La concessione del telefono (Andrea Camilleri)

(dal sito Sellerio)

Vai a seguire in biblioteca una chiacchierata su vari libri (fra cui alcuni di Camilleri) e ti leggono un piccolo estratto di questo. Piccolo ma molto curioso, tanto che ti vien voglia di prendere il libro e leggertelo tutto…

Si tratta di un romanzo di Camilleri ambientato nei soliti luoghi di Montalbano (Vigata e Montelusa, con una capatina a Palermo) ma in un periodo molto precedente, cioè a fine ottocento. Racconta Camilleri stesso (potete leggerlo anche nel sito dell’editore) di aver trovato un vero atto amministrativo per una concessione a fini privati di una linea telefonica. Un romanzo in parte storico (oltre al vero atto amministrativo, Camilleri include nella storia personaggi veri, realmente esistiti) e in parte inventato di sana pianta (storie, dialoghi, piccoli fatti), ma sicuramente di una godibilità estrema.

La prima cosa curiosa che mi ha colpito del romanzo è la sua struttura. Non è il classico racconto in cui i fatti vengono raccontati da un narratore e arricchiti, quando serve, dai dialoghi. Vengono, piuttosto, messe in fila cose scritte e cose dette: documenti, lettere, atti, articoli di giornale, intervallati da alcuni dialoghi fra i protagonisti. In questo alternarsi di “cose scritte” e “cose dette” sta tutta la vicenda.

La storia è semplice: Filippo Genuardi, piccolo commerciante, vorrebbe far costruire una linea telefonica per mettere in comunicazione il suo magazzino con la casa del suocero. Inizia quindi a scrivere al Prefetto del luogo, il quale prende a male un errore di scrittura. il tizio è un po’ strano e crede che il Genuardi lo stia prendendo per i fondelli. Si scatenano allora una serie di eventi: da una parte Filippo contatta un mafioso per sbloccare la situazione, dall’altra il prefetto chiede che il Genuardi sia tenuto sotto sorveglianza (la faccio breve, chi ha letto il libro mi perdoni se salto qualche passaggio). Fra un favore da rendere al mafioso e un controllo della Forza Pubblica, il protagonista si trova in una bruttissima situazione da cui ne esce a rotta di cuffia riuscendo alla fine ad ottenere la concessione. Ma… il colpo di scena finale non lo rivelo :-O (chi è curioso può trovare maggiori dettagli sulla trama in questa pagina di Wikipedia)

Equivoci, favori da chiedere a “uomini d’onore”, scappatine amorose e tradimenti, “poliziotti” che cercano di incastrare il personaggio principale: sembra quasi che tutta la storia si accanisca contro il povero protagonista, tanto che in alcuni momenti il lettore sembra tifare per lui, quasi come fosse un simpatico “Paperino” contro cui si accanisce la sfortuna. Ma anche il protagonista ci mette dei carichi da dieci sulla vicenda: se si trova in quella brutta situazione un po’ è anche colpa della sua impazienza e del suo voler fare le cose sempre a modo suo.

Un affresco, mi ripeto: davvero godibilissimo, di una Sicilia antica da cui nascono gli stereotipi odierni. L’uomo d’onore che fa il bello e cattivo tempo, le persone da ungere per far andare avanti una pratica, una Sicilia dove onestà e regole devono a volte lasciare il passo alla furbizia per permetterti di andare avanti. Problemi non solo della Sicilia ma di tutte le latitudini: solo che Camilleri sembra descrivere quello che è il male odierno del luogo che conosce usando una storia vecchia. E forse è anche per questo che il classico “e vissero felici e contenti” in questo romanzo non c’è: il protagonista fa una brutta fine, i buoni vengono puniti e i cattivi continuano a comandare… Ma c’è anche un barlume di speranza: i “cattivi” che continuano a comandare vengon tutti da fuori Sicilia, mentre quei “buoni” che cercano di mettere le cose a posto sono originari del luogo: forse Camilleri vuol anche dire che le persone coraggiose ci sono e a volte siamo noi dall’esterno che rompiamo loro le uova nel paniere.

Un libro decisamente da portare sotto l’ombrellone, da leggere d’un fiato. E non pensate che i documenti amministrativi riportati in “cose scritte” siano noiosi: c’è uno spaccato di ampollosità e ipocrisia (soprattutto quando vengono messi a confronto con le “cose dette”) che rasenta l’assurdo. Sorrisi e leggerezza assicurati, un po’ di amaro in bocca nel finale, ma nel complesso un libro fresco e direi pure originale. Anche il prezzo è buono: il sito Sellerio indica 10 Eur, Amazon addirittura 8,50. Rispetto ai circa 15 Eur a cui si trovano i libri nuovi di Camilleri (e di altri autori) della scuderia Sellerio, direi che il prezzo è veramente invitante.

Buona lettura 🙂

Il rosso e il nero (Stendhal)

Eh sì, i classici attirano sempre. Solo che a volte si rischia di rimanerci un po’ fregati. Da tempo mi girava in testa un titolo di Stendhal: “la Certosa di Parma”, e trovarlo (insieme a “Il rosso e il nero”) in un volume a soli 9,90 Eur si è trasformato in una attrazione fatale. L’edizione è quella de “I Mammut” di Newton Compton Editori, e si avvale probabilmente di traduzioni un po’ vecchie e di materiale a cui è scaduto il copyright (almeno è quello che immagino).

Ecco, appunto, veniamo subito al dunque. Di per sé questa versione (traduzione) de Il rosso e il nero, non è un cattivo prodotto. Ma andava bene per mio nonno. Incrociando i dati sulla copertina e quelli di Wikipedia (vedi pagina Wikipedia dedicata al libro, sezione “principali traduzioni“) si tratta (sembra) di una traduzione del 1913, e i termini usati, i modi di raccontare e tanti piccoli dettagli confermano questa ipotesi.

Che, per carità, può anche essere una scelta editoriale: la volontà di dare quello stile che ricalca il periodo raccontato (in fondo si parla del 1830). Parlo per gusto personale: mi è sembrato un romanzo antico e, per certi versi, questa “antichità” gli ha dato una certa pesantezza. Ne ho letti altri di romanzi “antichi” e pesanti (Le affinità elettive, La montagna incantata, tanto per citarne alcuni) ma non ho mai avuto la sensazione provata con questa opera.

Non sto a raccontarvi la storia: potete ritrovarla su Wikipedia. Vi faccio solo un accenno: Julien Sorel, figlio di taglialegna, ha una certa attitudine per lo studio. Preso in giro dai familiari per la sua mania per i libri riceve la protezione e l’istruzione di un prelato locale e viene aiutato ad iniziare una carriera ecclesiastica (mentre lui sognerebbe la carriera militare a fianco di Napoleone, ormai esiliato). Messosi al servizio di un signore della cittadina, inizia una relazione amorosa con la moglie di quest’ultimo. Fugge e va a Parigi dove incontra i favori di un altro prelato che lo introduce nella casa di un nobile a cui Julien seduce la figlia. Tutto finisce in tragedia quando la prima amata, costretta da pessimi consiglieri, scrive una lettera per il nobile parigino accusando Julien delle peggio cose.

La storia (ripresa e romanzata a partire da un fatto realmente accaduto) è ben raccontata, il personaggio di Sorel è definito fin nei minimi dettagli, le relazioni con gli altri personaggi quasi si sentono vivere sulla propria pelle di lettore, e si respira anche un’aria ottocentesca. Ma (forse anche a causa di una minor disposizione d’animo da parte mia) il testo in uno stile arcaico e per certi tratti ampolloso mi ha frenato nella lettura, facendomi trascinare il romanzo per varie settimane (ma va anche detto che sono un bel numero di pagine).

Sinceramente ho deciso di attendere prima di affrontare “La certosa di Parma”: voglio prima rilassarmi un po’ con letture più leggere. Per ora lascio il volume sul comodino, in attesa di tempi migliori. Ah, per la cronaca, ho iniziato Il rosso e il nero a metà ottobre e l’ho finito a metà dicembre: anche il fatto di aver atteso così tanto prima di scrivere qualcosa è significativo della pesantezza che mi ha lasciato.

Buona lettura

Il sentiero dei nidi di ragno (Italo Calvino)

Storia di un ragazzo e degli adulti che lo circondano, durante la seconda guerra mondiale…

Che Calvino mi abbia appassionato lo avrà sicuramente capito chi segue questo blog. Mi sono finalmente potuto dedicare al suo primo romanzo (non la prima cosa da lui scritta, in generale, ma il primo vero romanzo) con una certa emozione e chiedendomi quale Calvino potevo scovarci. Forse l’eclettico e surreale autore delle Cosmicomiche? Oppure il cavalleresco scrittore dei romanzi sul barone, sul visconte e sul cavaliere? Lo spiritoso Calvino delle vicende di Marcovaldo o il cupo Italo che ci racconta la giornata di uno scrutatore?

Diversamente da molti autori (fra quelli che ho letto); Calvino spazia (e spiazza) per la capacità di variare stile e modo di scrivere. Tutto sempre incanalato nelle sei regole delle lezioni americane, ma tutto sempre in movimento, in cambiamento.

Essendo il primo romanzo, in questo “I sentieri dei nidi di ragno” forse si scopre un Calvino più reale; forse è proprio questo l’autore-base da cui poi nascono tutte le sfaccettature.

Ma iniziamo con un po’ di trama: Calvino racconta una storia realistica ambientata durante la seconda guerra mondiale. Un ragazzetto (forse 10-12 anni) che è stato costretto a confrontarsi col mondo dei grandi troppo presto e in modo brusco ci porta in Liguria, fra la campagna e la città, fra i monti ed il mare, a conoscere una serie di personaggi-macchietta che vivono le assurdità della guerra.

Pin (così si chiama il ragazzo) è per certi versi ancora un bambino. Vorrebbe giocare, vorrebbe che i grandi lo considerassero ma non capisce il loro mondo. Si è fatta una certa fama: prende in giro tutti, con malizia e cattiveria; ha un linguaggio sboccato e si diverte a cantare canzoni oscene (o meglio, si diverte quando i grandi lo incitano  cantare quelle canzoni). Vive fra il carrugio dove abita, la bottega del calzolaio dove dovrebbe lavorare e l’osteria dove un gruppo di grandi si ritrova per bere.

C’è la guerra tutto intorno: Pin è orfano e vive con una sorella più grande che fa la prostituta. Pin non capisce l’attrazione maschile verso le donne, non capisce molti comportamenti, ma sa che deve fare certe cose per attirare l’attenzione dei grandi. Ecco perché i dispetti, le canzonature, il linguaggio a tratti volgare. Si atteggia a grande per entrare nel mondo dei grandi e, la tempo stesso, per prendersene gioco.

Un giorno i grandi gli dicono che potrebbe rubare la pistola ad uno dei “fidanzati” di sua sorella, un capitano della marina tedesca che frequenta la loro casa spesso. Pin accetta il gioco, anche se sa che non potrà più tornare indietro: una volta presa la pistola del tedesco avrà passato un limite. E’ consapevole delle conseguenze, eppure svolge il compito. Forse perché pensa di esser visto come grande, poi, dai grandi, esser trattato da pari a pari. E invece, quando prova a portare la pistola ai grandi questi sembrano disinteressati, sembra che non importi loro più niente né della pistola, né del tedesco, né di lui.

Pin si rifugia, allora, nel suo nascondiglio segreto, un viottolo di campagna dove son presenti tante tane di ragni: il sentiero dei nidi di ragno, appunto. Deluso e disilluso cerca di capire cosa fare. Nasconde la pistola e torna verso la città, ma i tedeschi lo catturano e cercano di interrogarlo: Pin sa bene che i grandi lo vedono ancora come un bambino, e quindi sfrutta la situazione al meglio che può con scenate e pianti “bambineschi” tali che alla fine viene sospeso l’interrogatorio e Pin viene portato in carcere. Scappato con l’aiuto di un partigiano, si trova a girovagare fra le alpi liguri in compagnia del distaccamento di partigiani del Dritto, composto tutto di uomini strani, ognuno con la sua fisima o col suo tic. Nuovi amici con cui stare, nuovi grandi da ammirare e da prendere in giro, nuovi adulti a cui chiedere attenzione, nuove persone da cui rimane deluso.

Fra un tradimento, una battaglia contro i tedeschi e vari altri eventi Pin si troverà di nuovo solo, costretto a scappare dall’ultima sua cattiveria provocata dal comportamento dei grandi. Di nuovo al sentiero dei ragni, di nuovo da solo, dopo aver abbandonato anche la sorella. Finché un’ombra lo avvicina nella notte: è “Cugino”, il gigante buono del distaccamento del dritto. E i due si prendon per mano, nella notte, e riprendono il cammino. Per dove non si sa.

Piccola nota: questo finale mi ricorda tremendamente, sia per le parole sia per l’atmosfera di velata tristezza mista a malinconia, la canzone “il vecchio e il bambino” di Guccini…

Calvino racconta tutta questa vicenda in terza persona, come da osservatore esterno che fa una cronaca degli eventi, ma che riesce a leggere nel pensiero di Pin e a descriverci le sue sensazioni. Mentre tutti gli altri personaggi sono caratterizzati più come “macchiette” (ognuno ha un tic, ognuno è chiamato solo col soprannome, di nessuno si sa la storia), di Pin conosciamo quasi tutto. E capiamo subito che è un bambino che si atteggia a grande per richiamare l’attenzione dei grandi. Raccoglie tutta la meschinità che trova nel mondo dei grandi e la “risputa” loro addosso per farsi notare, per farsi accettare in quel mondo così strano per lui. Un mondo che lo attira e che, al tempo stesso, gli fa paura. In fondo, come ragazzino, vorrebbe solo giocare, vorrebbe crescere come crescono tutti i bambini del mondo. Invidia i suoi coetanei che poi prende in giro. Invidia i grandi perché possono fare cose da grandi (come uccidere) ma quando è in mezzo a loro si sente a disagio. Cerca il grande amico con cui condividere i segreti, ma rimane perennemente solo. Solo nelle ultime righe c’è un barlume di speranza grazie a Cugino, anche se Pin ignora che – forse – l’odio di Cugino per le donne l’ha portato ad uccidere la sorella di Pin che si era venduta ai tedeschi (nel romanzo non viene detto esplicitamente, ma la sequenza dei fatti porta con sufficiente sicurezza a questa convinzione).

L’atmosfera del racconto è cupa come le mattine nebbiose descritte da Calvino nel romanzo. Non c’è niente di chiaro e limpido: né la guerra che distrugge tutto, né in quei partigiani, con la loro frenesia di uccidere, né nei tedeschi coi “baffi da topo”, né tanto meno nella sorella di Pin che vende il suo corpo per una vita fintamente migliore. Forse è proprio questo che delude Pin: la falsità, il non essere chiari. Nell’ingenuità di un ragazzetto forse le cose sono ancora abbastanza nette, più di quanto sono nel mondo dei grandi, in cui usiamo molte sfumature e, spesso, avvolgiamo in qualche tipo di “nebbia” i nostri pensieri.

Già da questo romanzo si nota la capacità di Calvino di costruire una storia. Le famose “lezioni americane” da lui preparate a fine vita (e mai – purtroppo – tenute) si ritrovano in questo racconto. Cito solo un paio di esempi: la “leggerezza” mantiene questa storia nei cardini di una lettura semplice, senza troppi fronzoli. Ma non mancano i dettagli (significativi) che rispondono al canone dell’esattezza. Basta pensare solo ai personaggi: meno sono necessari, meno sono caratterizzati. E anche il paesaggio: Calvino non arriva alla ricchezza descrittiva di Mann (ricordo in particolare “Cane e padrone“, in cui i dettagli paesaggistici superavano di gran lunga il nocciolo della storia) ma riesce comunque a  dare ai luoghi una loro identità e personalità.

Una curiosità: tempo fa avevo sentito parlare (forse su internet) di questo libro come il primo giallo di Calvino. Non è un giallo, potremmo definirlo più un romanzo storico. Però è sicuramente il primo romanzo di Calvino, successivo ad una serie di scritti (poesia, brevi racconti, brani teatrali). Italo non era molto convinto di poter scrivere un romanzo, ma fu spronato da persone del calibro di Cesare Pavese, e così si mise all’opera e tirò fuori questo libro (e tanti altri dopo).

L’edizione in mio possesso (Oscar Mondadori) è una ennesima ristampa e costa “solo” 9 euro. Non sono pochi, lo so, ma rispetto ad altri libri venduti a 14-18-20 euro questo vale sicuramente di più. Al supermercato l’ho trovato con uno sconto del 15%.

In questa edizione l’autore stesso fa una lunga introduzione al romanzo e usa una tecnica particolare per indicare vari aspetti della storia e di come sia nata. Inizia a raccontare una cosa, poi sembra perdersi (ma niente in Calvino è a caso) e quindi dice che è meglio ricominciare. E nel nuovo paragrafo racconta una nuova versione della nascita del romanzo e nuovi retroscena. E lo fa più volte: è come un diamante che deve esser visto una faccia per volta per capire tutto il suo valore. E’ qualcosa di molto particolare e – in parte – anche fuorviante. Sembra, insomma, che già dalla introduzione Calvino voglia mascherare tutto con quel clima nebbioso che avvolge le montagne da lui raccontate.

Libro sicuramente da avere nella propria biblioteca, secondo me si legge bene coi primi freddi quando un po’ di malinconia della bella stagione, e le giornate più corte, si “sposano” col clima raccontato nel libro (sia clima meteorologico sia lo stile leggermente “noir” del romanzo).

Buona lettura 🙂

 

Il medico di corte (Per Olov Enquist)

Quando la ragione illuminista si intreccia con le ragioni del cuore…

Siamo alla fine del 1760: l’illuminismo aleggia nell’aria ma le corti dei vari reami europei vorrebbero ingabbiarlo e reprimerlo. E proprio la corte di Danimarca è il luogo dove si svolgono le vicende narrate da Enquist.

Cristiano VII succede giovanissimo al padre. Poco dopo i suoi consiglieri trova in Caroline Mathilde (sorella del Re d’Inghilterra Giorgio III)  una moglie per Sua Maestà. Ma il Re è instabile: sembra affetto da pazzia, una pazzia almeno in parte provocata dalla corte stessa (attraverso i vari istitutori) per mantenere quel vuoto di potere che permette ad essa di proliferare a scapito dello Stato stesso e della figura del Re.

Sempre la corte decide – vista l’instabilità e gli sbalzi di umore di Cristiano – di assumere un medico che lo possa aiutare. In realtà l’intenzione era più quella di calmare il Re dalle sue intemperanze, di avere un Cristiano docile così da mantenere facilmente lo status quo delle cose.

La scelta, purtroppo (per i cortigiani), cade su Struensee, un medico tedesco per niente chiacchierone ma – questo il “difetto” che presto scopriranno – simpatizzante delle idee illuministe. Struensee diventa quasi un confidente di Cristiano (che aveva semplicemente bisogno di essere ascoltato e di confrontarsi con altri). Anche il Re abbraccia molte idee illuministe e intesse rapporti epistolari addirittura con Voltaire. Ma nomina (non si capisce se consigliato dal medico o se di testa sua) Struensee Primo Ministro: il quale si ritrova ad avere carta bianca per iniziare la sua rivoluzione illuminista. In 4 anni applica una serie di riforme che tendono a migliorare la vita dei contadini danesi, a partire dalla libertà di espressione.

Il fulcro di questo romanzo storico, però, non è tanto la riforma illuminista tentata da Struensee quanto la storia di amore che nasce fra lui e Caroline Mathilde: una storia piena di passione con una Regina che – scoprendo l’amore – assume una forza e una sicurezza di sé impensabili al momento del matrimonio con il Re. In fondo la regina era appena una adolescente quando giunse in Danimarca per sposare Cristiano.

Ecco, questo è forse il primo “difetto” del libro. O meglio: da come me lo avevano presentato (grazie Ale che mi fai conoscere questi libri – e me li regali pure 🙂 ) pensavo si concentrasse maggiormente sui vari provvedimenti applicati da Struensee e sui vantaggi che questi potevano portare al popolo. Invece è una storia di amore a tutti gli effetti, romanzata (perché certi dettagli l’autore li ha dovuti per forza inventare), calata in un contesto reale, documentato (si intravede il lavoro di ricerca e documentazione), preciso, ben definito. Insomma: è un romanzo storico nella più piena accezione del termine. Cioè un romanzo (storia realistica ma non necessariamente accaduta in quei termini) calato nella realtà dei fatti (lo “storico” si riferisce appunto alla documentazione storica dei fatti).

Ho parlato di “primo difetto”, questo significa che ce n’è un secondo, anche se – lo premetto – si tratta di parere personale. La storia di amore che racconta Enquist è legata forse troppo a trasporto fisico. Che sicuramente c’è stato (e ci deve essere) ma a volte – soprattutto leggendo alcuni capitoli – sembra sia l’unica forza che lega i due amanti. Disturba la lettura? A me (e ribadisco: parere personale) un po’ sì, ma non tanto per i contenuti quanto perché sono pleonastici. Insomma, ci sono capitoli che ripetono la stessa cosa e lo fanno in salse diverse: si amavano e facevano l’amore. Basta, non serve ripeterlo 4 o 5 volte…

Lo stile narrativo non è molto nelle mie corde: Enquist ha il vizio di accennare le cose, poi lasciarle, e riprenderle più in là: se nell’80% del romanzo segue un filo cronologico degli eventi, in alcuni casi si lascia trasportare a flash back e flash forward slegati che ti fanno perdere il ritmo.

Ha dalla sua, l’autore, una forte capacità descrittiva e una buonissima capacità documentale. Riesce ad immedesimarsi nei personaggi e nella loro mentalità desumendo il carattere delle persone con il solo ausilio dei documenti studiati. Mi ha impressionato come ha tratteggiato la figura di Guldberg: non so quanto sia vicina alla realtà dei fatti, ma sicuramente è ben definita, forse anche meglio di quella di Struensee.

Consigliabile? Certo, soprattutto se siete appassionati di romanzi di amore. Un po’ meno se cercate l’aspetto storico. Non è fallace, ma è messo in secondo piano. Per fare un esempio: le riforme di Struensee sono appena citate; se cercate l’aspetto storico della vicenda qui troverete pochi dettagli.

Da questo libro, se ho capito bene, è stato tratto “Royal Affair” (vedi su MyMovies), con lo stesso taglio del libro (storia d’amore in un contesto storico). Anche se non ho visto il film, è probabilmente più leggera la sua visione piuttosto che la lettura del libro. Ma, come accade per tutti i film tratti dai libri, alcuni dettagli, alcune sensazioni, sono comprensibili solo in forma stampata (digitale o cartacea che sia). Se cercate il romanzo d’amore, quindi, vi consiglio la lettura del libro. Se siete curiosi di questo frammento di storia forse è meglio vedere il film…

Comunque sia, buona lettura.

La masseria delle allodole (Antonia Arslan)

L’eccidio degli armeni durante la prima guerra mondiale

Dell’eccidio degli armeni ne avevo sentito parlare, in modo superficiale, relativamente alla storia della prima guerra mondiale. Non ne sapevo molto: sapevo però che esisteva un film (nato dal libro di cui sto parlando) che ne parlava, un film con lo stesso titolo del libro: “La masseria delle allodole”. E quando ho visto il libro, sullo scaffale di un supermercato, ho deciso di comprarlo e leggerlo.

Diciamolo subito: non è un trattato sul genocidio armeno, ma lo racconta con gli occhi di alcuni testimoni, i pochi sopravvissuti di una numerosa famiglia massacrata durante la deportazione. Certo: alcuni punti sono romanzati, alcuni dialoghi quasi sicuramente ricostruiti in base ad ipotesi, ma quello che non è “veramente vero” è sicuramente realistico e niente ci vieta di pensare che quel particolare dettaglio fosse veramente così.

Questa volta voglio lasciare in sospeso la trama: accenno solo che una bambina di origini armene, in Italia, ai tempi (più o meno) nostri sente i racconti dei nonni e degli “zii” e, da grande, decide di trascriverli in forma romanzata. E’ l’autrice stessa, infatti, che racconta la storia della sua famiglia, ma che diventa la storia di un popolo. Una storia di odio razziale: noi ricordiamo – ce lo insegnano a scuola – lo sterminio degli ebrei (ed è giusto e doveroso ricordarlo) ma a volte dimentichiamo altri progetti di pulizia etnica, anche più recenti. Nessuno di questi folli progetti deve esser dimenticato perché nessun nuovo progetto del genere prenda piede.

Se avete intenzione di leggerlo (o di vedere il film – io non l’ho visto ma mi dicono che aderisce molto al romanzo) preparatevi alla tristezza, all’orrore, ad un “lieto fine” con l’amaro (tanto) in bocca. Preparatevi ad un racconto a tratti crudo. Le crudeltà sono raccontate in modo schietto, senza esaltare lo sgorgare del sangue, ma senza nasconderne neppure una goccia. No: non è un racconto splatter, il sangue si “vede” in poche occasioni, ma sono quelle occasioni in cui vengono commesse le peggiori atrocità e nessuna di esse viene “addolcita” o “alleggerita”.

A livello puramente narrativo (cioè, sulla tecnica con cui questa vicenda è stata narrata) non posso ritenermi contentissimo. Penso sia più una questione di gusti personali: l’autrice inizia raccontandoci di una bambina (lei stessa) che viene portata dal nonno in chiesa per la “festa del santo” (il Santo patrono da cui è stato ricavato il nostro nome, in pratica il nostro “onomastico”). Il nonno è uno dei personaggi della vicenda, ma niente ci proietta dal momento “attuale” (la festa del santo) al momento storico. Si intuisce, dopo, che il racconto è frutto delle storie che i parenti hanno fatto alla bambina-autrice, ma non viene dato un collegamento diretto.

Altra tecnica che a me personalmente non è piaciuta è il flash forward. In certi punti l’autrice, raccontando un evento o un personaggio, fa un salto avanti accennando che quel personaggio morirà, o che quell’evento, magari una ricorrenza annuale, non si verificherà più…

Fatto sta, però, che a livello di intensità di racconto niente riesce a scalfirla: appena l’ho finito mi è toccato rimanere qualche minuto fermo, a riflettere, provando lo stesso orrendo stupore di quando ho conosciuto i dettagli dei campi di sterminio, o di quando – ad Auschwitz – ho veduto le montagne di scarpe, valigie, spazzole, capelli, delle persone deportate ed uccise.

No, decisamente non è un libro da portarsi sotto l’ombrellone, ma va letto con calma, a casa o in un luogo dove c’è tranquillità e dove, se vuoi, puoi ritrovare un po’ di calore (perché in alcuni momenti si gela il sangue).

Sicuramente un libro da tenere in biblioteca, e da cui partire per conoscere un po’ meglio la storia di questi genocidi. Ricordandosi che non è stato l’unico. Un libro da leggere, credo, anche insieme ai figli, nel momento giusto (non quando sono ancora piccoli… diciamo all’età delle medie o dei primi anni delle superiori).

Buona lettura.