Sentiero nero (Åsa Larsson)

(dal sito dell'editore)

(dal sito dell’editore)

Ve lo avevo detto, no, che la scuola giallistica svedese mi stava appassionando? Ed in particolare questa autrice, di cui sto leggendo la saga (questo è il terza capitolo, ecco i miei post sul primo e sul secondo).

L’eroina è sempre Rebecka Martinsson, e ci sono i coprotagonisti di sempre (gli agenti Anna-Maria Mella e Sven-Erick Stålnacke), anche se (come accennavo nel secondo capitolo) questi personaggi hanno un peso minore (a livello di pagine) rispetto agli altri protagonisti della storia. Tutti e tre vivono l’evento, lo affrontano, cercano di controllarlo, ma se si contassero le pagine in cui loro agiscono per risolvere il caso, risulterebbe meno di 100 (delle 423 che compongono il libro). Ma ogni buona storia nasce da lontano, ed ogni protagonista vive una serie di esperienze che lo portano, poi, al punto finale, in questo caso l’uccisione di Inna Wattrang e perché. L’autrice non ci guida per mano lungo una pista di indizi logici, ma ci presenta i personaggi, le loro storie, la loro vita vissuta e le scelte che hanno portato, tutti loro, in quel posto in quel momento a compiere quelle azioni…

Ma cominciamo dal “riassunto delle puntate precedenti”: Rebecka Martinnson, originaria di Kiruna, lavora presso uno studio di avvocati di Stoccolma. Torna al paese di origine per aiutare una amica il cui fratello (e amico di Rebecka) è morto assassinato. Facendo le domande giuste e sapendo leggere gli avvenimenti grazie all’esperienza del passato, riesce ad intuire una orrenda verità, dalla quale viene quasi uccisa. Fine del primo capitolo.

Nonostante una grossa crisi e una forte depressione, Rebecka continua a lavorare per lo studio di avvocati. Circa un anno dopo la scampata morte, torna a Kiruna per aiutare il suo capo con alcuni nuovi clienti. Rimane coinvolta, seppur marginalmente e involontariamente, in un nuovo assassinio e, pur senza fine investigativo, si avvicina così tanto alla verità da rischiare, nuovamente, la vita. L’amicizia con un ragazzo, ucciso nel finale dall’assassino, farà scattare la valvola della pazzia in Rebecka: forse uno sfogo contro tutto il dolore provato, ma anche una istigazione al suicidio (Rebecak sembra volersi annegare nel vicino lago). Fine del secondo capitolo.

In questo terzo capitolo Rebecka è in cura. E’ una donna forte, ma altamente depressa (converrete che la vita le ha presentato un conto decisamente salato nel giro di due anni). Però reagisce alle cure, capisce che la sua salvezza è razionalizzare e andare avanti. Non pensa di tornare a lavoro a Stoccolma, anche se il cuore le direbbe di riprovare. Le viene offerto un posto di procuratrice a Kiruna: dovrà occuparsi di reati fiscali (era il suo campo anche nel precedente lavoro) e lei accetta. Si ammazza di lavoro, con ritmi che altri ritengono alienanti, ma che la aiutano a non pensare al suo recente passato.

La detective di polizia Anna-Maria decide di chiedere aiuto a Rebecka in un caso di assassinio recente: Inna Wattrang, una donna piacente, viene trovata morta in un’arca (una casetta usata dai locali per la pesca su ghiaccio, in inverno), con sul corpo evidenti segni di tortura. Anna-Maria ha bisogno di capire chi è il capo e socio di Inna, Mauri Kallis, magnate e imprenditore: Rebecka è brava nel raccogliere il maggior numero di informazioni nel minor tempo possibile e, soprattutto, nel riassumerle nel modo più semplice possibile. Il giorno seguente Mauri Kallis sarà a Kiruna per varie pratiche relative alla sua collaboratrice defunta, e Anna-Maria intende torchiarlo per capire se la vicenda si sviluppa intorno al lavoro svolto dalla donna o tocca ambienti diversi.

E qui il giallo lascia il passo ai personaggi. Non si ha più una sequenza logica dei fatti, ma si vivono le vite dei protagonisti. Chi è Mauri, come ha tirato su l’immensa fortuna che lo rende uno degli uomini più ricchi del mondo? E chi sono Inna e suo fratello, entrambi collaboratori stretti di Mauri, talmente stretti da vivere nella mega villa da lui comprata?

Uno degli aspetti che più mi ha colpito (e che per ora apprezzo molto) dei gialli della Larsson è proprio il descrivere i personaggi: il delitto non viene spiegato con una sequenza logica di fatti (alla Sherlock Holmes, per intenderci) ma attraverso l’incrocio delle vite dei protagonisti. Non è un giallo in senso stretto: Åsa ci porta nella mente e nella storia dei personaggi, come se l’evento finale fosse la somma di tante piccole storie che in quel punto si incrociano. Come raccontavo per il secondo capitolo, il romanzo è come un puzzle: inizi collegando le tessere fra loro in piccoli gruppi, poi aggreghi i gruppi in gruppi più grandi, finché alla fine tutti i gruppi si collegano e ti si forma una immagine quasi completa. Gli ultimi pezzi da inserire sono quei dettagli che fanno comprendere l’immagine nella sua interezza, i singoli dettagli che completano il senso della storia. Certo, anche prima del finale intuisci, comprendi una serie di cose, ma il dettaglio preciso lo hai solo quando tutti i pezzi sono al loro posto.

La trama, di per sé, è semplice: come detto prima Anna-Maria coinvolge Rebecka nell’indagine per l’assassinio di Inna. Si tratta di una delle più importanti collaboratrici di Mauri Kallis, proprietario di varie aziende con capitale ad alto rischio (maggiore possibilità di perdere denaro, ma anche maggiori guadagni). Una di queste imprese è in un Paese caldo dell’Africa, in zone di guerra, e Kallis si vede coinvolto nell’organizzare un colpo di stato per mandare al potere una persona che potesse garantirgli maggiori possibilità di sfruttamento della miniera. Inna viene a sapere di questo e di altri giochi “sporchi” del suo capo e inizia a rivelare alcuni dettagli ad un giornalista che, guarda caso, qualche giorno dopo viene trovato morto. La polizia che indaga sulla morte di Inna lo viene a sapere ed inizia a collegare le due cose, ma non fa in tempo a interrogare Mauri perché succede un putiferio (e lascio alla vostra immaginazione indovinare cosa succede, a meno che non vi leggiate il libro 🙂 ).

Figura particolare in questo romanzo è la sorellastra di Mauri. Il finanziere è nato in condizioni disagiate (una madre malata mentalmente, l’assenza di un padre, l’affidamento, le prese in giro). Ester è una delle sorellastre, nata da una avventura della madre di Mauri e un disadattato di origine indiana. Viene adottata e cresciuta da una famiglia Sami, di cui prende le tradizioni ed i modi di fare. Ester ha due qualità, una che ha espresso da giovane (vena artistica da pittrice), ed una “nascosta” derivata – secondo la madre adottiva – dalla nonna adottiva, cioè vedere il futuro. Non parla mai di questa caratteristica, anche perché tende a vedere solo le cose brutte delle persone che incontra, ma – come vedrete alla fine del romanzo – è grazie a queste visioni che Ester salverà la vita a Mauri.

Ora, a me in generale i poteri paranormali non piacciono a meno che non siano storie che hanno questi poteri al loro centro. In genere non mi piacciono personaggi come Ester in racconti gialli, ma devo confessare che in questo particolare caso è stata una presenza significativa, seppur discreta. Avrei preferito un’altra opzione (lo scopo, nel racconto, di Ester è solo salvare il fratellastro: poteva esser fatto in modo diverso) ma ammetto che – soprattutto nel finale – la ragazza e la sua storia mi hanno un po’ intrigato.

Al di là di questo, Åsa Larsson ha dimostrato ancora una volta di saper costruire un giallo intrecciando vari fili (le storie dei personaggi) e costruendoli, uno ad uno, in modo quasi maniacale. In un romanzo qualsiasi penseresti a Mauri Kallis come ad un bastardo arricchito che se ne frega degli altri, o a Inna Wattrang come ad una opportunista amante della ricchezza. Ma l’autrice ci presenta storie diverse, che ci fanno entrare nei personaggi e ci fanno comprendere il loro modo di agire. Alla fine io ero un po’ in dubbio se considerare Mauri più delinquente o vittima: senza giustificare le sue azioni, mi son ritrovato a pensare che alcune sue scelte sono state più subite che ragionate. Come direbbe un vecchio detto, l’autrice fa camminare i lettori nelle scarpe dei personaggi, così da far vivere loro una parte dell’esperienza del protagonista.

L’incipit della pagina finale (ringraziamenti ed altro) dice “Metà della serie è scritta“: io ho già sul comodino il quarto capitolo (“Finché sarà passata la tua ira“), quindi aspettatevi nei prossimi mesi un nuovo post con protagonista la nostra eroina Rebecka (ah, quasi dimenticavo, sembra che alla fine il suo cuore abbia vinto sulla sua ragione). Ma non subito: dopo romanzi di questo spessore preferisco leggere qualcos’altro, magari più leggero, per staccare un po’.

Stavolta non dico niente sulla traduzione: nei capitoli precedenti avevo accennato ad un paio di elementi che mi avevano incuriosito. In questo caso non c’è niente di particolare. Resta (per quel che posso capire) ottima la traduzione di Katia De Marco, che riesce a rendere in un ottimo italiano anche alcuni dettagli tipici della cultura svedese (ed ho una amica che vive in Svezia, ed una cugina che conosce bene la Svezia: posso verificare alcune cose con loro quando ho dei dubbi).

Il prezzo? 12,50 Eur (che trovate scontato, come al solito, su Amazon). Devo dire che stavolta va bene. Oddio, se si arrivasse a 10 Euro sarei stra felice, ma rispetto ad altri romanzi gialli questo libro costa un po’ meno. E’ anche vero che la copia che ho preso è forse una edizione più economica (Marzilio, tascabili Maxi) e magari la prima edizione costava un po’ di più, ma – alla fine – devo dire che son contento. I 2-3 euro risparmiati, tanto, li spenderò nei prossimi volumi della saga 🙂

Buona lettura.

Il sangue versato (Åsa Larsson)

(dal sito del’editore)

Rebecka Martinsson si trova di nuovo a Kiruna, dove era scampata alla morte appena pochi mesi prima. E’ una specie di terapia per cercare di vincere le paure che la hanno profondamente ferita in quella avventura. Usa come scusa il lavoro: accompagnare un collega ad incontrare clienti.

Decide di restare qualche giorno, sempre con la scusa di alcuni lavori per i clienti, per affrontare sé stessa tornando nella casa della nonna e nei luoghi dove tutto è accaduto. Ma mai si sarebbe aspettata di dover affrontare una nuova minaccia alla sua vita.

Ecco, se appena vediamo “La signora in giallo” ci viene, istintivamente ma anche scherzosamente, di fare gesti apotropaici (d’altronde, ovunque lei si trovi – e per fortuna sono solo telefilm – ci scappa sempre il morto), con Rebecka Martisson l’istinto sarebbe di abbracciarla forte e sussurrarle che non succederà niente, che tutti questi sono solo brutti sogni. Ammesso che lei si faccia abbracciare.

In questo secondo capitolo la nostra eroina sta affrontando, come accennavo, una ingarbugliata situazione psicologica frutto delle disavventure vissute nel precedente romanzo. Nessuno di noi esce pulito e tranquillo da nessuna morte, neppure dalla più naturale. Figuriamoci lei che ha smascherato gli assassini di un suo “vecchio” amico e che, per salvare sé stessa ma soprattutto due bambine, ha dovuto lottare contro i suoi attentatori fino ad ucciderli. Ferita, e salvata per miracolo dai poliziotti che seguivano il caso, piano piano si è ripresa fisicamente, ma nell’animo ha un profondo buio che rischia di inghiottirla.

Spinta dai pochi amici che ha (carattere abbastanza solitario, dopo le ultime vicende si è chiusa ancor di più in sé stessa) ad affrontare la situazione recandosi di nuovo a Kiruna, dove tutto è accaduto, Rebecka trova un po’ di pace fra persone che, almeno inizialmente, non conoscono il suo passato e la accettano semplicemente come una ragazza un  po’ strana, sì, ma fondamentalmente buona. Certo, qualcuno storce il naso per la sua professione (avvocato) e l’abbigliamento (molto cittadino) . Ma dopo qualche giorno, quando la conoscono meglio, iniziano ad apprezzarla. Tranne qualcuno, che fa qualche indagine su di lei.

Rebecka si trova, inconsapevolmente e assolutamente in modo non voluto, coinvolta nell’assassinio di una pastore protestante, Mildred. I fatti si sono svolti qualche tempo prima, ma le indagini sono ancora in corso, e la nostra eroina viene incaricata di reclamare, dal marito di Mildred, la canonnica dove loro vivevano e che fra poco dovrà ospitare un nuovo pastore. Venuta in possesso delle chiavi della cassetta di sicurezza, per uno scrupolo etico (più che professionale) ne controlla il contenuto e fa arrivare ad Anna-Maria Mella, detective conosciuta nel precedente episodio, tutto ciò che ritiene importante per la soluzione del caso. Ed in effetti la polizia trova molto interessanti alcuni documenti, tanto che riescono a smuovere un po’ le acque intorno all’omicidio, arrivando a formulare delle buone ipotesi sul perché Mildred sia stata assassinata.

L’apporto di Rebecka al caso è semplicemente questo, tanto che – se ci si dovesse basare solo sul giallo – lei potrebbe essere un piccolo personaggio secondario. Ma è la sua presenza in paese che scatena una serie di eventi che porteranno, nelle ultime pagine, ad una drammatica conclusione (di cui vi rivelerò solamente che Rebecka sopravvive – anche perché sapete già che ci sono altri libri dove troviamo la nostra eroina).

Raccontare qualcosa in più della trama è complesso. Come nel precedente libro, i primi capitoli servono per inquadrare il tutto e descrivono, soprattutto, lo stato d’animo di Rebecka. La partenza è un po’ lenta, ma piano piano ti prende e non riesci a staccarti. Confesso che mi ha aiutato il clima di relax (fine settimana al mare + sdraio molto comodo = ore di lettura assicurate).

Via via che leggevo mi sono costruito, in mente, la metafora del puzzle. Ogni vicenda di questo romanzo parte in modo separato dalle altre: si racconta un fatto, un personaggio, un animale o, al massimo, un pezzetto di storia di Rebecka. Attorno aquesti primi nuclei (pezzi di puzzle), capitolo per capitolo, se ne aggregano altri. Finché alcuni non si collegano e – ormai giunti a due terzi del libro – riesci a farti un quadro completo a cui mancano, però, una serie di piccoli dettagli che verranno aggiunti nelle pagine rimanenti. Insomma, proprio come un puzzle che piano piano si compone nella tua mente e solo quando hai messo l’ultimo pezzo riesci a percepirne l’armonia e tutti gli incastri, anche questo romanzo ti fornisce pagina per pagina piccoli pezzi che costituiscono – alla fine – il quadro completo della situazione.

Ben strutturato, direi quasi cesellato per far arrivare, goccia a goccia, nuovi elementi al lettore: è un romanzo che ti convince a leggerne sempre di più finché non arrivi alla fine. Storie dentro le storie (la lupa dalle zampe gialle, che sembra non entrarci per niente e poi, invece…), tutta una serie di flash back che rendono vivi e veri i personaggi, delineando i loro tratti somatici ma soprattutto psicologici, stati d’animo descritti in modo profondo… Tutto funziona per farti sentire parte del romanzo, vicino a Rebecka quando va ad aprire la cassetta di sicurezza di Mildred, in salotto con Lisa ed i suoi cani, nella cantina insieme a Nalle che sta dando da mangiare a un topolino. Più vai avanti nella lettura, più ti sembra di essere presente nella storia, osservatore muto ed inerte, ma vivo e pieno di empatia per i protagonisti.

Devo fare un paragone, perché fra i romanzi che mi piacciono ci sono i thriller adrenalinici, quelli dove tutto succede velocemente, dove l’azione è concitata e ininterrotta (ad esempio l’ultimo letto: “Non guardare nell’abisso“, di Massimo Polidoro).

Questo romanzo è completamente diverso come narrazione, eppure ha lo stesso effetto, ti attanaglia alle pagine e non riesci a staccarti finché non hai finito. Se nei primi tutto accade veloce, tutto è immediato ed ogni azione chiama la successiva in un crescendo di tensione, in questo si ha una prevalenza sulla psicologia dei personaggi: i lettori conoscono le loro storie, si ingarbugliamo nei loro pensieri, vivono le loro emozioni e le loro paure in un contino di flash back, pensieri, attese, riflessioni.

Se da un lato il thriller di Polidoro è bello perché è vissuto tutto d’un fiato, questo è bello perché è lento. Ma non noioso, quel lento che ti permette di conoscere. Se l’altro ti da una scarica di adrenalina come se scendessi in bici, senza freni, dalla vetta di una montagna, questo è come una passeggiata leggera per giungere in vetta alla stessa montagna, dove ogni nuovo passo ti apre un frammento in più di panorama, un nuovo piccolo scorcio di cui stupirti. Due modi di affrontare la stessa montagna (oddio, ecco che sbuca, inatteso, Mann 🙂 ) in modo completamente diverso ma ugualmente bello.

E se nei thriller adrenalinici ti trovi a fare il tifo per qualche personaggio, in questi psicologici non puoi, alla fine, non provare empatia verso i protagonisti, anche quelli “negativi”. E’ vero che (questi ultimi) hanno commesso un delitto, ma quando hai ascoltato i loro pensieri, quando hai seguito il filo della loro (particolare) logica, quando – conoscendo le loro storie – ti metti un po’ nei loro panni, comprendi (pur senza giustificare) perché sono arrivati a quel passo. E ti dici che forse, con vari se e vari ma, il personaggio poteva venirne fuori in modo diverso.

A mio modesto parere, poi, questo secondo capitolo delle avventure di Rebecka è ancora meglio del primo. La Larson scava più a fondo rispetto al precedente: alcuni personaggi ti diventano quasi familiari, come se li conoscessi da tempo.

Siamo in tempo di ferie: è forse – questo – un romanzo da portarsi sotto l’ombrellone? Insomma… Sì, io me lo son portato, ma non posso dire si adatti bene ad un clima allegro da spiaggia. Perché a volte ti costringe ad estranearti, ad isolarti. C’è anche un fattore pratico: 400 pagine per circa 5 cm di altezza. Non è proprio un tascabile, diciamolo. Il tutto per 12,50 Eur (prezzo di copertina dell’ottava edizione – anno 2014). Insomma, il prezzo non è male: è in linea con quello che mi aspetto per questi romanzi. Anzi…

Un ultima nota sulla traduzione. Nel precedente post (per il precedente romanzo) mi aveva colpito un elemento: il colore “uva ursina” usato per descrivere le labbra di una persona. Questa volta invece abbiamo “uva di montagna“. Che, credo di aver capito, è la stessa cosa. La traduttrice è la stessa: Katia De Marco… Sarei curioso di sapere come mai questo cambiamento. Ma per il resto mi sembra perfetto come nel precedente caso.

Mi rimane solo da augurarvi buona lettura. E vi avviso che ho già preso il terzo capitolo della saga…

Tempesta solare (Åsa Larsson)

(dal sito Marsilio)

Finalmente un bell’esemplare di quei gialli della scuola svedese a cui accennavo in un precedente post. Son rimasto soddisfatto di questo romanzo, giallo e thriller al tempo stesso, dalle tinte forti (in certi momenti ha sfiorato “Io uccido” di Faletti, che per me rimane al top delle mie letture in questo genere). Un regalo – questo libro – giuntomi (forse consapevolmente?) per bilanciare i racconti della Lackberg… Tant’è che ho già acquistato il secondo volume della serie (“Il sangue versato” – vedi su Amazon).

Il personaggio principale, Rebecka Martinsson, è una giovane donna, avvocato tributarista, che lavora a Stoccolma per un prestigioso studio di avvocati, a metà fra una segretaria e una praticante tutto fare sottopagata e sfruttata. Ma la morte del predicatore Viktor Strangård la riporta immediatamente alla sua giovinezza: è un amico del paese di origine della protagonista, Kiruna, nel nord della Svezia. Un amico speciale, cresciuto insieme a Rebecka nel contesto religioso di una delle parrocchie (protestanti) del villaggio: hanno seguito insieme il catechismo e partecipato ai campi estivi. Ed è una persona che ha visto Dio, in senso (secondo lui) fisico. Dato per morto a seguito di un incidente, torna in vita alla faccia dell’incredulità dei medici. E racconta di aver visto e parlato con Dio: con la forza di questa consapevolezza unisce le tre chiese locali e crea una grande congregazione, la Chiesa della Fonte della Forza.

Ma Rebcka, quando a Vicktor succedevano tutte queste cose, se ne era già andata. Brutte vicende l’hanno costretta a fuggire, o meglio, a cercare un nuovo inizio. Non sentiva Dio come Viktor né come gli altri membri, eppure si applicava con tutte le sue forze. Finché … no, non vi dico cosa le succede, ma è il motivo che la spinge a lasciarsi tutto alle spalle, nonostante le pochissime persone che erano pronte a supportarla, e grazie, invece, alle tante che volevano allontanarla.

E’ la telefonata di Sanna, sorella di Vicktor e vecchia amica di Rebecka, a richiamare la protagonista nella sua cittadina. Assolutamente decisa a non rimetterci piede, si fa trascinare dalla vecchia amica, nonostante avesse cercato di rompere ogni legame con lei. Strana, ingenua, a volte assente dal mondo, Sanna aveva ancora la capacità di trascinare l’amica nei suoi casini. E nonostante si fosse detta in più modi di non farsi coinvolgere, alla fine Rebecka cede, prende il primo aereo e si reca a Kiruna. E lì si trova costretta ad aiutare Sanna anche legalmente, visto che il procuratore locale pensa bene di farne la principale sospettata.

Ma quali segreti si nascondono nella Chiesa della Fonte della Forza? Vicktor, conosciuto anche come il Ragazzo del Paradiso, ha portato tanti nuovi fedeli, con conseguenti forti introiti. Chi può aver assassinato il giovane, che era una vera gallina dalle uova d’oro? I tre pastori che guidano la chiesa non sanno spiegarselo, e gli agenti che si occupano delle indagini brancolano inizialmente nel buio, anche se si sono accorti che una certa omertà lega i tre religiosi. La sorella Sanna è stata l’ultima a vedere il fratello, e il fatto che – nelle sue stranezze – racconti che è stato il fantasma di Vicktor stesso ad avvisarla della sua morte, non aiuta a chiarire la situazione.

E’ Rebecka che sblocca le cose, e sbroglia la matassa. Lei che, da giovane, aveva vissuto dall’interno le vicende delle tre chiese. E lei che, da avvocato tributarista, si pone subito il dubbio che l’immenso afflusso di ricchezza “generato” da Vicktor potesse seguire vie diverse da quello che ci si aspettava.

In un continuo di flash back che ci fanno conoscere la vicenda della nostra eroina, la situazione inizia a sbrogliarsi. Per me il colpo di scena è stata la sparizione del cane di Sanna, e – anzi – cosa è successo dopo. Ed anche in questo caso non fornisco dettagli, ma vi garantisco che da una svolta al modo in cui si legge il libro.

Ci sono cose che accadono sotto gli occhi di tutti ma di cui nessuno si accorge. Ci sono persone che è facile controllare: persone deboli spiritualmente e che credono che ciò che un pastore dice sia il bene in assoluto, e lo mettono in atto senza né dubbi né senso critico. E ci sono pastori che capiscono di avere, in queste persone, degli strumenti eccezionali, a cui possono chiedere di fare qualsiasi cosa, magari senza neppure dirla esplicitamente ma semplicemente accennando ad una situazione o una persona problematica e lasciare che la persona si inventi una soluzione.

Insomma, la tensione cresce e la vicenda non si chiarisce fino alla fine. O meglio: si intuisce molto ma rimane sempre un leggerissimo velo di nebbia che mantiene un pizzico di mistero. Come un paesino arroccato su una collina: lo vedi, noti tutti i dettali. Ma c’è un velo di nebbia alla base della collina, e allora sembra sospeso sul niente, rimane il mistero di come si arriva lassù, di cosa si può trovare per strada… Anche in questo romanzo il quadro generale si delinea bene più o meno dalla metà del libro: si capisce chi può aver desiderato la morte del Ragazzo del Paradiso e perché, ma rimangono molti piccoli dettagli che ti tengono incollato alle pagine, e vorresti andare avanti fino a che non capisci tutto.

Cosa succede a Rebecka? Lei capisce tutto, ma questo le costerà molto. No, non muore (sennò come fa a esser protagonista dei successivi romanzi?). Però scoperchia un vaso di pandora che sconvolgerà (anche se non viene raccontato) tutta la comunità. Avidità, collusioni, segreti inconfessabili… Tutto viene portato alla luce dal coraggio dell’eroina, la quale agisce prima di tutto per salvare le figlie di Sanna: solo all’ultimo diviene consapevole di rischiare la vita, ma ormai è in gioco e non può tirarsi indietro…

Romanzo di esordio di Åsa Larsson (la quale non è parente di Stieg Larsson, quello della trilogia MIllennium – il cognome Larsson, mi dicono, è un po’ come il “Rossi” in Italia: molto comune), le è valso il “premio dell’Accademia svedese del Poliziesco come miglior giallo d’esordio”. Ed effettivamente lo merita: è una storia scritta bene, con la giusta tensione che sale piano piano per esplodere nel finale. E tradotto bene: mi ha colpito “le labbra color uva ursina” (l’ispettrice Anna-Maria Mella, guardando il suo compagno che dorme, a pagina 17). Un arbusto molto diffuso in Svezia (dice Wikipedia che si è adattato bene ai climi artici) con bacche dal colore rosso intenso. Poco conosciuto – mi sembra – dalle nostre parti tanto che, sospetto, Katia De Marco (la traduttrice) ha dovuto fare un po’ di ricerche per rendere correttamente il temine svedese in italiano.

Non l’ho letto tutto d’un fiato: la partenza è forte e ti prende subito ma i 3 capitoli successivi – dedicati a preparare il campo alla storia – sono appena un po’ più lenti. Poi il ritmo riprende a salire e, come accennato sopra, rimani sempre più incollato per sapere come va a finire.

Un ultima nota: il personaggio di Rebecka e quello di Åsa sembrano sovrapporsi, almeno nei primi elementi: entrambe avvocati ed entrambe impegnate nello stesso settore. Entrambe nate a Kiruna. Ma, ad ora, per quello che so, le somiglianze si fermano qui.

Vi consiglio la lettura. Amazon lo mette al prezzo di 10,20 Eur (7,99 in formato Kindle). Ultimamente titoli simili li ho trovati a 14 Eur circa. Sarà anche perché il libro è di qualche anno fa (gli ultimi e più recenti capitoli della saga infatti, vengono ad un prezzo più alto). Se vi piace il genere, merita l’acquisto. E a breve vi dirò se merita anche il secondo capitolo.

Buona lettura!