La fata carabina (Daniel Pennac)

Storia di tizi trasformati in fiori.

Tutto comincia proprio con una vecchietta che “trasforma un tizio in fiore” (come dirà Il Piccolo) mentre riesce a stare a malapena in equilibrio su una lastra di ghiaccio a forma d’Africa che invade un incrocio del quartiere Belleville di Parigi.

Peccato che il tizio fosse uno sbirro che cerca di difendere le “vecchiette” del quartiere da uno “sgozzatore” che le uccide dopo aversi fatto dare il PIN del bancomat così da poterle derubare dei risparmi. Peccato, anche, che quello che Il Piccolo considera un fiore è la testa spappolata dell’agente e la “bacchetta magica” è una pistola.

Insomma: sembra che questa vecchietta abbia solo voluto difendersi dall’assassino delle sue compagne, ed invece ha fatto un madornale errore. Ma non se ne accorge né se ne cura.

Ma l’intrigo non si ferma qui – anzi: devo dire che Pennac in questo racconto (almeno secondo i miei gusti) ha dato forse il meglio di sé.

Un agente di origine asiatica prossimo alla pensione che si traveste da vedova thailandese per scoprire lo sgozzatore. Un giovane agente ucciso da una vecchietta, e la conseguente caccia dell’omicida da parte della polizia. Una banda di vecchiette che cerca di autodifendersi con pistole della seconda guerra mondiale. Una giornalista (Julie, l’amore di Benjamin Malausséne) ridotta in fin di vita perché sta indagando su un giro di droga che coinvolge altri vecchietti. Un ispettore i cui genitori sono stati uccisi violentemente, che sembra essere l’eroe buono (ma l’apparenza inganna). Un altro ispettore che sembra saperne qualcosa di questo traffico di droga. Un architetto che dovrebbe pubblicare un libro con le “Edizioni del Taglione”. La figlia che si suicida… Tutto collegato e tutto che gira intorno a Benjamin Malausséne e alla sua famiglia. Sinceramente io non riuscirei a far incastrare nemmeno un terzo di questi elementi in un racconto, ma Daniel Pennac ci è riuscito, ed ha fatto combaciare tutto.

Diventa difficile, dopo queste premesse, raccontare la trama del romanzo senza svelare troppo, ma ci provo.

Benjamin è in ferie dalle Edizioni del Taglione: si occupa di mamma (a casa, incinta di Verdun, che nascerà alla fine del libro) e di 4 vecchietti ex-drogati che Julie ha portato a casa di Benjamin perché “testimoni” di una inchiesta giornalistica su un giro di droga che li coinvolge. La famiglia Malausséne riesce ad essere la “terapia” che stacca questi vecchietti da pillole antidepressive e droghe leggere. Intanto Julie, proseguendo nella sua inchiesta, viene catturata e quasi uccisa: la salva una chiatta che trasporta carbone e che sta passando, non vista, sotto il ponte da cui due scagnozzi la gettano, appesantita con alcuni bracciali di piombo. Portata in ospedale e curata dalla coppia Marty-Berthold (non senza discussioni) Benjamin la ritrova solo a metà romanzo.

Un articolo di Julie su Benjamin (vedi “Il paradiso degli orchi”) e su suo lavoro di capro espiatorio porta l’ispettore Pastor a sospettare proprio Malausséne del tentato omicidio di Julie. Ma, messo in guardia da Rabdomant, suo capo, indaga oltre le apparenze e scoprirà che Benjamin è piuttosto una vittima che un colpevole. Però lo “userà” (senza metterlo in pericolo) per scoprire i veri colpevoli, che sono legati al traffico di droga dei vecchietti (oltre a crimini perpetrati per anni e che Pastor farà loro confessare).

Nel contempo è proprio il traffico di droga ad alimentare la sete di denaro dello sgozzatore di vecchiette, sul quale sta indagando (di sua iniziativa) anche l’ispettore Van Thian, travestito da “vedova Ho” (thailandese)… Anche in questo caso i sospetti cadono sulla famiglia Malausséne ed in particolare su “zio” Stoji, che coccola le vecchiette portandole – nel fine settimane – a giro col suo autobus. Sì, Van Thian scoprirà alcune magagne su Stoji, ma si renderà conto che non è lui l’assassino di vecchiette e quello che fa è in buona fede: dovrà denunciarlo e portarlo in prigione, ma proporrà delle attenuanti. Piuttosto: sarà l’assassino a presentarsi alla vedova Ho-Van Thian, riuscendo quasi ad ucciderlo; ma verrà intercettato a sua volta da Mo il Mossi e Simon il Cabila, che metteranno fine, a modo loro, ai suoi crimini…

Intanto Pastor scopre il “pesce piccolo” che distribuisce droga ai vecchietti: una finta infermiera comunale.  Ma la lascia libera in cambio di una confessione. Le scoperte fatte, però, dalla fasulla infermiera comunale la portano ad un gesto tragico ed alla conseguente sete di vendetta del padre, tanto che Pastor viene quasi assassinato da i soliti due tizi che avevano cercato di uccidere Julie. Fortunatamente Van Thian era con lui e grazie alla sua destrezza con la pistola riesce a salvare Pastor e a fermare (definitivamente) i due malviventi, divenendo – contemporaneamente – quasi una leggenda nel quartiere di Belleville.

Benjamin, costretto dalla regina Zabo delle edizioni del taglione, va a casa dell’architetto di cui le Edizioni devono pubblicare il libro. Ha una brutta notizia da comunicargli e dovrà recitare ancora una volta la parte del capro espiatorio. Ma vi trova Pastor ed un altro agente di polizia ed assiste ad una conversazione assolutamente spiacevole nei suoi confronti. Ed invece di scappare rimane nascosto ad ascoltare finche scopre che… No, questo dettaglio non posso raccontarvelo perché rivelerebbe troppe cose. Dovrete leggere da soli.

Tirando un po’ le somma è un racconto con intrighi molto spessi e che si radicano anche nel passato di alcuni personaggi. Insospettabili diventano di colpo sospettabilissimi. Persone sospettabilissime si scoprono innocenti… Una storia talmente avvincente che Pennac la rirpopone come “storia della buonanotte” ai membri della famiglia Malausséne in “La prosivendola”. E sarà proprio Van Thian, gradito ospite della famiglia di Benjamin (soprattutto perché è l’unico che riesce a far star zitta Verdun), a raccontarla ai ragazzi.

Ripeto: fra quelli letti, secondo me è il migliore del ciclo Malausséne. E’ anche vero che mi mancano due racconti, quindi mi riservo la possibilità di cambiare idea. Confermo, invece, il mio smodato amore per lo stile di scrittura di Pennac. Ho notato piccole differenze coi libri precedentemente letti (ma successivamente pubblicati) relativamente allo stile, ma rimane sempre un grande e mi piacerebbe avere il suo estro. No: imitarlo mai – l’imitazione, in scrittura, secondo me è sempre madre di brutte copie. Se potessi, però, cercherei di amalgamare il suo stile con le mie caratteristiche. Ma, tanto, non mi sento per niente uno scrittore, quindi è inutile pensarci.

Buona lettura.

Il ciclo Malaussene (Daniel Pennac)

Vista la mia insistenza a leggere le vicende della famiglia Malaussene e a propinarvele in questo blog, ho deciso di fare un po’ di ordine (non solo cronologico) prima di pubblicare i prossimi due post (“La fata carabina” e “Il paradiso degli orchi”).

Per fortuna mi viene incontro Wikipedia su cui c’è un articolo completo sul “Ciclo di Malaussène” dove è indicata non solo la sequenza temporale dei racconti, ma vi si trova anche un breve profilo dei personaggi e – seguendo i link – un breve riassunto dei racconti.

Purtroppo, mi rendo conto ora, ho letto i libri in base a come li trovavo sugli scaffali dei supermercati (quello che compravo prima, leggevo prima) e non ho potuto fare, quindi, una conoscenza graduale della famiglia. Niente di male: il singolo romanzo si fa leggere ugualmente con facilità, ma consiglio, a chi ancora non ha cominciato la lettura di queste opere, di iniziare “dall’inizio” – e cioè da “Il paradiso degli orchi”, pubblicato (edizione originale francese) nel 1985.

Seguono, nell’ordine: “La fata carabina”, “La prosivendola”, “Signor Malaussène” e “ultime notizie dalla famiglia” (ancora non letti) e conclude il ciclo “La passione secondo Thérèse”.

I prossimi due post saranno dedicati proprio a “La fata carabina” e  “Il Paradiso degli orchi”. “La prosivendola” e “La passione secondo Thérèse” li ho già recensiti, rispettivamente, in questo e questo post.

La passione secondo Thérèse (Daniel Pennac)

La storia di un uomo che si sposa e muore dal ridere…

La famiglia Malaussene – la tribù, come loro si chiamano – è molto strana e variegata. E’ una grande famiglia, prima di tutto, formata non solo da legami di sangue ma anche di amicizia.

Se vi capita di incontrarla la riconoscerete sicuramente. Ma (consiglio) se vi invitano ad un matrimonio, fate tutto il possibile (ed anche un po’ di impossibile) per non marteciparvi! Due libri (la prosivendola, La passione secondo Thérèse), due matrimoni, due omicidi (più qualche morto collaterale).

In questo caso si parla di Thérèse, la sorella veggente di Benjamin (il fratello maggiore) si è innamorata di un nobile, il conte Marie-Colbert de Roberval, “consigliere referendario di primo livello”.

Sembra l’onestà in persona, il buon MC2 (così Marie-Colbert chiede a Benjamin di essere chiamato). Ma Benjamin sente incombere sopra di sé la “copronuvola” che annuncia sciagure, tanto che – ormai rassegnato al matrimonio – si prepara per la prigione raccogliendo alcuni effetti personali in una valigia ed una serie di libri consigliati dalal regina Zabo (per l’ennesima volta ex-datrice di lavoro) e da Loussa di Casamance (ex-collega ed amico).

La storia è alquanto semplice, e non ve la svelerò tutta (altrimenti rovinerei la sorpresa della lettura). In breve possiamo dire che Benjamin cede all’idea di concedere Thérèse come sposa a MC2. Nonostante la sua riluttanza la tribù è tutta con la sorella e smonta una ad una le obiezioni del “capo tribale”. Un matrimonio fastoso ma non eccessivo, con un uomo che sembra prodigarsi in tutto e per tutto per gli altri, il viaggio di nozze a Zurigo.

Tutto come nella migliore tradizione delle favole ma… sarà proprio così? Perché Thérèse torna a casa sconsolata e triste? L’incendio della roulotte dove Thérèse accoglieva chi desiderava qualche scampolo di futuro è accidentale, oppure qualcuno voleva uccidere la novella sposa? E come mai, ad un certo punto, Thérèse cambia completamente, da seriosa e spigolosa ad allegra e dalle morbide curve? Benjamin sospetta un nuovo Malaussene, ma sarà proprio così?

Continuo a ribadire la mia stima nello stile di scrittura di Pennac: è un pennellatore di storie, un impressionista della scrittura. Ho notato nei suoi racconti (almeno quelli della famiglia Malaussene) uno “schema”: Benjamin si licenzia da lavoro (sempre dalle Edizioni del Taglione) quando è preoccupato per un evento del futuro prossimo; poi succede il fattaccio (per ora sempre col morto e sempre a ridosso di un evento gioioso), Benjamin (o famiglia) rischiano di subirne tutte le conseguenze, ma alla fine tutto si risolve per il meglio suggellando la ritrovata tranquillità con lo sbocciare di una nuova vita (in questo caso “Maracuja”, nata da Thérèse e… scoprite da voi chi è il padre!

Non sto a ripetere tutte le qualità dello scrittore, già decantate nel precedente post (la prosivendola). Continuo a pensare che sia cosa buona e giusta farmi una libreria con i libri di Pennac.

Buona lettura!

La prosivendola (Daniel Pennac)

La storia di un uomo che all’inizio impersona un altro, e alla fine vive grazie al suo assassino…

Questa frase l’ho voluta mettere per provare a continuare il gioco “fratello maggiore di Daniel Pennac” scoperto in “Come un romanzo”.

Chi è Benjamin Malaussene (scusate, ma eviterò volontariamente tutti gli accenti)? Durante le prime righe del romanzo (e dopo quello che avevo sentito dire) lo avevo rappresentato mentalmente come uno sfigato… fisicamente mi assomigliava al “Gino Solitomino” vessato da Cattivik nei fumetti di Silver. Dopo le prime 3 pagine, però, mi sono fatto un’idea completamente diversa. E’ un buono, Malaussen, buono nell’animo, ma anche buono a nulla se paragonato all’uomo che cerca di emergere dalle sue miserie.

Malaussene è “il capro espiatorio” (certificato da regolare contratto d’assunzione) delle “Edizione del Taglione”: a lui toccano tutte le grane ed i cazziatoni, tant’è che il romanzo si apre con la scena di un gigantesco novello scrittore che reclama con Malaussene perché la Editizioni del Taglione gli ha rifiutato l’ennesimo manoscritto. Dopo aver placato il “figuro” Malaussene decide di dimettersi (è la terza volta in meno di un mese, gli fa notare la Regina Zabo, il suo datore di lavoro). Ha altro per la testa: sua sorella Clara sta per sposare un uomo molto più vecchio di lei – dice sia amore, ma Benjamin è perplesso. No: non cerca di ostacolare l’unione, ma (come un buon fratello maggiore) è dubbioso che possa nascere e crescere una vera felicità da quell’unione.

Accade però un fattaccio: il futuro marito della sorella, direttore di un carcere modello, è trovato morto ed orribilmente sfregiato la mattina stessa del matrimonio…

Clara da consolare, ed il suo piccolo (la sorella scopre di essere incinta pochi giorni dopo il matrimonio) che inizia a reclamare il suo diritto alla vita convincono Benjamin ad accettare un lavoro “sporco” (per le idee di Malaussene) dalla Regina Zabo. Un grande scrittore sta per lanciare sul mercato il suo ultimo romanzo. Ma vuole rimanere anonimo. Serve un uomo immagine, e quell’uomo immagine diventa Malaussene. Il quale si becca, al posto dello scrittore, un bel proiettile calibro 22 ad alta penetrazione. Coma. Disperazione della famiglia. E dietro un’intrigo di cui anche la Regina Zabo è all’oscuro.

No: non posso dirvi altro, sennò vi tolgo la suspance e la voglia di leggere. Sì, posso accennarvi che l’assassino muore e salva Benjamin (ma anche qui ci sono sotto svariati misteri). Sì, ci sono altri 2 morti e viene sospettata la moglie di Benjamin. Sì, c’è un dottore “bastard inside” che “cura” (sicui?) Malaussene… C’è un’ispettore che per metà libro non viene a capo della cosa, poi tutti i pezzi iniziano a quadrare. C’è un libro di troppo, dato per gentilezza ad un carcerato. E c’è una frase di troppo, che rimbomba nella testa di Malaussene senza ricordarsi dove l’aveva letta (e quando se lo ricorda è troppo tardi). C’è un ministro un po’ sinistro…

Bhe: leggetelo, ve lo consiglio!!!

Nonostante tinte giallo / noir non mi sento di far rientrare il romanzo in nessuno dei due generi. L’intrigo c’è ma è funzionale alla parte “umanistica” della storia, serve a far vivere i personaggi. Ammetto, però, che crei un po’ di suspance ed una certa tensione nel lettore (almeno a me a fatto quest’effetto).

Pennac mi ha stregato – dai tempi de “la lunga notte del dottor Galvan”, passando per “Abbaiare stanca” (di cui, nel romanzo, c’è una citazione: Julius è chiamato anche “Il Cane”, come “Il Cane” di “Abbaiare stanca”) sono approdato alla famiglia Malaussene, di cui ho già acquistato altri 2 libri: “La fata carabina” e “il paradiso degli orchi”. Una famiglia strana, multietnica, multiforme, multi…tutto.

Di Pennac mi affascinano due cose. La prima è scrive come un pittore, pennellando le situazioni, aggiungendo o diluendo colore in base alle emozioni che vuol passare, aumentando o diminuendo la pressione e la forza della pennellata per aumentare e diminuire la tensione. La seconoda cosa sono i personaggi: umani, fisici, descritti con la carne e non con la penna. Modellati, tagliati, rifiniti dall’autore sono personaggi che respirano, vivono, soffrono, gioiscono. Entri in empatia con Benjamin Malaussene. Soffri insieme a Julie, sua moglie. Ti incazzi contro il medico, come fa Jeremy, suo fratello minore…Sono personaggi che vivono dentro di te e con te.

Avrete capito che continuerò imperterrito a leggere le avventure della famiglia Malaussene, e ve ne renderò conto su questo blog. Però vi consiglio (no, ovviamente non vi obbligo) di leggerlo. Potrete sempre dire che non vi è piaciuto e che non vi interessano gli altri, ma secondo me vi piacerà. 

Come un romanzo (Daniel Pennac)

“Un libro che parla dell’amore per i libri”. Questo sarebbe – forse – la risposta del fratello di Daniel alla richiesta “Di che cosa parla questo libro?”. Si perché nel libro scopriamo che è proprio questa brevità a incuriosire il fratello minore Daniel e farlo cadere, in seguito, fra le pagine di libri particolarmente “pesanti” (coem potremmo pensare noi) ma altrettanto belli (come confessa l’autore).

Daniel Pennac ha dedicato al suo amore per i libri questo “Come un romanzo”. Si parte dalla situazione di disagio, di fronte al libro ed alla relativa “scheda” da compilare per il giorno successivo,  di un ragazzo per approdare ai “10 diritti” inalienabili del lettore, fra cui risalta in prima posizione il diritto a non leggere.

Lo definirei (mi scusi Pennac) un libro “emozionale”, difficile da descrivere in un blog, bello da leggere e portare dentro. Il consiglio è quello di leggerlo…

Se proprio volete avere un’idea di quello che potete trovare dentro vi posso accennare che un personaggio è “il figlio” (il mio, il vostro, un figlio qualsiasi) che “non ha voglia di leggere”. Perché, eppure leggeva tanto da piccolo! Colpa della televisione, del mondo, di tante cose… ma sarà vero? Il Professore, altro personaggio, che vorrebbe far tornare al fioglio (e a tutti i suoi compagni di classe) la voglia di leggere costringendoli a fare schede, commenti, riassunti su libri lasciati cadere come mattoni sulle loro teste. Ancora il Professore (un altro?) che legge “gratuitamente”, in classe, un libro, senza chiedere riassunti né schede né commenti… perché tanto i ragazzi arriverannod a soli a farli: leggere per passione, leggere per sapere come va a finire (non perché costretti a raccontarlo in una scheda).

Vi confesso che Daniel mi ha anche aiutato a prendere delle decisioni. Mi dicevo, infatti, che un libro dovesse essere letto dalla prima all’ultima pagina. Invece è un mio diritto (diritto del lettore) saltare le pagine, chiudere unlibro se non ti convince… Penso che inizierò ad avvalermi di tali diritti dal prossimo libro che aprirò.

Buona lettura (o, anche, buona “non lettura”, se preferite esercitare questo vostro diritto).