Tempesta di neve e profumo di mandorle (Camilla Läckberg)

(dal sito Marsilio Editori)

La giallistica svedese sta avendo un buon successo. Immagino molto sia dovuto alla trilogia Millenium che è riuscita ad arrivare al grande pubblico trascinando dietro di sé molti altri autori. Alcuni buoni, altri meno; almeno da quello che mi dicono.

Ovviamente, come una rondine non fa primavera, neppure un libro fa un buono o pessimo autore. Non posso valutare la Läckberg solo dopo aver letto questo: dovrei leggere altro (anche se una idea me la sto facendo, grazie ad un’altra recensione dell’amica Silvia). Posso solo affermare che il libro non mi è piaciuto molto, e provo a spiegarvi perché.

Il libro è una raccolta di quattro racconti brevi ed uno lungo. Quasi tutti hanno a comune rapporti bacati in famiglia, con sorelle che si litigano, donne picchiate dai propri uomini, ragazzi vittime di bullismo, fratelli e sorelle che si litigano l’eredità. L’unico racconto assimilabile al giallo è quello che da anche il titolo alla raccolta: “Tempesta di neve e profumo di mandorle”. Facciamo un breve riassunto dei racconti, senza svelare i loro finali (quasi).

In “Sognando Elisabeth” Malin è in crociera con suo compagno Lars, sulla sua barca, fra le coste della Svezia. La precedente moglie dell’uomo è morta proprio durante la navigazione e lui ci ha messo un po’ per riprendere il mare, ma alla fine, con la sua nuova compagnia, ritrova questo gusto. Solo che da qualche tempo è più silenzioso e misterioso di sempre, da un po’ la loro intesa è diminuita, scemata, quasi scomparsa: la stanchezza nel rapporto ha preso il sopravvento. Strani sogni agitano il riposo di Malin, immagini dove è presente la ex di Lars. E Malin inizia a sospettare che Lars abbia in mente qualcosa: che voglia liberarsi di lei? Presa da questi pensieri Malin agisce, ma quale sarà la verità nascosta dietro i segreti di Lars? Sinceramente un po’ scontato: si capisce quasi da subito quello che vuole essere il colpo di scena finale. Voto: 5 e 1/2

Il caffè delle vedove“, invece, mi è piaciuto di più. Una infermiera ormai in pensione ha aperto, da un po’ di tempo, un bar: semplice, curato, ma abbastanza anonimo. Fra le specialità della casa c’è n’è una che attira quelle donne che subiscono violenze dai propri mariti. Un giorno compare un’agente di polizia a indagare su una strana coincidenza: negli ultimi mesi più di un marito violento ha trovato la morte dopo poche ore essersi recato proprio a quel caffè. Dove porteranno le indagini? Cosa scoprirà la poliziotta? Questo è un tipo di racconto in cui non ci si aspetta un colpo di scena: le cose vanno lineari come si sospetta, ed è corretto così (anche se il finale può sembrare scontato). Leggermente “leggero” come racconto, ma essendo breve non si potevano aggiungere quegli approfondimenti che avrebbe meritato. Voto: 7

In “Una morte elegante” due sorelle si trovano insieme dopo la morte della madre. La maggiore è semplicemente attaccata ai soldi e contesta come veniva trattata, la minore invece nutriva ancora un certo affetto e cerca di difendere le scelte della madre. Tutto si gioca su un capo di abbigliamento, tanto che questo fa parte del colpo di scena finale e, involontariamente, diventa quasi una vendetta della madre verso la figlia maggiore. Ma non posso dirvi oltre perché rivelerei troppo del finale. Non mi è piaciuto l’aggiunta della polizia: si accenna al sospetto di omicidio, si guarda anche verso la sorella maggiore, ma poi le cose sono lasciate lì, come se niente fosse. Insomma, mi è sembrato un racconto incompleto. Volto: 5-

Una giornata infernale” è quella che subisce un bambino, vittima di bullismo a scuola perché grasso. Dopo gli ennesimi pesanti scherzi decide di farla finita, sfruttando il fucile di suo padre: solo che vuole usarlo contro i suoi compagni di scuola. Ma incrocia un poliziotto che ha avuto, anche lui, una giornata infernale. Nel breve scambio fra loro il ragazzo ripensa ai suoi problemi e cambia idea… Bello l’argomento, poteva essere una bozza per un romanzo coraggioso e di denuncia. Ma è stato trattato con stereotipi. Il tentativo di indagine umana, di scavo nella psicologia dei personaggi mi è sembrato superficiale. Volto: 4 e 1/2

Ed eccoci al racconto lungo (o al romanzo breve, come preferite): “Tempesta di neve e profumo di mandorle“. Già il titolo anticipa la trama del racconto: una serie di persone bloccate in un luogo chiuso da una tempesta di neve, ed un omicidio con cianuro (che effonde, come Agatha Cristie ci insegna, un inconfondibile profumo di mandorle amare). Si tratta di una riunione di famiglia, a cui è invitato il poliziotto Martin Molin (da quel che ho capito, collega del più famoso Patrick, personaggio di molti gialli della Läckberg), in quanto fidanzato di una delle giovani nipoti del capostipite. Nonno Ruben ha costruito un impero e adesso la famiglia brama (e si sbrana) per esso: tutti tentano di strappare qualcosa al nonno. Ma nessuno si sarebbe aspettato che Ruben morisse avvelenato da cianuro proprio in quella cena. Bloccati in quell’isola da una tempesta di neve, tocca a Martin indagare per capire chi è l’assassino, ed evitare altre morti.

ATTENZIONE SPOILER: di seguito è raccontato (parzialmente) il finale di questo racconto.

Non so se è un omaggio a due grandi giallisti, o se il tutto si è mischiato senza volerlo, ma praticamente questo racconto prende spunti sia da Agatha Christie sia da Arthur Conan Doyle.

Partiamo dall’ambiente: l’isola in cui i protagonisti sono bloccati ricorda molto il rifugio dove si trovano i personaggi di “Dieci piccoli indiani” della Christie (ma l’autrice ha scritto anche altri gialli con ambiente chiuso, dove i protagonisti erano isolati). Anche in quel caso c’è un assassinio e il colpevole è sicuramente fra i presenti. Ma come nei romanzi di Sherlock Holmes il colpevole ha usato dei trucchi per sviare le indagini o per far ricadere la colpa su altri. In questo caso sono il nonno Ruben e il nipote Matte ad essere al tempo stesso vittime e assassini. Nonno Ruben, scoperto di avere ancora poco tempo per vivere, decide di dare l’ultima lezione ai suoi eredi simulando il suo assassinio col cianuro subito dopo una sfuriata sull’eredità (l’unica cosa, come dicevamo, a cui tutti tenevano). E’ il nipote Matte a dare una mano al nonno, ma a causa del rimorso decide di togliersi la vita. Ma lo fa mettendo un carico alle carte già in tavola: fa in modo che il suicidio sembri un omicidio. L’agente Martin  brancola nel buio, poi si ricorda dei romanzi di Sherlock Holmes e intuisce quale potrebbe essere la verità (evito, almeno, di dirvi dove è la pistola che ha ucciso Matte).

Coraggio o incoscienza? Non saprei dirlo. Penso si tratti di un omaggio ai propri autori preferiti, ma operazioni simili richiedono, secondo me, entrambe le cose. Peccato perché il risultato mi è sembrato nella media del libro, cioè la sufficienza scarsa (voto: 6 – -). Anche in questo caso, come nei precedenti racconti, si capisce quasi subito come andrà la storia. Sinceramente l’unico colpo di scena ritengo sia stata la confessione di una madre alla propria figlia su chi veramente fosse il padre (tentativo mal riuscito di aggiungere complessità alla storia, in quanto questa confessione non sposta i sospetti né fa prendere svolte alla trama). Insomma, come giallo è un po’ tirato via: il poliziotto non sa che pesci prendere e sembra anche un po’ impacciato, non ci sono svolte particolari né indizi che facciano propendere per una ipotesi piuttosto che per un altra; in certi momenti sembra più un dramma familiare dove la morte del vecchio viene usata come fattore scatenante fra i familiari per riversarsi addosso accuse, rimorsi, rancori, gelosie… Ma neppure questo filone è approfondito come dovrebbe, risultando in un insieme abborracciato di beghe fra ragazzini.

Ora, io lo ammetto: se io mi cimentassi con la scrittura forse farei anche peggio, quindi mi tolgo il cappello di fronte a tutti gli autori, comunque essi scrivano. Però come lettore ho la facoltà di dichiarare se una cosa mi è piaciuta o meno, ed eventualmente decidere se comprare o meno altri libri dello stesso autore. Son stato contento di leggerlo, perché il fenomeno Läckberg mi incuriosiva da tempo. Son stato ancora più felice perché mi è stato regalato. Ma metto Camilla fra gli autori da leggere quando non c’è proprio niente di più interessante…  Leggerò altro di lei? Può darsi, non voglio limitarmi ad un libro. Ma con molta calma.

Chiudo con un sospetto: probabilmente questi sono “vecchi” racconti che Camilla ha redatto in vari tempi, e fanno parte di quel “lavoro di cucina” che ogni autore fa durante la sua gavetta (espressione presa dal Martin Eden di London). Cioè – come è successo e succederà ancora per tanti autori che arrivano al successo – si cavalca la loro onda pubblicando qualsiasi cosa abbiano scritto in passato, certi che il loro nome richiamerà comunque migliaia di lettori, indipendentemente dalla bontà del materiale. Spero, insomma, che le “qualità” di scrittrice della Läckberg possano essere migliori da quelle espresse in questi racconti. Per questo non escludo di leggere altri suoi libri. Ma concentrandomi, prima, su altri autori che mi danno più soddisfazioni.

Buona lettura.

Alicia Giménez Bartlett vs Camilla Läckberg

Agosto, si sa, è mese di letture da “ombrellone”. In questa generica definizione rientra, per convenzione, il genere giallo che pure può avere una sua altissima dignità. Avendo a disposizione più tempo del solito, mi sono data alla lettura di questo intrigante genere letterario, ma dei 5 titoli letti, voglio prendere in considerazione quelli che per me sono stati i due estremi: la Giménez Bartlett (voto 8) e la Läckberg (un 4 scarso, ma proprio scarso). Questa non vuole essere soltanto una recensione comparativa tra i due libri letti (Giorno da cani per la prima e La sirena per la seconda), ma anche una considerazione su quanto potente sia il business che sta dietro a certi scrittori, e quanto questo influenzi i gusti dei lettori. Niente di nuovo sotto il sole del resto, per restare in tema di ombrelloni.

Chiaramente si tratta di due libri, due autrici, due nazionalità e due età completamente diverse, quindi una comparazione pura e semplice fra le due potrebbe apparire un po’ forzata. Ma la professione è la stessa per entrambe (scrittrici di gialli appunto), e la differenza del risultato finale è considerevole.

Inizio dalla più giovane, la svedese campionessa di incassi, autrice di best seller tradotti in tutte le lingue che garantiscano altre mietiture di consensi e quindi di soldini. E’ una delle star della “scuola scandinava” dei romanzi polizieschi. Leggo che è stata tradotta in 55 paesi e che ha venduto più di 15 milioni di copie (quindici milioni!!); ha poco più di quarant’anni, scrive (e pubblica) da che ne aveva meno di trenta, partecipa a talk show,  rilascia interviste, appare nelle fotografie di quarta di copertina, molto truccata, molto in posa con tanto di capelli mossi dal ventilatore all’uopo sistemato.

La scrittrice spagnola (definita “la Camilleri spagnola”) ha 64 anni, un passato di docente di letteratura spagnola all’università di Barcellona, è autrice di saggi, di romanzi storici e della saga dell’ispettrice Petra Delicado, la cui prima apparizione sulle scene è di quasi venti anni fa. In ogni foto su internet compare con un assurdo caschetto di capelli e tutte le sue rughe in bella mostra, parla con scioltezza di letteratura, politica e femminismo, ha vinto numerosissimi e prestigiosi premi nazionali e internazionali ed è stata tradotta in 15 lingue (ignoro con quante copie vendute).

Si vede che parteggio per la seconda? Be’ sì, immagino, ma penso che nessun lettore che abbia affrontato entrambe le scrittrici possa non riconoscere (al di là del gusto personale che può portarlo a preferire l’una all’altra),  il diverso peso del percorso professionale intrapreso, della carriera fatta, degli studi acquisiti. E il tutto si riflette inevitabilmente sul risultato finale.

(dal sito dell’editore)

La sirena è il penultimo titolo della saga (e unica vena d’ispirazione) della Läckberg (esce in lingua originale nel 2008, nel 2014 in Italia), e ha come protagonisti un poliziotto e una scrittrice, che poi diventano marito e moglie (in questo romanzo lei affronta già una seconda gravidanza). Ma tutti i personaggi sono comparse da Mulino Bianco: bellissimi, innamoratissimi, stucchevolissimi (si chiamano “amore” e “tesoro” con una frequenza imbarazzante), circondati da bambini, giocattoli, biberon, pannolini, tanto che a tratti sembra un trattato di puericultura e ostetricia e la trama noir diventa lo sfondo di quadretti di vita familiare. D’altronde i libri si vendono anche a peso e tutta questa ridondanza di smancerie fra coniugi e bizze di pargoli fa lievitare le pagine. Lo stile è standardizzato, nessun volo poetico, nessuna personalizzazione. A metà libro si è già capito come va a finire. Ma lo scadimento definitivo si ha nell’ultima pagina del romanzo: come nei vecchi telefilm appariva sul più bello la scritta “to be continued”, così il finale resta letteralmente in sospeso sul più bello, con l’intenzione smaccatamente venale di obbligarti a comprare il romanzo successivo (cosa che di certo io non farò). Va bene la saga, ma questa non è più letteratura, è un business spudorato, una nuova versione del romanzo d’appendice.

(dal sito dell’editore)

Giorno da cani invece è il secondo titolo della saga di Petra Delicado (esce in Spagna nel 1997, nel 2000 in Italia), ma anche 20 anni fa il personaggio della poliziotta era già perfettamente delineato, senza cedimenti romantici, senza sbavature: una donna determinata, volitiva, a tratti mascolina nella professione e nella vita privata. Il racconto è ironico, spigliato, la sceneggiatura tiene dall’inizio alla fine, perché l’importante non è la destinazione del viaggio (la chiusura del caso), ma il viaggio stesso (la narrazione). Non dico che Petra Delicado sia più “probabile” come personaggio della figura femminile (Erica Falck) della saga della Läckberg, ma sicuramente è più credibile, più reale. Certamente più simpatico: più sesso e meno sdolcinatezze.

Insomma a mio avviso la Läckberg, cavalca l’onda del “giallo nordico” iniziato da altri più quotati (meglio, e di parecchio, ad esempio Jo Nesbø e anche il tanto ultimamente citato Stieg Larsson), e proprio per questo riesce ad avere un successo di vendite altrimenti poco giustificabile (a meno di non volerci lanciare in dietrologie sociologiche per cui si legge quel che è facile e leggero da leggere). Certo ha dietro di sé un apparato di merchandising di tutto rispetto, che è proprio quello che (a me) fa storcere ancora di più il naso. Siamo tutti inevitabilmente influenzati da quello che il mero business suggerisce a case editrici, compagnie di cineproduzione, televisioni e riviste (e difatti anche io ho comprato La sirena), ma voglio comunque arrogarmi il diritto di poter confrontare, scegliere ed eventualmente cestinare sulla base della mia personalissima sensibilità, tanto più urtata quanto più il fenomeno risulta artificialmente convertito in “caso letterario” (e di esempi ce n’è a bizzeffe, tutti pubblicati da prestigiose editrici, ma anche qui in questo caso specifico gli editori fanno la differenza). Quanto alla Giménez Bartlett, credo che ormai, almeno qui in Italia (come in Spagna) il nome parli da solo. Può non piacere, o lasciare indifferenti, ma non le si può negare la maestria, la fantasia, lo stile, la tecnica.

Lunga vita al thriller, ma che sia d’autore di qualità.

C. Läckberg, La sirena, Venezia, Marsilio, 2014, ISBN 9788831717953
brossura, € 18,50

A. Giménez Bartlett, Giorno da cani, Palermo, Sellerio, 2000, ISBN 9788838916120
brossura, € 9,75