Tom Clancy’s H.A.W.X (David Michaels)

Aerei sperimentali e pazzoidi che li vogliono usare per comandare il mondo

Non compratelo.. O meglio: non spendeteci 15 euro (prezzo scontato) perché non li vale. Ormai il nome Tom Clancy è diventato un marchio per una serie di videogiochi e questo libro altro non è che la sceneggiatura di quello che ritengo il primo episodio di una serie (come splinter cell).

La storia riguarda un ragazzo che entra in aeronautica e dimostra di essere un bravo pilota. Ma i governi stanno esternalizzando sempre più i servizi militari e quindi si ritrova a lavorare (come pilota di caccia) per una multinazionale che fa la guerra al posto dei governi. Solo che il suo superiore (che diventa presidente della multinazionale) ha ambizioni più alte: vuole esautorare il debole presidente degli USA passando attraverso l’assegnazione delle competenze amministrative del governo in outsourcing alla sua ditta. Cioè vuole prendere il controllo del governo fornendo servizi di gestione amministrativa al governo USA.

Il pazzo cerca di uccidere l’eroe che ha scoperto il suo piano. L’eroe sopravvive e riesce a bloccare il pazzo che è disposto ad usare qualsiasi mezzo per prendere il potere… E tutti vissero felici e contenti? Manco per sogno… Il finale è apertissimo a nuovi episodi.

Narrazione leggera (e a volte anche un po’ annoiante), troppi stereotipi (l’eroe è bello e tutte le donne impazziscono per lui), realistico come ambientazione ma decisamente irreale su come si comportano i personaggi (i cittadini americani sembrano non accorgersi di un colpo di stato? Molto improbabile), potrebbe entusiasmare con la tecnologia promessa nel titolo (aerei da combattimento altamente tecnologici) ma – appunto – il massimo della tecnologia è espresso solo nel titolo.

Sinceramente stavolta penso di aver speso i 15 euro proprio male. Chi, magari, è appassionato di videogame e, in particolare, ama questo tipo di giochi (a metà fra uno spara tutto ed un gioco di ruolo in cui devi seguire una storia) magari potrà apprezzarlo, ma son convinto che anche loro preferirebbero non spenderci 15 euro.

Vabbè, ormai l’ho comprato, ed in due giorni me lo sono letto… Ma alla prossima starò attento a non ricascarci.

Buona lettura (di un libro più interessante, spero per voi)

Amsterdam : la rete uccide (Charles Den Tex)

Fantapolitica in salsa internet

Devo dire che il titolo del libro mi aveva incuriosito, insieme alla recensione (trovata su un altro libro). Ma, nella realtà dei fatti (o nella fantasia della storia, se preferite) mi ha emozionato solo a metà. Ci sono elementi, in questa storia, che non quadrano.

Andiamo per ordine: la trama. E’ abbastanza lineare, con qualche colpo di scena ma con un finale che riusciamo ad immaginare, nella sua concezione di base, già da metà libro. Il protagonista (Michael Bellicher), esperto di comunicazione all’interno di una ditta internazionale di consulenze, viene coinvolto in un omicidio. Considerato il colpevole, mentre è in fuga, cerca di scoprire cosa veramente è successo e si accorge che dietro a tutto ciò c’è qualcosa di molto grosso. Braccato, si fa aiutare da alcuni amici e da sua “sorella”: riesce infine a capire che una organizzazione segreta sta cercando di controllare il mondo attraverso la rete. Ovviamente c’è il lieto fine: la stessa rete fornisce a Michael i mezzi e gli aiuti per sbaragliare i cattivi e riprendere la sua regolare vita.

Se la costruzione della storia non è male, ci sono alcuni elementi di imprecisione che guastano il romanzo. Ora, siamo sinceri: forse lo guastano solo alle persone come me che coi PC e con Internet ci lavorano da oltre 10 anni. Può darsi che il mio amico che il PC lo usa solo per giocare a Farmville su Facebook non noti questi dettagli, ma per me sono grosse imprecisioni. Ma sarei disponibile a lasciar correre se non fosse che insieme ad esse ci sono alcuni dettagli tecnici molto improbabili. Provo a farvi alcuni esempi.

La prima cosa che mi ha sorpreso è uno dei punti chiave del romanzo: la “rete” (una darknet che usa Internet per comunicare ma rimane nascosta agli utenti comuni) è “ospitata” su una serie di PC e portatili in una specie di “nuvola”. Assomiglia molto, come concetto, al distributed computing ma – da quello ce si capisce nel racconto – ha alcune differenze rispetto ad esso.

I computer (che, ricordo, sono sia PC che portatili) che ospitano la rete sono tutti costruiti da una sola ditta che, grazie ad un prezzo estremamente concorrenziale, riesce ad invadere il mercato. Ogni computer, però, ha al suo interno un “disco M:” nascosto, controllato da (sembra, dalla spiegazione data dai protagonisti) una seconda scheda madre con un secondo processore, attiva anche a PC spento (basta che il PC sia collegato ad Internet ed abbia una qualche alimentazione).

La domanda sorge spontanea: può una ditta fornire praticamente sotto costo milioni di PC senza che nessuno se ne accorga? Anche ammettendo sia possibile, c’è una seconda domanda: un computer come quelli distribuiti da quell’azienda lo ha mai aperto nessuno (blogger tecnologici, help desk informatico, curiosi) e nessuno si è mai accorto del doppio contenuto? Nel mondo reale, appena un nuovo modello di computer (di una ditta famosa) esce sul mercato viene letteralmente fatto a pezzi da alcune testate giornalistiche specializzate per scoprirne pregi e difetti (vedi il caso dell’iPad 2 che iFixIt ha smontato 24 ore dopo l’uscita sul mercato). E ammesso anche questo, mi domando ancora: possibile che il complotto (di cui la ditta che fornisce i computer fa parte) sia così ampio da includere tutti i dipendenti della ditta, i distributori, i riparatori, coloro che forniscono assistenza?

Infine: i portatili, per alimentare il disco M e la sceda madre ed il processore che lo controllano, assorbono energia. Possibile che nessuno si sia accorto che la batteria dura la metà del normale (o che ci sono batterie doppie, quindi con un peso doppio)?

Dimenticavo un particolare: il disco M non è un solid state disk ma un disco normale (almeno sembra, nel racconto): ogni disco fisso, quando è acceso (ed il romanzo dice che è sempre acceso) ruota ed il motore di rotazione produce un rumore (più o meno intenso ma non completamente oscurabile). Ma soprattutto produce rumore quando la testina di lettura/scrittura si sposta sul disco. Possibile che nessuno si sia accorto di quel rumore quando il PC è spento?

Andiamo al disco M e alla rete. Le spiegazioni che ci da l’autore del romanzo (attraverso i personaggi) dicono ce sul disco M è installato un sistema operativo che permette di controllare il PC da remoto: si può accedere ad ogni documento e ad ogni funzione del PC sia che questo sia spento che acceso (ricordate: anche a PC spento la seconda scheda madre funziona).

Chi controlla la rete è un gruppo di persone che sta architettando un complotto. I PC sono stati distribuiti soprattutto ad alti funzionari europei, a manager di grosse aziende, ai vari staff di capi di governo e ministri. Potendo controllare i documenti presenti su questi computer possono modificarne i dati e presentarli “come pare a loro”. Possono, cioè, creare rapporti modificati che spingono (grazie anche alle consulenze della ditta dove lavora il protagonista, anch’essa coinvolta nel complotto) le nazioni a prendere certe decisioni.

Anche in questo caso sorge un dubbio: possibile nessuno si accorga delle modifiche? Quello che mi domando io è, anche: possibile che quei documenti siano solo sul PC di un ministro? E’ più facile che la copia originale sia nei server del ministero (a disposizione di tutti gli interessati) e il ministro vi acceda via rete o facendosi una copia locale. Quindi modificare il documento sul PC ha poco senso: va modificato l’originale.

Comunque l’intento dei complottisti è far scoppiare una guerra “santa” fra cristiani europei e mondo islamico (soprattutto sfruttando i tanti immigrati come miccia per innescare una rivoluzione). Forzando i vari ministri dei Paesi europei ad applicare leggi sempre più restrittive e discriminanti verso gli immigrati si cerca di far esplodere il malcontento (ricordate cosa è successo in Francia nel 2005?) così da giustificare una reazione energica verso gli immigrati (di maggioranza islamici). Con una reazione a catena i paesi africani da dove sono partiti i migranti inizierebbero a protestare molto energicamente fino a costringere l’Europa (sempre manovrata dai complottisti) a dichiarare una guerra preventiva.

Anche questo è un punto cruciale: chi ha organizzato il complotto è una “associazione” di ricchi industriali estremisti cristiani. Poche persone ma molto ricche. Però sono coinvolti anche i direttori delle varie filiali delle due ditte (quella che fornisce i PC e quella di consulenze). Iniziano ad essere tante persone, per un complotto… troppe.

Penso anche voi siate arrivati alle mie conclusioni: la tesi di complotto (spinta dall’estremismo e dalla xenofobia) regge poco su queste basi. E’ affascinante ed inquietante (qualcuno che riesce a controllare tutto il mondo) ma poco realistica. Peccato perché la suspense creata dall’autore non era male: mi ha tenuto col fiato abbastanza sospeso (volevo sapere come se la cavava Michael) da farmi leggere il libro in – praticamente – 3 giorni.

Un romanzo, quindi, che può appassionare a patto di ricordare che le vicende sono forzature della realtà: teoricamente plausibili ma altamente improbabili. C’è una buona dose di suspense e la tecnologia è trattata in modo semplice (anzi, forse troppo semplicisticamente), e questo permette la lettura anche a dei non “iniziati” alle tecnologie informatiche.

Nota dolente: il prezzo del libro (19,50 euro). Mi sembra un po’ alto: se volete comprarlo vi consiglio l’edizione economica.

Buona lettura.

Tom Clancy’s Splinter Cell: L’infiltrato (David Michaels)

Un agente segreto al tempo stesso preda e cacciatore in giro per il mondo, cattivi da scovare con nuove tecnologie, e qualche traditore da smascherare…

Questa volta Sam Fisher sembra si sia messo proprio nei guai: ha ucciso un suo capo ed ora è in fuga, braccato da una squadra di altri Splinter Cell (alcuni addestrati da lui).

Ma le apparenze a volte ingannano: quella di Sam è tutta una montatura per sottrarsi dal controllo di alcuni capi che sono sospettati di essere traditori. Solo lui e la sua diretta superiore sanno la verità.

Fra inseguimenti e fughe, ricerca di prove, interrogatori più o meno ortodossi, Sam gira mezza Europa e parte dei paesi della ex URSS. Riesce a capire che un arsenale di armi moderne è stato trafugato da ex agenti SAS e si sta per svolgere un’asta per venderlo al miglior offerente. Ecco allora che Sam organizza un sistema di rilevamento con delle nano tecnologie sviluppate in Italia. L’idea è quella di “marcare” tutti i partecipanti all’asta usando queste tecnologie per poi colpirli (arrestarli o… chissà cos’altro) una volta tornati alle loro sedi operative.

Alla fine la squadra che deve catturare Fisher viene messa al corrente della vera natura dell’operazione. Uno dei componenti della squadra si rivela un traditore che opera per uno dei capi corrotti dell’organizzazione degli splinter cell (third echelon): viene scoperto e messo (temporaneamente) fuori gioco. Ed insieme a lui si scopre chi dei capi di Fisher è la talpa che passa le informazioni all’organizzazione che aveva organizzato l’asta.

C’è, ovviamente, un finale felice insaporito da un po’ di tensione, e nell’epilogo scopriamo che Sam si è preso una vacanza di un annetto (sì, ve lo posso anche dire: Sam sopravvive).

Come gli altri libri (che ho letto) della stessa serie (polonio 210, barracuda) il racconto è discretamente ben strutturato, con tensione costante, qualche colpo di scena (non esagerati) e un buon filo logico. Certo, come sempre Sam è un po’ esagerato (fa delle uscite di scena troppo spettacolari): nella realtà sarebbe non dico morto ma almeno finito in ospedale almeno 3 volte nel corso del romanzo.

Ricordo che, come gli altri, anche questo romanzo è frutto dell’autore della sceneggiatura dei videogiochi della stessa serie, e un po’ lo si vede: ci sono una serie di passaggi ed azioni da fare in determinati tempi e modi per raggiungere lo scopo. Questa volta, però, la storia mi sembra meglio congegnata e più vicina alla sceneggiatura di un film rispetto a quella di un videogame.

Mi sembra, inoltre, che l’insieme (stile, svolgimento della storia) sia un po’ migliorato rispetto ai primi libri. Insomma, si legge meglio. Rimane una spy story (con elementi di giallo) schietta, con poca profondità dei personaggi (molto diversa, per esempio, da un “Le Carrè”) ma gradevolmente leggibile.

C’è una unica cosa che in tutto il racconto non mi quadra: Fisher dice di aver ucciso il suo capo su ordine proprio del suo capo, per dare inizio all’operazione sotto copertura. Ma non dice come, né si capisce esattamente cosa è successo. Mi aspettavo che il capo tornasse fuori, alla fine della storia, dicendo che era tutta una montatura, ma invece sembra veramente morto.

Una cosa simile accade in “io, robot”, dove il robot uccide il proprio creatore per richiamare l’attenzione di un particolare investigatore che dovrà scoprire un piano di controllo da parte dell’intelligenza artificiale che comanda tutti i robot…

Però, mentre in “io, robot”, il robot è “obbligato” ad obbedire agli ordini del proprietario, in questo caso Sam è umano e potrebbe decidere. Allora cosa è successo? Cosa intende Sam quando dice che ha ucciso il suo capo su ordine stesso del suo capo? Forse accennare qualcosa a questo in un prologo sarebbe stato meglio.

Nella letteratura odierna è stata rinnegata l’idea del “sacrificio di uno per salvare molti”. Ricordo invece che Dick (anni ‘60) l’ha usata in alcuni suoi racconti (fra cui quello da cui è stato tratto il film “minority report”): all’epoca il sacrificio singolo per la nazione era più “ammissibile”, oggi c’è più la tendenza a salvare ogni singolo (la squadra non lascia indietro nessuno). Questo “delitto” compiuto da Sam, senza ulteriori spiegazioni, lo comprendo poco…

Ricordiamoci, comunque, che è un romanzo, non è reale (anche se – in buona parte – realistico) e nel mondo della fantasia i personaggi possono fare quello che vogliono.

Un ultima nota: perché molti scrittori (come l’autore del romanzo) devono indicare gli strumenti usati dai personaggi in modo così completo? Per esempio Sam usa una Canon Eos D1 Mrk III. Non bastava dire che Sam usava una reflex digitale da 10 Mpixel? E’ una moda che hanno alcuni scrittori ed ho paura ci sia dietro qualche introito pubblicitario… Ma forse sono solo un po’ maligno?

Buona lettura a tutti.

[Tom Clancy] Net Force

Un romanzo di Steve Perry da un’idea di Tom Clancy e Steve Pieczenik

Uff… adesso non si capisce più neppure se il nome “Tom Clancy” fa parte del titolo o se è solo il “marchio” per attirare i lettori. Tanto che mi sono sentito costretto a metterlo nel titolo del post non come autore ma come facente parte del titolo stesso. E sono stato costretto a mettere l’ “indicazione di responsabilità” (autore e collaboratori) dove di solito inserisco una frase descrittiva dell’opera.

Ma non perdiamo troppo tempo e andiamo al sodo. Anche perché lo spessore del romanzo impone una trattazione veloce.

Nel romanzo ci sono le caratteristiche fondamentali di un’opera di Tom Clancy: azione in un tempo ristretto, tensione costante (stavolta, però, un po’ più leggera), eroismo tipico americano, fantapolitica.

La trama è semplice: il classico terrorista scatena una serie di eventi secondo un proprio piano che lo dovrebbe portare al dominio del mondo. Stavolta il campo di azione è internet (il romanzo è ambientato nel 2020) e l’unica forza in grado di contrastarlo è la squadra “Net Force” che fa capo all’FBI. Si tratta di un piccolo gruppo che grazie a sistemi sofisticati (e ad una unità militare di élite) contrasta il crimine su Internet.

Nonostante il piano sia ben congegnato, con tempi sufficientemente dilatati per non far notare la sua attività, i tecnici di Net Force si accorgono che qualcosa non va e – ovviamente – sventano il piano di controllo del mondo del pazzoide.

Le pagine sono tante (357 nell’edizione Rizzoli HD) ma il tema è talmente leggero che in 2 giorni sono riuscito a leggerlo tutto. E purtroppo ho trovato alcuni punti deboli. Innanzi tutto la tensione non è come nei primi libri (ho già ripetuto in altri post come la saga di Jack Ryan ti tenga incollato alla storia con una sete ardente di finirla). Forse – fortunatamente – meglio di altre opere recenti a “marchio” Clancy, ma in una scala da 1 a 10 questa storia si poneva ad un livello appena superiore alla sufficienza (le storie di Jack Ryan arrivavano ad 8 – 9).

Poi il finale: non mi ha soddisfatto… è stato loffio. Si sapeva già come finiva, ok, ma è stato comunque piatto. In opere meno recenti di Clancy – pur sapendo che sarebbe andata a finire bene – attendevo con ansia il finale, qui no. Forse sono anche io che sto diventando più esigente, ma credo che l’autore – con tutte le collaborazioni (e forse perché è diventato una macchina per far soldi) – abbia perso un bel po’ dello smalto iniziale.

Anche l’ambientazione mi è suonata “stonata”. Nonostante l’anno 2020 non ci sono particolari “innovazioni” (magari dettate dalla fantasia). Uno dei tratti caratteristici dell’ambientazione è il navigare in Internet attraverso interfacce costruite con tecniche di Realtà Virtuale. Nonostante si possano immaginare tantissime possibilità, questo mondo virtuale è stato talmente banalizzato da sembrare irreale. Mi è venuto automatico fare un confronto con gli esempi di Realtà Virtuale che si vedono in film come “Johnny Mnemonic” o “Il tagliaerbe”, di 15 anni più vecchi, e il romanzo ne esce perdente.

Basti pensare che è stato reso letteralmente il concetto di “viaggiare sulle autostrade telematiche”. Ci sono cyber inseguimenti, cyber forature di penumatici, cyber uscite autostradali… Una copia spiccicata di un classico poliziesco trasportato in un mondo virtuale. Con la perdita – causa la banalizzazione – di elementi tecnici, costretti a rispondere alla sceneggiatura piuttosto che alla realtà informatica.

Ora, si tratta di un romanzo e nessuno può negare all’autore di scriverlo come gli pare. Ma a me sembra si sia privilegiato l’aspetto “cinematografico”, nella speranza – forse – di farlo diventare un film o, come è successo per altre opere (vedi Splinter Cell) un video gioco.

Tirando le somma: i 16 euro di copertina (anche se scontati a 13,50) non so se la storia li vale. Consiglierei di comprarlo solo se lo trovate a 10 euro o meno: è una lettura abbastanza piacevole e leggera, non esagerata (in alcuni punti un po’ banale ma non senza senso). Un libro, insomma, che si può portare sotto l’ombrellone al mare e leggere senza troppo impegno.

Se siete appassionati dei romanzi di Tom Clancy (parlo della serie Jack Ryan) troverete questo libro molto differente da quelle opere. Se invece vi piacciono più le storie raccontate con la serie “op-center” allora vi piacerà anche questa (anche se ha uno stile leggermente diverso).

Comunque sia, buona lettura.

Tom Clancy’s Splinter Cell – Barracuda

I romanzi di Tom Clancy mi hanno sempre appassionato. Ho letto i primi romanzi in cui è nato l’eroe Jack Ryan (l’unico che non ho letto è “la grande fuga dell’ootobre rosso”, da cui è stato tratto il film “Ottobre Rosso” con Sean Connery e Alec Baldwin – se ricordo bene).
 
Poi Tom ha perso un po’ di stile di scrittura, è arrivato ad esagerare un po’ (specialmente nei mezzi tecnologici usati dalle squadre speciali) e, secondo me, è stato anche influenzato dall’11 settembre (il romanzo “I denti della tigre” è un abastanza chiaro eufemismo del suo concetto di “vendetta”).
 
Collaborando insieme ad altri autori ha creato la “linea” di romanzi “op-center”, in cui una squadra supersegreta (come sempre) disponeva di grandi risorse tecnologiche che mettevano in grado i suoi componenti di “spiare” tutto ciò che succedeva nel mondo… Poi è stata la volta di Rainbow Six: squadra di intervento speciale, multinazionale (una specie di “swat” a livello della Nato). E c’è stata una incursione anche su Internet, con la serie Net-force, ambientata in un prossimo futuro.
 
Ultimamente ha creato anche la linea “Splinter Cell”: agenti supersegreti, super-addestrati, super-intelligenti, super-quello-che-volete gestiti da Third Echelon, una emanazione super-segreta dell’NSA per la raccolta di informazioni e la “risoluzione di problemi”. La serie “Splinter Cell” ha dato vita anche ad una serie omonima di video giochi della Ubisoft. Anzi: a dire il vero non so se la serie di romanzi ha dato l’idea per i video giochi oppure se la stesura di scenografie per videogiochi ha dato il via alla serie di romanzi.
 
Andiamo al dunque. Il romanzo “Barracuda”, delal serie “Splinter Cell” è opera “di David Michaels da un’idea di Tom Clancy” (come riportato in copertina. Si scopre, nel risvolto del retro di copertina, che l’autore è anche sceneggiatore cinematografico e sviluppatore di soggetti per videogiochi d’azione… ecco quadrato il cerchio.
 
Al centro del romanzo si trova l’agente segreto Sam Fisher, il primo e più bravo splinter cell. Questa volta è alle prese con un altro piano criminoso da parte di un generale cinese (che vuole invadere Taiwan e minaccia gli Stati Uniti con un’atomica perché non intervengano). Il generale riceve supporto tattico (a pagamento) da The Shop, un supermarket degli armamenti, il quale si avvale, a sua volta, della triade dei Lucky Dragons (mafia cinese) per infiltrare una talpa proprio a Third Echelon e rubare progetti da passare al generale Tun per un nuovo tipo di arma…
 
Insomma, il classico gioco dello spionaggio e controspionaggio, con Sam Fisher che si trova catapultato dagli USA alla russia, poi ad Hong Kong,  poi di nuovo a Los Angeles, poi ancora in Cina. Il tutto mentre è spiato da una seconda talpa, a livelli molto più alti, rischiando di essere ucciso più volte (ma grazie alla sua super-preparazione e ad un pizzico di fortuna riesce sempre a scamparla).
 
Vabbè, la trama è semplice: i buoni vincono, i cattivi vengono sconfitti, a volte c’è un po’ di violenza gratuita e una idea di giustizia troppo immediata… classico film americano, con i suoi stereotipi, le cose buone e le cose meno buone. Sì, ho usato la parola “film” perché (sempre nel risvolto del retro di copertina) c’è scritto che nel 2007 Splinter Cell diverrà un film – mi domando, però, se useranno questo episodio o il precedente, dove viene anche rapita la figlia di Sam Fisher).
 
Qurello che è certo è che il romanzo è pienamente nello stile di clancy: un thriller che (per chi apprezza il genere) si legge tutto d’un fiato. Tecnologicamente è anche più realista delle altre serie, specie di op-center e net-force (se si escludono un paio di “licenze” tecnologiche). Lo ammetto, sono riuscito a leggerlo in tre giorni (e non mi sono dedicato solo alla lettura) e mi è piaciuto perché è riuscito a tenere la suspance fino al penultimo capitolo (l’ultimo capitolo è dedicato alle ultime spiegazioni, all’eroe che si prende una licenza, alle congratulazioni). So anche che è un romanzo inverosimile, o meglio: idealmente realistico (in teoria potrebbe essere tutto vero) ma praticamente non reale (qualsiasi uomo, dopo le peripezie di Sam Fisher, sarebbe andato in pensione). E’ un po’ stile i film di 007: ti appassionano, ma sai che rimangono opera di fantasia e la realtà non è proprio così.
 
Chi è appassionato di Tom Clancy lo troverà abbastanza vicino al suo stile iniziale: una specie di Jack Ryan redivivo, ma con meno politica e più azione. No, non credo che Sam Fisher diverrà mai presidente degli Stati Uniti (Jack Ryan lo divenne) e tutti gli ambienti di politica sono lontani da Sam, che è un uomo sul campo…
 
Se vi interessa, lo trovate circa a 15 euro in quasi tutti i “super-mercati”…
 
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