Il bizzarro incidente del tempo rubato (Rachel Joyce)

Quando 2 secondi aprono un abisso.

Venire a sapere che stanno maneggiando il tempo, allungando i giorni, manovrando con noncuranza i secondi, può scuotere dalle fondamenta tutte le certezze di un adulto, figuriamoci cosa succede a Byron, un adolescente inglese quando l’amico James gli racconta che verrano aggiunti due secondi a quell’anno, il 1972.

La cosa è successa davvero: si chiamano secondi intercalari e un organismo mondiale decide di applicarli quando serve ri-sincronizzare il tempo che noi misuriamo con la rotazione della terra intorno al sole.

Ma torniamo a Byron: vive nella campagna inglese con la madre Diana e la sorella Lucy (il padre Seymore è un affarista che lavora a Londra e torna a casa solo nel fine settimana). Condivide con James tutti i pensieri, compreso quello della manipolazione del tempo. Ma mentre per l’amico la notizia rimane solo una curiosità, per Byron diventa una ossessione. Tanto che in un certo momento è convinto di vedere la lancetta dei secondi, nel proprio orologio da polso, muoversi indietro di due tacche. E tutto, in quell’istante, succede: il mondo che conosceva piano piano inizia a sgretolarsi davanti ai suoi occhi fino a… Eh no, sto rivelandovi troppo.

La mattina del fatidico giorno Byron e  Lucy sono accompagnati a scuola dalla madre (come avviene sempre) con la nuova Jaguar: sono in ritardo e Diana decide di prendere una scorciatoia che passa da un piccolo e fatiscente borgo. Proprio durante il passaggio, con una nebbia che si potrebbe tagliare a fette, Byron è convinto che l’orologio abbia iniziato a marciare indietro e, sconvolto, lo urla alla madre, non considerando che lei è molto presa dalla guida. Una bambina su una bicicletta rossa entra in strada e viene toccata dall’auto: Byron ha visto tutto, ma la madre non si è accorta di niente.

A parte il contrattempo, il giorno continua ad andare bene: il tempo scorre normalmente, la Jaguar non ha segni evidenti dell’incidente (forse Byron lo ha immaginato?) e tutto è come sempre. Ma qualche tempo dopo Diana trova sull’auto un piccolo segno che conferma la storia di Byron e certifica l’incidente.

Da questo momento si scatenano una serie di eventi, alcuni pilotati da Byron e James, che portano alla disgregazione del mondo del ragazzo. Ma se volete i dettagli dovrete leggere il romanzo.

Insieme e parallela alla storia di Byron troviamo la vita di Jim, quello che chiameremmo un disadattato ma che – scopriremo leggendo – è stato vittima di cure psichiatriche brutali e assolutamente inutili: hanno curato la sua malattia psichica con l’elettroshock e adesso, a 50 anni, vive in un camper, lavora come sguattero in un bar dentro un centro commerciale e, soprattutto, sopravvive grazie ai suoi riti che, a suo dire, sono l’unico antidoto al male che lui fa agli altri.

Jim non riesce a relazionarsi più di tanto con le persone: vive nella paura di provocare qualcosa di doloroso in chi incontra. Per questo si isola sempre di più. Per questo quando entra nel suo camper svolge tutta una serie di operazioni 21 volte arrivano a sigillare con il nastro adesivo il suo mezzo. Perché vuole tenere gli altri fuori dalla sua vita, lontani da lui. Perché è convinto che qualsiasi contatto provocherebbe, nell’altro, qualcosa di brutto. Ma non come accadrebbe ad un Paperino (perseguitato dalla sfiga) o ad un Paperoga (che combina un disastro dietro l’altro): qualcosa di tremendamente più brutto.

Leggendo la storia di Jim si scopre che c’è qualcosa nel suo passato che lui non è riuscito a perdonarsi. Qualcosa che lo ha sconvolto. Qualche ricordo è stato rimosso dalle cure, ma il senso di colpa è rimasto e continua a perseguitare Jim.

L’autrice ci presenta Jim e Byron un capitolo alla volta: prima Byron e poi Jim. Si intuisce quindi che le due storie sono legate. Ma Jim ha 50 anni oggi, nel 2012 (anno più, anno meno), mentre Byron vive la sua storia nel 1972. Jim è quindi un riflesso di quello che accade a Byron e alla sua famiglia, a James, alla loro casa, alla loro vita. Si capisce quasi subito che le due storie stanno convergendo verso un punto comune, ma quello che stupisce – almeno per quanto mi riguarda – è che l’autrice sia riuscita a tenere le cose in bilico quasi fino all’ultimo. Si sa che Jim ha a che fare con Byron e James, ma quale relazione veramente c’è con loro? indizio dopo indizio io mi sono fatto una prima idea, poi ho virato per un’altra idea, e alla fine la Joyce mi ha sorpreso: anche se la realtà è la più ovvia possibile – ed io l’avevo intuita – mi è giunta come una epifania.

Che dire? Nonostante sia un romanzo fuori dal mio solito target, e nonostante sia partito in modo molto soft, confesso che capitolo dopo capitolo mi ha preso: volevo sapere che fine facevano Byron e James, chi era Jim, cosa avevano scatenato i due secondi.

Ovviamente i due secondi sono solo un pretesto per costruire una storia che analizza le personalità dei protagonisti (in realtà solo di quattro: Byron, sua madre e James nel 72, e Jim ai giorni nostri). Ci si addentra nelle debolezze di Byron, nelle presunte certezze (frutto di maniacale programmazione e organizzazione) di James, nella solitudine di Diana, nelle paure di Jim.

Proprio la figura della madre (e in generale della famiglia) è quella che mi ha lasciato un po stranito: siamo nel ’72 ma tutto fa pensare ad una moglie americana degli anni ’60 (casa, famiglia, pulizie, negare le aspirazioni e la voglia di indipendenza). Ripenso ad alcune figure femminili: la signora Runcible in “L’uomo dai denti tutti uguali” di Phil K.Dick o le ragazze raccontate nel film Mona Lisa Smile.

Diana (ma anche le altre mamme che ogni tanto si incontrano) sono figure conservatrici, legate a tradizioni che in realtà in quegli anni stanno crollando. Diana stessa è vista con occhio critico dalle altre, come una mamma fuori dall’ordinario: nonostante fra tutte sia la meno tradizionalista, si veste ed agisce in modo “antico”. Devo dire che anche la Joyce ci mette del suo: prediligendo alcuni dettagli disorienta il lettore facendogli credere che questa mamma abusi di alcool per placare quella che sembra solitudine; ma è veramente così? Ecco: forse la storia di Diana era da approfondire, o almeno è una di quelle figure che più mi ha affascinato nel racconto e meritava, secondo me, qualche pagina in più.

C’è anche un’altra mamma: Beverley, l’antitesi (per alcuni versi) di Diana e – al tempo stesso – il complemento, colei che sembra dare un senso a Diana stessa. Il rapporto fra le due ha qualche cosa di esplosivo: sembrano esserci sempre contrasti ma ugualmente le due donne sembrano andare sempre d’accordo. Nell’estate del ’72 Beverley diventa una presenza costante in casa e nella famiglia di Byron. Una presenza non sempre gradita, ingombrante, di una persona che sembra voler sfruttare Diana. Fino a che un evento particolare non allontana nuovamente le due donne rinchiudendole ognuna nel proprio mondo.

La centralità del romanzo, in fin dei conti, rimane la mente di Jim, la sua voglia di uscire da quel guscio che si è costruito molto tempo prima, e la paura nel farlo. Il fluire nelle pagine del libro della storia di Byron, James e Diana è come un racconto liberatorio che, piano piano, alleggerisce Jim aiutandolo a cambiare fino a giungere al classico lieto fine. Mentre il lettore legge cosa è successo nel ’72 Jim riprende possesso della sua vita, rivive certi momenti e li ripone nello zaino: non li abbandona, ma li sposta da davanti agli occhi a dietro la schiena. Qualcosa che prima bloccava ora diventa esperienza: ancora è pesante, ancora rallenta, ma non ostruisce più la vista verso il futuro.

C’è un parallelismo fra Diana e Jim: entrambi, ad un certo punto, vorrebbero lasciarsi morire ma entrambi vengono salvati da un evento che li risveglia dalla loro apatia. E questo risveglio, in entrami i casi, dona nuova energia per affrontare le cose. Nel caso di Jim è emblematico che questo risveglio avvenga contestualmente allo sventramento del camper: due amici di Jim, preoccupati per lui, lo tirano fuori dal suo mezzo con modi un po’ bruschi. Simbolicamente è una demolizione di tutti i muri che Jim si era costruito con i suoi riti, ed infatti Jim decide di cambiare registro, di darsi una opportunità.

Per essere estremamente sintetici è una storia di riscatto e di amore, una storia in cui un uomo ritrova sé stesso grazie all’amore di una donna. Se vi piacciono queste storie non esitate a leggere questo romanzo. Io, però, consiglio di aspettare una edizione economica (io ho pagato la mia, scontata, 15,22 eur: il prezzo di copertina è 17,90 eur).

Personalmente ho gradito il romanzo ma… non è il mio stile preferito. Probabilmente mi son fatto prendere dal fascino che porta con sé l’idea dei due secondi intercalari (ah, dimenticavo, al capitolo 3 della parte terza si dice che i secondi intercalari sono stati aggiunti uno ad inizio anno e l’altro alla fine e non a giugno: in realtà uno dei due secondi è stato aggiunto proprio il 30 giugno – piccolo errore che non influisce, comunque, sul romanzo).

Per i miei gusti il ritmo è lento, lo stile non esaltante e un po’ prolisso. La storia non è male e mi è piaciuto il doppio racconto che, convergendo sul finale, scopre solo all’ultimo le relazioni fra i personaggi. Sicuramente i personaggi principali sono tratteggiati bene (per Diana, l’ho detto, avrei preferito qualcosa in più) ma quelli non principali sono lasciati troppo in disparte (penso a Lucy, la sorella di Byron, presente poco nel prologo e via via sempre più assente).

Col senno di poi avrei preferito comprare il libro quando fosse stato sui 10 euro. Però ormai è andata così e non mi è dispiaciuto.

Buona lettura!

 

Ritratto dell’artista da giovane (Joyce)

Che Joyce sia un grande autore non lo metto in dubbio (chi sono io per stroncarlo?) e sono anche convinto che ci abbia lasciato grandi opere. Però… Perché c’è sempre un però…

Però a me questo racconto non mi ha convinto. Faccio una premessa: in questo periodo i libri mi scorrono con più difficoltà, quindi anche questo può aver influito sul mio giudizio non proprio lusinghiero. E faccio anche una considerazione: la traduzione di un’opera perde sempre qualche sfumatura, quindi forse avrei apprezzato di più la versione originale (ammesso che la mia conoscenza dell’inglese mi permettesse di leggerla).

Se cercate su google e wikipedia troverete molte recensioni e la trama del romanzo, quindi – pur chiedendovi scusa – non mi sforzerò di raccontarvi tutto ma mi limiterò ad alcune impressioni a caldo.

L’artista protagonista del racconto è Stephen Dedalus, primogenito di una famiglia numerosa, nobili decaduti e ridotti in povertà, con un padre – nelle ultime pagine – dedito all’alcol e al ricordare i titoli del passato.

Stephen ha una vena poetica in lui, sembra uno dei classici poeti maledetti: studia in una scuola cattolica, sotto i Gesuiti, e accresce la sua cultura letteraria con discreto successo tanto che, nel capitolo finale, lo si sentirà discettere di cosa sia la bellezza con argomentazioni ricavate sia da riflessioni personali sia dalla cultura acquisita.

Ma, da buon poeta maledetto, ha anche una insofferenza verso la felicità. In giovane età cade nel peccato della lussuria ma si “riprende” dopo la predica di un gesuita sul peccato e sulle condizioni di vita infernali che spettano ai peccatori (buona parte di un capitolo è coperto da questa predica). Per riscattarsi inizia una vita pia, coronata di preghiere e corone di rosario, pie opere e buone intenzioni. Ma anche questa vita non regge a lungo: pur non venendo indicata nel racconto nessuna ricaduta nella lussuria, si intuisce che il protagonista si allontana dalla vita religiosa, soprattutto dopo la proposta di uno degli insegnanti gesuiti di prendere in considerazione la vocazione al sacerdozio.

Il romanzo finisce col protagonista che decide di iniziare un viaggio, sia per fuggire da casa e dagli impegni di studio (e dalla noia di nozioni precotte) sia per accrescere la sua cultura. Un viaggio sia come metafora di crescita sia come fuga da un qualcosa che Stephen non vuole essere. E soprattutto fuga da un amore che lui non ha mai voluto far crescere, anche se è stato linfa per alcune sue prime poesie.

Come dicevo sopra non sono rimasto soddisfatto: è un romanzo – per i miei canoni, probabilmente molto semplicistici – che ti lascia un po’ perplesso. La fine non è proprio una fine (ma Calvino ci insegna che la cosa può funzionare ugualmente), un romanzo che a tratti non scorre (ma, mi ripeto, può essere la mia stanchezza attuale a non averlo fatto scorrere), un romanzo di cui non capisci bene il senso (se si escludono alcuni capitoli più comprensibili).

C’è una morale da imparare dalla vita di Stephen? Sì, forse… Ma non è un romanzo di formazione. Qual’è il messaggio che Joyce ci vuole dare? sinceramente non lo ho capito.

Non per questo abbandonerò la lettura di Joyce: voglio trovare la chiave di lettura per entrare nella testa dell’autore. Quindi prossimamente mi cimenterò nella lettura di un altro suo romanzo (dovrei avere da qualche parte “Gente di Dublino”, letto molto tempo fa ma di cui ricordo ben poco).

Se però qualcuno di voi sa e può darmi consigli di lettura per questo autore, ve ne sarò grato.

Buona lettura.