I dolori del giovane Werther (Goethe)

Io sono solamente un pellegrino sulla terra; voi siete di meglio?
(16 giugno)

Come accennato nel precedente post ho comprato poco tempo fa un libro con i due racconti di Goethe (“Le affinità elettive” e, appunto, “I dolori del giovane Werther”). Ho preferito creare un post per ogni racconto (piuttosto che farne uno unico per il libro) per due motivi: il primo è che i due racconti vivono separatamente e quindi trovo corretto non trattarli insieme, il secondo – più pratico – è che trattandosi di racconti “pesanti” (almeno per me) non so quanto tempo avrei impiegato per concludere il secondo racconto, col rischio di dimenticarmi il primo…

Ne “I dolori del giovane Werther”, ovviamente, si respira ancora tutto il romanticismo ottocentesco, legato al dolore per non poter esprimere pienamente quello che comanda il cuore.

Werther è un giovanotto di buona famiglia (non si conosce la famiglia ma si capisce che è nobile o gravita intorno alla nobiltà e che è un artista) che si prende un periodo di riflessione facendo un viaggio. Arriva in una amena località della campagna che eccita il suo animo sensibile e vi si stabilisce. Conosce, dopo poco tempo, Carlotta e se ne innamora follemente: inizia a frequentarla ma scopre che è promessa sposa di un altro giovane (Alberto), ma nonostante ciò si convince che anche lei provi per lui qualcosa più dell’amicizia.

Il succo della storia è breve: quando capisce che la situazione è poco sostenibile Werther accetta un incarico di funzionario presso un ambasciatore. Ma tutto sembra grigio, senza colore e senza vita, mediocre, indegno di essere vissuto rispetto alla bellezza e del luogo da cui è fuggito e della ragazza che cerca di dimenticare.

Decide di tornare in campagna da Carlotta, ma la trova sposata con Alberto. L’amicizia continua e Werther passa spesso le giornate in compagnia degli sposi, ma una convinzione interiore gli rode l’animo esasperando la sua esistenza sempre più. Capisce che Carlotta non potrà mai essere sua e in un crescendo di dolore decide di andarsene definitivamente (anche se immagino abbiate già capito cosa intendo, lascio questo “andarsene” in sospeso, per non rovinarvi la lettura).

Il racconto è strutturato in forma epistolare: è Werther che racconta in lettere quasi giornaliere i suoi stati d’animo a Guglielmo, un carissimo amico. Non conosciamo le risposte di Guglielmo, anche se in qualche frammento di risposta si può intuire cosa dice. La parte finale del racconto è, invece, un misto fra le lettere di Werther e una nota “dall’editore al lettore”, dove vengono inseriti frammenti che ricostruiscono le vicende finali, non inserite nelle lettere.

Il fatto di non avere “risposte” di Guglielmo e di vedere brani “inseriti dall’editore” è, ovviamente, un artificio di Goethe per dare pieno risalto a Werther e inserire parti che non potevano essere espresse tramite una epistola.

I “dolori” del giovane Werther, in fondo, non sono altro che le pene di un amore che si trasforma in ossessione: solo Carlotta era degna di essere amata, solo Carlotta poteva renderlo felice, solo Carlotta è la ragione della sua vita. Werther passa (come Edward delle “affinità elettive”) il limite fra amore costruttivo ed amore ossessivo. Se inizialmente immagina una vita familiare con Carlotta, piano piano diventa dipendente dall’immagine che lui si è costruito di lei. Sì, perché (lo si comprende da alcune lettere) Carlotta assume sempre più spessore ai suoi occhi, tanto che alla fine la mette su un piedistallo e la trasforma in una statua greca a cui asservirsi.

Mentre gli sceneggiatori di film odierni, da queste passioni, ci trarrebbero un banale omicidio di Alberto (e magari la “Jessica Fletcher” del caso che scopre l’intrigo amoroso), Goethe fa scegliere a Werther la soluzione più “romantica”, un doloroso e definitivo addio. Anzi, proprio definitivo no, perché Werther ha la certezza di ritrovare Carlotta, dopo un po’ di tempo, in altre situazioni (ma non posso dirvi di più sennò rovino il finale).

Eppure proprio il finale studiato da Goethe è ricco di suggestioni. Lo strumento che permette a Werther di dire addio agli sposi viene chiesto dal giovane proprio ad Alberto, cioè colui che nega l’ “accesso” a Carlotta. E la mancanza di Carlotta distrugge la vita di Werther: senza di lei non può vivere. E’ come se Werther dicesse al Alberto: non posso avere Carlotta perché è tua, e quindi tu mi togli la vita.

Sì, come nelle affinità elettive, trovo il tutto un po’ esagerato: se lo paragoniamo alla vita che viviamo oggi parleremo di Werther come di un disadattato che si lascia guidare dalla sua ossessione fino a venirne soffocato. Però questa immagine di amore puro e platonico, questi idilli, ti fanno un po’ soffrire come il protagonista. Fortunatamente – una volta chiuso il libro – ritorni coi piedi per terra, alla vita di tutti i giorni.

Personalmente ho trovato bello il racconto, anche se un po’ troppo introspettivo (almeno per Werther): passioni, sentimenti, dolore… sono così intricati nel suo animo che non riesce a liberarsene se non, appunto, distaccandosene drasticamente.

E’ un classico dell’800: è quasi obbligatorio riservargli un posticino nella propria biblioteca personale (pensando anche al fatto che Goethe, con racconti come questo, ha rivoluzionato la letteratura tedesca ed il modo di scrivere – ma questo si potrebbe apprezzare leggendo il testo in originale, cosa per me – per ora – impossibile). Ma se dovessi consigliare di leggerlo direi che è particolare e può non piacere.

A qualcuno potrebbe sembrare smielato (tutto ‘sto Amore spirituale…), ad altri irreale (Werther, fammi un piacere, vatti a fare un viaggetto con gli amici e inizia a conoscere altre donne…). Però, in fondo in fondo, tutti passiamo dalla storia di Werther. Anche se non in modo così forte, ma tutti ci ritroviamo prima o poi con un amore che fa soffrire. L’importante è che ne prendiamo atto e non lo trasformiamo in una ossessione come ha fatto lui.

Buona lettura.

Le affinità elettive (Goethe)

Alla fine io stesso sarei ai tuoi occhi la calce che, attirata dal capitano come da acido solforico, è sottratta alla tua piacevole compagnia ed è trasformata in gesso refrattario” (parte prima, capitolo quarto)

Il concetto di “affinità elettive”, in questo romanzo di Goethe, parte proprio da un esempio “minerale”: Edward ed il suo amico, il Capitano, insieme a Charlotte (moglie di Edward) parlano proprio di chimica  nel quarto capitolo ed il Capitano spiega loro come ci siano sostanze che, in certe condizioni, si separino da altre sostanze a cui sono unite e si congiungano ad altre sostanze ancora a cui danno una certa “preferenza”.

Il paragone, naturalmente, è con il mondo umano e Edward vede, in una maliziosa seppur serena battuta della moglie, un rimprovero perché passa troppo tempo col capitano e sempre meno con lei (da qui la battuta riportata in testa al post). Malauguratamente il paragone si rivelerà più vero di quanto ognuno speri, fino ad un tragico finale.

Ma andiamo con ordine. Siamo nel nord Europa ed Edward e Charlotte si sono uniti in matrimonio dopo la morte dei precedenti coniugi. Fra i due c’era sempre stato una certa attrazione, ma i casi della vita (e le unioni dettate da convenienze) li avevano separati. Ritrovatisi ormai entrambi vedovi (ma ancora giovani) decidono di sposarsi e si trasferiscono in una mega villa con mega parco nei pressi di un piccolo villaggio, col desiderio di sfuggire, almeno in parte, a quella vita mondana che è richiesta ai nobili.

La situazione si complica quando sono chiamate due persone a corte da loro. Il primo è il “Capitano” (che poi diventerà maggiore, ma del quale mai si saprà il nome): è amico di Edward e momentaneamente è in crisi perché “disoccupato”. Sente di sprecare i propri giorni in cose inutili e si sta lasciando un po’ andare. Edward convince Charlotte a farlo venire a casa loro per un periodo, in modo che – occupandosi anche della sistemazione della casa e del parco – possa riprendere un po’ di vivacità.

La seconda è “Ottilie”, una ragazza orfana di genitori di cui Charlotte si prende cura (Ottilie era figlia della migliore amica di Charlotte). Al collegio non ha buoni risultati e, anzi, sembra sempre più isolata. Su indicazioni del direttore del collegio Charlotte ed Edward si risolvono a farla stare un po’ da loro così da aiutarla anche a migliorare la sua istruzione. Ottilie è una bella fanciulla, che ha circa l’età di Lucienne, la figlia di Charlotte (avuta dal primo matrimonio). Nonostante Goethe non la descriva mai fisicamente (parla al massimo degli occhi della ragazza) ci fa intuire che è veramente una splendida ragazza, un volto angelico ed una presenza che infonde pace a chi le è vicino.

Cosa succede? Beh, è facile da immaginarsi. Mentre fra Charlotte ed il Capitano si risveglia una certa tensione affettiva (si erano conosciuti in precedenza), quella di Edward per Ottilie diventa una ossessione: lui inizia ad amarla sempre più e lei contraccambia il suo amore. Ma non fatevi idee strane: trattandosi di un romanzo dell’800 tutto si limita a sguardi, parole, bigliettini. C’è una unica scena di “sesso” (se così la si può chiamare): quella fra Edward e Charlotte in cui viene concepito il figlio della coppia. E qui Goethe si diverte a darci qualcosa di soprannaturale: le sembianze del piccolo, quando nasce, sono in parte del capitano (si sospetta che Charlotte pensasse al Capitano durante quell’ora di amore) mentre gli occhi sono quelli di Ottilie (quelli in cui si è perso Edward). Insomma, è come se Goethe volesse dire che mentre facevano lecitamente all’amore i coniugi pensassero, invece, all’illecito amante.

Non sto a dilungarmi sulla trama: si potrebbe ridurla in poche righe (rottura della serenità familiare, separazione, tensione amorosa fra Edward e Ottilie, tentativo di rimettere le cose a posto, semifollia di Edward, tragico finale…). Però perderebbe di poesia e di quella sostanza inserita da Goethe.

Vi confesso che non è un romanzo leggero, soprattutto per la dialettica e le riflessioni dei personaggi. C’è una corposità ed una intellettualità particolari nel romanzo. Lo spessore dei personaggi è portato ai massimi livelli: Charlotte la donna forte e pratica, che pensa alla stabilità del matrimonio anche se innamorata di un altro; Edward volubile, che rasenta la follia per la sua passione; il Capitano persona ferma e fedele, Ottilie giovane, che sperimenta per la prima volta l’amore. Tutto, ovviamente, in un contesto molto platonico e spirituale.

Goethe non manca di aggiungere anche un pizzico di mistero al romanzo. In un primo momento col figlio (come accennato sopra) di Edward e Charlotte, in un secondo momento nel finale, dove Ottilie compie un prodigio (ma non posso rivelarvi troppo).

Se devo essere sincero mi attendevo qualcosa di più. Forse, però, è l’aspettativa da “grande classico” ad avermi tradito. Il romanzo è bello e, nonostante il linguaggio aulico si riesce a leggerlo discretamente bene e a seguire bene le vicende (certo, ai giorni nostri tutto si sarebbe concluso in pochi giorni invece dei 2 anni del romanzo). C’è anche una certa tensione, una voglia di scoprire se i due innamorati (Edward ed Ottilie) potranno mai unirsi (anche se sappiamo bene che la cosa era illecita). I personaggi affascinano: Charlotte è una donna che ti prende (o almeno a me piace): intelligente, sicura, riesce a rimanere calma nei momenti difficili, anche se alla fine chiude forse un po’ troppo dolore dentro di sé e, per la pace di vivere, acconsente a qualcosa che non le piace. Charlotte, se ci si pensa bene, è la donna che “costruisce” (costruisce sentieri nel parco – anche se dopo lo farà il capitano, costruisce il futuro delle persone prendendosene cura, ha costruito e vuol far rimanere salda l’unione familiare  anche se alla fine cede per non veder stare così male persone a cui vuole bene). E’ una donna che si sacrifica, che rimane “calma” alla morte di suo figlio per consolare le persone che si disperano.

Sì, mi aspettavo qualcosa di più particolare (ma a pensarci bene non so neppure io cosa), ma il romanzo mi è piaciuto e ve lo consiglio. Io l’ho trovato in edizione economica (solito scaffale di supermercato): per 4,90 euro il libro contiene “le affinità elettive” ed “i dolori del giovane werther” (edizione economica di Newton & Compton).

Buona lettura.