La primavera del lupo (Andrea Molesini)

Non c’è verso: scrittori non ci si improvvisa. O hai l’immensa fortuna di avere una vena di poesia o di fantasia che ti scorre naturalmente nelle vene (e quel minimo di educazione linguistica atta a scrivere correttamente anche se in un tuo proprio stile non necessariamente aulico), oppure hai dalla tua lo studio approfondito di chi ha già scritto, la capacità di plasmare la lingua a seconda della tua idea, e naturalmente appunto, un’idea di cui scrivere.

Infatti l‘Autore in questione ha vinto il premio Campiello, più altri premi minori, e insegna all’Università di Padova. Non che questo sia garanzia di sapienza, intendiamoci (tanti ne ho conosciuti nella mia carriera universitaria col QI di una cassapanca e la cultura di un batrace), però nella fattispecie la sua dottrina lo raccomanda a ragion veduta.

E’ un romanzo molto particolare questo. Narra la fuga di un gruppetto eterogeneo di disperati dalla follia nazista nell’Italia (da un convento di Venezia fino ad approdare dopo lunghi giri in Alto Adige), negli ultimi mesi prima della liberazione da parte degli Alleati. La voce narrante è di uno dei fuggiaschi, Pietro, un bambino di dieci anni dalla fantasia galoppante e la parlata logorroica. Insieme a lui, ebrei (giovani e anziani), religiosi (maschi e femmine, veri o presunti), partigiani, imboscati e tedeschi disertori. Tutti a nascondersi, inseguirsi, patire il freddo e la fame, vedere la morte da vicino e scoprire che le meschinità le commettono tutti, nazisti e patrioti, buoni e cattivi.

La vera bellezza di questo romanzo consiste nella narrazione volutamente infantile e torrenziale di Pietro, un linguaggio fantastico fatto di idee strampalate, di accostamenti vivi e stridenti (il più bello: la lingua tedesca, così ostica al nostro udito italiano, diventa talmente respingente da essere definita “lingua porcospina”), di assurdi paragoni e ingenuità che gli consentono di ridere e giocare anche nei momenti più tragici della fuga. Quello straniamento bambinesco che rende tutto curioso, buffo e anche divertente, che plana sulle miserie umane dipingendole per quello che sono: capricci degli adulti, giochi cattivi e inutili che non tengono conto delle cose importanti della vita: il pane caldo del frate vivandiere, il latte appena munto della mucca del convento, il sole che intiepidisce la faccia, il riposo sulle cosce grassocce di una compagna di viaggio, l’amicizia e la protezione di due compagni immaginari, un lupo e una gallina, che possono andare d’amore e d’accordo solo in una mente bambina. La visione di Pietro della vita è una poesia e un incanto, spazia dal potere dei numeri a quello delle parole, dall’amore fisico tra uomo e donna (che si nota subito perché i diretti interessati poi hanno i capelli pettinati con i petardi), all’ideologia religiosa sugli ebrei che hanno ucciso Gesù (ma il suo amico Dario, ebreo pure lui, non può essere stato perché ha le orecchie a sventola), in una girandola di non-sense che poi il senso invece ce l’ha eccome, basta non avere l’animo cattivo.

D’altro canto Pietro e il suo coetaneo Dario, non sono mai inquadrati dall’autore in quella visione falsamente paidocentrica che contraddistingue la nostra società occidentale. I bambini sono speciali nel racconto perché sono quella parte genuina della vita, quella meno contorta e ipocrita. Ma non c’è nessuna tenerezza particolare per loro, nessun buonismo, nessuna concessione al sentimentalismo. Sono un altro aspetto del genere umano, ma i diritti e i doveri sono gli stessi per tutti. L’essere bambino salva solo dalla cruda bruttezza della vita, ma non esime dalla vita stessa. Non c’è mai l’ombra di quel pensiero, ricorrente in queste ultime generazioni, che vede i bambini come esseri speciali a cui tutto è concesso e da cui allontanare anche l’idea di una mosca molesta. La loro schiettezza, la loro genuinità, la loro bontà sono qualità corrompiture. Come è stato per tutti noi.

Una lettura che è un bel regalo da farsi.

A. Molesini, La primavera del lupo, Palermo, Sellerio, 2013
EAN 9788838930546, 14,00 €, in brossura

 

 

Menzogne S.p.a. (Philip K. Dick)

(dal sito Fanucci)

Storia strana quella di questo romanzo di Dick, che viene riassunta da Paul Williams (esecutore testamentario di Dick) nella postfazione, stranezza che si rileva nella trama. I dettagli li vediamo fra un po’, ora credo si apiù opportuno fare un po’ di chiarezza (ma limitandomi a poche righe).

Utopia andata e ritorno (The Unteleported Man) è il primo titolo assegnato, quando (intorno al 1964) Dick estende un racconto già creato inserendo alcune parti su richiesta di un editore (che voleva – a me sembra buffo ma è vero – che il romanzo si adattasse ad una certa immagine di copertina, che non so quale fosse). Vuoi per questa aggiunta, vuoi per modifiche successive, la storia fu pubblicata più volte sempre con piccole (e a volte grandi) differenze. Quella che è arrivata a noi sembra essere la versione definitiva (secondo Williams) riaccorpata dopo aver ritrovato tutti i pezzi che a suo tempo vennero persi. Ma, secondo me, si vedono alcune incongruenze…

Chi mi segue sa che adoro Dick, la sua idea di fantascienza che, come succedeva in quegli anni, si concentrava molto sull’indagine umana più che sulla tecnologia extraterrestre. E Dick immagina un mondo sovrappopolato (come in altri romanzi, ad esempio “Guaritore Galattico“), in cui le Nazioni Unite sono una organizzazione molto più forte della realtà odierna (e sono comandate da un tedesco) e molto militarizzata. In questo mondo ci sono alcune imprese commerciali che assumono il controllo di varie  funzioni (anche di sicurezza pubblica) e fra le due maggiori è in corso un conflitto.

Rachmael Ben Applebaum si trova in mezzo a questo conflitto: una delle due società ha inventato il teletrasporto, rovinando la ditta di trasporti interstellari Applebaum: per pochi poscrediti (valuta corrente) è possibile trasferirsi in pochi secondi su Neo Colonia, conosciuta anche come Bocca di Balena, a ben 24 anni luce di distanza; pianeta verde e pieno di promesse, prima fra tutte quella di alleggerire la popolazione terrestre. Unico problema: non si torna indietro. Non è possibile: il Telport (teletrasporto) funziona a senso unico. Almeno sembra.

Il brevetto del Telport è detenuto dalla THL, e la Lies incorporated pensa che ci sia qualcosa dietro. Applebaum si rivolge a loro perché ha un progetto folle: usare l’unica astronave che è rimasta in suo possesso, la Omphalos, per raggiungere Neo Colonia e capire cosa si nasconde dietro le verdi praterie che la pubblicità della THL propone per convincere le persone ad emigrare. E c’è anche un fine commerciale: Rachmael non crede che tutti siano felici, come dicono le pubblicità, e conta di trovare qualcuno da riportare a casa così da tornare in affari. Unico problema: la Omphalos, anche alla sua massima velocità, impiegherà circa 18 anni per giungere su Neo Colonia.

Ma perché la THL vuole impedire il viaggio di Applebaum? Perché osteggia le riparazioni dell’astronave e impedisce a Rachmael di reperire le apparecchiature per il sonno profondo, necessarie per un viaggio così lungo?  Sì, la convinzione che qualcosa non vada è sempre più forte e Applebaum riesce a convincere i dirigenti della Lies ad aiutarlo ad indagare. Una ditta il cui acronimo significa “menzogne” si impegna a scoprire la verità, ma quale verità?

Quello che emerge dal racconto è un viaggio verso la conoscenza intrapreso dall’eroe (Rachmael): la Omphalos (ombelico) potrebbe essere l’unico “cordone ombelicale” che ricollega Neo Colonia alla vecchia terra, i “figli” alla “madre”. E Applebaun potrebbe essere un nuovo Giona che, rigettato indietro dalla Bocca di Balena, avvisa la popolazione di un grave pericolo (Giona, dopo l’esperienza della balena, si convince di seguire il progetto divino, cioè annunciare a Ninive che, se non cambierà, verrà distrutta).

Perché dicevo che la storia è strana? Perché si vedono i vari passaggi: il romanzo comincia raccontando che i computer della Lies hanno fatto una cosa anomala, cioè hanno trasmesso informazioni che non erano bugie. E il destinatario era proprio Rachmael. Però questo filone finisce lì, non va oltre ai primi capitoli. E, sempre nella prima parte, è presente un personaggio immaginario, Abba, un vecchio saggio che vive nella mente (collettiva) di una parte della popolazione, personaggio che sparisce quando Applebaun viene teletrasportato su Neo Colonia. Ci sono, insomma, alcuni elementi che vengono accennati in una parte e spariscono in quella dopo. Come pistole di Checov che però non sparano.

Come mi capita spesso, ho bisogno di tempo per digerire i romanzi di Dick, e questo non fa eccezione. C’è tutta una parte in cui Rachmael, sbarcato su Neo Colonia (anzi, teletrasportato, tanto ormai ve l’ho detto), viene colpito da un dardo all’LSD e inizia un viaggio in un mondo parallelo, un “para-mondo”, uno dei tanti (12, dicono… perché proprio questo numero?). Quale è la realtà? Forse durante il teletrasporto le loro menti sono state riprogrammate? Quello che vedono è reale? E se più persone vedono cose diverse, quale è la “vera” realtà. Se volete un riferimento, potremmo richiamare il discorso di Morpheus a Neo in Matrix: la realtà è una serie di stimoli che il tuo cervello elabora, ma chi ti dice che ciò che il tuo cervello ti presenta sia davvero vero? Sembra quasi di entrare nella fisica quantistica, dove tutto è indeterminato, nebuloso, e diventa reale solo nel momento in cui lo si osserva (semplificando, ovviamente).

Qual è la realtà in cui vive Rachmael? E’ quella del suo para-mondo scoperto su Neo Colonia? Sono le persone che vede intorno a lui? E’ racchiusa nel libro che gli viene consegnato e che sembra conoscere tutto? Sono i mangiaocchi (questi strani esseri che si cibano dei propri organi visivi)? O è nella sua astronave in viaggio per Neo Colonia?

Chi legge questo libro può avere un senso di smarrimento, pensare che niente quadri, perdersi nel racconto, proprio grazie ai cambi di scena di Dick ma anche per colpa dei vari maneggiamenti fatti dall’autore e dai successivi curatori. Eppure quando arrivi alla fine tutto torna: è una semplice scatola, un distorsore temporale, che fa collimare tutto e comprendere cosa succede. Un elemento che Dick apprezzava molto, quello del viaggio nel tempo.

No, stavolta non consiglio il libro: chi è appassionato di Dick probabilmente già lo conosce, ma chi ancora non lo apprezza non inizi da questo perché rischia di perdersi. Nel catalogo Fanucci ci sono quasi tutti i libri di Dick: conviene iniziare con quelli più remoti, degli ani ’50 (su Wikipedia un elenco della produzione dell’autore), così da imparare a conoscere, gradualmente, il mondo di questo prolifico scrittore.

Come sempre, in ultima analisi dimao un’occhiata al prezzo: 15 Eur per questo libro sono sicuramente più accettabili di altre opere a 18-20 Eur, ma considerando che è una riedizione Fanucci poteva osare un prezzo ancora più basso. Lo sconto Amazon (circa 15%) fa, ovviamente, sempre piacere.

Buona lettura.