. Malvaldi non si mette a descrivere se è stato giusto o meno, se è qualcosa che ha cambiato in meglio o in peggio il mondo, ma sfrutta quel contesto preciso per raccontare una storia. E per bocca di nonno Ampelio riporta quello che all’epoca era creduto, quello che era sognato, quello che si sperava. E anche gli errori commessi (lo dice nonno Ampelio di sé stesso, che ha commesso anche qualche stupidata).

Non è quindi un romanzo del ’68, anche se lo richiama. Il ’68 è preso a pretesto per intessere una storia e dargli credibilità. Ma, come dicevo, aiuta il lettore anche a non perdere la memoria di eventi che, in un modo o nell’altro, hanno in parte segnato il nostro presente.

La storia, di per sé, è un tipico giallo e Massimo è ancora più calato, stavolta, nel ruolo del detective che si accorge del dettaglio e che sa ricostruire la vicenda incastrando singoli pezzi. In questa storia ci sono meno distrazioni (il ristorante è quasi assente), se non si considerano le vicende familiari di Massimo e Alice. Devo però avvisare di una cosa: chi si aspetta il Malvaldi delle origini rimarrà un po’ deluso. Come dicevo prima è cambiato, e secondo me in meglio. Cerco di fare un paragone: se i primi racconti hanno la scoppiettante frizzantezza di una storia raccontata fra giovani amici bevendo uno spritz e facendo battute anche triviali, questo racconto ha più la pacatezza di una vicenda narrata fra amici adulti, davanti ad un focolare, sorseggiando un buon cognac.

Lo accennavo all’inizio: manca la battuta folgorante (in alcuni dei primi romanzi nel giro di 2-3 pagine c’era sempre quella battuta che mi faceva ridere per mezza serata). O forse sono io che qui non la trovo. Ma rimane tutta la forza che stava alla base dei precedenti romanzi.

Altra annotazione: forse perché la fama di Malvaldi si sta estendendo, anche in questo romanzo, come nel precedente, c’è un richiamo a qualcosa già spiegato dall’autore in passato. In questo caso è il discorso sulle offese fra amici, che trovate a pagina 15. Discorso che condivido appieno e che rileggo sempre con piacere ma che, appunto, era stato fatto anche in un romanzo precedente e sembra una ripetizione ad uso e consumo dei nuovi fan di Malvaldi. Niente di male, anzi, ripete aiuta.

Insomma, veniamo alle conclusioni, si tratta di un romanzo più maturo, in cui tutto ciò che crea il contesto della storia e che definisce i personaggi è curato con più morbidezza e più – oserei dire – matura saggezza. La forza è rimasta quella di sempre, ma è forse distribuita in modo più equilibrato: a me piace, ma posso capire se qualcuno lo trova più “piatto” dei primi gialli dello stesso autore… E’, inoltre, un giallo che aiuta a riaprire una finestra su qualcosa di lontano ma che è bene non dimenticare. Che non esprime giudizi su quel periodo, ma che ci aiuta a ricordarlo. Un romanzo, oserei dire, più intenso dei precedenti, ma non più pesante. In altre parole, ho gradito molto.

E infine, come sapete, sono abituato a dire due parole sul prezzo: 14 Eur come sempre, ormai, da qualche anno. E’ il prezzo fisso di questo genere di opere (almeno per il gruppo Sellerio). Come dico sempre, se costassero 2-3 euro meno sarei più contento, ma devo ammettere che è un prezzo onesto vista sia la qualità fisica dell’opera, sia il lavoro che ci sta dietro. E apprezzo il fatto che l’editore non abbia aumentato il prezzo su un cavallo di razza come Malvaldi (cosa che non sempre è scontata).

In attesa che mi arrivi “La misura dell’uomo”, altra opera di Malvaldi in cui il protagonista non è nient’altro che Leonardo da Vinci, auguro a tutti  buona lettura!

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