Tredici ore (Deon Meyer)

Una ragazza in fuga, degli assassini all’inseguimento, ed un polizotto che deve bloccarli

E bravo Deon Mayer, che sta molto maturando: in questo romanzo si è avvicinato molto ad uno dei miei punti di riferimento (il Tom Clancy dei primi romanzi). La suspense c’era tutta e mi ha fatto divorare il romanzo in… più o meno tredici ore.

Il titolo, però, non è il tempo di lettura previsto ma la durata della giornata del poliziotto Bennie Griessel. Svegliato la mattina presto per l’omicidio di una ragazza americana, riuscirà, dopo 13 ore intense e vissute di corsa, a risolvere il caso e salvare l’amica e connazionale della defunta.

Bennie è stato appena nominato “mentore” di un gruppo di giovani ispettori di polizia e questo è il primo caso per lui come supervisore: dovrà guidare uno dei suoi pupilli in un corpo di polizia sudafricana in completo e repentino cambiamento. Ma non è solo la polizia che cambia: è tutto il Sudafrica che è in fermento, con le varie etnie che cercano di fondersi, di unirsi in una identità nazionale, anche se sfaccettata e con mille sfumature. Ma anche con tante persone che continuano a covare odio o disprezzo o disinteresse verso persone di altre etnie.

Bennie è intelligente, ha un innato istinto per capire assassini e delinquenti. Sa pensare come loro e questo lo aiuta molto nel risolvere i casi. Ha però un problema… o meglio: aveva. L’alcool. Era un alcolizzato ma – in questo romanzo – non tocca l’alcol da quasi sei mesi. Da quando sua moglie, stanca di questo suo vizio, lo ha cacciato di casa.

Ecco che un secondo caso si sovrappone al primo, una seconda rogna in questo suo primo giorno di supervisore. Un impresario musicale viene trovato morto in casa sua, con due colpi di pistola nel petto. E Griessel deve seguire anche il secondo pupillo, coordinare e controllare le sue indagini per insegnargli il mestiere.

Quando però si scopre che una ragazza americana, compagna di viaggio della prima vittima, sta cercando di fuggire alle grinfie degli assassini dell’amica, la cosa si fa critica. Bennie è costretto a strappare di mano ai suoi pupilli le redini dell’indagine e a guidare personalmente la cosa. Anche perché diventa una questione di tempo: più ne passa più è improbabile che la ragazza possa salvarsi.

Potrei dirvi che ci sono colpi di scena, che c’è un legame fra i due omicidi, che Bennie riesce a coordinare le due indagini e la sua vita personale (stando, praticamente, tutto il giorno al cellulare), che i suoi pupilli sono in gamba ma mancano di esperienza, che qualche collega ci rimette (quasi) le penne… ma non ve lo dirò, sennò vi svelo tutto. Posso dirvi, però, che il meccanismo narrativo (con le due indagini in parallelo fino alla fine), la suddivisione temporale (i vari capitoli sono raggruppati in fasce temporali) e la caratterizzazione dei personaggi (migliore rispetto a precedenti libri) ti catturano: mi hanno inchiodato al libro e ho dovuto finirlo velocemente (fortunatamente avevo qualche ora libera).

Lo stesso Bennie Griessel lo si trova nel romanzo Afrikaan Blues ma, devo dirvi la verità, in quel caso non mi aveva colpito più di tanto. Forse perché il personaggio principale non era lui ma un ex combattente che si trasforma in giustiziere. Rispetto al primo libro questo mi sembra meglio definito ed i personaggi ti colpiscono di più, Bennie non ruba la scena agli altri ma è co-protagonista, anche se è lui che guida la trama del romanzo. Le caratteristiche sono simili a quelle dell’ispettore Colombo: capelli arruffati, quel fare distratto e svampito mentre riordina le idee… Empatizzi col personaggio, fai il tifo per lui. Ma non solo con lui, anche con altri personaggi. Oddio, non proprio con tutti (i cattivi sono curati meno).

Ecco, forse uno dei punti deboli è proprio la “cura” dei cattivi. Si scopre a metà romanzo che esiste un coordinatore dei cattivi ma si sa veramente poco di lui, si scopre alla fine in cosa sono impelagati i cattivi, si capiscono alla fine tutti i retroscena. Sono cose che non guastano il romanzo anzi, permettono di concentrarsi meglio sulla storia principale. Però la matassa si sbroglia troppo di botto e solo nell’ultimo capitolo. Ok, ormai la suspense era finita, le indagini concluse, ma sfruttare ancora qualche pagina per raccontare con più dettagli il finale non avrebbe guastato. Certo: è strano, di solito preferirei qualche pagina meno e in questo caso invece ne vorrei di più. E pensare che qualche pagina da togliere ci sarebbe anche in questo libro.

Certo: suspense, azione, giallo. Però anche un po’ di banalità: si capisce subito che i due casi di omicidio sono legati. Anche se non si capisce fino in fondo perché (scoprendo poi che è la cosa più semplice che si possa pensare). Si capisce abbastanza subito che i delinquenti cercano qualcosa, si capisce quasi subito che alcuni indagati non c’entrano nulla. E ovviamente si capisce subito anche come va a finire, anche se c’è un piccolo colpo di scena. Si capisce subito, inoltre, che ci sono persone corrotte nei corpi di polizia. E poi, ad un certo punto, sparano a Griessel e, come accade nei migliori film, una pinza multiuso ferma il proiettile salvandogli la vita. Alcune cose, insomma, non proprio originali ma comunque carine o almeno funzionali al romanzo.

Insomma, un libro che mi è piaciuto molto, per un autore che è migliorato, a mio avviso, rispetto ai precedenti romanzi (che già non erano male). E poi una ambientazione bella, originale, di cui nel libro si vedono i colori, si sentono gli odori. Il prezzo non è bassissimo (16,58 scontato al supermercato) ma secondo me vale più di Afrikaan Blues (di cui consigliavo di cercare l’edizione economica). Lo consiglio agli amanti del genere, che troveranno (in questo caso) alcune affinità con la gestione della suspense stile “Clancy”.

Se poi vi capitano anche gli altri libri (Safari di sangue, Codice: cacciatore e, ovviamente, anche Afrikaan blues), specialmente se li trovate in edizione economica, vi consiglio di comprarli.

Buona lettura.

Safari di sangue (Deon Meyer)

“Mi piacerebbe poterti dire che è perché credo nella giustizia, ma non sarebbe vero. Lo faccio perché credo nella vendetta”

Ultimamente mi era successo raramente che un libro mi prendesse dalla prima pagina: non so per quale alchimia, ma questo ci è riuscito. Avevo già letto altro di Deon Meyer (codice: cacciatore e Afrikaan Blues) e mi era piaciuto, anche se non in modo esaltante. Buona scrittura, buone storie, buona leggibilità ma non c’era mai stata quella brama di arrivare all’ultima pagina per capire come finiva.

Eppure la prima pagina racconta della guardia del corpo (privata) Lemmer che sta ristrutturando casa, e della chiamata del suo capo per offrirgli un incarico. Ripeto: non so come mai – forse il fatto che la storia sembra raccontata da Lemmer direttamente – ma il racconto mi ha preso subito. E poi, quando nel corso della storia, l’intreccio si è infittito, la “sete” di conoscere la fine si è accentuata.

Ovviamente della storia posso raccontare poco, onde evitare che vi riveli finali e passaggi importanti. Lemmer è una guardia del corpo che ha avuto alcuni problemi in passato, finendo anche in prigione. La direttrice di una agenzia di sicurezza personale (la Body Armour) lo vuole comunque fra i suoi dipendenti e gli affida vari incarichi che lui porta a termine senza problemi.

Però arriva alla Body Armour una certa Emma Le Roux che dice di essere stata aggredita. Vuole una guardia del corpo per una settimana, finché non chiarisce una vicenda sospesa da oltre 20 anni: la presunta morte di suo fratello (o meglio: la scomparsa, in quanto non si è mai ritrovato il corpo).

Emma e Lemmer partono quindi per un viaggio nei luoghi del sudafrica dove ultimamente si sono svolte alcune vicende che vedono coinvolto una persona che Emma ritiene Jacobus, suo fratello. Il cognome è diverso, la faccia (vista al notiziario) non è proprio uguale a quella che ricorda lei, ma è convinta che si tratti di suo fratello. Convinzione rafforzata da due fatti. Pochi giorni dopo il notiziario in cui era stata mostrata la foto, Emma ha chiamato la polizia del luogo per avere maggiori informazioni ma senza scoprire niente: due giorni dopo, però, è stata aggredita a casa sua. E nel frattempo aveva ricevuto una telefonata, purtroppo disturbata, in cui una voce sconosciuta aveva parlato di suo fratello, ma a causa delle interferenze non aveva capito molto bene cosa la voce volesse comunicarle.

Lemmer non crede tanto ad Emma: la trova una bella ragazza, ricca, che vuol soddisfare alcune curiosità ma è convinto sia più per un rimorso di coscienza che per una vera ricerca della verità. Insomma: la asseconda ma crede poco che la faccenda dell’aggressione sia motivata dalla ricerca che sta compiendo.

Per la verità Lemmer è un tipo un po’ insicuro: considera sé stesso come una mediocre guardia del corpo, un tappabuchi per la Body Armour. E crede poco anche al suo capo quando gli racconta che Emma, all’agenzia, aveva chiesto il meglio e la capa aveva scelto, senza esitare, lui.

Si accorge di aver sbagliato su Emma quando attentano alla loro vita. La ragazza viene ferita e sbatte la testa: lui riesce a portarla ad un ospedale, ma Emma è in coma. Allora prende la cosa sul serio, sia perché ha riconosciuto che Emma aveva raccontato la verità, sia spinto da una sete di vendetta. Emma un po’ piace a Lemmer, anzi, più che un po’, ma cerca di mantenere un certo distacco per la professionalità del suo ruolo. Quando Emma è in coma, però, spinto dai dottori (ed anche un po’ rassicurato dal fatto che i dottori dicono che lei non ricorderà nulla di quello che dice), Lemmer le parla e le racconta la sua vita passata e le sue scelte di solitudine… Avrebbe voluto raccontarle qualcosa prima, ma un po’ per l’insicurezza (accampando scuse come la diversa estrazione sociale ed il diverso conto in banca) ed un po’ per la professionalità richiesta per il suo lavoro, non lo aveva fatto.

Lieto fine? Sì, sicuramente sì. Tutta la faccenda si dipana: i cattivi o muoiono o vengono arrestati, i buoni si ritrovano e viene anche portato alla luce un attentato, compiuto svariati anni prima, per assassinare il presidente di un Paese confinante col Sudafrica. Ma non dirò una parola di più!

Ripensavo ai personaggi e a come vari autori li “strutturano”. Tom Clancy nei suoi ultimi romanzi non da spessore al personaggio, anche perché spesso è un personaggio da video gioco (penso alla serie splinter cell in particolare). John Le Carrè – almeno nei romanzi che ho letto – invece approfondisce molto i personaggi, come anche faceva Agatha Christie. Sono convinto che la psicologia dei personaggi dia maggiore spessore al romanzo. Deon Meyer mi sembra riesca a porsi nel mezzo fra Clancy e Le Carrè, forse leggermente spostato verso quest’ultimo.

Il personaggio di Lemmer (come anche i protagonisti dei precedenti romanzi) è molto sviluppato. Magari non realista al 100% (questo Lemmer è un po’ emulo di James Bond – tutte le donne si innamorano di lui – anche se è un timidone ed un insicuro) ma di lui si conosce un po’ di infanzia, si sa come mai è andato in prigione, e – in fin dei conti – si conosce quella parte di storia che lo ha reso il personaggio che è ai giorni del romanzo.

Anche Emma è ben definita, mentre gli altri personaggi prendono meno spazio nella descrizione del proprio essere. Sì, si sa qualcosa bene o male di tutti, si conosco le azioni passate che adesso spingono ognuno a fare quello che fa, ma non abbiamo lo stesso livello di “completezza” di Lemmer.

Devo confessare una cosa: se non veniva raccontata un po’ di vita e di riflessioni di Lemmer, il libro sarebbe stato alto la metà. E purtroppo qualche passaggio è leggermente noioso: non da bloccare la lettura né da rompere l’azione, ma rimangono dei passaggi “interiorizzanti” di Lemmer che forse potevano essere accorciati od esclusi senza togliere spessore al personaggio. Oddio, siamo lontani dai livelli di Stieg Larsson (che ama divagare sui personaggi e le situazioni), quindi le divagazioni di Meyer sono molto più accettabili.

Mi piace anche l’ambientazione dei romanzi di Meyer. Il Sudafrica, secondo me, è un paese da visitare: ho visto delle foto di una amica che ci è stata e mi hanno colpito i colori del cielo e della natura. E l’autore descrive questi paesaggi in modo apprezzabile e in qualche caso ti sembra di essere lì.

Infine, nel romanzo ci sono anche alcuni richiami all’ecologia, al bracconaggio di animali esotici, alle ferite che ancora si aprono in quella terra. Non ci sono proclami particolari, forti prese di posizione o dichiarazioni esplicite; è più una pacata osservazione della realtà attuale, smorzata dalla convinzione (che l’autore fa esprime a Lemmer) che alcune posizioni (assunte da altri personaggi) siano esagerate o poco realizzabili.

Un romanzo, insomma, da ombrellone – anche se bello denso. Una storia che avvince e che si lascia leggere bene, realistica, con un eroe che non si sente un eroe (anzi, si considera piuttosto mediocre) ed un intreccio che riesce a reggere la tensione fino alla fine.

Buona lettura.

Codice: cacciatore (Deon Meyer)

Spy-thriller ambientato in sud africa

Un anno fa trovai nel reparto libri un giallo che mi ispirava: Africaan Blues. Un mese fa, girando fra altri scaffali di un altro supermercato, trovai un altro libro dello stesso autore: “Codice: cacciatore”.

Quando ho iniziato a leggerlo mi sono accorto, con sorpresa, che si trattava del libro “precedente” Africaan Blues. Il protagonista è lo stesso Thobela del primo libro da me letto, ma le vicende si svolgono “prima”. L’indizio principale è che la compagna di Thobela, Miriam, in questo romanzo è viva mentre in Africa Blues è morta. Anzi: si scopre in questo libro perché muore – e non è per una malattia come scritto nel precedente post.

Thobela, lo ricordiamo, è un ex combattente nella guerra di liberazione del sudafrica. E’ stato addestrato dal KGB per cui ha fatto anche alcuni lavoretti sporchi (tipo uccidere le spie nemiche).

Ma un giorno decide di cambiare vita e diventare agricoltore. Lo stimola in questa decisione anche l’incontro con Miriam, una bella ragazza madre che lavora nella banca dove Thobela ha un po’ di soldi. Dopo un lungo corteggiamento (il precedente compago di Miriam era “fuggito” e Miriam teme che tutti gli uomini facciano come lui) i due vanno a vivere insieme. Thobela, molto intelligente si iscrive ad una scuola per corrispondenza e, contemporaneamente, aiuta Pakamile, il figlio di Miriam, a fare i compiti per scuola ed insieme a lui coltiva un orto con il sogno di metter su una fattoria.

Ma un amico del passato, a cui Thobela deve molto, viene coinvolto in un gioco di spie. Quando, attraverso la figlia, questo amico chiede aiuto a Thobela, si scatena una caccia all’uomo per tutto il Sudafrica.

Thobela deve raggiungere l’amico (ed i suoi sequestratori) a Lusaka, in Zambia, entro 72 ore. Abita a Cape Town (Sud Africa) e decide di prendere l’aereo, ma alcuni agenti dell’intelligence sudafricana glielo impediscono. Nonostante la distanza, allora, decide di prendere in prestito una moto BMW dal negozio in cui lavora e fare il viaggio con quella. Non si aspettava di esser braccato, ma la fedeltà verso quel suo amico (che, si intuisce, in passato aveva fatto altrettanto per lui) lo spinge ad andare avanti.

La notizia di questa fuga finisce sui giornali e diventa uno di quei casi a cui i lettori si affezionano. Per alcuni è un eroe, per altri è un delinquente. Però tutti ne parlano e ciò che doveva rimanere nascosto viene raccontato ai quattro venti.

Purtroppo le cose degenerano: non vi racconto tutto, ma posso accennarvi che Miriam viene catturata – incolpevole ed ignara di cosa sta succedendo – dall’unità di intelligence presidenziale (che comanda la caccia a Thobela). E purtroppo succede un incidente.

Intanto Thobela prosegue la sua “fuga”, grazie sia all’addestramento militare del passato, sia all’auto di alcuni sudafricani che vedono in lui un eroe. Non riuscirà però a raggiungere l’amico (che i sequestratori, comunque, uccidono prima dello scadere del tempo) perché ferito durante uno scontro: sviene, alla guida della moto, in Botswana ed un altro amico lo aiuta a ritornare nel suo paese.

Per certi versi questo romanzo mi è piaciuto forse più del primo che ho letto (che, ricordo, sarebbe un “seguito” della storia di Thobela). L’ambientazione è sempre il Sudafrica, ma in questo romanzo si viaggia molto, mentre in Africaan Blues si sta molto “fermi” in città. E poi in questo libro si conosce meglio Thobela: nell’altro si hanno dei frammenti del suo passato ma non lo si conosce bene.

Il romanzo è molto “agile”: si legge bene ed è avvincente. Ve lo consiglio (se vi piacciono i thriller mescolati alle spy story). Se considerate anche che io l’ho trovato a 2,90 Euro (il prezzo di copertina è di 4,90) la spesa vale la lettura.

Buona lettura.

Afrikaan Blues (Deon Meyer)

Tre vite provate che si intrecciano e si cambiano a vicenda.

Ebbene sì, la cura-fumetto che avevo annunciato nei miei precedenti post ha funzionato. Domenica scorsa ho ripreso a leggere libri, iniziando da questo giallo/thriller ambientato in Sud Africa.

Nella storia si intrecciano tre vite cariche di problemi: una “lavoratrice del sesso” (come si autodefinisce) che vuol proteggere sua figlia da un cliente troppo attaccato a lei, un poliziotto-alcolista che viene buttato fuori di casa da sua moglie e si accorge che sta perdendo i figli, un ex combattente che si trasforma in giustiziere quando due ladruncoli gli ammazzano il figlio.

Iniziamo subito col dire che il libro è strutturato in parti: una per ogni protagonista (più una piccola parte finale per la figlia del poliziotto, che viene trascinata nei guai proprio dallo scontro fra le vite dei protagonisti). In ogni parte viene raccontata prevalentemente la storia di un personaggio, dal punto di vista del personaggio. Ma contemporaneamente si raccontano anche le vicende degli altri.

La prima parte è dedicata a Christine, la lavoratrice del sesso, la quale – forse per chiarire a sé stessa come mai ha fatto certe cose (che non vi racconto perché altrimenti vi rovino la lettura) – si “confessa” con un Pastore di una chiesetta. Dovrà raccontare quasi tutta la sua vita, così come l’ha vista lei (si scoprirà in fondo che non è andata proprio come ha raccontato al pastore). Una vita difficile che l’ha portata, alla fine, a fare la prostituta regalandole, sì, alcune soddisfazioni ma lasciando sempre, dentro di sé, una certa amarezza. Tanto che, frequentemente, è costretta ad infliggersi del dolore tagliandosi sotto i piedi. Fortunatamente ha una figlia, Sonia, per la quale decide di continuare a vivere.

La seconda parte è dedicata a Benny, il bravo poliziotto, che col suo istinto ha chiuso molti più casi di quanti ne hanno chiusi i suoi colleghi, che con la sua perspicacia riesce a scavare nel profondo dell’animo dei colpevoli e delle vittime. Un bravo poliziotto che, però, ha un problema: beve troppo. E questo ha rovinato il suo rapporto con la famiglia, tanto che la moglie Anna gli da un ultimatum: se non si disintossica entro sei mesi lei chiederà il divorzio e l’affidamento esclusivo dei figli.

La terza parte è dedicata a Thobela, un ex combattente ribelle, addestrato dalla ex unione sovietica come cecchino e combattente di guerriglia urbana. Ma da alcuni anni si era calmato: aveva trovato una ragione di vita in una donna e suo figlio ed aveva deciso che quella sarebbe stata la sua famiglia. Ma una malattia gli porterà via la compagna e, poco dopo, due ladruncoli uccideranno anche il figlio. Visto che la “giustizia” non riesce ad incastrare i ladruncoli Thobela decide di farsi giustizia da solo, ma non riuscendo a trovare i ladruncoli si dedica ad una causa che lui ritiene “nobile”: vendicare i bambini. Sceglie, attraverso articoli di giornale, come vittime persone che hanno ucciso o violentato o trattato male i bambini, e le uccide con una zagaglia (una specie di lancia). Ma scoprirà presto che anche la sua “giustizia” può sbagliarsi.

Sono costretto a rivelare qualcosa della trama per spiegarvi come le vite dei 3 si incrociano. La cosa è abbastanza semplice: a Benny è affidato il caso del giustiziere con la zagaglia (Thobela). Christine, invcece, cerca di proteggere sua figlia da Carlos, un “cliente” che si dimostra sempre più attaccato a lei (la vuole in esclusiva) e che sembra avere qualche morbosità verso le bambine. Christine si inventa, allora, una messa in scena per liberarsi da Carlos: lo accusa di aver rapito la figlia montando a suo carico una serie di prove – la aiuta il fatto che lui è un narcotrafficante. Benny decide di usare Carlos come esca per Artemide (è così che i giornali chiamano Thobela), il quale casca nella trappola: riesce ad uccidere Carlos, ma Benny e la sua squadra ormai lo hanno scoperto.

Ma la storia non finisce qui: ci sono altri intrecci nascosti fra le righe, come poliziotti corrotti che vendono informazioni ai fratelli di Carlos, i quali sequestrano Carla (la figlia di Benny) e lo costringono a portare da loro Thobela… E qui mi interrompo perché il finale è meglio se lo leggete da soli.

Devo dire che ci sono alcune cose che non mi sono piaciute molto in questo libro. Piccoli dettagli, non grosse cose, che comunque non hanno danneggiato il filo della storia. Partiamo dalla traduzione: il libro originale è scritto in Afrikaans e chi lo ha tradotto, secondo me, si è lasciato sfuggire qualcosa. Ho in mente un esempio: Anna che dice a Benny di passare a prendere i figli alle 10 e, pochi capitoli dopo, Benny che si presenta a casa sua alle 3 meno 10… forse erano le 10 meno 3… Così come ci sono alcuni errori: “il terza uomo” è quello che ricordo meglio, ma ne ho trovati altri 5 o 6 su questo stile.

Mi sembra anche che la storia non fili liscia come dovrebbe: anche in questo caso sono alcuni dettagli – c’è un caso in cui Christine parla di una cosa e la stessa cosa si vede riapparire 2 capitoli dopo come se avvenisse in quel momento. Ora, ricordiamoci che Christine racconta – a posteriori – la storia come in una confessione, quindi può darsi che qualcosa che lei racconta (temporalmente alla fine della storia ma è scritta in mezzo al libro) si verifichi qualche capitolo dopo, però non mi è sembrato molto naturale.

MI ha deluso un po’ anche il finale, un po’ sbrigativo. Non tirato via ma semplicemente tagliato un po’ con l’accetta. Certo, c’è una parte in cui Benny cerca di capire alcune cose, anche se il caso è chiuso, e si scopre che Christine racconta una sua infanzia che non corrisponde proprio a quello che è avvenuto. Questo piccolo capitolo è significativo per capire alcuni atteggiamenti di Christine. Mentre invece il capitolo della liberazione di Carla parte carico di suspance ma si ammoscia tutto col primo colpo di pistola…

Ripeto: sono piccoli dettagli che di per se non rovinano l’impianto della storia, ma quando gli cogli ci rimani un po’ perplesso.

Se volete passare una settimana leggendo qualcosa di intrigante ma leggero vi consiglio di procurarvi il libro. L’edizione che ho comprato io, a sconto, veniva oltre 15 euro: sinceramente vi consiglio di trovarvi una versione più economica oppure di farvelo prestare. L’autore merita di essere letto e, probabilmente, seguirò le prossime sue uscite, ma per ora non mi sta prendendo come altri autori (sul genere simile preferisco Tom Clancy).

Una cosa che ho apprezzato è la verosimiglianza con la vita reale: la prima vittima di Artemide è accusata di aver stuprato una bambinia per guarire dall’AIDS. Purtroppo è realistico: in Sud Africa molti credono che per guarire dall’AIDS basti fare sesso con una vergine, e per “essere sicuri” vanno a prendere bambine di pochi anni. Ma non solo: in generale la pedofilia è abbastanza estesa in Sud Africa e le forze di polizia, pur cercando di fare oltre il loro possibile, non riescono a sradicare questa piaga.

Altri elementi verosimili: l’alcolismo di Benny e le lavoratrici del sesso. L’autore si è documentato molto su entrambi i fronti (lo dice apertamente anche nei ringraziamenti) e – per quel poco che ne so – i personaggi di Benny e Christine mi sembravano ritagliati bene nei loro “vizi”.

Insomma, come detto sopra sicuramente un autore da tenere d’occhio, anche se ancora non ha raggiunto i livelli di alcuni suoi colleghi.