Viaggare in giallo (AA.VV.)

Caro signor Sellerio, grazie per una nuova serie di avventure dei nostri beniamini.

Sì, il libro è un nuovo appuntamento della serie “…in giallo” dell’editore Siciliano. Serie che vede i nostri eroi impegnati in vari contesti, in questo caso il viaggio. Dove il viaggio è interpretato, però, in modo diverso (dalla crociera al viaggio premio al semplice spostarsi in un luogo diverso per una indagine). Come sempre abbiamo 6 racconti, più o meno brevi (se ho fatto bene i conti Savatteri vince per lungheza mentre Malvaldi batte tutti in cortezza), più o meno intensi, ma tutti apprezzabili durante una sosta dei nostri viaggi (sotto l’ombrellone, all’ombra di un abete, su un treno o su un pullman – in quest’ultimo caso però, leggete la Gimenez-Bartlett dopo che siete scesi 🙂 ). Diamo una breve occhiata ai racconti, senza svelare troppo.

Per trasparenza: il voto da me assegnato rispecchia i miei gusti. E’ solo un modo “veloce” per dire chi mi è piaciuto di più e chi meno.

Antonio Manzini colloca il vicequestore Schiavone su un treno per Roma “Senza fermate intermedie”. In realtà Schiavone ci sale, su quel treno, per evitare una rottura – come dice lui – di coglioni di altissimo livello (la festa della polizia), sostituendola con una di livello sempre alto, ma minore (una riunione condominiale). Insomma, un viaggio di piacere. Senza contare che sullo stesso treno trova il collega anatomopatologo, e insieme si imbattono in una morta: una persona anziana a cui è preso un coccolone quando ha scoperto che le erano stati rubati i gioielli. I due, insieme al capotreno, indagano e Schiavone, con la sua solita arguzia, riesce a capire come fanno, dei gioielli, a scomparire da un treno – appunto – senza fermate intermedie. Schiavone è uno degli antieroi che preferisco, e Manzini riesce sempre a rapire i lettori con quel giusto mix di mistero e rivelazione. Fino a spiegare tutto solo nel finale. Voto: 9.

Francesco Recami, invece, ci porta a trovare “Il testimone”, nonno Consonni. E noi facciamo il viaggio con Enrico, il nipotino, e la mamma. Il racconto è tutto scritto dal punto di vista del bambino, di 5 anni, e delle sue interazioni coi grandi. Tant’è che in alcuni momenti sembra scivolare nell’assurdo, ma senza  caderci mai. In questo caso (ma come sempre coi protagonisti della casa di ringhiera) non si tratta di un giallo vero e proprio, anche se ci sono elementi di mistero – che Enrico percepisce come strani ma di cui si cura poco. E’ il viaggio in sé che fa il racconto, col bambino che si stupisce, si perde, si emoziona, si stanca… E vede cose che non dovrebbe vedere, proprio come era successo al nonno. Ma come le vivrà? Non vado pazzo per questi racconti, ma questo un 7 se lo merita.

Marco Malvaldi ci porta “In crociera col cinghiale”. E già qui – se si conosce il personaggio e a cosa ci si riferisce col “cinghiale” – si iniziano a pregustare grasse risate. Massimo è in missione per conto della sua fidanzata Alice (che, per lui, è come Dio per i Blues Brothers), e – per copertura – ha coinvolto una serie di confratelli della loggia del cinghiale, un gruppo di persone dedite al cibo, al bere e – soprattutto – alla goliardata senza freni. Diciamo un omaggio ed un richiamo agli “Amici miei” di tanti anni fa. Lasciamo perdere cosa combina la confraternita, che è uno spassoso contorno al mistero che deve risolvere Massimo, il quale non capisce come possano avvenire certi furti, tutti ai danni di croceristi di quella nave. C’è sicuramente qualcuno, sulla nave, che spiffera a dei compici le informazioni necessarie, ma chi sarà fr a le igliaia di perosne dello staff? E come farà a carpir quelle informazioni? Voto: divertimento 9,5, giallo 8, lunghezza del racconto 6,5 (un buon Malvaldi non basta mai).

Gaetano Savatteri ci racconta “La segreta alchimia” che guida le vicende del suo protagonista, Saverio La Manna. La scena iniziale è degna dei migliori film comici e solo quella ti apre al sorriso per l’intera giornata. Ma non ve la anticipo: godetevela direttamente dall’autore. Fatto sta che Saverio e Peppe Piccionello vincono un viaggio a Praga. Saverio vorrebbe andarci con la sua ragazza, ma Peppe si organizza per una “doppia” coppia, di cui una delle due decisamente strana (ed anche qui non vi anticipo niente). Ma l’intrigo internazionale è alle porte, sotto veste di una decisamente bella spia che si siede, in aereo, vicino a Saverio. Quali segreti nasconderà? E perché si dimostra particolarmente affettuosa con lo scrittore? Ma, soprattutto, una cosa che si chiedono tutti i maschi di questo mondo: perché queste cose succedono solo in televisione o nei libri e mai a noi, dal vivo? Insomma, nell’affascinante Praga Saverio coinvolge Suleima (la sua ragazza) in una avventura un po’ meno romantica di quello che si aspettavano, una specie di intrigo internazionale dei giorni nostri, riuscendo a cavarne le gambe (anche nonostante i guai che combina Piccionello). Avventura che garantisce sommo divertimento al lettore. Voto: 9,5. Attento Malvaldi che Savatteri potrebbe passarti avanti…

Alessandro Robecchi ci porta alla ricerca del cane “Killer. (Una gita in brianza)” insieme ai suoi personaggi Falcone e Monterossi, una specie di coppia Holmes-Watson italica. Investigatore privato il primo, dotato di particolare acume, e assistente, il secondo, nonché osservatore e raccontatore delle storie. Sono chiamati da un facoltosissimo industriale per ritrovare il cane rapito alla sua amante. Ma ovviamente sotto si nascondono altri giri e Falcone capisce subito che è quelli che deve scovare, il cane è solo un pretesto. E così fa emergere la truffa che una persona stava cercando di perpetrare ai danni del committente. Voto 6,5: è, ripeto, una questione di gusti personali, ma a me non piace molto lo stile usato né apprezzo più di tanto il personaggio di Falcone… Il giallo c’è, ma non riesco a godermelo fino in fondo.

La Gimenez-Bartlett ci propone “un vero e proprio viaggio”, almeno per i canoni del viceispettore Garzon, assistente di Pedra Delicado. Un vero viaggio non è tale se non c’è un pranzo, una cena, uno spuntino o una qualsivogla pappatoria… E mi trova pienamente d’accordo. Solo che questa volta i due devono investigare su un caso brutto brutto: una ragazza torna a casa (in un paesello della provincia) per un poche di ferie dopo tanto studio, e quando va ad aprire la sua valigia ci trova dentro un morto, fatto a pezzi. Come sia potuto accadere nessuno riesce a spiegarlo, ed anche la coppia brancola letteralmente nel buio. Ma alla fine quell’indizio rivelatore spunta fuori, e Pedra è lì pronta per coglierlo al volo, dipanando una matassa molto ingarbugliata. Voto 8,5. Ottimo racconto, ma stile un po’ lento (è lo stile che contraddistingue sia la protagonista che l’autrice), preferisco più Malvaldi e Savatteri per le calde giornate estive… Ma adesso che ci stiamo inoltrando in autunno, la Gimenez-Bartlett si legge veramente bene.

Buona lettura!

7-7-2007 (Antonio Manzini)

(dal sito Sellerio)

(dal sito Sellerio)

Una data quasi magica, con questo rincorrersi di “7”, è quella che ha cambiato drasticamente la vita a Rocco Schiavone: finalmente viene concesso a tutti i lettori di sapere cosa è accaduto.

Per quei pochi che non sanno chi è Schiavone: vice questore di Polizia nella Capitale, non molto amante delle regole, combina qualche casotto (ne “La pista nera” accenna ad aver picchiato a sangue un pedofilo) e viene trasferito ad Aosta. Ma prima di andare ad Aosta lo si conosce all’opera a Roma: in una estate calda e afosa risolve alcuni delitti col suo innato fiuto. Con un aria sempre triste, da cane bastonato, mal supporta le autorità e le regole imposte, ha un senso di giustizia tutto suo (nei fondamenti molto vicino alla “Giustizia”, ma con interpretazioni personali sugli aspetti “secondari”), è irriverente, ed ha tre amici delinquenti con cui è cresciuto e che a volte lo aiutano a risolvere i casi ancor meglio dei suoi agenti (sia perché alcuni agenti non sono propriamente svegli, sia perché i 4 amici, insieme, scavalcano qualche “regola” che Rocco – col suo lavoro – dovrebbe rispettare). Se volete saperne di più c’è sempre Wikipedia 🙂

Ma concentriamoci su un aspetto di Rocco: l’aria sempre triste, da cane bastonato, anche quando è in compagnia degli amici. Una volta era felice, prima di quella fatidica data: era riuscito a far pace con sua moglie Marina, donna bellissima e intelligente, restauratrice di opere d’arte (Rocco è appassionato di arte, ma non so se lo è diventato dopo aver conosciuto Marina o lo era già prima). Ma è successo qualcosa che gliel’ha portata via.

Ora, chi legge i romanzi di Manzini sa che Marina – da allora in poi – è un fantasma che accompagna Rocco nei momenti in cui si trova a casa da solo: è la sua coscienza, è lo stimolo che lo punzecchia ad andare avanti, è la compagnia nel momento di solitudine. Nel proseguo di questo post vedremo come e perché Marina è morta, e cosa è successo dopo. Se non volete saperlo, se volete gustavi il libro, chiudete qui!

 

(righe vuote per chi è indeciso se proseguire o fermarsi…)

 

Ok, volete continuare… ricordate cosa è successo ad Aosta un paio di romanzi fa (in “Non è stagione“)?  Rocco ospita una amica, la moglie di uno dei suoi tre compagni di una vita. C’è stata una piccola crisi fra loro e Rocco decide di aiutarla ospitandola per qualche giorno. Ma un bastardo delinquente, che ha un conto in sospeso (non si sa per cosa) con Rocco, entra in casa sua e spara alla figura stesa a letto, inconsapevole fosse l’amica e non il vice questore stesso.

Questo assassinio pesa sulle spalle di Rocco-persona, perché era veramente affezionato all’amica, ma pesa anche sulle spalle di Rocco-vice questore, perché gli scatena contro la stampa e, in parte, l’opinione pubblica. I suoi superiori, allora, lo costringono a raccontare la verità. Chiuso in una stanza con loro, Rocco sputa fuori quasi tutto ciò che successe nella fatidica estate romana del 2007. E il suo racconto è racchiuso in questo libro.

Come dicevamo prima, in quell’estate Marina aveva scoperto un lato poco nobile di Rocco. Non tornavano i conti (nel senso letterario della parola, dato che erano conti bancari): c’erano troppi soldi per lo stipendio da vice questore. E anche la scusa della vecchia tipografia del padre (che Rocco tirava in ballo – si intuisce – ogni volta che doveva giustificare qualche soldo in più in tasca) non reggeva più. Rocco alla fine concede la verità a Marina: è il suo senso di giustizia che lo porta a considerare rubare a casa dei ladri come una punizione per loro: in fondo quello che hanno non lo hanno meritato e lo hanno guadagnato con la disonestà. E allora toglierlo a loro è ri-bilanciare, almeno in parte, la giustizia. Non si tratta di grosse cose: appropriazione di alcuni beni che dovevano esser confiscati, furti “mirati” verso delinquenti che non poteva perseguire legalmente… E ogni tanto qualche busta di marijuana che spariva (perché si sa che a Rocco uno spinello, la mattina, aiuta meglio a sopportare il mondo e le sue rotture di coglioni). Giustamente Marina non sopportava queste cose, per due motivi fondamentali: perché credeva nella Giustizia a soprattutto perché voleva un uomo trasparente, che non le mentisse.

Insomma, fatto sta che Rocco viene abbandonato dalla moglie, e ci sta da cani. Nel frattempo – in due momenti diversi – vengono trovati i corpi di due ragazzi, compagni di classe, uccisi in modo abbastanza barbaro. Non vi racconto i vari piccoli dettagli che permettono a Rocco di individuare una pista. Uno dei ragazzi voleva fare il giornalista: forse per “catturare” il suo primo scoop si impelaga in un giro di spaccio di droga, insieme all’amico, riuscendo a raccogliere alcune informazioni ma “fregando” uno dei boss, il quale decreta la loro morte.

Il vaso di Pandora che Rocco va a scoperchiare, per cercare di risolvere il duplice omicidio, vede coinvolta una parte della mala laziale, in combutta con criminali africani. Le informazioni raccolte dal primo ragazzo, un semplice codice di tracciamento di una spedizione marittima, permettono al vice questore di  intercettare un grosso carico di droga in arrivo al porto di Ostia, con conseguente cattura di parte della banda. Ma qualcuno riesce a scappare e decide di farla pagare a Schiavone.

Il quale, intanto, era andato a trovare Marina ed aveva provato a chiarire le cose. No, nessun finale del tipo “e vissero felici e contenti”: Marina ha ancora qualche dubbio e chiede a Rocco un grande sforzo per cambiare. Niente è dimenticato, ma c’è una nuova possibilità e Schiavone, che ama immensamente Marina, è pronto a fare di tutto perché questa si trasformi in realtà.

Ma purtroppo, in quel giorno d’estate, un sicario che vuol uccidere Rocco colpisce Marina, togliendole la vita. Erano andati insieme a prendere un gelato e mentre salivano in auto Schiavone si è accorto della macchina che stava arrivando, e si è abbassato, d’istinto, nel momento stesso in cui una raffica di proiettili stava partendo dall’arma dell’omicida. Ed i proiettili, mancando Rocco, hanno raggiunto Marina.

Chi sia stato Rocco lo sa benissimo, ma più che affidarsi ai suoi colleghi della questura preferisce chiedere l’aiuto degli amici di sempre (che, fra l’altro, l’avevano aiutato a risolvere il caso e quindi conoscevano già i personaggi coinvolti). La versione ufficiale che Schiavone racconta ai superiori di Aosta è che l’omicida è fuggito lontano, forse da dove importava la droga, e probabilmente lì è morto. Ma i suoi amici sanno, ed  anche noi lettori sappiamo, ormai, che la realtà è un’altra. Ed è legata al bastardo delinquente che, cercando di uccidere Rocco ad Aosta, ammazza la sua amica. E’ proprio il caso di parafrasare un vecchio detto e dire “vendetta chiama vendetta”. Proprio per questo Rocco, il giorno dopo la lunga seduta coi superiori, si reca a Roma: qualcuno ha intravisto il bastardo delinquente da qualche parte, e i 4 amici sono intenzionati a catturarlo. Ma non si trova, qualcuno lo ha avvisato e lui è scappato. E’ finito il romanzo, ma i giochi sono ancora completamente aperti. Vedo già l’autore scrivere un altro romanzo dove la vicenda torna nuovamente fuori.

Al di là della qualità di scrittura di Manzini, che ho apprezzato sia nei racconti “in giallo” di Sellerio, sia nei romanzi, ci sono due motivi fondamentali perché mi è piaciuto questo romanzo. Ed anche una cosa che mi ha lasciato più perplesso…

Mi è piaciuto perché finalmente si conosce per bene la storia di Rocco e Marina. Lei, da quando ho iniziato a leggere i romanzi ed i racconti, è sempre stata un fantasma che Rocco tiene stretta a sé. Lei sembrerebbe anche disponibile ad andarsene, a lasciarlo ad una nuova vita. E’ lui che non vuole ancora farla andare. Probabilmente si sente ancora un po’ in colpa (il proiettile era destinato a lui), e sicuramente la amava veramente tanto (ora che il loro rapporto era ricucito, anche più di prima): non vuole perderla, neppure adesso che manca la sua fisicità. E Rocco è uno che alla fisicità in un rapporto ci tiene.

Mi è piaciuto anche per la parte prettamente poliziesca. Ma in generale questo è successo con tutti i romanzi di Manzini: ha costruito (a mio parere sempre) un caso in modo realistico, dando anche un po’ di spessore ai personaggi (siamo a metà strada fra i gialli svedesi della Larrsen, dove pagine e pagine sono dedicate al personaggio, e i thriller alla Polidoro, dove si predilige più l’azione della psicologia del personaggio). Si legge bene, conquista il lettore perché non è troppo leggero (tutto muscoli/azione) ma neppure troppo pesante (tutto testa/riflessione). Questo secondo me penalizza un po’ la serie TV, rendendola forse un gocciolino lenta, ma nel romanzo letto va benissimo.

Sono rimasto, invece, un po’ perplesso dalla reazione di Rocco all’uccisione della moglie. E’ anche vero che Schiavone è un tipo che non fa filtrare molto i suoi sentimenti, ma a noi lettori, ai quali è concesso di entrare molto in intimità coi personaggi, pensavo venisse raccontato di più. Dal momento della morte al momento della vendetta ci sono poche pagine. Eppure Rocco avrà dovuto subire dolorosi interrogatori, strette di mano ed abbracci di colleghi ed amici, un funerale. Mi è sembrato tutto raccontato molto velocemente, per arrivare solo al momento della vendetta. ora, ricordiamoci che è Rocco che nel 2015 (anno più anno meno) racconta la vicenda, e quindi può esser normale che queste parti molto intime non finiscano nel racconto, ma mi è suonato strano. Non incoerente, semplicemente strano, troppo veloce.

Che Rocco sia disperato e pensi, anche, a farla finita lo si vede nella parte finale del racconto, quando insieme agli amici rivive gli eventi reali (e non più la versione ufficiale) della conclusione della vicenda del 2007. Che ci sia in lui un senso di vuoto lo si capisce dal fatto che in ogni momento di solitudine, ogni qual volta rientra a casa, cerca Marina, spera sia ad attenderlo. Rocco è affranto, distrutto, bastonato, abbacchiato da quella vicenda. Ma è come un buco nero: cosa accade in lui lo si cede dagli effetti su quello che sta intorno, ma oltre un certo limite è impossibile entrare, vedere, capire. Per fortuna per ora sembra abbastanza stabile, ma chissà…

Insomma, quando leggevo i racconti di Sellerio consideravo Manzini interessante. Ora alzo la mia valutazione a “molto interessante” e mi sa che inizierò a comprare anche i romanzi ancora non letti. Ah, che dura vita quella del lettore: più uno legge più si accorge di quanto ancora dovrà leggere. Peccato solo che manchi il tempo per farlo.

Quasi dimenticavo: prezzo di 14 Eur allineato come sempre ai titoli di Sellerio, col solito sconto 15% sulle grandi catene di distribuzione (Amazon, supermercati). Come dico da sempre Sellerio non ha i titoli più cari nel settore (ho visto titoli di gialli, di altri editori, a 17 eur). Però, come sempre, risparmiare qualche euro non fa male. Il mio sogno sarebbe avere un libro Sellerio a 10 Eur, ma 11.90 come indicato su Amazon va ancora bene.

Buona lettura!

Schiavone letterario vs Schiavone televisivo

So che mi ero dato una regola ferrea quando questo blog prese vita: “mai vedere film tratti da romanzi letti“. Ma, lo ammetto, sto invecchiando e tutto mi sta diventando più relativo. E in questo caso mi piaceva vedere come fosse venuta la trasposizione televisiva di un antieroe come Schiavone, che sto imparando ad apprezzare sempre più. Considerando soprattutto il fatto che lo stesso Manzini (l’autore dei romanzi) ha messo mano alla scenografia: come ha rappresentato, lui, visivamente Schiavone e quali differenze ci sono con quello che io ho immaginato durante la lettura?

Iniziamo a raccontare, per chi non lo conosce, chi sia Rocco Schiavone. Partendo, però, da una premessa: io non ho letto tutti i romanzi ed i racconti di Manzini dove il vicequestore è protagonista, quindi mi baso su una conoscenza parziale. Ho letto “Non è stagione” (che mi è piaciuto particolarmente, e la cui trasposizione TV andrà in onda proprio mercoledì prossimo, 23 novembre 2016, su Rai2), ho ultimato da poco “7-7-2007” (dove tutto ebbe inizio… ne parlerò nei prossimi giorni) ed una serie di racconti della serie “in giallo” di Sellerio (“Il calcio in giallo : …e palla al centro“, “Turisti in giallo : Castore e Polluce“, “La crisi in giallo : L’anello mancante“,  “Vacanze in giallo : Rocco va in vacanza“, solo per citare i più recenti). Mi mancano, per esempio, i primi romanzi valdostani. La puntata di mercoledì scorso (16 novembre 2016), per esempio, racchiudeva i racconti “Castore e Polluce” e “L’anello mancante”: probabilmente entrambi (soprattutto il secondo) erano abbastanza corti per arrivare a 100 minuti di episodio, e sono stati uniti senza – mi sembra – snaturare nessuno dei due.

Dicevamo: chi è Rocco Schiavone? Vicequestore di polizia, romano, operante presso una questura della capitale fino a poco tempo fa, è stato trasferito ad Aosta per una serie di cavolate commesse durante il servizio. In “La pista nera” racconta qualcosa, di aver picchiato di santa ragione un pedofilo, ma probabilmente non è tutto (altra parte viene fuori in “7-7-2007”). Non si trova bene ad Aosta, odia la montagna, in parte odia il suo lavoro, ma ha il “difetto” di saperlo fare bene, ha quell’intuito tipico dei detective che non si accontentano di come sono presentati i fatti, quei personaggi che, analizzando i piccoli dettagli, riescono a scardinare ciò che sembra (la maschera) e a scavare fino a ciò che veramente è. Detta in parole povere, dove molti vedono un tragico incidente, lui riconosce i piccoli segnali di dolosità e riesce a scovare l’assassino di turno.

E’ un antieroe per eccellenza, perché per niente propenso a rispettare le regole, soprattutto quando contornate da pomposità o imposte con arroganza. E poco rispettoso anche delle procedure di indagine: ha ancora nell’animo il passato, da ragazzino, di piccolo delinquente, ed ha ancora tre amici di quell’ambiente che lo aiutano, di tanto in tanto, con qualche lavoretto sporco non propriamente usabile in un’aula di tribunale. Ma Rocco ha un senso della giustizia tutto suo, che guida il suo lavoro. Di base i principi sono uguali al concetto stesso di giustizia, ma Rocco li stravolge un po’ nelle sfumature, nelle sfaccettature. Se prendiamo per buono che “giustizia significa che tutti abbiamo quanto è giusto” per Rocco questo può essere interpretato anche come rubare ai ladri e ai delinquenti, o picchiare un sospettato di violenze verso altre persone… Che per un vicequestore della Polizia non è proprio il massimo.

Ma torniamo alla serie Rai e a cosa mi è piaciuto e cosa ho trovato non coerente coi racconti letti. Marco Giallini, l’attore che interpreta Rocco, ci sta bene: si avvicina moltissimo alla fisicità che si percepisce dai romanzi e dai racconti. Non so perché, unica cosa, io mi immaginavo Rocco senza barba, mentre nella serie TV ce l’ha. Pero ci sta bene. Mi aspettavo invece diversa Marina, la moglie-fantasma che segue sempre Rocco (saprete che Marina è morta, il come è spiegato in “7-7-2007”, ma è sempre presente, specialmente quando Rocco torna a casa ed è solo, e gli fa anche un po’ da coscienza). Niente male Isabella Ragonese, che la interpreta, ma mi aspettavo una figura più eterea, quasi come la Liv Tayler-Arwen nel “Signore degli anelli”.  Mentre mi convincono meno i poliziotti-macchietta: nei romanzi hanno una valenza leggermente diversa, come se rappresentassero l’idiozia più comune, le persone proprio di basso livello, mentre in TV assomigliano più dei comici demenziali. Ma forse è una impressione mia.

Ho notato, invece, una buona aderenza al testo scritto: ricordavo abbastanza bene entrambi i racconti che si sono fusi nell’ultimo episodio (“Castore e Pollluce” e “L’anello mancante”, come accennavo sopra), tanto che mi sono trovato ad anticipare alcune battute o alcune scene durante la visione (con sommo spregio di chi mi stava accanto). Sarà che Manzini fa parte dello staff che ha tradotto in immagini il racconto, ma è uno dei pochi casi che conosca in cui la versione TV è molto simile a quella letteraria (certo, alcuni aggiustamenti ci vogliono, ma è naturale quando si usano due mezzi così diversi). Odio – per far capire cosa intendo – quei film che sono indicati come “tratti dal romanzo tal de’ tali” ma che di esso mantengono a mala pena il titolo. Penso ad alcune opere minori di Phil K. Dick, che hanno dato origine ad alcuni film snaturando completamente il contenuto. Belli, mi son piaciuti come film, ma invece di dire “tratto da…” dovevano essere indicati come “abbiamo preso l’idea dal romanzo … e l’abbiamo sviluppata in un modo tutto nostro”.

Se vogliamo trovare qualche difetto alla serie, ne indico uno più uno. Il primo è che non è “veloce”: i romanzi stessi non sono calibrati per esser veloci (per fare un esempio, non sono un thriller alla Polidoro, dove le azioni si accavallano freneticamente). In un romanzo la “lentezza” ci sta anche bene. In televisione, invece, se non hai un certo ritmo rischi di annoiare. Ora, non posso dire che le due puntate da me viste mi abbiano annoiato, ma sono rimasto incollato alla TV più per l’attrazione verso il personaggio che dall’incalzare dell’azione che si svolgeva. Se paragoniamo a qualcosa di conosciuto abbastanza da tutti possiamo chiamare in causa Montalbano (la serie TV): la velocità è appena appena più bassa in Schiavone rispetto al personaggio di Camilleri.

Il secondo difetto che, almeno secondo qualcuno, affligge la serie TV è, appunto, una similitudine con Montalbano. Ma secondo me, a parte pochi elementi comuni, parliamo di due cose differenti. Come elementi comuni possiamo individuare alcune caratteristiche dei personaggi: entrambi riflessivi (ma per motivi e con modalità diverse), molto acuti e ricercatori di verità (caratteristiche fondamentali per un investigatore). Ma per uno (Montalbano) le regole sono fondamentali mentre l’altro (Schiavone) tende a passarci sopra. Montalbano ha una profonda umanità ed una decisa empatia verso le altre persone, mentre per Schiavone le persone sono interessanti solo quando sono il mezzo o il risultato di una ingiustizia. Altrimenti tende a considerare l’altro una rottura di coglioni. Entrambi i personaggi sono molto acculturati (Montalbano grande lettore, Schiavone amante dell’arte), ma estremamente diversi nel rapporto con sé stessi: Montalbano abbastanza in pace con il suo io, Schiavone invece quasi si disprezza (almeno io leggo con questa chiave le loro solitudini: il primo tende comunque a curarsi – nuoto, cibo – mentre il secondo si trascura).

Ma, andiamo alla domanda fondamentale: mi piace? Sì, abbastanza. Non ci vado pazzo e non credo salterei altri impegni per vederlo, ma mi piace. Lo ritengo un buon prodotto, fatto anche bene. Gli attori mi sembrano bravi e le storie sono valide (come dicevo, sono molto aderenti ai romanzi, i quali sono decisamente validi).

Consiglio la visione? Sicuramente sì, almeno un episodio, anche se so che qualcuno potrebbe trovarlo noioso. Ammetto di esser curioso per il prossimo episodio (tratto da “Non è stagione”) in cui Rocco dovrà correre contro il tempo per salvare una vita (ma non vi dico più niente, altrimenti vi anticipo troppo). Probabilmente in questo caso avremo una “velocità” maggiore rispetto agli episodi precedenti. Almeno spero 🙂

Buona lettura e/o buona visione, in base a quello che preferirete fare.

Il calcio in giallo (AA. VV.)

(dal sito dell’editore)

Come annunciato a marzo, ecco la nuova raccolta Sellerio ispirata al mondo del calcio: quasi un omaggio agli ultimi europei, in cui l’Italia ha dimostrato una grandissima preparazione (bé, un calciatore, soprattutto, ha dimostrato di esser pronto per “Ballando con le stelle” 😛 ).

Ma torniamo a parlare di calcio scritto più che giocato. Prima novità di questa raccolta: i racconti sono 7 (solitamente erano 6), mentre gli autori sono pressoché i soliti. Molti raccontano la storia di un calciatore (o, nel caso di Malvaldi, di una calciatrice) di squadre di serie provinciali. Solo due affrontano l’argomento da un punto di vista diverso: Giménez-Bartlett raccontando le vicende di un arbitro, Aykol quelle di un innamorato tradito (da un calciatore). Ma andiamo con ordine: come sempre scriverò due-tre righe per ogni racconto, ma questa volta vi anticipo che tutti mi sono piaciuti, con qualche preferenza, certo, ma contrariamente ad altre volte non ho trovato nessun racconto da “evitare” né altri da “osannare”. Tutti racconti godibili (chi più chi meno leggero, chi più chi meno scherzoso, ma tutti da sorseggiare come un fresco cocktail estivo). Ah, e vi ricordo che si parla di “giallo”, quindi tutti con un mistero da svelare.

Per rimanere in tema calcistico, la prima a scendere in campo è Alicia Giménez-Bartlett, che ci racconta, in “Una sinistra speranza” di un arbitro assassinato. Che siano stati i tifosi per una sua discutibile decisione in campo? Anche se qualcuno pensa sia così, Pedra Delicado cerca di indagare a fondo, scavando in ogni singolo dettaglio della storia, e portando alla luce una vicenda completamente diversa da quanto ci si aspetterebbe, dai risvolti anche tristi. Cari lettori, alla fine della storia non potrete non essere solidali con l’arbitro assassinato.

Gian Mauro Costa ci porta nei campetti impolverati della sua Sicilia, dove il nostro eroe Enzo Baiamonte – ex elettricista trasformatosi in investigatore privato – collega “Il passo dell’anatra“, con cui un giovanissimo giocatore immigrato festeggia il gol segnato, con le stesse movenze viste in un video di sorveglianza di qualche settimana prima. Sembra strano: che ci fa un ragazzo, promettente giocatore, insieme a delinquenti che cercano di entrare in un magazzino, di notte, per rubare? Eppure cadenza, passo, mosse son propri gli stessi. Partendo da questo dettaglio, Baiamonte porta alla luce qualcosa di molto più grosso…

Francesco Recami apre, invece, col risultato della partita: “Progresso-Audace 3-2“. Gianmarco, figlio di Donatella, inquilina della casa di ringhiera famosa per i romanzi dell’autore, gioca nella Audace. Ma l’attenzione, stavolta, non va al gesto sportivo dei ragazzi, quanto ad alcuni genitori scalmanati che incitano i figli alle peggio azioni. E’ il caso del padre di un giocatore del Progresso, che prende in giro pesantemente tutti gli avversari tanto da dover fuggire e nascondersi in un bugigattolo. Peccato che lì trovi un evaso dal carcere, grande, grosso e cattivo, che “gentilmente” chiede al genitore una mano, esattamente la sinistra, a cui rompe il mignolo… Senza farla lunga: il genitore tanto borioso si trova a passare veramente una brutta giornata. Ma immagino che molti di voi gli diranno “ti  sta bene!”

E’ solo un gioco“, o almeno dovrebbe esserlo… E’ quello che pensano alcuni protagonisti del racconto di Gaetano Savatteri. Ma non la pensa così Saverio Lamanna: suo cugino Franco, calciatore dilettante, è morto in un incidente d’auto e la squadra – conosciuta durante il funerale – chiama Saverio a giocare indossando la maglia di Franco alla partita in sua memoria. Non tutto quadra, e mettendo insieme tanti piccoli dettagli Saverio, da arguto osservatore, dipana una matassa molto più complessa di quello che ci si aspetta.

Storia in parte simile per Marco Malvaldi. Ma declinata al femminile. Lo dice anche il titolo: “Donne con le palle“. Che altro non sono che una squadra di beach soccer dove gioca Alice, la fidanzata di Massimo il barrista e commissario di Pineta. Anche in questa storia una calciatrice è morta, anche in questo caso sembra che il motivo sia un banale incidente. E sotto sotto, come nel racconto di Savatteri, ci sono i soldi. Ed è, anche in questo caso, un dettaglio che fa sorgere i sospetti. Ma, attenzione, le storie di Malvaldi e Savatteri non sono uguali: ognuno ci mette quel suo tocco particolare che le rende uniche. Semplicemente ci sono dei punti in comune: uno stesso spunto per raccontare due storie simili ma diverse.

Antonio Manzini organizza, invece, in quel di Aosta, una partita di beneficenza fra questura e magistratura. Tocca a Schiavone allenare i suoi colleghi, anzi, più che allenare si deve inventare – con le poche risorse che ha – qualche stratagemma per riuscire a cavarsela. “… e palla al centro” ci racconta un altra po’ di ingegnosità di Schiavone, della sua capacità di trarre frutti dalle vicende in cui è coinvolto. Frutti a volte leciti, a volte meno, ma tutti guidati da un senso di giustizia particolare. Il lettore tifa per Schiavone, e anche stavolta, nonostante il vice questore sia stato un po’ troppo furbo, sorride insieme a lui.

Chiude la raccolta Esmahan Aykol, che racconta una Istanbul odierna (non proprio: mi riferisco alla Istanbul di qualche mese prima del fallito golpe). Più che di un calciatore, si parla di un “Rifugiato“. Katy, libraia in Istanbul, deve aiutare Fofo (il suo assistente) a ritrovare una persona, un ragazzo nigeriano arrivato in Turchia con la speranza di diventare un grande calciatore per il Galatasaray. Ma anche ne traffico dei rifugiati si nascondono le insidie della truffa. E a Fofo rimane solo un cuore infranto che Katy cercherà di consolare. Ehm, detta così sembra un romanzo rosa, invece no: anche in questo caso c’è il mistero, la persona scomparsa… Rimaniamo sul giallo, non viriamo al rosa 🙂 Una nota particolare su questo romanzo: mentre i protagonisti vagano alla ricerca del ragazzo, ci mostrano una Istanbul molto realistica e attuale (come dicevo sopra, è una fotografia di pochi mesi fa) e descrive bene la situazione che prelude agli ultimi fatti, ma senza scendere mai in politica o in opinioni sul governo.

Eccoci qua… Sette brevi racconti da portarsi sotto l’ombrellone al modico prezzo di 14 Eur (solito sconto grandi catene del 15% = 11,90 Eur di spesa – 9,99 Eur, invece, per l’E-book). Il prezzo è valido:  come detto spesso, Sellerio riesce a garantire un prezzo leggermente più basso dei concorrenti nonostante una buona qualità del prodotto (anche fisica). Le pagine sono ben 337, ed il formato (il solito della casa editrice) è compatto tanto da permettersi di portare, eventualmente, il libro anche nella tasca posteriore dei jeans (sì, avete ragione, dipende dal modello… nei miei ci sta, e non so se ciò depone a mio favore 😛 ).

Che dire ancora, se non: Buona lettura? Ah sì, anche: Buona estate!

Turisti in giallo (AA.VV.)

(dal sito dell’editore)

Ulteriore raccolta Sellerio in cui i nostri amici, in questo caso, sono alle prese coi turisti o sono essi stessi turisti.

Riepilogo per chi non avesse letto gli altri post di queste raccolte “in giallo”: Sellerio chiede alla sua squadra di scrittori di mettere i propri personaggi (che alcuni di noi già conoscono per averne lette le avventure in alcuni romanzi) alle prese con un tema specifico: il viaggio, l’estate, il Natale. In questo caso i turisti. Qualsiasi raccolta “in giallo” comprende 6 racconti di autori diversi: così io che compro la raccolta perché vi compare – per esempio (ma non troppo) – Malvaldi, finisco per apprezzare anche Manzini o Savatteri o altri della squadra… e magari compro anche un loro libro, in futuro.

Come sempre, i sei racconti sono mediamente di 50 pagine, piacevoli, da leggere (chi più chi meno) tutti d’un fiato. I nostir eroi sono, come sempre, personaggi dall’acume investigativo, che operano come poliziotti o investigatori o che semplicemente si trovano in mezzo a qualche guaio da districare con ingegno scoprendo magari chi lo ha causato.

Manzini ci porta di nuovo ad Aosta, dove un sempre più annoiato Schiavone si trova, questa volta, ad affrontare “Castore e Polluce“, due vette di alta montagna, dove sospetta che un incidente con morto non sia da classificare propriamente come incidente. Lui che odia il freddo e la neve dovrà passare la notte in un rifugio ad attendere che l’esca lanciata faccia abboccare i suoi pesci. Valido, come sempre.

Pedra Delicado, personaggio di Alicia Gimenez-Bartlett, si trova ad indagare su quella che sembra “Una poco di buono“, uccisa in malo modo e lasciata in un fosso. Ma una tessera da turista la condurrà ad una realtà ben diversa. Con tenacia, “spremendo gli indizi come limoni”, Pedra riuscirà a far emergere quanto successo. Unica nota: questa volta il lettore intuisce subito che ciò che vede Pedra non è la realtà, mentre lei e il suo assistente sembrano un po’ troppo fissati sulla prima impressione; ma anche se si intuisce qualcosa, questo non toglie la tensione di attendere al spiegazione finale. Anche lei molto apprezzabile.

Lamanna, personaggio di Savatteri, scopre “La regola dello svantaggio” a sue spese, anche se alla fine ci guadagnerà. Racconto molto ricco di episodi, con due misteri incrociati da risolvere, è uno dei più lunghi, ma da cui difficilmente ti stacchi. Molto autoreferenziale (sembra raccontare storie vere, autobiografiche, incastonate fra episodi di fantasia), ma fa parte del gioco scrittore-lettore che permette al secondo di empatizzare col primo (e con il suo personaggio). Mi piace… ora deve scrivere un “libro buono” 🙂

Recami ha sempre avuto un andamento altalenante nei miei gusti: alcuni suoi racconti li ho trovati molto interessanti (o per l’insieme ironico/ilare che contengono, o per alcuni colpi di genio nella trama). Altri invece li ho trovati più piatti. Questo rientra nei secondi: Amedeo Consonni e la signorina Angela vengono a fare i “Turisti innamorati a Firenze“, ma le cose non vanno molto bene, e il Consonni si ritrova, suo malgrado, invischiato in vicende di cui non capisce nulla, salvo uscirne magicamente. Forse è anche perché Recami prende un po’ in giro il carattere dei fiorentini (e quindi un po’ anche me) che il racconto mi è piaciuto meno, ma sicuramente continuerò ad attendere qualcosa di nuovo da parte sua…

Santo Piazzese ci porta nuovamente in Sicilia con il suo “I turisti, i turisti“: amo il personaggio anche perché beve spesso whisky da me molto apprezzati 🙂 Ma questa volta (rispetto a Un Natale in giallo, dove ho scoperto il personaggio) scopriamo qualcosa in più del lavoro e della vita privata del professore universitario protagonista dei racconti. E i turisti sono due professori americani, uno – sembra – con origini siciliane, che lui deve trastullare per qualche giorno. Ma cosa si cela dietro la loro quasi insignificante figura e, soprattutto, dietro le loro ricerche biologiche? Nota tecnica: nel racconto si fanno riferimenti a questioni tecniche che sono conosciute solo da chi è un po’ dentro alla biologia e alla chimica. Ma ciò non guasta la comprensione: semplicemente alcuni passaggi (5-10 righi) possono risultare un po’ pesantucci. Ma si capisce tutto lo stesso. Mi piace, sì, anche lui.

La “Fase di transizione” è forse quella che Malvaldi vuol far passare al suo barrista Massimo? No, perché è finalmente in vacanza: è lui il turista, con la sua adorata Alice. Ed è talmente felice da essersi fatto portare a sciare (cosa che lui odia). Ma durante la vacanza irrompe il solito omicidio e la questura chiede ad Alice di partecipare ad una parte delle indagini (come esperta di aggeggi tecnologici). Fatto sta che si fa coinvolgere e che, insieme a Massimo, svelano l’arcano dietro uno strano delitto. Due note anche per Malvaldi: sono già due romanzi che iniziano in modo malizioso per arrivare all’atteso colpo di scena. Mi intriga la cosa 🙂 E (seconda nota) l’autore chiama in causa, nel suo romanzo, anche un personaggio estremamente simile allo Schiavone di Manzini, confinato ad Aosta. Che ci sia da aspettarsi un bel romanzo in cui i protagonisti collaborano? Speriamo 🙂 La mia valutazione su Malvaldi la sapete già: ottimo. Anche se in questo racconto è stato appena appena più piatto del solito (ma qualche risata me l’ha tirata fuori lo stesso).

Buona lettura!