Ferragosto in giallo (AA. VV.)

Altra serie di casi risolti, nonostante la calura agostana, dalla squadra Sellerio.

Come era successo per “Un Natale in giallo” e “Capodanno in giallo“, Sellerio ha mosso la sua squadra di giallisti per darci una serie di storie ambientate nel giorno (o nella notte) di ferragosto. Come sempre il risultato è buono (con alti e bassi, dovuti soprattutto – questi ultimi – alla limitatezza di un racconto breve) e la lettura gradevole.

L’idea di Sellerio è quella di presentare i personaggi (Montalbano, Massimo e i vecchietti del Bar Lume, il vice questore Rocco Schiavone, la banda della casa di ringhiera, Baiamonte, Petra) in condizioni particolari (Natale, capodanno, ferragosto, …) per farceli conoscere meglio. Dice Sellerio, nell’introduzione, che vuol portare ai suoi lettori quelle sfaccettature dei suoi personaggi che di solito non si notano. Per esempio: come passano le vacanze? Amano o odiano il ferragosto? Oppure è per loro un giorno come un altro?

Diamo una sbirciatina ai racconti, senza offrire dettagli sul finale, ovviamente.

Vi dico subito che il racconto di Camilleri (“Notte di ferragosto”) questa volta mi ha un po’ deluso. Non perché Montalbano sia diverso dal solito o ci siano cose particolari. E’ il finale… Il commissario se la cava bene ma il racconto viene chiuso in fretta: sostanzialmente in una pagina si passa dal culmine dell’azione investigativa alla parola fine. Niente di illogico o di particolare. Anzi: la vicenda è pienamente realistica. Pero io mi aspettavo qualcosa di diverso.

Malvaldi, con “Azione e reazione” porta noi (insieme al suo personalissimo club di vecchietti) alla villa dove lavora il suo amico Aldo perché c’è da capire chi ha ucciso un facoltoso cliente russo. Facile non è perché l’uomo rimaneva antipatico a tutti e molta gente lo avrebbe strozzato volentieri, ma Massimo – con la sua arguzia, e prendendo anche un po’ in giro nonno e compagni – riesce a cavarne elegantemente le gambe. Come sempre, d’altronde. Puro giallo, pura logica, raccontata in splendido modo e con tanta simpatia.

“Le ferie di agosto” di Manzini ci trasportano nei pressi di Roma dove uno strano furto bancario dovrà esser risolto dal vice questore Schiavone. C’è quasi scappato il morto, ma sarà un danno collaterale, oppure il furto è una messinscena per coprire un tentativo di omicidio? Manzini è più vicino allo stile noir, con il personaggio del vice questore non propriamente puro e duro. Ma il caso viene risolto, anche se qualcuno ne trae vantaggio.

Recami ci regala, con il suo “Ferragosto nella casa di ringhiera”, una avventura solitaria del Louis, dove si riesuma tutta la sua bravura di ex-tassista milanese in una notte brava a bordo della sua auto con a fianco una bellissima donna. I precedenti racconti della casa di ringhiera mi erano sembrati un po’ nebbiosi e sonnacchiosi. Non male, ma carenti di una certa azione, insomma. Questo invece mi ha affascinato perché è diverso dagli altri, con più azione, e con un finale misto fra il misterioso e lo scontato che ti lascia perplesso ma felice.

Costa porta il suo Baiamonte, in “Lupa di Mare”, sulle coste siciliane a Menfi. Da buon osservatore, Baiamonte si accorge da tanti piccoli dettagli che quello che sembra un incidente è stato invece un tentativo di spaventare (o forse addirittura assassinare) una determinata persona. Quello che caratterizza i romanzi dell’autore è, in effetti, una particolare attenzione ai dettagli, che diventano indizi rivelatori di tante cose. Ovviamente anche qui, come accade sempre nei gialli, la soluzione al mistero viene elegantemente trovata e Baiamonte ci guadagna qualche bottiglia di vino.

Petra, l’ispettrice barcellonese ideata da Alicia Gimenez-Bartlett, è invece alle prese (in “Vero amore”) con un brutto caso. La moglie di uno stimato collega è trovata morta, colpita da una pistola antica. Tutti gli indizi sono contro il poliziotto: la pistola è la sua, l’omicidio è avvenuto davanti casa, mentre lui parcheggiava l’auto e la moglie lo attendeva alla porta. Insomma, un vero rompicapo: Petra deve tener conto degli indizi, che sono tutti contro il collega, ma d’altra parte deve anche tener conto della stima che molti hanno per lui. Deve rimanere imparziale per scoprire la verità. Ci riuscirà? Essendo un giallo sapete già che nel finale il colpevole verrà arrestato. Vi lascio il dubbio: il colpevole sarà veramente il poliziotto oppure Petra avrà scoperto una pista alternativa?

Non mi resta che augurarvi buona lettura e attendere la prossima raccolta di Sellerio. Scommesse sul nome: “Pasqua in giallo”, “Giallo con la befana”, “Gialli dei lavoratori” (per il primo maggio)… No perché adoro queste raccolte, ma mi inquieta il legame con una festa particolare. Perché possono succedere due cose: o si chiudono le raccolte (per mancanza di festività da abbinare) o si andrà a cercare le festività più strane. Comunque lode all’editore, che sicuramente riuscirà a proporci queste raccolte ancora per molto tempo. Ah, signor Sellerio: io coi nomi delle raccolte scherzavo, ma nel caso li trovasse carini li usi pure

Se tutte le donne (Laila Wadia)

Se tutte le donne sapessero il potere che hanno
(da un editoriale di Giovanni De Mauro sull’ “Internazionale” del 29 novembre 2010 riportato in calce ai racconti)

Quattordici racconti di quattordici donne. Quattordici scorci di vita (reale, ci assicura – e le credo – l’autrice), di sofferenza, di riscatto, di passione, di dolore e di gioia.

Ho sentito, qualche settimana fa, una intervista radiofonica all’autrice del libro e devo dire che mi ha subito “catturato”. Per spiegarvi perché devo raccontarvi un frammento del mio pensiero sulle donne in generale, che trovo molto in linea con quanto espresso dall’autrice nell’intervista e – l’ho visto dopo – dal pensiero di De Mauro espresso nell’editoriale riportato in calce ai racconti. Secondo me, infatti, se qualcuno può salvare questo mondo, è la donna. Attenzione, non dico che la donna è, in tutto, migliore dell’uomo ma piuttosto che uomo e donna sono fatti per completarsi a vicenda. Proprio alcuni aspetti della donna riescono a migliorare l’uomo. Per questo dico che: se noi uomini lasciassimo fare un po’ più alle donne (visto siamo in periodo pre-elettorale aggiungo: se noi uomini lasciassimo più spazio alle donne in parlamento) forse le cose andrebbero meglio.

Ma torniamo a parlare del libro. Come vi accennavo poco sopra sono 14 racconti di donne emigrate. Molti riguardano donne fuggite dal loro paese e arrivate in Italia, ma alcuni (uno in particolare) parlano di nostre connazionali all’estero.

Confesso che mi aspettavo racconti di coraggio, di riscatto, ed invece ho trovato anche dolore e disperazione. E in alcuni casi ho scoperto lati della femminilità che non conoscevo: non avevo mai riflettuto, infatti, su quanto sia importante e pesante, per una donna, la questione della infertilità (su cui si basano due racconti). Se in certe culture e popolazioni è ancora una maledizione divina, rimane comunque pesante e avvilente anche in paesi “evoluti”.

Mettermi a fare un sunto dei 14 racconti mi sembra eccessivo: alcuni (ad esempio “Rosa”) sono corti appena 4 pagine. Posso però accennarvi due denominatori comuni a tutti i racconti: i personaggi femminili principali portano tutti nomi di fiori, e in tutti i racconti c’è un viaggio, affrontato o da affrontare. Avere il nome di fiore è come far parte di un grande giardino (metafora del mondo) in cui ognuno, con la sua specificità (colore e forma dei petali, profumo), porta allegria e freschezza. Il viaggio, invece, è sinonimo di passaggio da una condizione ad un’altra: una fuga dal proprio Paese in guerra, o dalla miseria; una fuga dalla realtà che ti circonda, un viaggio per ritrovare di nuovo sé stessi.

Un ultima nota più “tecnica” (sì, come no, come se io fossi un grande esperto di narrativa e scrittura): letterariamente (stile di scrittura, parole) i racconti sono nella media, niente di speciale – se si escludono alcune piccole perle. La ricchezza di questi racconti, infatti, non sta nella scrittura ma nella storia che viene raccontata. L’autrice fa spesso uso – forse influenzata dagli stili letterari delle sue origini – di metafore e immagini: ed io apprezzo molto le metafore e mi sono innamorato di alcune di esse. Forse è per questo che il racconto che ho più apprezzato è “Ascoltare il silenzio”, che è quasi una lettera aperta di una madre al figlio che porta in pancia: racconta le sue origini e la voglia di cambiare per lui, per renderlo più integrato in questo nuovo mondo dove crescerà. Ed usa molte metafore, alcune molto belle. Il racconto ha anche una ulteriore caratteristica: è l’unico in cui i respira una speranza più aperta. In tutti i racconti c’è una vena di tristezza o di disperazione che accompagna uno o più personaggi, ma in questo l’accento è messo più su quel che sarà piuttosto che su quel che è stato.

Insomma, ora che si avvicina la festa della donna… uomini, perché non regalate alle vostre donne questo libro promettendo loro di ascoltarle più spesso? E magari leggetelo anche voi, che vi (ci) farà capire alcuni aspetti dell’universo femminile a cui non avevamo mai pensato. E voi donne prendete coraggio: se riuscite a migliorare noi uomini riuscirete senza problemi anche a migliorare il mondo. E tutti ricordiamoci che siamo facce della stessa medaglia: uomo e donna. Non c’è un fronte o un retro, ma è una medaglia che potrà esser completa solo se le due facce si ameranno, si rispetteranno e si sosterranno a vicenda.

Buona lettura.

Capodanno in giallo (AA. VV.)

Anche nel 2012 Sellerio prova a replicare il successo di “Un Natale in giallo” (pubblicato nel Natale 2011 ma letto, da me, poche settimane fa) con questo libro che raccoglie sei racconti di altrettanti giallisti della scuderia dell’editore.

Ci sono nomi classici come Camilleri (con Montalbano e gli immancabili arancini), nomi che avevo incontrato nel precedente libro (Recami con la casa di ringhiera e Costa con l’investigatore palermitano), autori che adoro (sì, chi mi conosce ha già indovinato: Malvaldi) e autori che ho conosciuto per la prima volta in questa occasione.

Anche in questo caso proverò a fare un riepilogo breve dei racconti: poche righe per ogni racconto con una valutazione personale del racconto e dell’autore, nella speranza di attizzare un po’ di curiosità e farvi arrivare a qualcuno di questi editori.

Camilleri ed il suo Montalbano sono ormai una garanzia: in questo racconto (“Una cena speciale”) è alle prese con un latitante che importuna una ragazza del luogo, il tutto alla vigilia di capodanno, con Livia che sembra non riuscire a giungere in tempo, e quindi con un piatto di arancini che sembrano già pronti lì per lui… Ma, quando tutto sembra incastrarsi alla perfezione, ecco chei suoi programmi si sconvolgono, con Livia che lo sorprende riuscendo ad arrivare per il cenone, e il latitante come vicino di tavolo al ristorante. Un racconto un po’ semplice dove non si apprezza, secondo me, completamente la complessità di altri romanzi di Montalbano. E’ come una foto che ti fa conoscere alcuni caratteri ma ti lascia abbastanza spazio per immaginarti (e conoscere) tante altre cose e dello stile di scrittura di Camilleri, e dei personaggi, e delle vicende che vivono.

Recami ci porta a vivere un “Capodanno nella casa di ringhiera”, con i suoi inquilini strani, le storie di vita che si intrecciano, la curiosità di alcuni ed il comportamento curioso di altri. Il tutto condito da propositi vari per il nuovo anno: il Consonni in particolare vorrebbe liberarsi di tutti i vecchi fascicoli su cui ha investigato e che, in passato, gli hanno portato qualche problema. Ma Angela lo trova per terra svenuto, con una macchia di sangue sul petto: che qualcuno abbia tentato di ucciderlo? Si scatenano una serie di fraintendimenti e avvenimenti tragicomici che fanno sorridere il lettore. Le vicende della casa di ringhiera rimangono per me – seppure con alcuni spunti di simpatia – vicende nebbiose, che non mi intrigano tanto. Non fraintendetemi: mi piace come Recami scrive, mi sta diventando simpatico il Consonni, ma non riesco ad appassionarmi a pieno. Penso sia questione di gusti personali…

Antonio Manzini ci fa conoscere “L’accattone” che, in una Roma di fine anno, scopre un uomo assassinato. Incaricato delle indagini è il vice questore Rocco Schiavone: sembra un caso di gelosia in un contesto di poveracci che hanno problemi a sbarcare il lunario. Ma la realtà è un’altra e il vice questore non tarderà a scoprirla facendo uso delle sue doti intuitive. Per i miei gusti è più avvincente della casa di ringhiera, ed il personaggio del vice questore – da quello che si intuisce – è un classico eroe dannato, che fa bene il suo lavoro ma che verrà perseguitato continuamente da un errore del passato. In parole povere, non mi dispiace. Che sia in arrivo, sul mio comodino, un romanzo intero dell’autore?

Esmahan Aykol ci porta, invece, nella magica Istanbul per un “Rubacuori a Capodanno”. La protagonista Kati, insieme a Fofo e Pelin, hanno “perso” un’altra amica, Lale. Kati e Lale avevano programmato di fare un giro per Istanbul durante la notte di capodanno (cosa sconsigliata da Fofo e Pelin), ma ad un certo punto, quando l’ora dell’incontro è ormai alle porte, Lale non si trova più. Si scatena allora una ricerca per le vie già intasate di Istanbul (che, con la neve che sta iniziando a cadere, diventa ancora più caotica). Ma forse Lale ha semplicemente avuto una occasione che non si è lasciata perdere… Carino lo stile, molto dialogato, ma poco affine ai miei gusti. Confesso che, per capire bene l’autrice, dovrei leggermi un romanzo intero e non un racconto dove, forse, Esmahan non è riuscita ad esprimere il meglio.

Gian Mauro Costa ci racconta ancora una avventura del detective-elettrotecnico Enzo Baiamonte, che vivrà “Il Capodanno di Atlante”. Durante la festa di capodanno, in compagnia della sarta di cui è innamorato, scorge fra gli altri invitati una bruna molto sexy che lo fissa con insistenza. Chi sarà mai quella donna che sembra interessata a lui? Si scoprirà che l’ha conosciuta a causa del suo vecchio lavoro (“detective” di infedeltà coniugali) e si sentirà in dovere di darle una mano. Inizierà così una corsa contro il tempo (per non deludere la fidanzata e brindare con lei a mezzanotte) per trovare la soluzione ad un inghippo “internazionale” (per scherzare col titolo di un vecchio film). Già conosciuto l’autore nella precedente raccolta, riconosco che ha uno stile carino, un po’ noir con qualche vena comica. Insomma, lo apprezzo e, chissà: in futuro potrei acquistare qualche suo romanzo.

E arriviamo, infine, al mio “amato” Malvaldi, che con “Il Capodanno del Cinghiale” mi ha fatto morire dal ridere. Sì, c’è anche il giallo (un omicidio), a cui Massimo (il nostro barrista) assiste durante una goliardata della Loggia del Cinghiale di cui fa parte, ma a risolvere il caso ci pensa, brillanemente, l’ispettore di polizia incaricato. Quello che mi ha fatto schiantare dalle risate è la parte iniziale del racconto. Che, a veder bene, non è niente di particolare, ma è la testimonianza di Massimo all’ispettore che è un capolavoro di comicità, e la Loggia del Cinghiale (che esiste davvero!) è un capolavoro di goliardia degno di Amici Miei. Merita: il racconto merita molto! Buon divertimento.

E buona lettura a tutti.

P.S.: Signor Sellerio… ma il prossimo anno cosa farà, capodanno con la Befana? Comunque, per me, qualsiasi cosa va bene!

Un Natale in giallo (AA. VV.)

Quello che è palesemente una operazione commerciale, nel mondo dei libri diventa una buona occasione di scoperta di nuovi autori. Sellerio per le festività natalizie ci ha proposto questo libro che raccoglie 7 racconti, di 7 autori diversi, sul tema delle festività. Questo volume è nato nel 2011 ma la data conta poco, in quanto i racconti sono sempre attuali.

Proverò, più sotto, a scrivere due righe per ogni racconto, ma intanto faccio un paio di considerazioni generali. Come dicevo sopra, tecnicamente questa è una operazione commerciale: l’intento dell’editore è quello di far conoscere ai lettori – appassionati di almeno uno degli autori – altri autori “simili”, nello stile o nell’interno creativo, all’autore preferito. E, lo confesso, il nome che mi ha spinto a comprare il libro (a proposito: 11,90 Eur scontati al supermercato) è Marco Malvaldi: chi mi segue sa quanto apprezzo i suoi gialli. Ma sono contento di aver scoperto altri validi autori: alcuni mi sono piaciuti più di altri, ma in generale considero questo libro un buon acquisto.

Un ultima raccomandazione prima di scorrere i racconti: le impressioni che scrivo qui sotto sono personali e sono, appunto, impressioni. Ciò che io ho adorato ad altri può non piacere e viceversa. Quindi prendete le prossime righe con le dovute molle.

Francesco Recami ci narra del “Natale nella casa di ringhiera”. Si tratta di un curioso episodio che ha come protagonista il nipotino del signor Amedeo Consonni, un quadretto di vita familiare che coinvolge tutto il condominio permettendo al lettore di conoscere pensieri e magagne di ogni persona e delle famiglie. Nonostante la narrazione non pesante devo dire che l’episodio, a parte per alcune situazioni tragicomiche, non mi ha esaltato molto. Lo ritengo comunque un autore da approfondire.

Alicia Giménez-Bartlett, con “Un Natale di Petra”, ci porta all’ospedale di Barcellona proprio nel giorno di Natale. Non si tratta di un medical-thriller: Petra deve indagare su un omicidio avvenuto in quel giorno e che coinvolge finti Babbo Natale. Ma l’omicidio, in tutta la sua tragicità, rimane una scusa per staccarsi dalla famiglia e dalle feste “comandate”, insomma una distrazione nella noia della consuetudine. Bello per come vengono tratteggiati i personaggi, ma forse (proprio per questo) più pesante del precedente. Probabilmente un libro di questa autrice farà parte della mia biblioteca prima o poi.

Santo Piazzese, invece, ci porta nella Palermo natalizia e ci racconta come il suo protagonista cambia marca di whisky (“Come fu che cambiai marca di whisky”). Amo il protagonista già dal fatto che degusta (quasi tutte le sere) un sorso di Laphroaig, dal sapore torbato e fumoso: whisky che apprezzo molto anche io. Ma scopre, il protagonista, anche il Lagavulin (altro whisky da me apprezzato) grazie ad un amico che narra una storia dove proprio una bottiglia di quel whisky diventa una chiave per capire un mistero. Mi piace la figura del protagonista e come l’autore lo pone di fronte alla vita, con i suoi isterismi e la sua mania degli ossimori. Libro in arrivo? Molto probabile.

“A Natale con chi vuoi”, di Carlo Flamigni, è una storia emiliana con risvolti russi. Nonostante provi simpatia per Primo (detto Terzo perché non ama primeggiare), il protagonista principale, questo racconto è forse quello che mi è piaciuto meno. Storia semplice ma intensa, di sfruttamento e riscatto, raccontata con uno stile che – lo ammetto – è molto bello ma che io trovo un po’ faticoso. Probabilmente più una questione di gusti personali che di bravura dell’autore ma… ma terrò l’autore in panchina per riprenderlo, forse fra qualche anno.

Torniamo di nuovo a Palermo con “La mossa del geco” di Gian Mauro Costa. In questo caso il protagonista è uno “sfigato”, un Paperino in carne ed ossa, che ha un negozio di elettrotecnico ma segue piccole indagini per sbarcare il lunario. E si imbatte, appunto, in un mistero mentre ripara l’impianto elettrico di una vecchia casa, riuscendo a risolvere una situazione molto intricata. Anche in questo caso apprezzo trama e stile. Forse una cosa che manca rispetto ad altri autori (che preferisco maggiormente) è una punta di ironia che aiuterebbe la lettura. Ma quasi sicuramente ciò si sposerebbe male con il carattere crepuscolare del protagonista. Comunque metto questo autore fra quelli da tenere d’occhio e, nel caso, da leggere nuovamente.

Arriviamo a Marco Malvaldi con il suo “L’esperienza fa la differenza”: il solito gruppetto di vecchietti, che fa compagnia come sempre a Massimo al Bar Lume, si trova a discutere degli ultimi eventi locali, e cioè del vandalo che – nottetempo – rovescia i bidoncini della raccolta differenziata e sparge il contenuto (l’ “umido”, cioè avanzi di cibo e materiale biodegradabile) per la strada. Tutto nasce da una vendetta per la mala gestione della cosa da parte della ditta incaricata. Ma il vandalo è… Bè, aspettatevi un finale diverso dal solito.

E finiamo nella Russia della seconda guerra mondiale con Ben Pastor e il suo Il giaciglio d’acciaio. Protagonista insolito del racconto è un ufficiale tedesco (sì, un ufficiale delle SS), ma non stereotipato come possiamo immaginare. E’ un personaggio che ama, che soffre, che – possiamo arrivare a dire – si trova completamente fuori luogo nei panni del militare. Non si tratta neppure di un giallo vero e proprio: il protagonista penserà a salvare le sue truppe, ma non avrà casi da risolvere. Quasi un racconto intimista, dove il protagonista racconta sé stesso, dov’è e dove vorrebbe essere. Bello il racconto e lo stile narrativo, ma un po’ fuori dai miei gusti: autore da tenere a mente, ma con calma.

E abbiamo finito… Ma mi sono accorto di essermi dimenticato, prima, una cosa: all’inizio di ogni racconto una introduzione dell’editore ci descrive, sommariamente, personaggi e ambientazione, così da permettere al lettore di inquadrare tutto meglio. Cosa molto giusta e gradita: in un piccolo racconto l’autore non ha il tempo di raccontarvi i personaggi e il lettore rischia di perdersi qualcosa; con l’introduzione, invece, il lettore si trova proiettato nel racconto ancor prima di leggere la prima riga.

Buona lettura.

Il rumore dei baci a vuoto (Luciano Ligabue)

13 racconti che sanno di pioggia…

Il rumore dei baci a vuoto, per Luciano, è il verso che facciamo normalmente per chiamare i gatti. E proprio il racconto che si intitola in questo modo dà il titolo anche all’intero libro. E in quel racconto, guarda caso, si parla proprio di un gatto e dell’autista che lo ha “toccato” con l’auto.

Sono 13 racconti brevi, di circa 20 pagine: storie che raccontano il dolore di una persona o la difficoltà da affrontare. Storie che narrano una storia che finisce o che ricomincia. Storie in cui si trova del coraggio e della rassegnazione.

Per questo dico che “sanno di pioggia”: in ogni storia il clima che ho trovato è sempre – almeno in parte – grigio, come se fosse nuvoloso e grossi goccioloni incombessero sulla nostra testa pronti a precipitar giù quando meno ce lo aspettiamo. Bè, no, per esser sinceri non tutte le storie sono cupe: in “pioggia di stelle” e ne “il rumore dei baci a vuoto” ho trovato degli sprazzi di sole, ma la prevalenza rimane sul grigio.

Di Luciano avevo letto in precedenza “La neve se ne frega” e il romanzo mi era piaciuto. Lo stile narrativo di Ligabue non rientra fra i miei preferiti, ma l’avevo comunque apprezzato. La storia non era proprio originale ma carina e i personaggi coinvolgenti. Insomma: comunque un bel lavoro.

In questa raccolta, invece, ritrovo poco del precedente romanzo. Alcuni racconti partono così di schianto che quasi non ti rendi conto di cosa stai leggendo (in “Cane in ritardo”, il primo racconto, la partenza mi ha lasciato un po’ stranito, e mi ci è voluto qualche pagina per capire bene chi fossero i personaggi e quale rapporto ci fosse fra di essi). E, per alcuni racconti, il finale ti rimane un po’ a mezz’aria (sempre in “Cane in ritardo” mi sarei atteso una evoluzione del racconto che, invece, si chiude lì).

Certo, ce ne sono altri che partono in tono più morbido, in cui l’incipit ti guida a fare conoscenza con i protagonisti. E altri ancora in cui il finale è degno dei migliori romanzi di paura (il finale di “Livello: facile” mi ha sorpreso molto, riaprendo inaspettatamente un racconto che sembrava chiuso e lasciando tutto lì in sospeso).

Però, come dicevo prima, più o meno tutti i racconti hanno un alone di tristezza e/o di sconfitta che ti lascia un po’ di amaro in bocca a fine lettura. Per essere concreti, insomma, è un libro che non consiglio di portare in vacanza perché rischia di farti immusonire. Consiglio di acquistarlo? Un libro è sempre un libro e non è mai una spesa inutile. Però attendere una versione più economica (l’edizione Einaudi che ho acquistato costa 15 euro) potrebbe essere una scelta saggia. Oppure farsi prestare il libro da un amico che lo ha già letto (o dalla biblioteca comunale)…

Ora, non è per smontare Luciano (che – come rocker – è nella mia top ten degli artisti preferiti), ma sinceramente questa volta il suo libro non mi ha preso un granché. Sono arrivato in fondo, ho voluto leggere tutti i racconti, ma una parte di essi mi ha lasciato indifferente o perplesso. Qualche “perla”, come accennavo sopra, la si trova anche in questi racconti, ma – fra alti e bassi – la media è… mediocre (nel senso che la qualità non è pessima ma neppure emerge rispetto ad altri). Attenzione: ovviamente andiamo nel campo del soggettivo, perché nulla poso dire ad una persona che ama lo stile di scrittura di Luciano. A me, personalmente, quello usato in questi racconti mi lascia un po’ indifferente. Poi, come sempre, sarà il tempo a dare l’ultima parola…

Buona lettura a tutti.