Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde (Robert Louis Stevenson)

Il dualismo buono/cattivo presente in ogni persona prende forma fisica grazie ad una soluzione chimica…

Ancora una volta ho trovato fra gli scaffali di un supermercato un classico che mi mancava e ne ho approfittato. E con sorpresa ho scoperto che il libro contiene più racconti, perché quello che credevo un romanzo (Dr. Jekill / Mr. Hyde) è in realtà un racconto (o un romanzo breve, se preferite).

Oltre al racconto che dà il titolo al libro, troviamo anche “Il trafugatore di salme”, “Markheim”, “Il diavolo nella bottiglia”, oltre a “Un capitolo sui sogni”, che non è un racconto ma una “dichiarazione poetica” originata da una intervista. Chiude il libro una postfazione di Joyce Carol Oates che ci aiuta a comprendere alcuni aspetti della scrittura di Stevenson.

Il racconto principale, ovviamente, è quello su Jekyll/Hyde. Tutti conoscete la storia, vero? Quindi non è necessario che vi dica chi è il Signor Utterson… Ok, ho capito, faccio un veloce ripasso. Utterson è un legale (più vicino al notaio che all’avocato) amico del dottor Jekyll e di altri personaggi chiamati in causa. Nel corso di vari mesi sente certe storie su un certo signor Hyde che il suo amico Jekyll ha nominato suo erede universale. Sospettando si trattasse di una truffa si mette ad indagare ma non scopre niente di particolare. Finché un giorno non scoprirà che i due sono la stessa persona, e lo farà nel modo più tragico: Jekyll/Hyde, che si è ucciso, gli lascia una lettera-testamento dove spiega tutto.

No, non mi chiedete cosa racconta Jekyll/Hyde nella lettera: qualcosa lo avete intuito, qualcosa lo scoprirete leggendo il racconto.

Fatto sta che Jekyll, convinto della dualità dell’uomo e del fatto che in ogni essere fisico si alternino, litighino, convivano due o più personalità, trova un catalizzatore chimico che permette a lui di trasformarsi (anche fisicamente) nell’uno o nell’altro. E quanto è probo Jekyll, tanto è odioso Hyde. Lascio a voi scoprire le riflessioni di Jekyll su come il suo doppio cattivo prendesse maggior forza, da cosa scaturisse questa forza… e soprattutto come mai, ad un certo punto, la soluzione chimica non funzionasse più.

A me preme ora fare un confronto con Calvino ed il suo “Visconte Dimezzato”, in cui il visconte – appunto – a causa di un colpo di cannone, viene fisicamente diviso in due metà, una cattiva e l’altra buona, una che semina terrore e l’altra che cerca di rimediare. Fortunatamente la storia di Calvino ha un lieto fine ma, a parte questo, si nota un certo parallelismo fra le due storie.

L’unica differenza che potrei trovare è su come gli autori approfondiscono i personaggi. Hyde è l’espressione degli istinti peggiori di Jekyll, istinti di cui il dottore è ben consapevole e che, scoperta la possibilità di trasformarsi in Hyde (o meglio, di nascondere la propria persona nella fisicità di Hyde – come dice il nome), lascia sfogare consciamente. Insomma, la parte cattiva (Hyde) viene fuori per un “allentamento” delle virtù in cui Jekyll ha sempre creduto. Mentre è un incidente che “dimezza” il Visconte di Calvino, e la coscienza incide poco nelle due personalità.

Una nota prima di spendere due parole sugli altri racconti. Non so se è lo stile dei traduttori (Attilio Brilli e Aldo Camerino), ma la prosa di Stevenson ha un sapore di antico: ti fa pensare subito alla Londra di fine ‘800, a signori con tuba e bastone. Insomma, ti introduce a quella che è l’ambientazione del racconto. Mi piace…

Ed ora spendiamo una parola su gli altri racconti.

“Il trafugatore di salme” vede due ex-studenti di medicina incontrarsi nuovamente dopo molto tempo. Entrambi molto in gamba all’epoca, adesso uno è un tuttofare a cui non dispiace l’alcool, mentre l’altro è un dottore affermato. Ma quando si ritrovano si rinnova in loro la paura per una vecchia storia che li ha visti protagonisti. Quando studiavano erano stati scelti da uno dei loro professori per un compito speciale: trovare cadaveri freschi per le lezioni di anatomia. Ed i cadaveri non si trovano certo al supermercato. Quindi… eh no: dovete leggere per capire cosa spaventa tanto i due.

“Markheim”, invece, è un signorotto che – dopo aver svenduto i beni ereditati – cerca un po’ di ricchezza andando a rubare a casa del rigattiere ebreo che in passato ha comprato molte delle sue cose. E, vuoi per rivalsa, vuoi per incoscienza, uccide il mercante. Ma mentre sta cercando la cassaforte ecco che un uomo si presenta a lui. Conosce molto di Markheim, moltissimo. E sembra voler dare consigli buoni, sembra volerlo aiutare, tanto che gli indica dove è la cassaforte. Ma Markheim non ci crede e… cosa succederà? Lo so, son crudele, ma così vi faccio venir la voglia di leggere!

“Il diavolo nella bottiglia” mi è piaciuto di più, anche se la prosa sembra meno curata. Un uomo trova una casa bellissima e quando chiede al suo proprietario come ha fatto per costruirla scopre che costui ha una bottiglia che contiene uno spirito in grado di soddisfare tutti i desideri del proprietario. Ma ci sono due regole: chi possiede la bottiglia può liberarsene solo vendendola a prezzo più basso di quando l’ha acquistata. E chi muore mentre la possiede va all’inferno.

Per farla breve: il protagonista compra la bottiglia, fa avverare un paio di desideri e poi la rivende e vive felice. Ma il giorno in cui trova una bella donna e sta per sposarsi scopre su di lui i segni di una malattia che sa essere senza scampo. Unica soluzione sarebbe ritrovare la bottiglia e chiedere allo spirito la guarigione: riesce a ricomprarla ma, ahimè, il prezzo è talmente basso che sa bene di non riuscire più a rivenderla. Si sposa sì, ma la felicità (sa che andrà all’inferno) piano piano sparisce. Sua moglie scopre tutto e trova una soluzione, ma non è facile da applicare… quindi alla fine decide di sacrificarsi e, senza dire nulla al marito, compra lei la bottiglia. Ora il marito è felice ma la moglie è triste. Urge un ultimo cambio di scena ma cos’altro può avvenire per salvare la coppia? Succede che… dovete leggere il racconto per scoprire se i due riescono a salvarsi.

Concludo indicandovi il tema comune in tutti i racconti: l’uomo e la sua possibilità di fare il bene o il male. Se leggerete i racconti vi accorgerete che in tutti c’è una certa dualità: a volte espressa nella stessa persona (Jekyll/Hyde), a volte frammentata in più persone o in diverse azioni. C’è sempre, inoltre, un certo distacco dalla parte “cattiva” (ne Hyde ne gli altri personaggi vengono giustificati), anche se si trova un po’ di speranza in Markheim. Insomma, esiste un filo rosso che lega i vari racconti.

Vista la stagione, potrebbe benissimo essere un libro da procurarsi per la prossima estate, da leggere sotto l’ombrellone o durante una lunga pausa su un pratone. Libro adatto anche ai ragazzi (adolescenti o superiori), anzi: può aiutarli a crescere e a capire che ogni azione ha una qualche conseguenza.

Insomma, lo raccomando.

Buona lettura.

L’isola del tesoro (Robert Louis Stevenson)

“Pezzi da otto! Pezzi da otto!”

Se ci sono, in alcuni romanzi, frasi che ti rimangono appiccicate addosso – anche senza un senso particolare ma solo per la sonorità di esse – quella di questo romanzo è sicuramente il “pezzi da otto” gracchiato dal pappagallo di Long John Silver, frase che ancora sveglia di soprassalto Jim quando invade i suoi incubi.

Cosa è l’isola del tesoro? Il romanzo (ho letto l’introduzione, stavolta) è nato come storia da raccontare ai ragazzi prima di dormire: Stevenson la buttò lì una sera e piacque tanto che tutta la famiglia, nei giorni seguenti, collaborò per portare avanti le avventure di Jim. Uscì, poi, come racconto per ragazzi ma non ebbe molto successo, al che l’autore – dopo averci lavorato un po’ – la pubblico come storia di avventura pensando ad un pubblico adulto che abbia ancora voglia di avventure, ed ebbe il successo che sappiamo (fino a diventare un classico della letteratura).

La storia è semplice: Jim, adolescente, trova una mappa fra le cose di un vecchio pirata che alberga presso l’osteria del padre: insieme ad un conte e ad un dottore decidono di metter su una spedizione per raggiungere l’isola ed il tesoro. Ma i vecchi compagni del pirata che ha nascosto tutto quel ben di Dio si imbarcano sulla nave come marinai, con l’intenzione di appropriarsi dell’oro appena scoperto e uccidere conte, dottore e Jim.

Fra peripezie, doppiogiochismo, avventure, colpi di scena e lieto fine i nostri eroi riescono a tornare a casa salvi (anche grazie all’incoscienza di Jim), uno dei vecchi pirati (il temibile Long John Silver) scappa con una parte del tesoro, e gli altri pirati rimangono “imprigionati” sull’isola, senza ormai tesoro.

Sicuramente è un romanzo che ti prende subito, perché l’avventura inizia a spron battuto dalla prima pagina: dal vecchio Bill Bones che entra in casa di Jim (e a cui Jim, nonostante tutto, sembra affezionarsi almeno un po’) le peripezie si moltiplicano. Il ragazzo – come molti ragazzi della sua età – nonostante la paura – agisce più volte in modo incosciente – e grazie ad una buona dose di fortuna, riesce sempre a salvare la situazione. Non pensa alle conseguenze delle sue azioni (e, devo dire, in questo senso il romanzo mi sembra quasi l’opposto di un romanzo di formazione, in cui l’eroe-ragazzo cresce passando da vari stadi ma sempre riflettendo su cosa ha fatto e traendone una lezione).

Jim sembra non trarre un lezione dal suo vissuto, o meglio… si scopre che qualcosa lo ha capito – che è cresciuto – nell’ultima pagina del suo racconto (l’ultimo capitolo). Agisce per istinto, riesce sempre a cavarsela, ma non pianifica le sue azioni. Penso a quando abborda la goletta con la piroga di Ben Gunn, rischiando di venir travolto dalla grossa nave. Nella sua testa l’idea era quella di riportare la goletta in salvo (dopo aver lui rotto gli ormeggi e averla fatta andare alla deriva). Eppure sale a bordo, dove trova uno dei pirati di guardia mezzo tramortito (e l’altro completamente morto) e solo la fortuna e l’istinto gli permettono di salvarsi.

Carismatico è il personaggio di Long John Silver (chiamato anche Barbecue per il suo ruolo di cuoco sulla goletta): riesce ad ammaliare, affascinare, sia Jim che gli altri. Alcuni marinai non del suo gruppo passano dalla sua parte grazie ai suoi discorsi. Nel momento di crisi (i marinai che vorrebbero ribellarsi a lui) è lui che li tiene uniti, o che si fa di nuovo ri-eleggere loro capo quando cercano di ammutinarsi dal suo comando.

Anche Jim subisce il suo fascino, nonostante scopra che il suo è un eterno doppio gioco, che è un continuo tenere il piede in due staffe: amabile e rispettoso verso il dottore e il conte, protettivo con Jim, armeggione e compagnone coi pirati, ma solo fino a quando gli fa comodo, pronto a voltar faccia appena è più conveniente. Grazie alla sua parlantina riusciva sempre a volgere le situazioni a suo favore.

Confesso che forse l’introduzione me ha rovinato un po’ alcune sorprese del romanzo: quando è entrato in scena Ben Gunn sapevo già chi era (lo avevo letto nell’introduzione…) e quindi alcuni “colpi di scena” mi hanno sorpreso poco. Ma l’autore è riuscito, comunque, a tenermi attaccato alle pagine del suo libro. Ed effettivamente è un romanzo che si legge velocemente: capitoli corti e semplici, e alla fine di uno non vedi l’ora di cominciare l’altro.

IL tutto è narrato in prima persona da Jim (escluso alcuni capitoli narrati dal dottore), nella forma di un resoconto dettagliato redatto a fine spedizione. Buona tecnica, da parte di Stevenson, per aiutarci a prendere in simpatia Jim e a tifare per lui… e ad impersonarsi con lui (dite la verità: a chi non sarebbe piaciuto, da adolescenti, vivere una avventura alla ricerca di un tesoro).

Mi ha fatto piacere trovare una edizione di questo classico – che non avevo mai letto – in versione economica (4,90 euro con la collana “la biblioteca di repubblica”). Lo considero un romanzo “fresco”, adatto da portare sotto l’ombrellone e ad essere letto da grandi e piccoli (o almeno dai 12 anni in su).

Buona lettura.