La prova nascosta (Laurence Cossè)

Cosa succederebbe se venisse proposta una prova, palese e scientifica, della presenza di Dio?

Immagino che un argomento simile sia già stato trattato in passato, ma (ammetto, anche un po’ per pigrizia) non ho fatto ricerche e non so in quali altri modi sia stato affrontato. L’argomento è quello scritto in corsivo: l’autrice prova a chiedersi cosa potrebbe succedere al mondo se Dio fornisse una prova, palese, ineccepibile, inconfutabile, della sua presenza.

Ambientato nella Parigi dei giorni nostri, il romanzo vede pochi personaggi affrontare, nel corso di pochi giorni, questo “dilemma”: Bertrand Beaulieu, un frate “casuista” (una confraternita simile, per struttura e cultura dei personaggi, ai Gesuiti, ma assolutamente inventata ai fini del romanzo) riceve da tempo lettere da Martin, una persona ossessionata dal dimostrare l’esistenza di Dio. Un’ossessione quasi malata, che potrebbe sfociare in pazzia: padre Bertrand lascia l’ennesima lettera di Martin come ultima da sfogliare quel giorno perché – anche se sa da chi arriva la lettera e cosa contiene – risponderà solo dopo aver sbrigato tutta la corrispondenza “ordinaria”.

Quando finalmente si decide ad aprire la lettera, il frate vi troverà solo pochi fogli. Se in passato aveva dovuto lottare con argomentazioni filosofiche, matematiche, fisiche, molto corpose – e a tutte aveva trovato punti fallaci che le smontavano – quella volta rimarrà sorpreso dalla semplicità della spiegazione. Ma la cosa che lo sconvolgerà più di tutte è che la dimostrazione è di una ovvietà sconcertante, oltre che palesemente corretta e inoppugnabile.

Da qui si scatenano una serie di eventi che portano il frate ed alcuni fra superiori e colleghi, a Roma, in Vaticano, oltre a sconvolgere gli alti ranghi del governo francese.

Il mondo trarrà vantaggio da questa rivelazione? Vista l’impossibilità di attaccarla, e visto il positivo sconvolgimento delle anime che si arrischiano a leggerla, sorgerà la vera pace? O il mondo sarà scosso dai tumulti di coloro che non vogliono credere? O addirittura altre religioni cercheranno di attaccare con ogni forza (anche quella bruta) chi crede? E la Chiesa, che fine farà?

Il cuore del romanzo dovrebbe essere proprio il dilemma sulla reazione degli uomini a questa prova. Come la prenderanno? Chi ha letto la dimostrazione è fiducioso che anche tutti gli altri possano capirla e trasformare la propria vita in senso positivo. Chi non l’ha letto (o non la vuole leggere) ha paura che ciò sconvolga il mondo, l’economia, tutto lo stato di cose attuali (un personaggio ipotizza, in una battuta, che se la prova fosse resa pubblica si troverebbero la Francia come un enorme monastero: tutti intenti alla vita contemplativa e non a lavorare e consumare).

Una volta, in un tema scolastico, ci chiesero di immaginare l’esplorazione di nuovi mondi. Una specie di tema fantascientifico per dare spazio alla nostra immaginazione. Io ricordo ancora la motivazione del mio (come spesso accadeva) scarso voto: la prof mi disse che mi ero disperso, avevo vagato troppo in tanti mondi senza approfondirne uno in particolare. Insomma, avevo fatto un “minestrone” di cose immaginifiche ma sfiorandole tutte, senza trattarne una in modo specifico.

Il romanzo della Cossè è interessante, sì, ma mi sembra si perda in queste riflessioni come io mi persi sul tema. Non analizza né lo stato d’animo dei protagonisti (tutti coloro che leggono rimangono come beatificati, quelli che non credono pensano a sconvolgimenti anche catastrofici, ma di nessuno è descritta la trasformazione, i dubbi interiori, le domande profonde) né approfondisce l’evoluzione della situazione in caso la notizia venga divulgata. Solo un accenno viene fatto attraverso i dubbi del superiore di Bertrand: lui vede nella rivelazione la fine del mondo (e spiega, al suo superiore, perché).

Se parliamo solo di  vicenda romanzata, insomma, non ho molto da eccepire (alcune conclusioni io le avrei affrontate in modo diverso, ma il romanzo si conclude comunque in modo coerente). Se parliamo dei personaggi, invece, non posso dirmi molto contento: se all’inizio sono tratteggiati con cura, nel finale diventano figurine di un fumetto in bianco e nero (senza spessore né colore), come se la vicenda ne mangiasse le peculiarità e loro si facessero travolgere da essa.

Sò, e devo spezzare una lancia a favore della Cossè, che mantenere l’attenzione su un solo personaggio o su pochi di essi avrebbe dato luogo a molto più materiale. Avrebbe dovuto affrontare, questo personaggio, una revisione completa della sua vita e del suo modo di pensare, e questo si sarebbe trasformato in pagine e pagine di testo, a volte pesanti. Se da una parte mi dico che questo avrebbe dato spessore al romanzo, dall’altra penso che il testo avrebbe assunto una (ricca) pesantezza mal digeribile da molti lettori (me incluso). Sono quindi combattuto fra una critica al modo di sviluppare la vicenda (soprattutto nella coscienza dei personaggi) e un ringraziamento all’autrice per aver mantenuto la questione leggera.

Un ultima nota, personale. Nonostante la leggerezza devo dire che qualche domanda il lettore, alla fine del libro, se la pone. Che uno sia credente oppure no prova a immaginare cosa succederebbe se una prova del genere venisse fornita davvero. Oppure ci si chiede “casa farei se una prova contraria all’esistenza di Dio venisse palesemente mostrata?”. La riflessione può rimanere leggera, oppure si può scavare a fondo, ma la domanda – se si legge il libro – non si può evitare di porla a noi stessi… Non vi dirò certo qui, però, quali sono le mie riflessioni.  

Pur non essendo un thriller, il romanzo scorre abbastanza veloce e mantiene una certa tensione. L’autrice riesce a tenere il lettore appeso ai vari capitoli (alcuni molto brevi) e alla vicenda in generale. Anche in questo caso è qualcosa di leggero (non si ha la bramosia di leggere il capitolo successivo, ma neppure ci si addormenta col libro in mano).

Il romanzo si trova a 8,99 Eur su Amazon (versione Kindle, contro i circa 16 euro in versione cartacea). Se cercate qualcosa di spensierato o di intenso rivolgetevi ad altro, ma se la cosa vi incuriosisce, è un romanzo che si legge abbastanza bene e che può accendere, in qualsiasi modo la pensiate, qualche riflessione.

Buona lettura.

Il vangelo secondo Gesù Cristo (José Saramago)

Saramago ci racconta il suo punto di vista sulla vicenda di Cristo

Partiamo subito con un distinguo: questo libro è un romanzo, non un vangelo “ufficiale” né un apocrifo (uno dei vangeli non riconosciuti dalla Chiesa). E come romanzo va preso.

Sì, diciamo anche, subito, che la Chiesa si è scagliata contro Saramago per questo romanzo, mettendolo – se ho capito bene (scusate ma per mancanza di tempo non ho fatto ricerche approfondite) – all’indice.

Ma cosa c’è di “scandaloso” in questo romanzo? Niente, appunto perché è un romanzo. Un romanzo che tratta la natura umana di Gesù, che lo disegna come uomo, che alla fine – anche – combatte con Dio, quasi un sovversivo, ma che rimane intrappolato in qualcosa di più grande di lui. E diventa, volente o nolente, un mezzo nelle mani di Dio.

La trama la accenno solamente: Saramago si appoggia ad alcuni tratti dei vangeli, ed alla tradizione cristiana, per ricostruire la vicenda della famiglia di Nazareth. Ma con alcuni dettagli diversi, come il fatto che Gesù è primogenito, figlio di Dio (confermato da Dio stesso), ma non figlio unico. La storia è calata nella realtà dell’epoca, con i romani “oppressori” da un lato ed i ribelli dall’altro (tanto che Giuseppe muore, in croce, confuso per un ribelle).

Gesù cresce in un ambiente ostile, in una famiglia “media”, con un padre, Giuseppe, falegname, sì, ma non tanto bravo da avere molte commesse di lavoro; anzi, piuttosto ordinario da tirare a campare a stento. Con una madre, Maria, che ha visto l’angelo annunciarle la nascita di Cristo (no, non l’annunciazione luminosa e angelica di molti quadri, ma quasi una profezia recitata da un finto mendicante, con un dono molto misterioso). Una madre con cui lotta per capire i “segreti” della sua nascita. Una madre con cui, alla fine, rompe i legami perché incredula a quanto lui afferma di sé stesso.

Un Gesù, insomma, figlio di Dio, sì, ma dai pensieri e dalle passioni molto umane: che ama una donna (da cui è amato infinitamente), che lotta per sbarcare il lunario, che si trova incastrato in un gioco molto più grande di lui, la cui trama è intessuta da Dio stesso, e nel quale colui che dovrebbe essere suo nemico, il diavolo, sembra avere interessi in comune con Dio stesso (potremmo proprio dire che – nell’ottica di Saramago – il vantaggio che trae Dio, in questo gioco, si riflette anche sul diavolo). Quel diavolo, oltretutto, con cui Gesù convive per qualche anno, e con cui discute della vita, umana, di tutti i giorni.

Un Gesù, alla fine, combattuto da sensi di colpa: unico sopravvissuto alla strage degli innocenti perpetrata da Erode (quando l’unica vittima doveva esser lui), porta per tutta la vita il peso della vigliaccheria del padre che non ha avvisato gli abitanti di Betlemme ma ha pensato a salvare solo la sua famiglia. Sensi di colpa che si acuiscono quando Dio, durante la spiegazione di cosa ha in mente, gli fa vedere frammenti di futuro: le crociate, i roghi dell’inquisizione, le lotte e le divisioni, l’odio religioso, il settarismo… Tutto accadrà nel suo nome. Ed ecco allora che decide di ribaltare, all’ultimo momento, il progetto di Dio, di non prestarsi più come strumento: se qualcuno deve morire, che muoia lui e basta e non ci siano più carneficine in futuro. Ma quello che non aveva previsto è che Dio prevede tutto… e si accorge troppo tardi di aver giocato perfettamente la parte che Dio si aspetta da lui, anche grazie a qualche “effetto speciale” che Dio stesso mette in gioco all’ultimo istante.

Se l’aspetto esteriore del romanzo sembra essere sacrilego e blasfemo (sembra siano queste le parole usate da una parte del clero, ma anche in questo caso non ho fatto ricerche), mettendo a fuoco solo la figura di Gesù si nota che questa non si discosta molto dall’idea cristiana: la scelta, libera (perché l’ultima scelta la compie Gesù di sua iniziativa, non guidato da nessuno), del proprio estremo sacrificio per la salvezza degli altri. In fondo Gesù, in questo romanzo, sceglie di immolarsi per risparmiare future carneficine, ed anche se non riuscirà ad evitarle, almeno ci ha provato.

Ecco… se c’è un personaggio del romanzo che potrebbe esser considerato “bastardo”, questo è proprio il dio padre di Gesù: disinteressato alle vicende umane (a meno che non rientrino nei suoi piani), molto spiccio (in un punto ordina a Gesù di sbrigarsi a compiere il sacrificio ché non ha tempo da perdere), che tende a volere tutto… Ed il diavolo, in questa ottica, si pone come un contrappeso che riequilibra la bilancia: è colui che tende a far notare all’uomo quanto sia incoerente e a volte sciocco dedicare la propria vita a Dio. E’, praticamente, colui che riporta l’uomo coi piedi per terra. E’ molto curiosa, oltretutto, la figura del pastore che Saramago fa interpretare al diavolo: un pastore di pecore che non sono sue, trovate qua e la, ma che non le vende, non le uccide (escluso casi particolari), non ne sfrutta la lana ma solo un po’ di latte. E’ come un guardiano che si trova lì per caso e cerca di proteggere quel gregge che piano piano si è formato intorno a lui. La stessa figura che nella cristianità è assunta da Gesù, anche se con caratteristiche diverse.

Ma veniamo a noi: innanzi tutto ringrazio Silvia per avermi prestato questo libro. Scommetto che alcuni, che mi seguono da tempo (e che sanno che sono cattolico e, addirittura, catechista), si aspettano una valutazione particolare del libro. E invece non ho niente di particolare da dire. Se qualcuno cerca scandalo, sappia che il libro non mi ha scandalizzato per niente: ricordiamoci che è un romanzo, prima di tutto, e come tale va letto. I messaggi che si trovano nei vari capitoli, poi, ognuno dovrà interpretarli liberamente, come ho fatto io: qualcosa l’ho preso, qualcosa l’ho lasciato lì dov’era, qualcosa mi ha incuriosito, qualcosa mi ha lasciato indifferente. Mi chiedete se ne consiglio la lettura? Sì, certamente. Ma io consiglio la lettura di tutti i libri che uno può trovare (magari, per alcuni, dico che il prezzo è molto superiore a quello che il libro vale, ma qualsiasi libro merita di esser letto).

L’unico ostacolo alla lettura del libro è la forma narrativa, la complessità delle frasi che Saramago ha usato. Vi confesso che mi ci sono volute un po’ di pagine per entrare nel meccanismo narrativo e nella costruzione delle frasi. Non è difficile, ma è pesante, e a volte si riesce ad avanzare di pochissime pagine al giorno. Però una volta preso il via il romanzo scorre tranquillo. Cioè, tranquillo… anche le tematiche trattate non sono leggere e vengono trattate in modo approfondito: insomma, non è un libro leggero. Silvia me lo disse quando me lo prestò: le risposi che dopo aver letto “La montagna incantata” di Mann pensavo di non aver problemi a leggermi questo. Bè… problemi non ne ho avuti, ma mi è toccato partire un po’ a rilento. Come salendo per una montagna: devi rompere il fiato, poi vai avanti che è una meraviglia.

Quasi dimenticavo: visto il periodo estivo qualcuno potrebbe pensare di portarsi questo romanzo sotto l’ombrellone: secondo me lo si legge meglio in solitudine e tranquillità, sulla poltrona di casa.

Buona lettura. 

Il primo giorno (Emilio Bonicelli)

Storia di un amore particolare ed intenso

Mi è capitato fra le mani (merito di una grande amica che me lo ha consigliato e prestato) il romanzo di cui parlerò. Non è niente di particolare a livello “romanzesco” (non è una storia alla Dumas, un romanzo di formazione alla Conrad o alla Melville, un giallo alla Christie), ma ha una forza ed una poesia che ti legano al testo in modo molto forte.

La storia è semplice: la protagonista è Maria, una donna che ha fatto degli errori nella vita ma ha trovato una persona buona che la sa amare per quello che è, che la spinge, certo, a migliorare ma lo fa versando su lei tutto il suo amore. E lei ricambia questo amore, anche nel momento estremo, in cui la persona amata è condannata a morte, uccisa e sepolta. Ma, come in tutti i romanzi, c’è un “colpo di scena”…

La trama sembra non differire da altri romanzi, vero? Una storia d’amore felice, poi il dolore e la perdita che possono metterti in crisi, fino al lieto fine…

Ma questa è una storia speciale: Emilio Bonicelli ci racconta – secondo la sua sensibilità – quello che è stato l’incontro fra Maria di Magdala e Gesù. Un incontro speciale, accaduto in un momento particolare della vita della ragazza: accusata di adulterio (in realtà messa in trappola ed usata come esca per tendere un tranello a Gesù), si sente salvata e amata da quel maestro a cui viene mostrata e additata. Il romanzo ripercorre questa ed altre tappe dell’incontro di Maria con Gesù usando la tecnica dei flashback: Maria, nel primo giorno dopo il sabato (la settimana ebraica si conclude col sabato, giorno di riposo, in cui non è permesso “fare”: lavorare, camminare più di tanto, cucinare, …), si sta recando al sepolcro di Gesù di mattina presto, ed ogni sensazione che prova le richiama alla memoria un episodio della sua vita, in particolare dell’incontro con quel maestro che ora è sepolto.

C’è tutto il dolore per la fine della storia, la morte di Gesù che le ha portato via la persona che lei amava, di un amore non terrestre, carnale, ma ugualmente e forse più intenso: un amore come fra amici, fra fratello e sorella, fra padre e figlia, un amore scaturito dall’amore che lui riversava su di lei.

Ma c’è, come dicevo, il lieto fine: la resurrezione di Cristo: Maria è la prima testimone, la prima persona che lo vede risorto, e sarà lei a dare la buona notizia agli apostoli rintanati nel cenacolo.

L’autore, in questo romanzo, ha voluto riprendere una tradizione che vede, in diverse “Marie” narrate nei vangeli, la stessa figura: Maria di Magdala (Magdala / Magdim è una città sul lago di Tiberiade). Confesso che non mi interessa se storicamente ciò è provato: si tratta di un romanzo, e devo dire che Emilio ha fatto un lavoro realistico. Ripeto, non so se è reale, ma sicuramente realistico.

Io, come anche l’autore (lo racconta in una piccola introduzione), sono sempre rimasto affascinato da alcune donne del vangelo. Al di là degli insegnamenti di fede che posso ricavare dai loro esempi, è la vita stessa di queste donne che mi ha affascinato: in un contesto difficile (la donna era vista, legalmente, quasi come un oggetto) ci sono donne che hanno mostrato più coraggio di tanti uomini. La Maria raccontata da Emilio è stata una ribelle, una persona che andava controtendenza, oltre le convenzioni, il “si deve fare così”… Ed è proprio per questo che mi piace.

Lo stile narrativo dell’autore è particolare: da una parte la reiterazione di alcuni concetti (stesse frasi che, specialmente nelle riflessioni di Maria, si ripetono ad intervalli di pochi paragrafi) intensifica la sensazione di amore che si legge nel cuore di Maria; dall’altra le frasi spezzettate (una frase viene completata, in un dialogo, fra più persone), come nel caso dei farisei che portano Maria di fronte a Gesù per accusarla, o le guardie che scappano dalla tomba di Cristo, ci indicano la paura, o la menzogna, o il doppio fine di chi parla. Questo stile non facilita la lettura, ma intensifica e caratterizza i personaggi. Risulta un po’ innaturale, ma aiuta a leggere nel cuore.

Ricapitolando: è una bella storia d’amore, intensa, coinvolgente (almeno per me lo è stata). E poi possiamo leggerci anche un messaggio per la propria persona: “tu sei amato così come sei, non devi fare o dire o pensare qualcosa di speciale, non è nelle convenzioni che sei amato, ma per quello che sei”.

E’ un libro del 2006, edito da Jaca Book, e se vi capita di trovarlo (ISBN 88-16-50263-0 / EAN 9788816502635) vi consiglio di prenderlo.

Buona lettura.

Le sante dello scandalo (Erri De Luca)

“…queste donne furono riempite di grazia, forza sovrannaturale per sostenere da sole la rissa con il mondo e con le leggi degli uomini” (capitolo “tu donna”)

Che Erri De Luca fosse un appassionato del mondo ebraico, e soprattutto delle sacre scritture, lo sapevamo. Che fosse anche un “amante” del mondo femminile, anche questo lo sapevamo. Non mi ha quindi sorpreso trovare questo libricino (nel suo stile: meno di 60 pagine) che fa una fotografia di 4+1 donne che – stranamente – rientrano nella lista degli antenati di Gesù raccontata dal Vangelo di Matteo.

Perché strano? Iniziamo a dire che l’elenco delle generazioni che fa Matteo è volutamente particolare: nomina infatti 42 generazioni fra Gesù e Abramo (senza discendere fino ad Adamo): in altre fonti (Vangelo di Luca) però ne contiamo di più. Ma strano soprattutto perché ci sono quelle 4 donne (dell’antico testamento) più Maria che, in una cosa prettamente da uomini (come le genealogie), sembrano incastrarci poco. Senza contare che alcune sono anche straniere…

Ecco quindi che De Luca vuol fare una riflessione su queste donne. Non gli interessa tanto il contrapporsi fra maschilismo e femminismo (all’epoca dei fatti entrambi i sessi avevano ruoli precisi: la donna gestiva la vita, l’uomo la tradizione – adesso sono cose che si sono perse e si è caduti in meschini pregiudizi).

Sono donne, esclusa Maria, che si innestano nel ceppo ebraico: sono straniere che abitano la terra promessa o conoscono uomini ebrei e si innamorano della loro fede, di quel Dio unico che discende verso gli uomini, che ha fatto un patto con loro. Molto diverso da quegli dei immobili che loro hanno conosciuto finora.

La delicatezza e l’amorevolezza di Erri nel raccontare queste storie, nel farci partecipi dei sogni di queste ragazze è, come sempre, spettacolare. Sa, De Luca, trattare l’amore, le speranze, i sogni. Sa come raccontarli.

E’, a mio avviso, un omaggio alla donna: un librettino che ricorda quanto sono forti, decise, più sensate degli uomini, ma al tempo stesso delicate e pazienti.

E’ un libro che si legge tutto d’un fiato, quindi non peritatevi a comprarlo. Costa 8,50 euro: un prezzo che può sembrare esagerato per un libercolo così fine, ma ne vale la pena. E dopo averlo letto sono convinto che voi maschietti guarderete le donne in modo diverso (almeno a me è successo così).

Buona lettura.

P.S.: si parla di donne dell’antico testamento, quindi magari qualcuno si aspetta moralismi cristiani. Non è così: sono storie di donne che si intrecciano con la religione ebraica (e cristiana, con Maria), ma troverete molto poco di cattolico/cristiano/religioso. Quindi niente pregiudizi.

E disse (Erri De Luca)

I “dieci comandamenti”, le “dieci Parole”, accolte da uno straniero che segue il popolo ebraico

Nella sua passione per l’ebraismo (e per la lingua ebraica) Erri De Luca ci porta in un altro dei suoi viaggi nella storia del popolo ebraico, ed in particolare in quel momento dell’esodo che vide la consegna dei 10 comandamenti (come li chiamiamo noi), o meglio delle “dieci parole” (come indicato da una più precisa traduzione).

Tutti li abbiamo presenti, dato che veniamo da una cultura cattolica. Magari non ricordiamo la formulazione precisa o l’ordine insegnato a catechismo, ma tutti sappiamo che esiste un “non rubare”, un “non desiderare”, un “non uccidere”…

Ma De Luca ci riporta all’origine di essi. Certo, un origine un po’ romanzata, con un Mosè che scende dal Sinai (o Hòrev, come è chiamato in ebraico) disidratato, quasi rotolando, mezzo morto… E’ suo fratello che si prende cura di lui, e lui, talmente inebriato dalla divinità, non riesce più a capire o a riconoscere niente (la bibbia stessa dice che il suo volto riluceva quando discese dal monte, e Michelangelo mise in testa al suo Mosè dei coni che dovevano rappresentare questa luce, ma che qualcuno ha scambiato per “corna”).

Ma alla fine Mosè ricorda cosa la divinità ha detto, e pronuncia quelle frasi a voce alta, in fronte a una parete rocciosa. E le parole, così forti e così inossidabili, si scolpiscono nella roccia al suono della sua voce (qualcuno dice addirittura di aver visto il dito di Dio inciderle), e contemporaneamente nel cuore e nella carne (metaforicamente) del popolo che guarda, esterrefatto, il suo leader.

Al di là di come, realisticamente, andarono le cose, Erri prova a descriverci l’origine di queste parole che – purtroppo – nella nostra mentalità sono diventati semplici divieti (noi le prendiamo come “non devi fare questo, non devi fare quello”). Il popolo osserva le parole che si stanno scrivendo, e comprende, e riconosce quando è venuto meno ad esse o capisce il peso che le future generazioni dovranno portare per esse.

10 parole, come le dita delle mani, per tenerle sempre a mente. Come le dita “fanno”, costruiscono, così le dieci parole creano e rinnovano l’uomo. Il ritorno ad una traduzione più vicina all’originale ebraico aiuta anche noi a comprenderle meglio, indipendentemente che crediamo o meno. Anche prendendole semplicemente come “legge” di un popolo (togliendo, cioè, la parte divina ebraica o cattolica) ci accorgiamo di quanto intense e comunque semplici sono. Certo, poi sta a noi accoglierle e viverle, ma come le presenta l’autore ci permette di sentirle più vicine, più nostre, più reali.

Il linguaggio di Erri, purtroppo, è un misto di poesia aulica e di solidità granitica: pur apprezzando il suo stile mi sembra a volte che forzi un po’ le frasi, volendo dare ad esse una poeticità che, invece, viene persa o fraintesa. Ma, ripeto, al di là di questo mi piace il suo stile che ricerca sempre la parola corretta. Non è un Vecchioni (che, se mi seguite da tempo, sapete che apprezzo per come usa le parole). Ma riesce a trovare il verbo o il sostantivo corretto che, in una traduzione da una lingua straniera, può fare molta differenza.

Penso ai cattolici (e a qualche catechista che conosco): questo è un libro che può aiutare a comprendere meglio alcune cose e, soprattutto, può portare una ventata di freschezza su uno dei “calli” dei cattolici (cioè quei comandamenti imparati a mente come le tabelline al punto che diventano frasi vuote). Quindi consiglio la lettura anche ai catechisti… e so già che io lo presterò a qualche catechista.

Ma, come accennato sopra, può essere un buono spunto anche per chi non crede (o crede in un Dio diverso da quello dei cattolici), perché aiuta a capire la storia (anche se romanzata) di un popolo antico e molto particolare.

Dimenticavo: non sono neppure 100 pagine e l’ultimo capitolo è una riflessione dell’autore sul suo “seguire” il popolo d’Israele. E’ scritto grosso e si esaurisce, se non ci si vuol perdere troppo in riflessioni, in poche ore. Certo, sono 10 euro (in verità io l’ho trovato a 8.50 al supermercato)… un prezzo leggermente più basso (8 euro) non avrebbe guastato.

Ultimo avvertimento: chi si approccia per la prima volta a De Luca potrebbe trovare ostico il suo linguaggio, infarcito di termini ebraici (che comunque affianca dal termine italiano), ma non vi scoraggiate al primo tentativo. Se volete, “in nome della madre” è più semplice come linguaggio e tratta sempre di una donna ebrea e del suo popolo…

Buona lettura.