La sposa giovane (Alessandro Baricco)

(dal sito dell’editore)

Concordo con quanto scritto da altri, assai più ferrati di me nel mestiere del recensire: Baricco si legge sapendo cosa ci aspetta. E cioè uno sfoggio di sapienza dell’arte letteraria. Dovrebbe entrare nei programmi ministeriali della Pubblica Istruzione (o MIUR che adesso dir si voglia, ma rendeva meglio il concetto prima), come ottimo esercizio della nostra lingua ed esempio attuale di un italiano perfetto, colto, eufonico.

Affrontiamo prima la parte più semplice: la trama. In una villa di una ricca famiglia di industriali di una zona non meglio identificata del nord Italia, cronologicamente posta fra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, si presenta la Sposa Giovane, arrivata per contrarre matrimonio con il Figlio. Tutti i personaggi (tranne i figuranti), sono nominati così, la Madre, il Padre, la Figlia, lo Zio, addirittura la Famiglia (identificano meglio l’archetipo che rappresentano? oppure non battezzarli di nome proprio li lascia indefiniti fantasmi contribuendo a quell’aura magica di cui il romanzo si riveste?). Ma il Figlio è all’estero e deve tornare. Il resto è l’attesa della Sposa Giovane e della squinternata e folle Famiglia, di questo rientro annunciato e costantemente procrastinato, in un’atmosfera surreale, nutrita di rituali grotteschi, iniziazioni sessuali (il sesso abbonda soprattutto nella sua versione morbosa), segreti familiari inconfessabili e perciò svelati, bordelli in stile ottomano, animali favolosi, malattie chimeriche, terre lontane, oggetti strampalati, bellezze fiabesche, tanghi, montoni e barche a vela.

E adesso passiamo alla parte più difficile: la linguistica di questo romanzo. Perché la trama è il pretesto per l’applicazione concentrata e scientifica di un’erudizione linguistica veramente ammirevole. E’ proprio vero: a Baricco piace sentirsi parlare. Ma è innegabile che gli riesce benissimo. E’ come il pifferaio magico, incantatore di serpenti che con la sua lingua affascina, portandoci fino a perdersi in virtuosismi che sono fuochi d’artificio, bellissimi e complicati, ma che appaiono come qualcosa di leggero che è costato molto poco costruire e proprio per questo diventa ammirevole. Domina tutte le discipline della linguistica; morfologia, sintassi, semantica, fonetica e giù di questo passo con chiasmi, climax ascendenti e discendenti, eufemismi, reticenze, anafore e chi vuole può prendersi il Dizionario di retorica e stilistica per cercarne tante altre, che di sicuro ce le trova. Si azzarda addirittura a cambiare voce narrante: a volte è la Figlia, a volte la Sposa, a volte l’autore che poi ricompare in un’epoca storica in cui ci sono già i notebook e il reparto surgelati nei supermercati, in continui cambi da capogiro in cui al lettore sembra di dover essere sul punto di dire “non capisco”, quando ecco che viene ripreso per i ciuffi e riportato sul binario da cui era appena scivolato. Per poi continuare la narrazione in uno stile che è un ammiccamento al realismo magico di Gabriel García Márquez, ai racconti di Rodari, al Piccolo mondo antico di Fogazzaro (almeno questo ci ritrovo io, ma immagino che l’elenco delle strizzatine d’occhio sia più lungo e variato a seconda di chi legge).

Personalmente non ci vedo niente di riprovevole. Di Baricco si parla spesso male, criticandolo sempre per questo suo narcisismo letterario che appare evidente nella costruzione linguistica perfetta, nei ghirigori narrativi, nell’affabulazione compiaciuta che mette in una stessa frase termini aulici e prosaici (del tipo: “ma che vadano tutti a cagare”). E’ tutto vero, ma sapendolo in partenza ci si accinge alla lettura con la predisposizione di chi si distende su un divano dopo una giornata faticosa per godersi a occhi chiusi, con gli auricolari ben messi,  i virtuosismi di Paganini: niente altro che rilassare la mente ascoltando (nel nostro caso leggendo) qualcosa di musicalmente piacevole.

 

A. Baricco, La sposa giovane, Milano, Feltrinelli, 2015
ISBN 978-88-0703-131-1
17,00 €, in brossura

Chi ti credi di essere? (Alice Munro)

(dal sito dell’editore – edizione 2015)

Se dovessi dire quale libro letto ultimamente è quello che rimarrà più a lungo nella mia memoria, sceglierei senza esitazione questo.

Inutile dilungarsi sull’autrice, ottantaquattrenne scrittrice canadese, una vita come tante, tra matrimoni, figli, lavori di fortuna ma anche incarichi prestigiosi. Per chi non avesse sottomano Wikipedia e gli difettasse la memoria, la Nostra ha vinto il premio Nobel per la letteratura nel 2013, e con questo si è detto tutto (e niente).

Il romanzo in questione è tra i primi da lei scritti (nel 1978 per l’esattezza), ma racconta emozioni talmente universali nella tribù femminile del moderno Occidente, da poter essere stato scritto ieri … o domani. Si tratta, in buona sostanza, di dieci capitoli, dieci piccoli racconti perfettamente in grado di vivere di vita propria, ma legati fra di loro in una sorta di biografia emozionale della protagonista Rose, dapprima bambina in una contea canadese depressa di prima della Seconda Guerra Mondiale, poi adulta in un Canada più evoluto di fine anni ’70. Anche lei, come la sua creatrice, una vita come tante, nessun colpo di scena, una quotidianità con le sue battaglie, le tante piccole sconfitte, le poche sudate vittorie. E poi una matrigna, un marito, una figlia, degli amanti, alcuni amici. Come trama, si penserebbe, poteva fare di meglio e invece ecco che il mondo di Rose viene descritto con una semplicità solo apparente che porta, pagina dopo pagina, con gli occhi incollati al testo, a scoprire le sue emozioni, sentimenti, bisogni, paure, meschinità e glorie in una ricchezza e tripudio di dettagli nascosti nelle pieghe, non di Rose, ma di tutti noi. Soprattutto di tutte noi.

E’ una scrittura di donna, è vero, che magnifica, sublima e semplifica quel pensiero intimo femminile, così nostro da doverne rendere partecipi anche gli uomini che ci vogliono ascoltare, nel tentativo, spesso non riuscito, di arrivare a comprenderci vicendevolmente. E alla fine di ogni singola pagina ci si ritrova ad ammettere di aver vissuto esperienze simili, di aver pianto per emozioni analoghe, di aver sofferto di angosce uguali. La Munro poi è magnifica nella sottigliezza dell’indagine psicologica nel terzultimo capitolo, in cui una Rose ormai matura è preda delle ansie di una relazione sentimentale ancora in fasce ma già portatrice di insicurezza, inquietudine e solitudine. Una descrizione dell’amore, il sentimento principe, come radice infetta che alberga nell’anima umana e che ha come unica cura una salutare fuga “dalla [sua] cerimonia violenta […], dallo stato di frastornata alterazione che comporta”, perché “in un modo o nell’altro l’amore ti derubava sempre di qualcosa: una sorgente di equilibrio interiore, un piccolo nocciolo duro di onestà”. Atroce ma verissimo. Sopravvivere all’infezione da amore non è cosa da mammolette. E infatti Rose si sentirà “ogni giorno di più di avere una pellaccia bella dura”. Conclusioni? Nessuna: da troppi punti di vista può essere guardata la vita. Nessuna morale, nessun insegnamento. Solo il piacere di aver visto riportati su pagina, in una scrittura semplice ma complessa, i barocchismi dei propri banali sentimenti. E non è cosa da poco. Perché in fondo: chi ti credi di essere?

Assolutamente da leggere!

A. Munro, Chi ti credi di essere?, Torino, Einaudi, 2012
ISBN 978-88-0622-456-1 in brossura € 12,00

Il tesoro di Leonardo (Massimo Polidoro)

Non c’è niente di più avvincente, a mio avviso, di una caccia al tesoro, anche in un libro. Ma solo se è ben fatto. Massimo Polidoro lo conosco come indagatore dell’insolito: ho letto più di un suo libro che spiega come certi misteri non sono poi tanto misteriosi. Questo impegno lo ha profuso anche in libri per ragazzi, con una serie chiamata “la squadra dell’impossibile” (ecco il link alla pagina di Polidoro sulla squadra, ed ecco i link alle mie recensioni: Il complotto di FrankensteinLa notte di Dracula e La statua dagli occhi di smeraldo).

Questa volta ha deciso di mettersi in gioco con un personaggio come Leonardo da Vinci (di cui è appassionato studioso). Del genio toscano se ne dicono di tutti i colori: qualcuno lo vorrebbe inventore di cose assai particolari (in un altro romanzo, di Fabriani, è il genio di Vinci ad aver addirittura gettato le basi per i viaggi nel tempo), mentre i più riconoscono nella sua figura una vivacissima curiosità e grandi capacità per trarre frutto da essa.

Ma veniamo al romanzo (senza svelare troppo, eh!). I protagonisti sono due adolescenti (Leo e Cecilia) accomunati dal genio toscano: Leo (abbreviativo per Leonardo) è figlio (lo si scoprirà nel corso della storia) di un noto studioso inglese di Leonardo, e “incolpa” proprio il genio per la scomparsa del padre. Cecilia abita in una cascina appena fuori Milano dove, si dice, Leonardo abbia soggiornato a suo tempo, prima di entrare a servizio degli Sforza. I genitori di Cecilia hanno trasformato la cascina in un agriturismo ed hanno fatto della permanenza di Leonardo un punto chiave per attrarre turisti.

Leo e Cecilia si incrociano nel castello sforzesco, dove il ragazzo gironzola per sfuggire alle “coccole” di nonni un po’ “pressanti”, mentre Cecilia da giorni si siede di fronte ad una targa e la studia e la ristudia. Ha scoperto, infatti – o meglio, ha riscoperto – che la targa nasconde un messaggio in codice che può portare al tesoro di Leonardo, sepolto chissà dove in Milano quando i francesi invasero la città e deposero gli Sforza.

Leo, incuriosito da Cecilia, prova a farle qualche battuta sagace, ma resta colpito dalla sua prontezza di risposta e dalla sua vivacità. Nonostante la sua avversione per Leonardo, il ragazzo decide di aiutare Cecilia in quell’avventura. Da buon “smanettone” informatico si accorge che la chiave di lettura del messaggio non è quella che Cecilia sta usando da più giorni, ma una completamente nuova. In quattro e quattr’otto i ragazzi si ritrovano a rubare la targa e ad iniziare così una avvincente caccia al tesoro. Si sa come va a finire: i ragazzi trovano il tesoro, ma cosa sarà mai? Oro? Beni preziosi? Fantastiche opere d’arte? Nuove invenzioni di Leonardo mai conosciute? Una macchina del tempo (per riprendere, appunto, il romanzo che dicevo sopra)?

Intorno ai ragazzi, però, si muovono misteriose figure: un affarista esaltato di Leonardo, con i suoi scagnozzi, che vuol trovare il tesoro a tutti i costi. Ma nell’ombra si nasconde un altro personaggio, che coi suoi travestimenti sta sempre vicino ai ragazzi, ma senza influenzarli troppo: sarà membro di qualche associazione segreta che compete con l’affarista? O un guardiano che – come si vede nei film di Indiana Jones – vigila perché certe scoperte non vengano alla luce? Oppure ci saranno altre spiegazioni?

Massimo ci porta, con questo romanzo, a scorrazzare per Milano, in luoghi VERI dove Leonardo ha operato, dove si possono ancora vedere le sue opere (la più famosa, credo, il cenacolo). Sottolineo il “veri”: ho chiesto a Polidoro se mi confermava che quanto descrive nel romanzo è vero e lui, sempre gentilissimo, mi ha risposto:

Tutto ciò di cui parlo (la pietra con quella scritta nelle Salette Negre del Castello, la Sala delle Asse, il Musico all’Ambrosiana e le note che sono scritte sul suo spartito, le chiuse dell’Incoronata e di Viarenna, il Cenacolo, la casa degli Atellani, ecc… sono tutte cose vere, sono così come le ho descritte e si possono vedere ancora oggi facendo un bel tour per Milano. I riferimenti al cavallo di Leonardo, ai progetti per costruirlo e i piani per la testa, sono tutti autentici. Solo il foglio con la misteriosa iscrizione che compare usando gli occhiali colorati è un’invenzione. 

E, ovviamente, anche tesoro e personaggi sono inventanti 🙂

Diciamolo subito: si tratta di un romanzo per ragazzi (ed infatti ne ho appena ordinata un’altra copia per un regalo di Natale), per un adulto risulta una lettura leggera, ma ciò non toglie l’emozione e il senso di azione: il lettore si trova subito in empatia coi ragazzi. Il lettore adulto, o meglio, quello un po’ scafato, che legge molto, anticiperà al massimo alcune “sorprese” che Massimo aveva posto, da bravo scrittore, ai punti giusti. Insomma, per un buon lettore alcune sorprese vengono un po’ svelate, ma ciò non guasta la lettura. Per un adolescente la partenza è forse un po’ lenta, ma nel giro di 2-3 capitoli ci si ritrova completamente coinvolti. Nota molto positiva: nel finale, nell’ultimo capitolo, ho avuto i brividi. Se davvero fosse vero quello che si è inventato Polidoro, sarebbe la scoperta più sensazionale di sempre…

Se devo trovare dei punti deboli sono in difficoltà. Diciamo che uno è legato agli scagnozzi del cattivo, un po’ troppo corrispondenti a “macchiette”. Ma con tali caratteristiche riescono ad aggiungere un ulteriore pizzico di umorismo. E, anche se non è un punto debole, devo dire che la storia perde un attimo di filo nell’interpretazione di un indizio. Mettiamola così: l’autore ha preso fatti veri e opere d’arte e vi ha costruito intorno una storia. E’ come se avesse trovato dei paletti conficcati nel terreno ed abbia costruito una strada seguendoli in modo esatto e preciso (rispetto ad altri romanzi dove i “paletti” vengono spostati per avvicinarli alla “strada”). La storia fila, funziona bene, nessun “paletto” viene travisato, ma in un caso (il giovane musico) viene un po’ forzata l’interpretazione dell’indizio. Ci sta, nel senso che l’interpretazione combacia, ma con lo stesso indizio si potrebbero avere altre 10 interpretazioni diverse. Devo però fare i complimenti a Massimo perché ha scelto la via più difficile di costruire una storia (mantenendo un certo realismo) ed è riuscito a creare un bel romanzo.

Vi consiglio di regalare questo romanzo a qualche nipote o amico adolescente: perché nel presentare una storia di fantasia ci introduce a personaggi e storie vere. Insomma, se ve la devo dire: mi ha fatto tornare la voglia di fare un salto a Vinci (visto che ci abito anche vicino) per ri-scoprire il museo Leonardiano lì presente (e recentemente rinnovato). E penso che, quando capiterò di nuovo a Milano, la vedrò in modo un po’ diverso (magari andrà a cercare qualche dettaglio “Leonardesco”).

Buona lettura.

Il grande Gatsby (F. Sott Fitzgerald)

Costruire un impero per riconquistare una donna…

Incuriosito da sempre da questo classico della letteratura, e stuzzicato dall’ultimo film su questo soggetto (interpretato da Leonardo Di Caprio), e soprattutto grazie all’edizione super economica (0,99 euro) ho finalmente deciso di leggermi questa opera.

Ve lo dico subito: non è che ne sia rimasto molto soddisfatto. Da una parte sono stato colpito positivamente dalla scrittura (non per niente Fitzgerald è Fitzgerald) e dalla descrizione di un mondo in cambiamento (gli Stati Uniti del dopo guerra), ma – dall’altra parte – la storia ed i personaggi non mi hanno entusiasmato molto. Ora, può darsi avessi avuto aspettative sbagliate (a forza di sentir parlare del “grande Gatsby” magari mi immaginavo un personaggio leggendario), ma alla fine del libro non ero entusiasta come mi è capitato in altre occasioni.

La storia è semplice: siamo negli Stati Uniti del primo dopo guerra (prima guerra mondiale). Il protagonista (Nick Carraway) decide di lasciare la sua città ed andare a lavorare a New York, in borsa. Trova una casa a West Egg e lì si stabilisce. In città vive anche una sua cugina (Daisy) con suo marito, mentre il suo vicino di casa è Jay Gatsby.

Nick conosce e frequenta Gatsby tanto da capire la sua grandezza, anche se deve fare alcuni passaggi per comprenderla appieno: inizialmente lo ritiene grande per la sontuosità delle sue feste, ma poi scopre che è una persona che si è costruita un impero dal nulla, e con un animo fondamentalmente gentile. Ma scopre anche che le sue feste sono solo una maschera con cui Gatsby vuol riconquistare la donna che ha amato prima di partire per la guerra, donna che ora è sposata e che vive anche lei a New York. E quella donna è Daisy, la cugina di Nick.

La storia va avanti: grazie a Nick i due si incontrano e rivivono – almeno parzialmente – il grande amore che li aveva legati in passato. Ma le cose non sembrano andare come Gatsby sperava. E se volete sapere come vanno dovete leggervi il libro (sono appena 125 pagine) oppure vedervi uno dei tanti film su questo soggetto.

L’apparenza, l’inconsistenza delle feste; la finta amicizia che tanti dimostrano a Gatsby; il modo in cui lui ha conquistato la sua ricchezza: sono tante metafore della NewYork di quegli anni, aspetti che Fitzgerald ha saputo cogliere e mostrare nella sua opera. Da quel poco che ho letto nella biografia dell’autore forse è proprio questo che rende il racconto una grande opera. La storia – se la prendiamo dall’ottica Gatsby-Daisy – è forse un po’ scontata e Gatsby non ci fa una figura molto “grande”. E’ un gentiluomo, certo, raffinato e molto innamorato ma anche molto impaurito di non venir più contraccambiato da colei che ama. Invece di un approccio diretto gira intorno al problema organizzando feste dove spera che prima o poi lei passi.

Ma il vero protagonista del racconto, in fondo, è Nick, che si ritrova in mezzo alla vicenda e che la osserva e ce la racconta come lui l’ha vissuta. Forse Nick è l’unico a cui Gatsby – anche se con un certo tornaconto – si è aperto veramente. Ed è anche l’unico che gli rimane vicino fino in fondo alla storia.

Nick che osserva questo mondo in cui si sente stretto, non a suo agio. Nick che scova la linea di confine fra il mondo dei ricchi e festaioli e quello della povera gente, quel confine rappresentato dai mucchi di cenere che si trova ad attraversare in treno ogni giorno per andare a lavoro. Ciò che mi sembra trasparire dal racconto di Nick è che l’apprezzamento per Gatsby non sia tanto per la ricchezza di quest’ultimo, ma per l’aver messo in scena tutto ciò per amore di una donna che aveva perduto e che vuol riconquistare. Nick ritiene Gatsby, avendo anche ragione, una persona dall’animo gentile, un uomo quasi di altri tempi, in netto contrasto con gli affari che lo hanno portato ad una tale ricchezza. Un nuovo ricco ma dai modi antichi, in contrapposizione con Tom, il marito di Daisy, ricco da sempre ma con modi burberi ed arroganti.

Ecco che allora la “grandezza” di Gatsby assume un significato diverso, che apprezzo più del precedente significato (per i mille partecipanti alle feste, Gatsby era grande solo perché dava quelle feste). Ma per me sarebbe stato ancora più grande se avesse tentato di riallacciare i rapporti con Daisy direttamente, invece che attenderla alla soglia di una sua festa, soglia che lei difficilmente avrebbe varcato se non fosse stato per Nick.

Chiudo con una nota sull’edizione. Come accennavo il libro è costato solo 0,99 euro, una edizione super economica Newton Compton a traduzione di Bruno Armando. Il problema di sempre, con i grandi classici della letteratura, è proprio la traduzione: anche il più bravo traduttore deve adattare il romanzo alla lingua di destinazione. Non so se questo traduttore è bravo (a me è sembrato di sì), ma ho avuto la sensazione di aver perso qualcosa rispetto alla versione originale. In parole povere questo è un classico che mi piacerebbe leggere (se ne avessi le capacità) in lingua originale, perché mi sembra che si regga più sulla capacità narrativa dell’autore che sulla storia.

Poi, come tutte le edizioni economiche, non posso dire che la qualità mi abbia colpito: carta ed inchiostro nella media; numero di refusi sopra la media ma che, per fortuna, non bloccano la lettura; introduzione decisamente sotto la media (completamente assente). Io non sempre leggo le introduzioni, ma in caso di grandi classici come questo una chiave di lettura l’avrei apprezzata. Sono uno a cui piace risparmiare (soprattutto perché il risparmio mi permette di acquistare più libri), ma questa volta avrei preferito spendere qualcosa in più – fino a 3 euro, per esempio – per avere un maggior controllo sui refusi ed una paginetta o due di introduzione.

Buona lettura.

 

I fiori blu (Raymond Queneau)

“Secondo un celebre apologo cinese, Chuang-tzé sogna di essere una farfalla; ma chi dice che non sia la farfalla a sognare d’essere Chuang.tzé?” (dalla “nota del traduttore”)

So già che questo post sarà molto ma molto sotto tono rispetto a quanto meriterebbe questo libro. Ma so anche che ci sono già stati fior fior di commentatori (e ce ne sono tutt’ora, e ce ne saranno in futuro) che hanno speso litri di inchiostro nel commentare quest’opera.

Partiamo con un riassunto molto breve: L’opera si apre col Duca d’Auge che, nel 1264, dall’alto della torre del suo castello, considera un momentino la situazione storica: un Unno o due accampati poco sotto, che cucinavano bistecche alla tartara, qualche Romano disegnava greche, i Franchi suonavano lire. Tutto questo insieme di giochi di parole (li ho ripresi dal libro) indicano una situazione storica molto confusa, che lascia il Duca un po’ scosso. Ma quando gli viene proposto di andare a fare un giro a Parigi si rimette di buon umore, sale a cavallo del suo buon Demostene (fra le altre cose, un cavallo parlante). Ama mangiare abbondantemente e bene, e, nei momenti di riposo, sogna: auto, motorini, una città completamente diversa, una chiatta ed un uomo che ci vive sopra.

Cidrolin è un non occupato (sembra essere un pensionato) che vive su una chiatta alle porte di Parigi, con l’ultima di tre figlie. Le sue principali occupazioni sono: ridipingere la staccionata su cui qualcuno scrive ogni giorno frasi ingiuriose, cercare di mangiar bene, curiosare al camping vicino e, nei momenti di riposo, sognare le avventure medievali di un duca che cavalca il suo cavallo parlante.

Ecco il nodo: due persone che sognano una l’altra. Ma mentre Cidrolin è “stanziale” (vive nel suo tempo e, praticamente, sempre entro un certo numero di metri dalla sua chiatta) il Duca è un vagabondo del tempo e dello spazio: lo vediamo nel medioevo all’inizio, mentre sul finale lo troviamo alla periferia della presa della Bastiglia, ma in nessun caso si fa trascinare dagli eventi, li sfiora senza lasciarsi coinvolgere, si sposta di luogo in luogo, di evento in evento.

Non sto a raccontarvi la storia, perché merita una lettura adagia, magari poco prima di addormentarsi, così da confondere i sogni dei due protagonisti ai propri.

Se però si dovesse parlare dell’opera, ho paura che dovrei star qui a scrivere per due tre giorni, esponendo in modo assai confusionale le impressioni avute. Per risparmiarvi questa sofferenza (ed anche per un minimo di decenza personale) vedrò di accennare solo qualche punto, in modo molto leggero.

Partiamo dalla fine, cioè dalla “nota del traduttore”, un “tizio qualsiasi” che porta il nome di Italo Calvino. Scherzo, certo: so che sapete che Italo non è un tizio qualsiasi, ma uno dei grandi autori italiani. Ebbene: cimentarsi con una traduzione di Queneau non è facilissimo (come ammette Calvino con un “E’ intraducibile” pronunciato appena iniziato a leggere), ma il nostro Italo ci è riuscito benissimo. Nella nota ci racconta come ha dovuto lottare con tutti i giochi di parole inseriti da Raymond, con i motti di spirito, con i cambi di ritmo e di stile. Non solo: avendo avuto la possibilità di parlare con l’autore, Italo ci svela (seppur parzialmente) i temi che Queneau ha voluto affrontare.

Parliamo un po’ di Cidrolin e del duca d’Auge. Sornione, pigro, stanziale il primo; attivo, curioso, viaggiatore il secondo, possiamo identificarli l’uno come l’alter ego dell’altro, o meglio: le due facce della stessa medaglia. Quale sia questa medaglia, però, è un po’ difficile da capire: non perché i personaggi non siano tratteggiati bene, ma perché non sembrano avere uno scopo ben preciso. Quando viene catturato il graffitaro che imbratta la staccionata di Cidrolin (e aspettatevi una sorpresa), la vita di costui perde di significato: non ha più niente da fare. Il Duca, invece, fa mille cose ma nessuna sembra essere quella che da uno scopo alla sua vita, tanto che alla fine usa la chiatta di Cidrolin per tornare verso casa, che non è un finale ma ha tutta l’aria di un nuovo inizio.

La storia ha poi un ruolo fondamentale: il caos che il duca vede dal suo torrione all’inizio del racconto è un insieme di frammenti del passato che, buoni buoni, stanno sparpagliati intorno a lui. Il duca vive la storia, la modifica, anche se non ci si cala mai troppo. E contemporaneamente Cidrolin la vive grazie al duca. Perché Cidrolin ha inventato un sistema per riprendere un sogno esattamente da dove si interrompe, e così può seguire quello che lui crede essere solo un frutto della sua fantasia onirica. Finché i due non si incontrano. Ma per nessun dei due è una sorpresa: se da un lato non sembravano aspettarsi, dall’altro neppure sembrano troppo sorpresi quando si incontrano, quando si capisce che l’uno è il sogno dell’altro. E a questo punto ci si chiede: ma se fosse semplicemente Queneau (e noi con lui) a sognare?

Se devo esser sincero nei primi capitoli mi sono trovato spiazzato: all’inizio sembra quasi essere il duca a sognare Cidrolin, ma presto si capisce che è il contrario (e lì ti chiedi “ok, chi devo prendere per “buono”?). Dopo un po’ ti accorgi che è tutto decisamente onirico. Le avventure del duca sono particolari, rimandano a eventi storici ben definiti, ma con un sapore di sogno; e anche la vita di Cidrolin (in particolare i discorsi scambiati con un passante qualsiasi) ha una definizione nebbiosa, quasi sognante.

Scosso all’inizio, incuriosito a metà, bramoso di arrivare al finale. Confesso che è uno dei pochi libri che è riuscito a sorprendermi: leggerezza e semplicità, motti di spirito, personaggi nebulosi (cosa c’è nel passato di Cidrolin?) ed una storia che, seppur ben definita, ha confini non delineati.

Una delle cose che mi dispiace è il non poterlo leggere in lingua originale, con una buona cultura francese alle spalle. Lo dice anche Calvino: ci sono nel libro un bel po’ di riferimenti a poesie, alla cultura del periodo in cui è stato scritto, alle mode, ai temi maggiormente trattati dalla popolazione. Italo ha cercato di riportare il più possibile alla cultura italiana (a mio parere ci è riuscito) ma, ovviamente, non tutto può esser trasportato con gli stessi effetti sul lettore.

L’unica cosa che posso aggiungere, ora che da me sono le 23 passate, è “buona lettura”. Io vado a nanna: ho una mia duchessa da sognare (preferisco altri temi alla storia e al duca). Buona lettura, dicevo, buona notte, e fate bei sogni (sì, avete ragione, citare Gramellini dopo aver parlato di Queneau non è il massimo, ma “suonava” bene e ce l’ho infilato).