Chi ti credi di essere? (Alice Munro)

(dal sito dell’editore – edizione 2015)

Se dovessi dire quale libro letto ultimamente è quello che rimarrà più a lungo nella mia memoria, sceglierei senza esitazione questo.

Inutile dilungarsi sull’autrice, ottantaquattrenne scrittrice canadese, una vita come tante, tra matrimoni, figli, lavori di fortuna ma anche incarichi prestigiosi. Per chi non avesse sottomano Wikipedia e gli difettasse la memoria, la Nostra ha vinto il premio Nobel per la letteratura nel 2013, e con questo si è detto tutto (e niente).

Il romanzo in questione è tra i primi da lei scritti (nel 1978 per l’esattezza), ma racconta emozioni talmente universali nella tribù femminile del moderno Occidente, da poter essere stato scritto ieri … o domani. Si tratta, in buona sostanza, di dieci capitoli, dieci piccoli racconti perfettamente in grado di vivere di vita propria, ma legati fra di loro in una sorta di biografia emozionale della protagonista Rose, dapprima bambina in una contea canadese depressa di prima della Seconda Guerra Mondiale, poi adulta in un Canada più evoluto di fine anni ’70. Anche lei, come la sua creatrice, una vita come tante, nessun colpo di scena, una quotidianità con le sue battaglie, le tante piccole sconfitte, le poche sudate vittorie. E poi una matrigna, un marito, una figlia, degli amanti, alcuni amici. Come trama, si penserebbe, poteva fare di meglio e invece ecco che il mondo di Rose viene descritto con una semplicità solo apparente che porta, pagina dopo pagina, con gli occhi incollati al testo, a scoprire le sue emozioni, sentimenti, bisogni, paure, meschinità e glorie in una ricchezza e tripudio di dettagli nascosti nelle pieghe, non di Rose, ma di tutti noi. Soprattutto di tutte noi.

E’ una scrittura di donna, è vero, che magnifica, sublima e semplifica quel pensiero intimo femminile, così nostro da doverne rendere partecipi anche gli uomini che ci vogliono ascoltare, nel tentativo, spesso non riuscito, di arrivare a comprenderci vicendevolmente. E alla fine di ogni singola pagina ci si ritrova ad ammettere di aver vissuto esperienze simili, di aver pianto per emozioni analoghe, di aver sofferto di angosce uguali. La Munro poi è magnifica nella sottigliezza dell’indagine psicologica nel terzultimo capitolo, in cui una Rose ormai matura è preda delle ansie di una relazione sentimentale ancora in fasce ma già portatrice di insicurezza, inquietudine e solitudine. Una descrizione dell’amore, il sentimento principe, come radice infetta che alberga nell’anima umana e che ha come unica cura una salutare fuga “dalla [sua] cerimonia violenta […], dallo stato di frastornata alterazione che comporta”, perché “in un modo o nell’altro l’amore ti derubava sempre di qualcosa: una sorgente di equilibrio interiore, un piccolo nocciolo duro di onestà”. Atroce ma verissimo. Sopravvivere all’infezione da amore non è cosa da mammolette. E infatti Rose si sentirà “ogni giorno di più di avere una pellaccia bella dura”. Conclusioni? Nessuna: da troppi punti di vista può essere guardata la vita. Nessuna morale, nessun insegnamento. Solo il piacere di aver visto riportati su pagina, in una scrittura semplice ma complessa, i barocchismi dei propri banali sentimenti. E non è cosa da poco. Perché in fondo: chi ti credi di essere?

Assolutamente da leggere!

A. Munro, Chi ti credi di essere?, Torino, Einaudi, 2012
ISBN 978-88-0622-456-1 in brossura € 12,00