Storia di Irene (Erri de Luca)

Irene, Aldo e un napoletano antico di giorni in tre storie di mare…

Aspettarsi una storia spensierata da Erri De Luca credo sia impossibile. Non sempre sono tristi, ma ti portano sempre a riflettere o sul tempo passato o su vari argomenti. Non fanno eccezione le tre storie raccontate dall’autore in questo libro.

Tre storie di mare, raccontate col solito linguaggio asciutto, con frasi corte, quasi smozzicate, ma sempre di effetto. Una nascita, una crescita, un addio, tutti legati al mare. Due storie su tre esplicitamente biografiche. Vediamole un po’…

Durante una vacanza in una isoletta greca (rei ringraziamenti si parla di Lipsi) Erri conosce Irene: il primo solitario per carattere personale, la seconda per isolamento quasi obbligato, si trovano bene insieme. Lui pronto ad ascoltare, lei a raccontare, passano del tempo insieme sulla spiaggia e Irene racconta a lui, e lui solo, la sua storia. Come dicevamo è una storia di mare: allevata da delfini dopo un naufragio, Irene viene depositata sulla spiaggia dell’isola e di giorno sussiste con qualche lavoretto, ma di notte torna sempre a nuotare con i delfini.

E’ incinta Irene, nessuno sa di chi. Il paese la ignora, si pone domande, sospetta, ma nessuno avrà risposte. Solo Erri riceve ed accoglie le sue parole. Che proprio parole non sono perché Erri le sente ma non le vede uscire dalla bocca di Irene.

E l’occasione della storia di Irene è anche una occasione per raccontare un po’ della propria storia: mentre lui attende il rientro a terra di lei, mentre attende il resto della storia, De Luca divaga sulla sua storia ed apre un po’ di sé a noi.

E’ il giorno del parto: tutto sta per cambiare. Perché per Irene non sarà più possibile stare sull’Isola. Ed il neonato, chiederete voi, che fine fa? No, non viene adottato da De Luca, né starà sull’isola. Ma non voglio togliervi il piacere della sorpresa.

La seconda storia racconta di Aldo De Luca, soldato durante la seconda guerra mondiale: per una disgrazia (il bombardamento della sua casa) si trova in Italia proprio nei giorni della firma dell’armistizio, quando i tedeschi da alleati diventano nemici. Si nasconde, insieme ad altri, nel salernitano fino a che, una notte, tutti insieme, tentano una traversata: vogliono arrivare a Capri, in mano agli alleati, per sfuggire ai rastrellamenti tedeschi. Insieme a loro giovani si unisce un ebreo, più avanti negli anni: solo Aldo De Luca riesce a interagire con lui e scopre le caratteristiche dell’ebraismo, mai pensando (come scrive Erri) che suo figlio sapesse leggere in futuro quei caratteri che lui (Aldo) vedeva nel libro dell’uomo. E nella notte, durante la traversata, le storie di Aldo e dell’ebreo si intrecciano, in parte si raccontano, fino al raggiungimento della salvezza.

E infine la storia di un anziano napoletano, decano di una famiglia povera che vive in una piccola stanza nel freddo inverno. Un uomo che diventa un peso: ci sarebbe più spazio per i componenti della famiglia, rimarrebbe più cibo, e soprattutto ci sarebbe meno puzzo, opera di quel vecchietto che  – a causa del freddo – passa la maggior parte del tempo in bagno con la diarrea. E’ febbraio, un lieve solicino riesce a scaldare le ossa del vecchietto: va sul mare, al suo posto segreto, dove d’estate si ferma a pescare. Lì, davanti alle onde, al completo opposto dello stretto spazio di casa, si sente sereno e si lascia cullare dal calore dei raggi solari. Fino a lasciar correr via la propria vita.

Sì, mi piacciono i racconti di Erri, mi piace soprattutto il suo stile nel raccontare le sue storie, mi piace come fa entrare, in alcuni casi, la sua vita nelle sue storie. Questa volta mi è piaciuto meno (ma forse perché ne avevo meno bisogno) il clima austero, un po’ grigio, dei racconti. In realtà due racconti hanno come punto centrale la vita, e specialmente il secondo poteva essere raccontato con uno stile prima di tensione e poi di festa, e invece – è la firma di Erri – ci sono sempre riflessioni dietro che lasciano un po’ di amaro in bocca. Che non fa male, ma questa volta avrei preferito averne meno.

Da leggere, specialmente la storia di Irene, appena appena onirica. Alla fine carine anche le altre storie, anche se la seconda si ferma, appunto, un attimo prima di vedere i protagonisti far festa. Per assurdo solo la terza si chiude con un leggero sorriso, una espressione appena appena serena. Eppure è quella dove il protagonista muore.

Con 9 euro potete fare vostro il libro (edizioni Feltrinelli).

Buona lettura!

Il bizzarro incidente del tempo rubato (Rachel Joyce)

Quando 2 secondi aprono un abisso.

Venire a sapere che stanno maneggiando il tempo, allungando i giorni, manovrando con noncuranza i secondi, può scuotere dalle fondamenta tutte le certezze di un adulto, figuriamoci cosa succede a Byron, un adolescente inglese quando l’amico James gli racconta che verrano aggiunti due secondi a quell’anno, il 1972.

La cosa è successa davvero: si chiamano secondi intercalari e un organismo mondiale decide di applicarli quando serve ri-sincronizzare il tempo che noi misuriamo con la rotazione della terra intorno al sole.

Ma torniamo a Byron: vive nella campagna inglese con la madre Diana e la sorella Lucy (il padre Seymore è un affarista che lavora a Londra e torna a casa solo nel fine settimana). Condivide con James tutti i pensieri, compreso quello della manipolazione del tempo. Ma mentre per l’amico la notizia rimane solo una curiosità, per Byron diventa una ossessione. Tanto che in un certo momento è convinto di vedere la lancetta dei secondi, nel proprio orologio da polso, muoversi indietro di due tacche. E tutto, in quell’istante, succede: il mondo che conosceva piano piano inizia a sgretolarsi davanti ai suoi occhi fino a… Eh no, sto rivelandovi troppo.

La mattina del fatidico giorno Byron e  Lucy sono accompagnati a scuola dalla madre (come avviene sempre) con la nuova Jaguar: sono in ritardo e Diana decide di prendere una scorciatoia che passa da un piccolo e fatiscente borgo. Proprio durante il passaggio, con una nebbia che si potrebbe tagliare a fette, Byron è convinto che l’orologio abbia iniziato a marciare indietro e, sconvolto, lo urla alla madre, non considerando che lei è molto presa dalla guida. Una bambina su una bicicletta rossa entra in strada e viene toccata dall’auto: Byron ha visto tutto, ma la madre non si è accorta di niente.

A parte il contrattempo, il giorno continua ad andare bene: il tempo scorre normalmente, la Jaguar non ha segni evidenti dell’incidente (forse Byron lo ha immaginato?) e tutto è come sempre. Ma qualche tempo dopo Diana trova sull’auto un piccolo segno che conferma la storia di Byron e certifica l’incidente.

Da questo momento si scatenano una serie di eventi, alcuni pilotati da Byron e James, che portano alla disgregazione del mondo del ragazzo. Ma se volete i dettagli dovrete leggere il romanzo.

Insieme e parallela alla storia di Byron troviamo la vita di Jim, quello che chiameremmo un disadattato ma che – scopriremo leggendo – è stato vittima di cure psichiatriche brutali e assolutamente inutili: hanno curato la sua malattia psichica con l’elettroshock e adesso, a 50 anni, vive in un camper, lavora come sguattero in un bar dentro un centro commerciale e, soprattutto, sopravvive grazie ai suoi riti che, a suo dire, sono l’unico antidoto al male che lui fa agli altri.

Jim non riesce a relazionarsi più di tanto con le persone: vive nella paura di provocare qualcosa di doloroso in chi incontra. Per questo si isola sempre di più. Per questo quando entra nel suo camper svolge tutta una serie di operazioni 21 volte arrivano a sigillare con il nastro adesivo il suo mezzo. Perché vuole tenere gli altri fuori dalla sua vita, lontani da lui. Perché è convinto che qualsiasi contatto provocherebbe, nell’altro, qualcosa di brutto. Ma non come accadrebbe ad un Paperino (perseguitato dalla sfiga) o ad un Paperoga (che combina un disastro dietro l’altro): qualcosa di tremendamente più brutto.

Leggendo la storia di Jim si scopre che c’è qualcosa nel suo passato che lui non è riuscito a perdonarsi. Qualcosa che lo ha sconvolto. Qualche ricordo è stato rimosso dalle cure, ma il senso di colpa è rimasto e continua a perseguitare Jim.

L’autrice ci presenta Jim e Byron un capitolo alla volta: prima Byron e poi Jim. Si intuisce quindi che le due storie sono legate. Ma Jim ha 50 anni oggi, nel 2012 (anno più, anno meno), mentre Byron vive la sua storia nel 1972. Jim è quindi un riflesso di quello che accade a Byron e alla sua famiglia, a James, alla loro casa, alla loro vita. Si capisce quasi subito che le due storie stanno convergendo verso un punto comune, ma quello che stupisce – almeno per quanto mi riguarda – è che l’autrice sia riuscita a tenere le cose in bilico quasi fino all’ultimo. Si sa che Jim ha a che fare con Byron e James, ma quale relazione veramente c’è con loro? indizio dopo indizio io mi sono fatto una prima idea, poi ho virato per un’altra idea, e alla fine la Joyce mi ha sorpreso: anche se la realtà è la più ovvia possibile – ed io l’avevo intuita – mi è giunta come una epifania.

Che dire? Nonostante sia un romanzo fuori dal mio solito target, e nonostante sia partito in modo molto soft, confesso che capitolo dopo capitolo mi ha preso: volevo sapere che fine facevano Byron e James, chi era Jim, cosa avevano scatenato i due secondi.

Ovviamente i due secondi sono solo un pretesto per costruire una storia che analizza le personalità dei protagonisti (in realtà solo di quattro: Byron, sua madre e James nel 72, e Jim ai giorni nostri). Ci si addentra nelle debolezze di Byron, nelle presunte certezze (frutto di maniacale programmazione e organizzazione) di James, nella solitudine di Diana, nelle paure di Jim.

Proprio la figura della madre (e in generale della famiglia) è quella che mi ha lasciato un po stranito: siamo nel ’72 ma tutto fa pensare ad una moglie americana degli anni ’60 (casa, famiglia, pulizie, negare le aspirazioni e la voglia di indipendenza). Ripenso ad alcune figure femminili: la signora Runcible in “L’uomo dai denti tutti uguali” di Phil K.Dick o le ragazze raccontate nel film Mona Lisa Smile.

Diana (ma anche le altre mamme che ogni tanto si incontrano) sono figure conservatrici, legate a tradizioni che in realtà in quegli anni stanno crollando. Diana stessa è vista con occhio critico dalle altre, come una mamma fuori dall’ordinario: nonostante fra tutte sia la meno tradizionalista, si veste ed agisce in modo “antico”. Devo dire che anche la Joyce ci mette del suo: prediligendo alcuni dettagli disorienta il lettore facendogli credere che questa mamma abusi di alcool per placare quella che sembra solitudine; ma è veramente così? Ecco: forse la storia di Diana era da approfondire, o almeno è una di quelle figure che più mi ha affascinato nel racconto e meritava, secondo me, qualche pagina in più.

C’è anche un’altra mamma: Beverley, l’antitesi (per alcuni versi) di Diana e – al tempo stesso – il complemento, colei che sembra dare un senso a Diana stessa. Il rapporto fra le due ha qualche cosa di esplosivo: sembrano esserci sempre contrasti ma ugualmente le due donne sembrano andare sempre d’accordo. Nell’estate del ’72 Beverley diventa una presenza costante in casa e nella famiglia di Byron. Una presenza non sempre gradita, ingombrante, di una persona che sembra voler sfruttare Diana. Fino a che un evento particolare non allontana nuovamente le due donne rinchiudendole ognuna nel proprio mondo.

La centralità del romanzo, in fin dei conti, rimane la mente di Jim, la sua voglia di uscire da quel guscio che si è costruito molto tempo prima, e la paura nel farlo. Il fluire nelle pagine del libro della storia di Byron, James e Diana è come un racconto liberatorio che, piano piano, alleggerisce Jim aiutandolo a cambiare fino a giungere al classico lieto fine. Mentre il lettore legge cosa è successo nel ’72 Jim riprende possesso della sua vita, rivive certi momenti e li ripone nello zaino: non li abbandona, ma li sposta da davanti agli occhi a dietro la schiena. Qualcosa che prima bloccava ora diventa esperienza: ancora è pesante, ancora rallenta, ma non ostruisce più la vista verso il futuro.

C’è un parallelismo fra Diana e Jim: entrambi, ad un certo punto, vorrebbero lasciarsi morire ma entrambi vengono salvati da un evento che li risveglia dalla loro apatia. E questo risveglio, in entrami i casi, dona nuova energia per affrontare le cose. Nel caso di Jim è emblematico che questo risveglio avvenga contestualmente allo sventramento del camper: due amici di Jim, preoccupati per lui, lo tirano fuori dal suo mezzo con modi un po’ bruschi. Simbolicamente è una demolizione di tutti i muri che Jim si era costruito con i suoi riti, ed infatti Jim decide di cambiare registro, di darsi una opportunità.

Per essere estremamente sintetici è una storia di riscatto e di amore, una storia in cui un uomo ritrova sé stesso grazie all’amore di una donna. Se vi piacciono queste storie non esitate a leggere questo romanzo. Io, però, consiglio di aspettare una edizione economica (io ho pagato la mia, scontata, 15,22 eur: il prezzo di copertina è 17,90 eur).

Personalmente ho gradito il romanzo ma… non è il mio stile preferito. Probabilmente mi son fatto prendere dal fascino che porta con sé l’idea dei due secondi intercalari (ah, dimenticavo, al capitolo 3 della parte terza si dice che i secondi intercalari sono stati aggiunti uno ad inizio anno e l’altro alla fine e non a giugno: in realtà uno dei due secondi è stato aggiunto proprio il 30 giugno – piccolo errore che non influisce, comunque, sul romanzo).

Per i miei gusti il ritmo è lento, lo stile non esaltante e un po’ prolisso. La storia non è male e mi è piaciuto il doppio racconto che, convergendo sul finale, scopre solo all’ultimo le relazioni fra i personaggi. Sicuramente i personaggi principali sono tratteggiati bene (per Diana, l’ho detto, avrei preferito qualcosa in più) ma quelli non principali sono lasciati troppo in disparte (penso a Lucy, la sorella di Byron, presente poco nel prologo e via via sempre più assente).

Col senno di poi avrei preferito comprare il libro quando fosse stato sui 10 euro. Però ormai è andata così e non mi è dispiaciuto.

Buona lettura!

 

Ernest e Celestine (Daniel Pennac)

Una fiaba leggera, allegra e coinvolgente…

C’è una piccola topolina, con uno zainetto bianco, in un bidone di rifiuti. Cosa ci farà? E c’è un orso grosso grosso che ha tanta tanta fame e che si sta avvicinando al bidone dei rifiuti. Non vorrà mica mangiarsi la topolina?

E’ così che inizia questa fiaba di Pennac, forse più indicata a noi adulti che ai bambini. Quasi sicuramente da leggere insieme. Perché Pennac riesce, coi suoi modi e le sue idee, a coinvolgere il lettore fino a farlo diventare uno dei personaggi del libro.

Il tutto nasce, in realtà, dai disegni di Gabrielle Vincent, illustratrice che narra le avventure di Ernest e Celestine, l’orso e la topolina. Sono libri per bambini e hanno emozionato Pennac tanto che ha voluto dedicare a lei questo romanzo in cui si narra l’incontro dei due personaggi e la storia della loro amicizia. Ah, su questo racconto di Pennac è nato anche un film.

E’ una storia d’amicizia molto difficile, perché nel mondo degli orsi i topolini sono considerati schifosi, brutti, e nessun bravo orso vorrebbe essere amico loro. D’altro canto anche i topolini odiano gli orsi, tanto che fin da piccoli viene loro insegnato astio e livore nei confronti dei plantigradi.

Ma i due sono personaggi speciali: Ernest è un orso che non vuol assolutamente seguire le orme del padre (e della famiglia), non vuole fare il giudice ma vorrebbe passare tutto il tempo a suonare e fare musica; e Celestine è una topolina che ama disegnare, sfrutta ogni singolo momento per disegnare, ma è costretta ad andare a recuperare i denti che cadono ai piccoli orsi, per portarli al Grande Dentista che ne fa nuovi denti per i roditori.

Entrambi scappano da un mondo che li vorrebbe quello che non sono, ed è questo che li aiuta ad essere da prima complici e poi amici. Complici, sì, perché qualche birbonata la combinano e sono ricercati, entrambi, dalle rispettive polizie. Ma riescono a rifugiarsi nella “casetta nascosta nel bosco”, la casetta di Ernest dove viene ospitata anche Celestine. Ed è qui, nel lungo inverno, che inizia la loro storia di amicizia: entrambi soli, iniziano a sostenersi a vicenda e Celestine disegna e Ernest fa da modello.

Ma una bella storia ha sempre una fine. A voi scoprire se c’è il lieto fine o meno. Però posso anticiparvi che le due polizie li trovano, e i due passeranno alcuni brutti momenti davanti ad un giudice. Quello che accadrà dipenderà solo dal coraggio dei due.

Come si evince abbastanza facilmente la storia parla di integrazione e di pregiudizi: i due mondi vivono nel reciproco sospetto e diffidenza, evitando ogni possibile intreccio. Sarà proprio l’incontro fra Ernest e Celestine a scardinare questa situazione, ma il come lo lascio raccontare al romanzo…

Augurandovi una buona lettura vi avviso che per qualche settimana non toccherò libri, perché sarò impegnato in un viaggio fino ad Agosto. Ci rivediamo a settembre!

Il paradiso dei diavoli (Franco Di Mare)

“I buoni che si corrompono diventano pessimi” (capitolo 11)

Che Napoli sia una città peculiare lo sappiamo, una città che ti sorprende nel bene e nel male. Franco Di Mare, giornalista di origini napoletane, ci racconta alcune di queste peculiarità in un romanzo in cui il lieto fine rimane solo una aspettativa.

Carmine Cacciapuoti, il protagonista, è uno dei buoni che – corrompendosi – diventa pessimo, almeno a suo giudizio. Ricercatore universitario, fregato dal suo professore (sto semplificando), si ritrova senza lavoro e senza futuro. Un amico gli offre un lavoro che lui accetta: consegnare pacchi. Che nel gergo malavitoso significa “uccidere una determinata persona”. Ecco che Carmine si trova ad essere assassino della camorra.

Ma Carmine è anche un uomo che ama, che si è dato dei principi. Ed un giorno, dopo che un suo omicidio era stato descritto da Marco, un giornalista del Mattino di Napoli, Carmine decide di contattare quel giornalista per dare, attraverso precisazioni su determinate citazioni, una sua versione dei fatti.

Marco entra subito in allarme: l’esperienza professionale gli dice che la persona che lo ha contattato (che non si identifica né parla direttamente dell’omicidio, ma si riferisce solo all’articolo) ha a che fare con quel caso e cerca, analizzando tutte le parole, di venirne a capo. La cosa che lo lascia più sconvolto è la citazione con cui Carmine chiude la telefonata: “Corruptio optimi pessima”, cioè “se i buoni si corrompono, cioè si guastano, allora diventano pessimi” (come spiega un amico al giornalista, nel capitolo 11).

Carmine praticamente confessa – attraverso questa e altre telefonate a Marco – la sua situazione, diviso fra il bene che sperava ed il male che si trova a fare. Conduce una doppia vita: nella parte “buona” ha una ragazza, Lena, di cui è innamorato, e a cui ha raccontato un sacco di menzogne per coprire la parte “cattiva”, cioè il lavoro per la camorra.

Il cuore del romanzo è proprio il dubbio, nascosto ma bruciante, come il fuoco sotto la cenere, che attanaglia Carmine. Partecipe di un assassinio da adolescente (anche se non diretto colpevole) la sua inazione lo condanna a scelte obbligate. L’amico che gli trova il lavoro, infatti, non è altri che l’assassino che lui ha scortato col suo scooter e che, uscito di prigione (senza aver mai tradito Carmine), si affilia ad una famiglia camorristica e diventa il boss del quartiere. E Carmine diventa uno dei suoi “facchini”, un esecutore di condanne a morte. Ma quando gli fanno uccidere un imprenditore che si era ribellato al racket, Carmine ha un ulteriore scossone e vacilla ancora di più. Perché se per lui uccidere camorristi “rivali” poteva essere (anche solo parzialmente) giustificabile, ammazzare un padre di famiglia e onesto lavoratore era un’altra cosa.

La storia finisce male, ve l’ho detto all’inizio. Sono profetiche le parole di Carmine in un dialogo telefonico con Marco: questa è una storia senza redenzione. La sua donna trova in casa una pistola, ed il castello di bugie architettato da Carmine crolla in tanti piccoli pezzi. Nel frattempo un capovolgimento degli equilibri delle famiglie camorristiche lo pone di fronte alla scelta se tradire l’amico di sempre o passare dalla parte avversaria. In un sussulto di orgoglio Carmine decide di rimanere fedele al suo “datore di lavoro”, anche se sa che in questo modo firma la sua condanna a morte.

Franco Di Mare ci racconta una Napoli fatta di eccessi ma anche di vita normale, di corrotti e corruttori ma anche di persone oneste (o almeno quasi oneste). Una città viva ma che non ti perdona se compi qualche sgarro. Fra le righe si legge l’amore del giornalista (autore, non personaggio del libro) per la sua città, e ce la racconta nei minimi dettagli, arrivando quasi a particolari intimi, molto fuori dai luoghi comuni. Una città che – se mi permettete – è come quegli eroi maledetti di alcuni film: belli e impossibili, destinati, nonostante il loro eroismo, ad una vita amara, che sembra richiedere un onere più alto del normale.

Un romanzo, quindi, con un fondo di amarezza che accompagna la lettura dalla prima all’ultima pagina. Una storia in cui è difficile, alla fine, non empatizzare (in parte, almeno) col protagonista e contemporaneamente col giornalista suo interlocutore. Un libro a metà strada fra un giallo ed un noir (anche se mi riesce difficile definire “noir” qualcosa che ha a che fare con una città solare come Napoli).

Buona lettura!

Il libraio che imbrogliò l’Inghilterra (Roald Dahl)

Due racconti – per adulti – da chi ha meravigliato i bambini con le sue storie.

Il vantaggio di lavorare in una ditta che si occupa di libri è che spesso ti passano sotto gli occhi i più svariati romanzi, saggi, testi, … in una parola: “libri”. Seminascosto nel mucchio delle rese (libri da restituire agli editori perché non acquistati) ho intravisto questo libricino di Dahl, l’autore de “La fabbrica di cioccolato” (sì, quella da cui è stato tratto, per ben due volte, un film). Sfogliato, trovato interessante, comprato, letto: in soli 2 giorni (anzi: nelle pause pranzo e caffè di questi 2 giorni).

Il libricino in questione contiene 2 racconti brevi (ognuno di circa 35 pagine) molto carini: “Il libraio che imbrogliò l’Inghilterra” (che dà il titolo anche al libro) e “Lo Scrittore automatico”. Entrambi i racconti sono a tema letterario.

Nel primo un bieco figuro che gestisce una libreria di libri rari spilla soldi a delle vedove fino a che… no, non posso dirvi oltre, sennò vi tolgo il gusto di leggerlo. Posso solo aggiungere che la segretaria è d’accordo con lui e che, insieme, gozzovigliano allegramente a spese delle vittime della truffa. Nel secondo un tecnico elettronico molto dotato (e con il pallino della scrittura) inventa un sistema di scrittura automatico che riesce a produrre racconti e romanzi talmente belli da soppiantare gradualmente gli scrittori in carne ed ossa. Tanto che lo stesso Dahl (che fa una comparsa negli ultimi paragrafi) si trova quasi costretto… ehm, no, non posso: vi rovino il finale.

Due racconti, se vogliamo, leggeri e veloci (sarebbero probabilmente stati amati da Calvino): ognuno di essi può esser letto tutto d’un fiato. Non racconti per ragazzi ma per grandi (no, non ci sono scene particolari – escluso un brevissimo accenno nel primo racconto): è il tema e come è trattato che è comprensibile più dai grandi che dai bambini. Molto diversi, se vogliamo fare un paragone, dalla Fabbrica di Cioccolato (anche se – pur non avendola letta – immagino la favola sia più una metafora per adulti che una semplice storiella, seppur con morale, per bambini).

I racconti sono legati fra loro, oltre che dall’ambientazione (letteraria), dall’avidità dei personaggi e dalle “truffe” che essi mettono in atto. La truffa, nel primo, è evidente e c’è poco da spiegare. Nel secondo invece è più subdola: i racconti inventati da un computer, infatti, potrebbero non essere, di per sé, una truffa, ma lo diventano quando vengono spacciati come scritti da persone in carne ed ossa.

In entrambi i racconti, però, l’avidità sembra nascere da un desiderio di rivalsa. Il libraio del primo racconto, arricchito con la truffa, viene ancora snobbato dai ricchi ereditieri, e a lui questa cosa non va giù, gli rode, vorrebbe esser trattato da pari. Ed anche il tecnico che inventa il computer-scrittore vuole rifarsi dei suoi insuccessi letterari, dato che considera le sue opere molto meglio della media degli “scribacchini” che pubblicano su varie riviste (e qui mi ricorda il Martin Eden di London). E la sua rivincita la avrà annullando tutti i concorrenti – o almeno provandoci.

Fa riflettere come Dahl “disegna” i personaggi. Entrambi i “truffatori” non sono belli. Se il primo (Mr Buggage) è, da quel che si capisce, discretamente brutto, il secondo (Knipe) sembra un disadattato. Non so se Dahl volesse far leva sulle caratteristiche fisiche per passare qualche messaggio, ma sembrano entrambi personaggi fuori dal mondo “normale”, quasi alieni. Forse alienati dai loro stessi comportamenti, o forse si sono ritrovati in questa condizione per colpa di altri che non li hanno accettati. Fatto sta che sono personaggi ai margini della società.

Tempo di tornare al lavoro: concludo ribadendo che i due racconti sono moto carini, molto brevi e si leggono in un soffio. Direte: “pagare 9 euro per due racconti da leggere in un’ora o poco più è un po’ troppo”. Se guardo solo al tempo potrei darvi ragione, ma secondo me questi racconti hanno una marcia in più e potrebbe valere la pena avere una copia del libro nella propria biblioteca per rileggere i racconti con calma.

Ah: quando dicevo “sono storie da grandi” intendevo dai 14 anni in su.

Buona lettura.