Sentiero nero (Åsa Larsson)

(dal sito dell'editore)

(dal sito dell’editore)

Ve lo avevo detto, no, che la scuola giallistica svedese mi stava appassionando? Ed in particolare questa autrice, di cui sto leggendo la saga (questo è il terza capitolo, ecco i miei post sul primo e sul secondo).

L’eroina è sempre Rebecka Martinsson, e ci sono i coprotagonisti di sempre (gli agenti Anna-Maria Mella e Sven-Erick Stålnacke), anche se (come accennavo nel secondo capitolo) questi personaggi hanno un peso minore (a livello di pagine) rispetto agli altri protagonisti della storia. Tutti e tre vivono l’evento, lo affrontano, cercano di controllarlo, ma se si contassero le pagine in cui loro agiscono per risolvere il caso, risulterebbe meno di 100 (delle 423 che compongono il libro). Ma ogni buona storia nasce da lontano, ed ogni protagonista vive una serie di esperienze che lo portano, poi, al punto finale, in questo caso l’uccisione di Inna Wattrang e perché. L’autrice non ci guida per mano lungo una pista di indizi logici, ma ci presenta i personaggi, le loro storie, la loro vita vissuta e le scelte che hanno portato, tutti loro, in quel posto in quel momento a compiere quelle azioni…

Ma cominciamo dal “riassunto delle puntate precedenti”: Rebecka Martinnson, originaria di Kiruna, lavora presso uno studio di avvocati di Stoccolma. Torna al paese di origine per aiutare una amica il cui fratello (e amico di Rebecka) è morto assassinato. Facendo le domande giuste e sapendo leggere gli avvenimenti grazie all’esperienza del passato, riesce ad intuire una orrenda verità, dalla quale viene quasi uccisa. Fine del primo capitolo.

Nonostante una grossa crisi e una forte depressione, Rebecka continua a lavorare per lo studio di avvocati. Circa un anno dopo la scampata morte, torna a Kiruna per aiutare il suo capo con alcuni nuovi clienti. Rimane coinvolta, seppur marginalmente e involontariamente, in un nuovo assassinio e, pur senza fine investigativo, si avvicina così tanto alla verità da rischiare, nuovamente, la vita. L’amicizia con un ragazzo, ucciso nel finale dall’assassino, farà scattare la valvola della pazzia in Rebecka: forse uno sfogo contro tutto il dolore provato, ma anche una istigazione al suicidio (Rebecak sembra volersi annegare nel vicino lago). Fine del secondo capitolo.

In questo terzo capitolo Rebecka è in cura. E’ una donna forte, ma altamente depressa (converrete che la vita le ha presentato un conto decisamente salato nel giro di due anni). Però reagisce alle cure, capisce che la sua salvezza è razionalizzare e andare avanti. Non pensa di tornare a lavoro a Stoccolma, anche se il cuore le direbbe di riprovare. Le viene offerto un posto di procuratrice a Kiruna: dovrà occuparsi di reati fiscali (era il suo campo anche nel precedente lavoro) e lei accetta. Si ammazza di lavoro, con ritmi che altri ritengono alienanti, ma che la aiutano a non pensare al suo recente passato.

La detective di polizia Anna-Maria decide di chiedere aiuto a Rebecka in un caso di assassinio recente: Inna Wattrang, una donna piacente, viene trovata morta in un’arca (una casetta usata dai locali per la pesca su ghiaccio, in inverno), con sul corpo evidenti segni di tortura. Anna-Maria ha bisogno di capire chi è il capo e socio di Inna, Mauri Kallis, magnate e imprenditore: Rebecka è brava nel raccogliere il maggior numero di informazioni nel minor tempo possibile e, soprattutto, nel riassumerle nel modo più semplice possibile. Il giorno seguente Mauri Kallis sarà a Kiruna per varie pratiche relative alla sua collaboratrice defunta, e Anna-Maria intende torchiarlo per capire se la vicenda si sviluppa intorno al lavoro svolto dalla donna o tocca ambienti diversi.

E qui il giallo lascia il passo ai personaggi. Non si ha più una sequenza logica dei fatti, ma si vivono le vite dei protagonisti. Chi è Mauri, come ha tirato su l’immensa fortuna che lo rende uno degli uomini più ricchi del mondo? E chi sono Inna e suo fratello, entrambi collaboratori stretti di Mauri, talmente stretti da vivere nella mega villa da lui comprata?

Uno degli aspetti che più mi ha colpito (e che per ora apprezzo molto) dei gialli della Larsson è proprio il descrivere i personaggi: il delitto non viene spiegato con una sequenza logica di fatti (alla Sherlock Holmes, per intenderci) ma attraverso l’incrocio delle vite dei protagonisti. Non è un giallo in senso stretto: Åsa ci porta nella mente e nella storia dei personaggi, come se l’evento finale fosse la somma di tante piccole storie che in quel punto si incrociano. Come raccontavo per il secondo capitolo, il romanzo è come un puzzle: inizi collegando le tessere fra loro in piccoli gruppi, poi aggreghi i gruppi in gruppi più grandi, finché alla fine tutti i gruppi si collegano e ti si forma una immagine quasi completa. Gli ultimi pezzi da inserire sono quei dettagli che fanno comprendere l’immagine nella sua interezza, i singoli dettagli che completano il senso della storia. Certo, anche prima del finale intuisci, comprendi una serie di cose, ma il dettaglio preciso lo hai solo quando tutti i pezzi sono al loro posto.

La trama, di per sé, è semplice: come detto prima Anna-Maria coinvolge Rebecka nell’indagine per l’assassinio di Inna. Si tratta di una delle più importanti collaboratrici di Mauri Kallis, proprietario di varie aziende con capitale ad alto rischio (maggiore possibilità di perdere denaro, ma anche maggiori guadagni). Una di queste imprese è in un Paese caldo dell’Africa, in zone di guerra, e Kallis si vede coinvolto nell’organizzare un colpo di stato per mandare al potere una persona che potesse garantirgli maggiori possibilità di sfruttamento della miniera. Inna viene a sapere di questo e di altri giochi “sporchi” del suo capo e inizia a rivelare alcuni dettagli ad un giornalista che, guarda caso, qualche giorno dopo viene trovato morto. La polizia che indaga sulla morte di Inna lo viene a sapere ed inizia a collegare le due cose, ma non fa in tempo a interrogare Mauri perché succede un putiferio (e lascio alla vostra immaginazione indovinare cosa succede, a meno che non vi leggiate il libro 🙂 ).

Figura particolare in questo romanzo è la sorellastra di Mauri. Il finanziere è nato in condizioni disagiate (una madre malata mentalmente, l’assenza di un padre, l’affidamento, le prese in giro). Ester è una delle sorellastre, nata da una avventura della madre di Mauri e un disadattato di origine indiana. Viene adottata e cresciuta da una famiglia Sami, di cui prende le tradizioni ed i modi di fare. Ester ha due qualità, una che ha espresso da giovane (vena artistica da pittrice), ed una “nascosta” derivata – secondo la madre adottiva – dalla nonna adottiva, cioè vedere il futuro. Non parla mai di questa caratteristica, anche perché tende a vedere solo le cose brutte delle persone che incontra, ma – come vedrete alla fine del romanzo – è grazie a queste visioni che Ester salverà la vita a Mauri.

Ora, a me in generale i poteri paranormali non piacciono a meno che non siano storie che hanno questi poteri al loro centro. In genere non mi piacciono personaggi come Ester in racconti gialli, ma devo confessare che in questo particolare caso è stata una presenza significativa, seppur discreta. Avrei preferito un’altra opzione (lo scopo, nel racconto, di Ester è solo salvare il fratellastro: poteva esser fatto in modo diverso) ma ammetto che – soprattutto nel finale – la ragazza e la sua storia mi hanno un po’ intrigato.

Al di là di questo, Åsa Larsson ha dimostrato ancora una volta di saper costruire un giallo intrecciando vari fili (le storie dei personaggi) e costruendoli, uno ad uno, in modo quasi maniacale. In un romanzo qualsiasi penseresti a Mauri Kallis come ad un bastardo arricchito che se ne frega degli altri, o a Inna Wattrang come ad una opportunista amante della ricchezza. Ma l’autrice ci presenta storie diverse, che ci fanno entrare nei personaggi e ci fanno comprendere il loro modo di agire. Alla fine io ero un po’ in dubbio se considerare Mauri più delinquente o vittima: senza giustificare le sue azioni, mi son ritrovato a pensare che alcune sue scelte sono state più subite che ragionate. Come direbbe un vecchio detto, l’autrice fa camminare i lettori nelle scarpe dei personaggi, così da far vivere loro una parte dell’esperienza del protagonista.

L’incipit della pagina finale (ringraziamenti ed altro) dice “Metà della serie è scritta“: io ho già sul comodino il quarto capitolo (“Finché sarà passata la tua ira“), quindi aspettatevi nei prossimi mesi un nuovo post con protagonista la nostra eroina Rebecka (ah, quasi dimenticavo, sembra che alla fine il suo cuore abbia vinto sulla sua ragione). Ma non subito: dopo romanzi di questo spessore preferisco leggere qualcos’altro, magari più leggero, per staccare un po’.

Stavolta non dico niente sulla traduzione: nei capitoli precedenti avevo accennato ad un paio di elementi che mi avevano incuriosito. In questo caso non c’è niente di particolare. Resta (per quel che posso capire) ottima la traduzione di Katia De Marco, che riesce a rendere in un ottimo italiano anche alcuni dettagli tipici della cultura svedese (ed ho una amica che vive in Svezia, ed una cugina che conosce bene la Svezia: posso verificare alcune cose con loro quando ho dei dubbi).

Il prezzo? 12,50 Eur (che trovate scontato, come al solito, su Amazon). Devo dire che stavolta va bene. Oddio, se si arrivasse a 10 Euro sarei stra felice, ma rispetto ad altri romanzi gialli questo libro costa un po’ meno. E’ anche vero che la copia che ho preso è forse una edizione più economica (Marzilio, tascabili Maxi) e magari la prima edizione costava un po’ di più, ma – alla fine – devo dire che son contento. I 2-3 euro risparmiati, tanto, li spenderò nei prossimi volumi della saga 🙂

Buona lettura.

Il sangue versato (Åsa Larsson)

(dal sito del’editore)

Rebecka Martinsson si trova di nuovo a Kiruna, dove era scampata alla morte appena pochi mesi prima. E’ una specie di terapia per cercare di vincere le paure che la hanno profondamente ferita in quella avventura. Usa come scusa il lavoro: accompagnare un collega ad incontrare clienti.

Decide di restare qualche giorno, sempre con la scusa di alcuni lavori per i clienti, per affrontare sé stessa tornando nella casa della nonna e nei luoghi dove tutto è accaduto. Ma mai si sarebbe aspettata di dover affrontare una nuova minaccia alla sua vita.

Ecco, se appena vediamo “La signora in giallo” ci viene, istintivamente ma anche scherzosamente, di fare gesti apotropaici (d’altronde, ovunque lei si trovi – e per fortuna sono solo telefilm – ci scappa sempre il morto), con Rebecka Martisson l’istinto sarebbe di abbracciarla forte e sussurrarle che non succederà niente, che tutti questi sono solo brutti sogni. Ammesso che lei si faccia abbracciare.

In questo secondo capitolo la nostra eroina sta affrontando, come accennavo, una ingarbugliata situazione psicologica frutto delle disavventure vissute nel precedente romanzo. Nessuno di noi esce pulito e tranquillo da nessuna morte, neppure dalla più naturale. Figuriamoci lei che ha smascherato gli assassini di un suo “vecchio” amico e che, per salvare sé stessa ma soprattutto due bambine, ha dovuto lottare contro i suoi attentatori fino ad ucciderli. Ferita, e salvata per miracolo dai poliziotti che seguivano il caso, piano piano si è ripresa fisicamente, ma nell’animo ha un profondo buio che rischia di inghiottirla.

Spinta dai pochi amici che ha (carattere abbastanza solitario, dopo le ultime vicende si è chiusa ancor di più in sé stessa) ad affrontare la situazione recandosi di nuovo a Kiruna, dove tutto è accaduto, Rebecka trova un po’ di pace fra persone che, almeno inizialmente, non conoscono il suo passato e la accettano semplicemente come una ragazza un  po’ strana, sì, ma fondamentalmente buona. Certo, qualcuno storce il naso per la sua professione (avvocato) e l’abbigliamento (molto cittadino) . Ma dopo qualche giorno, quando la conoscono meglio, iniziano ad apprezzarla. Tranne qualcuno, che fa qualche indagine su di lei.

Rebecka si trova, inconsapevolmente e assolutamente in modo non voluto, coinvolta nell’assassinio di una pastore protestante, Mildred. I fatti si sono svolti qualche tempo prima, ma le indagini sono ancora in corso, e la nostra eroina viene incaricata di reclamare, dal marito di Mildred, la canonnica dove loro vivevano e che fra poco dovrà ospitare un nuovo pastore. Venuta in possesso delle chiavi della cassetta di sicurezza, per uno scrupolo etico (più che professionale) ne controlla il contenuto e fa arrivare ad Anna-Maria Mella, detective conosciuta nel precedente episodio, tutto ciò che ritiene importante per la soluzione del caso. Ed in effetti la polizia trova molto interessanti alcuni documenti, tanto che riescono a smuovere un po’ le acque intorno all’omicidio, arrivando a formulare delle buone ipotesi sul perché Mildred sia stata assassinata.

L’apporto di Rebecka al caso è semplicemente questo, tanto che – se ci si dovesse basare solo sul giallo – lei potrebbe essere un piccolo personaggio secondario. Ma è la sua presenza in paese che scatena una serie di eventi che porteranno, nelle ultime pagine, ad una drammatica conclusione (di cui vi rivelerò solamente che Rebecka sopravvive – anche perché sapete già che ci sono altri libri dove troviamo la nostra eroina).

Raccontare qualcosa in più della trama è complesso. Come nel precedente libro, i primi capitoli servono per inquadrare il tutto e descrivono, soprattutto, lo stato d’animo di Rebecka. La partenza è un po’ lenta, ma piano piano ti prende e non riesci a staccarti. Confesso che mi ha aiutato il clima di relax (fine settimana al mare + sdraio molto comodo = ore di lettura assicurate).

Via via che leggevo mi sono costruito, in mente, la metafora del puzzle. Ogni vicenda di questo romanzo parte in modo separato dalle altre: si racconta un fatto, un personaggio, un animale o, al massimo, un pezzetto di storia di Rebecka. Attorno aquesti primi nuclei (pezzi di puzzle), capitolo per capitolo, se ne aggregano altri. Finché alcuni non si collegano e – ormai giunti a due terzi del libro – riesci a farti un quadro completo a cui mancano, però, una serie di piccoli dettagli che verranno aggiunti nelle pagine rimanenti. Insomma, proprio come un puzzle che piano piano si compone nella tua mente e solo quando hai messo l’ultimo pezzo riesci a percepirne l’armonia e tutti gli incastri, anche questo romanzo ti fornisce pagina per pagina piccoli pezzi che costituiscono – alla fine – il quadro completo della situazione.

Ben strutturato, direi quasi cesellato per far arrivare, goccia a goccia, nuovi elementi al lettore: è un romanzo che ti convince a leggerne sempre di più finché non arrivi alla fine. Storie dentro le storie (la lupa dalle zampe gialle, che sembra non entrarci per niente e poi, invece…), tutta una serie di flash back che rendono vivi e veri i personaggi, delineando i loro tratti somatici ma soprattutto psicologici, stati d’animo descritti in modo profondo… Tutto funziona per farti sentire parte del romanzo, vicino a Rebecka quando va ad aprire la cassetta di sicurezza di Mildred, in salotto con Lisa ed i suoi cani, nella cantina insieme a Nalle che sta dando da mangiare a un topolino. Più vai avanti nella lettura, più ti sembra di essere presente nella storia, osservatore muto ed inerte, ma vivo e pieno di empatia per i protagonisti.

Devo fare un paragone, perché fra i romanzi che mi piacciono ci sono i thriller adrenalinici, quelli dove tutto succede velocemente, dove l’azione è concitata e ininterrotta (ad esempio l’ultimo letto: “Non guardare nell’abisso“, di Massimo Polidoro).

Questo romanzo è completamente diverso come narrazione, eppure ha lo stesso effetto, ti attanaglia alle pagine e non riesci a staccarti finché non hai finito. Se nei primi tutto accade veloce, tutto è immediato ed ogni azione chiama la successiva in un crescendo di tensione, in questo si ha una prevalenza sulla psicologia dei personaggi: i lettori conoscono le loro storie, si ingarbugliamo nei loro pensieri, vivono le loro emozioni e le loro paure in un contino di flash back, pensieri, attese, riflessioni.

Se da un lato il thriller di Polidoro è bello perché è vissuto tutto d’un fiato, questo è bello perché è lento. Ma non noioso, quel lento che ti permette di conoscere. Se l’altro ti da una scarica di adrenalina come se scendessi in bici, senza freni, dalla vetta di una montagna, questo è come una passeggiata leggera per giungere in vetta alla stessa montagna, dove ogni nuovo passo ti apre un frammento in più di panorama, un nuovo piccolo scorcio di cui stupirti. Due modi di affrontare la stessa montagna (oddio, ecco che sbuca, inatteso, Mann 🙂 ) in modo completamente diverso ma ugualmente bello.

E se nei thriller adrenalinici ti trovi a fare il tifo per qualche personaggio, in questi psicologici non puoi, alla fine, non provare empatia verso i protagonisti, anche quelli “negativi”. E’ vero che (questi ultimi) hanno commesso un delitto, ma quando hai ascoltato i loro pensieri, quando hai seguito il filo della loro (particolare) logica, quando – conoscendo le loro storie – ti metti un po’ nei loro panni, comprendi (pur senza giustificare) perché sono arrivati a quel passo. E ti dici che forse, con vari se e vari ma, il personaggio poteva venirne fuori in modo diverso.

A mio modesto parere, poi, questo secondo capitolo delle avventure di Rebecka è ancora meglio del primo. La Larson scava più a fondo rispetto al precedente: alcuni personaggi ti diventano quasi familiari, come se li conoscessi da tempo.

Siamo in tempo di ferie: è forse – questo – un romanzo da portarsi sotto l’ombrellone? Insomma… Sì, io me lo son portato, ma non posso dire si adatti bene ad un clima allegro da spiaggia. Perché a volte ti costringe ad estranearti, ad isolarti. C’è anche un fattore pratico: 400 pagine per circa 5 cm di altezza. Non è proprio un tascabile, diciamolo. Il tutto per 12,50 Eur (prezzo di copertina dell’ottava edizione – anno 2014). Insomma, il prezzo non è male: è in linea con quello che mi aspetto per questi romanzi. Anzi…

Un ultima nota sulla traduzione. Nel precedente post (per il precedente romanzo) mi aveva colpito un elemento: il colore “uva ursina” usato per descrivere le labbra di una persona. Questa volta invece abbiamo “uva di montagna“. Che, credo di aver capito, è la stessa cosa. La traduttrice è la stessa: Katia De Marco… Sarei curioso di sapere come mai questo cambiamento. Ma per il resto mi sembra perfetto come nel precedente caso.

Mi rimane solo da augurarvi buona lettura. E vi avviso che ho già preso il terzo capitolo della saga…

[Novità] Game, Set, Match (Mats Holm, Ulf Roosvald)

(dal sito dell’editore)

Oggi mi vanto un po’, se permettete. E anche se non permettete, mi vanto lo stesso, tanto questo blog è mio 🙂

Ma so che agli appassionati di tennis potrà far piacere sapere che è uscito un libro che parla dell’epoca d’oro del tennis svedese: il sottotitolo dell’edizione italiana è, infatti, “Borg, Edberg, Wilander e la Svezia del grande tennis“. Confesso di aver seguito solo di sfuggita le vicende tennistiche di quegli anni, appassionandomi a qualche bella impresa ma non seguendo in modo assiduo nessuno dei tre nomi citati (e poco anche gli italiani di quel periodo).

Vi chiederete, allora, perché mi vanto. Ma perché la versione italiana è stata tradotta, dallo svedese, da Alessandra Scali. Come dite? Quel cognome vi ricorda qualcosa? E certo! Ho la fortuna di averla come cugina (insieme a tutte le altre cugine e cugini, ovviamente :-)).

Quindi vi invito a correre a frotte a comprare questo libro, così le verranno affidate nuove traduzioni, e lei mi invita a cena fuori per festeggiare 🙂

A parte gli scherzi, ve lo consiglio perché mi fido di Alessandra che mi dice che è un bel libro, e anche perché so come lavora Alessandra: precisa e attenta ad ogni dettaglio finché non è convinta di aver reso in modo corretto l’idea che l’autore ha scritto con quelle specifiche parole. Ma vi lascio alla “recensione” che mi ha fatto lei 🙂

“Sì, è scritto molto bene, scorrevole, chiaro, puntuale, e a tratti anche molto ironico. Spero di aver reso giustizia agli autori 🙂

È una storia più unica che rara, sullo sfondo di un’epoca particolare come gli anni 70 e 80 che ha portato venti di cambiamento in tutto il mondo… E anche nella piccola Svezia, un paese “ai margini” [sic nel testo] che grazie a un felice quanto inusuale connubio tra stato sociale, politiche all’avanguardia e boom economico si trovò all’improvviso ad essere il paese più ricco del mondo, oltre che la culla dello sport più popolare all’epoca, il tennis. E attraverso il tennis e il percorso sportivo e umano delle tre stelle Borg, Wilander e Edberg gli autori descrivono  in maniera oggettiva e disincantata questa “terza via” al socialismo (come la battezzò il giornalista americano Marquis Child), con tutte le sue luci e anche le inevitabili ombre, riuscendo a dipingere un ritratto accattivante ed estremamente variegato di un’epoca che ha segnato la storia del tennis in particolare e la storia svedese e mondiale in generale. Il libro è ricco di aneddoti interessanti anche su gli altri grandi campioni della cosiddetta “età dell’oro” (su tutti Ashe, Panatta, Nastase e McEnroe) e pur essendo pensato per un pubblico di appassionati è sicuramente una lettura molto godibile anche da chi non ha mai preso in mano una racchetta”

Sul sito dell’editore potrete trovare qualche informazione in più, oltre al prezzo (16 Eur), ed anche un video della finale di Wimbledon del 1978  (linkato da YouTube). Il libro dovrebbe uscire a fine mese (una data precisa nel sito non è riportata) ma lo si può già prenotare.

Che dire: buona lettura. Ed invito tutti coloro, appassionati o meno di tennis, che leggeranno il libro a commentare questo post e dare le loro impressioni.

Tempesta solare (Åsa Larsson)

(dal sito Marsilio)

Finalmente un bell’esemplare di quei gialli della scuola svedese a cui accennavo in un precedente post. Son rimasto soddisfatto di questo romanzo, giallo e thriller al tempo stesso, dalle tinte forti (in certi momenti ha sfiorato “Io uccido” di Faletti, che per me rimane al top delle mie letture in questo genere). Un regalo – questo libro – giuntomi (forse consapevolmente?) per bilanciare i racconti della Lackberg… Tant’è che ho già acquistato il secondo volume della serie (“Il sangue versato” – vedi su Amazon).

Il personaggio principale, Rebecka Martinsson, è una giovane donna, avvocato tributarista, che lavora a Stoccolma per un prestigioso studio di avvocati, a metà fra una segretaria e una praticante tutto fare sottopagata e sfruttata. Ma la morte del predicatore Viktor Strangård la riporta immediatamente alla sua giovinezza: è un amico del paese di origine della protagonista, Kiruna, nel nord della Svezia. Un amico speciale, cresciuto insieme a Rebecka nel contesto religioso di una delle parrocchie (protestanti) del villaggio: hanno seguito insieme il catechismo e partecipato ai campi estivi. Ed è una persona che ha visto Dio, in senso (secondo lui) fisico. Dato per morto a seguito di un incidente, torna in vita alla faccia dell’incredulità dei medici. E racconta di aver visto e parlato con Dio: con la forza di questa consapevolezza unisce le tre chiese locali e crea una grande congregazione, la Chiesa della Fonte della Forza.

Ma Rebcka, quando a Vicktor succedevano tutte queste cose, se ne era già andata. Brutte vicende l’hanno costretta a fuggire, o meglio, a cercare un nuovo inizio. Non sentiva Dio come Viktor né come gli altri membri, eppure si applicava con tutte le sue forze. Finché … no, non vi dico cosa le succede, ma è il motivo che la spinge a lasciarsi tutto alle spalle, nonostante le pochissime persone che erano pronte a supportarla, e grazie, invece, alle tante che volevano allontanarla.

E’ la telefonata di Sanna, sorella di Vicktor e vecchia amica di Rebecka, a richiamare la protagonista nella sua cittadina. Assolutamente decisa a non rimetterci piede, si fa trascinare dalla vecchia amica, nonostante avesse cercato di rompere ogni legame con lei. Strana, ingenua, a volte assente dal mondo, Sanna aveva ancora la capacità di trascinare l’amica nei suoi casini. E nonostante si fosse detta in più modi di non farsi coinvolgere, alla fine Rebecka cede, prende il primo aereo e si reca a Kiruna. E lì si trova costretta ad aiutare Sanna anche legalmente, visto che il procuratore locale pensa bene di farne la principale sospettata.

Ma quali segreti si nascondono nella Chiesa della Fonte della Forza? Vicktor, conosciuto anche come il Ragazzo del Paradiso, ha portato tanti nuovi fedeli, con conseguenti forti introiti. Chi può aver assassinato il giovane, che era una vera gallina dalle uova d’oro? I tre pastori che guidano la chiesa non sanno spiegarselo, e gli agenti che si occupano delle indagini brancolano inizialmente nel buio, anche se si sono accorti che una certa omertà lega i tre religiosi. La sorella Sanna è stata l’ultima a vedere il fratello, e il fatto che – nelle sue stranezze – racconti che è stato il fantasma di Vicktor stesso ad avvisarla della sua morte, non aiuta a chiarire la situazione.

E’ Rebecka che sblocca le cose, e sbroglia la matassa. Lei che, da giovane, aveva vissuto dall’interno le vicende delle tre chiese. E lei che, da avvocato tributarista, si pone subito il dubbio che l’immenso afflusso di ricchezza “generato” da Vicktor potesse seguire vie diverse da quello che ci si aspettava.

In un continuo di flash back che ci fanno conoscere la vicenda della nostra eroina, la situazione inizia a sbrogliarsi. Per me il colpo di scena è stata la sparizione del cane di Sanna, e – anzi – cosa è successo dopo. Ed anche in questo caso non fornisco dettagli, ma vi garantisco che da una svolta al modo in cui si legge il libro.

Ci sono cose che accadono sotto gli occhi di tutti ma di cui nessuno si accorge. Ci sono persone che è facile controllare: persone deboli spiritualmente e che credono che ciò che un pastore dice sia il bene in assoluto, e lo mettono in atto senza né dubbi né senso critico. E ci sono pastori che capiscono di avere, in queste persone, degli strumenti eccezionali, a cui possono chiedere di fare qualsiasi cosa, magari senza neppure dirla esplicitamente ma semplicemente accennando ad una situazione o una persona problematica e lasciare che la persona si inventi una soluzione.

Insomma, la tensione cresce e la vicenda non si chiarisce fino alla fine. O meglio: si intuisce molto ma rimane sempre un leggerissimo velo di nebbia che mantiene un pizzico di mistero. Come un paesino arroccato su una collina: lo vedi, noti tutti i dettali. Ma c’è un velo di nebbia alla base della collina, e allora sembra sospeso sul niente, rimane il mistero di come si arriva lassù, di cosa si può trovare per strada… Anche in questo romanzo il quadro generale si delinea bene più o meno dalla metà del libro: si capisce chi può aver desiderato la morte del Ragazzo del Paradiso e perché, ma rimangono molti piccoli dettagli che ti tengono incollato alle pagine, e vorresti andare avanti fino a che non capisci tutto.

Cosa succede a Rebecka? Lei capisce tutto, ma questo le costerà molto. No, non muore (sennò come fa a esser protagonista dei successivi romanzi?). Però scoperchia un vaso di pandora che sconvolgerà (anche se non viene raccontato) tutta la comunità. Avidità, collusioni, segreti inconfessabili… Tutto viene portato alla luce dal coraggio dell’eroina, la quale agisce prima di tutto per salvare le figlie di Sanna: solo all’ultimo diviene consapevole di rischiare la vita, ma ormai è in gioco e non può tirarsi indietro…

Romanzo di esordio di Åsa Larsson (la quale non è parente di Stieg Larsson, quello della trilogia MIllennium – il cognome Larsson, mi dicono, è un po’ come il “Rossi” in Italia: molto comune), le è valso il “premio dell’Accademia svedese del Poliziesco come miglior giallo d’esordio”. Ed effettivamente lo merita: è una storia scritta bene, con la giusta tensione che sale piano piano per esplodere nel finale. E tradotto bene: mi ha colpito “le labbra color uva ursina” (l’ispettrice Anna-Maria Mella, guardando il suo compagno che dorme, a pagina 17). Un arbusto molto diffuso in Svezia (dice Wikipedia che si è adattato bene ai climi artici) con bacche dal colore rosso intenso. Poco conosciuto – mi sembra – dalle nostre parti tanto che, sospetto, Katia De Marco (la traduttrice) ha dovuto fare un po’ di ricerche per rendere correttamente il temine svedese in italiano.

Non l’ho letto tutto d’un fiato: la partenza è forte e ti prende subito ma i 3 capitoli successivi – dedicati a preparare il campo alla storia – sono appena un po’ più lenti. Poi il ritmo riprende a salire e, come accennato sopra, rimani sempre più incollato per sapere come va a finire.

Un ultima nota: il personaggio di Rebecka e quello di Åsa sembrano sovrapporsi, almeno nei primi elementi: entrambe avvocati ed entrambe impegnate nello stesso settore. Entrambe nate a Kiruna. Ma, ad ora, per quello che so, le somiglianze si fermano qui.

Vi consiglio la lettura. Amazon lo mette al prezzo di 10,20 Eur (7,99 in formato Kindle). Ultimamente titoli simili li ho trovati a 14 Eur circa. Sarà anche perché il libro è di qualche anno fa (gli ultimi e più recenti capitoli della saga infatti, vengono ad un prezzo più alto). Se vi piace il genere, merita l’acquisto. E a breve vi dirò se merita anche il secondo capitolo.

Buona lettura!

Alicia Giménez Bartlett vs Camilla Läckberg

Agosto, si sa, è mese di letture da “ombrellone”. In questa generica definizione rientra, per convenzione, il genere giallo che pure può avere una sua altissima dignità. Avendo a disposizione più tempo del solito, mi sono data alla lettura di questo intrigante genere letterario, ma dei 5 titoli letti, voglio prendere in considerazione quelli che per me sono stati i due estremi: la Giménez Bartlett (voto 8) e la Läckberg (un 4 scarso, ma proprio scarso). Questa non vuole essere soltanto una recensione comparativa tra i due libri letti (Giorno da cani per la prima e La sirena per la seconda), ma anche una considerazione su quanto potente sia il business che sta dietro a certi scrittori, e quanto questo influenzi i gusti dei lettori. Niente di nuovo sotto il sole del resto, per restare in tema di ombrelloni.

Chiaramente si tratta di due libri, due autrici, due nazionalità e due età completamente diverse, quindi una comparazione pura e semplice fra le due potrebbe apparire un po’ forzata. Ma la professione è la stessa per entrambe (scrittrici di gialli appunto), e la differenza del risultato finale è considerevole.

Inizio dalla più giovane, la svedese campionessa di incassi, autrice di best seller tradotti in tutte le lingue che garantiscano altre mietiture di consensi e quindi di soldini. E’ una delle star della “scuola scandinava” dei romanzi polizieschi. Leggo che è stata tradotta in 55 paesi e che ha venduto più di 15 milioni di copie (quindici milioni!!); ha poco più di quarant’anni, scrive (e pubblica) da che ne aveva meno di trenta, partecipa a talk show,  rilascia interviste, appare nelle fotografie di quarta di copertina, molto truccata, molto in posa con tanto di capelli mossi dal ventilatore all’uopo sistemato.

La scrittrice spagnola (definita “la Camilleri spagnola”) ha 64 anni, un passato di docente di letteratura spagnola all’università di Barcellona, è autrice di saggi, di romanzi storici e della saga dell’ispettrice Petra Delicado, la cui prima apparizione sulle scene è di quasi venti anni fa. In ogni foto su internet compare con un assurdo caschetto di capelli e tutte le sue rughe in bella mostra, parla con scioltezza di letteratura, politica e femminismo, ha vinto numerosissimi e prestigiosi premi nazionali e internazionali ed è stata tradotta in 15 lingue (ignoro con quante copie vendute).

Si vede che parteggio per la seconda? Be’ sì, immagino, ma penso che nessun lettore che abbia affrontato entrambe le scrittrici possa non riconoscere (al di là del gusto personale che può portarlo a preferire l’una all’altra),  il diverso peso del percorso professionale intrapreso, della carriera fatta, degli studi acquisiti. E il tutto si riflette inevitabilmente sul risultato finale.

(dal sito dell’editore)

La sirena è il penultimo titolo della saga (e unica vena d’ispirazione) della Läckberg (esce in lingua originale nel 2008, nel 2014 in Italia), e ha come protagonisti un poliziotto e una scrittrice, che poi diventano marito e moglie (in questo romanzo lei affronta già una seconda gravidanza). Ma tutti i personaggi sono comparse da Mulino Bianco: bellissimi, innamoratissimi, stucchevolissimi (si chiamano “amore” e “tesoro” con una frequenza imbarazzante), circondati da bambini, giocattoli, biberon, pannolini, tanto che a tratti sembra un trattato di puericultura e ostetricia e la trama noir diventa lo sfondo di quadretti di vita familiare. D’altronde i libri si vendono anche a peso e tutta questa ridondanza di smancerie fra coniugi e bizze di pargoli fa lievitare le pagine. Lo stile è standardizzato, nessun volo poetico, nessuna personalizzazione. A metà libro si è già capito come va a finire. Ma lo scadimento definitivo si ha nell’ultima pagina del romanzo: come nei vecchi telefilm appariva sul più bello la scritta “to be continued”, così il finale resta letteralmente in sospeso sul più bello, con l’intenzione smaccatamente venale di obbligarti a comprare il romanzo successivo (cosa che di certo io non farò). Va bene la saga, ma questa non è più letteratura, è un business spudorato, una nuova versione del romanzo d’appendice.

(dal sito dell’editore)

Giorno da cani invece è il secondo titolo della saga di Petra Delicado (esce in Spagna nel 1997, nel 2000 in Italia), ma anche 20 anni fa il personaggio della poliziotta era già perfettamente delineato, senza cedimenti romantici, senza sbavature: una donna determinata, volitiva, a tratti mascolina nella professione e nella vita privata. Il racconto è ironico, spigliato, la sceneggiatura tiene dall’inizio alla fine, perché l’importante non è la destinazione del viaggio (la chiusura del caso), ma il viaggio stesso (la narrazione). Non dico che Petra Delicado sia più “probabile” come personaggio della figura femminile (Erica Falck) della saga della Läckberg, ma sicuramente è più credibile, più reale. Certamente più simpatico: più sesso e meno sdolcinatezze.

Insomma a mio avviso la Läckberg, cavalca l’onda del “giallo nordico” iniziato da altri più quotati (meglio, e di parecchio, ad esempio Jo Nesbø e anche il tanto ultimamente citato Stieg Larsson), e proprio per questo riesce ad avere un successo di vendite altrimenti poco giustificabile (a meno di non volerci lanciare in dietrologie sociologiche per cui si legge quel che è facile e leggero da leggere). Certo ha dietro di sé un apparato di merchandising di tutto rispetto, che è proprio quello che (a me) fa storcere ancora di più il naso. Siamo tutti inevitabilmente influenzati da quello che il mero business suggerisce a case editrici, compagnie di cineproduzione, televisioni e riviste (e difatti anche io ho comprato La sirena), ma voglio comunque arrogarmi il diritto di poter confrontare, scegliere ed eventualmente cestinare sulla base della mia personalissima sensibilità, tanto più urtata quanto più il fenomeno risulta artificialmente convertito in “caso letterario” (e di esempi ce n’è a bizzeffe, tutti pubblicati da prestigiose editrici, ma anche qui in questo caso specifico gli editori fanno la differenza). Quanto alla Giménez Bartlett, credo che ormai, almeno qui in Italia (come in Spagna) il nome parli da solo. Può non piacere, o lasciare indifferenti, ma non le si può negare la maestria, la fantasia, lo stile, la tecnica.

Lunga vita al thriller, ma che sia d’autore di qualità.

C. Läckberg, La sirena, Venezia, Marsilio, 2014, ISBN 9788831717953
brossura, € 18,50

A. Giménez Bartlett, Giorno da cani, Palermo, Sellerio, 2000, ISBN 9788838916120
brossura, € 9,75