Io sono un gatto (Natsume Soseki)

Lo vedi? Quanto è diversa la gente d’oggi da quella di un tempo! Una volta si obbediva ciecamente a qualsiasi ordine venuto dall’alto. Poi si è arrivati a un epoca in cui neanche le massime autorità hanno più potuto imporre la propria volontà” (capitolo 11)

Essere un gatto può sembrare facile: mangi, dormi, giochi… Ma per il protagonista di questo romanzo non lo è stato molto. Intendiamoci, nessuna storia strappalacrime a lieto fine (ricordate – i meno giovani – il gattino della pubblicità della Barilla?), bensì una spietata cronaca del Giappone di inizi 1900 vista dagli occhi di un gatto.

Non ha un nome il protagonista. In cerca di cibo, ancora piccolissimo, viene catturato e portato via, probabilmente da una persona in bici. Ma, forse per un incidente, forse per un dispetto del guidatore di bici, il gatto si ritrova sbalzato a terra. Smarrito e affamato vede una casa e decide di provare ad entrarci: non ci trova l’affetto che di solito è usuale riservare ai gatti, diciamo piuttosto che il padrone di casa è quasi indifferente alla sua presenza e finché non da noia lo sopporta.

Così il nostro gatto si ritrova in una famiglia dove più che accettato è sopportato. Ma un po’ di cibo lo riceve, un posto dove accucciarsi lo ha, ed ha la possibilità di studiare il comportamento umano: la casa, infatti, è di un professore di liceo (insegna inglese ai suoi studenti). Insieme a lui vivono la moglie e tre figlie piccole più una domestica. E a trovare il professore vengono spesso amici vari. E’ attraverso i vari discorsi fra gli esseri presenti in quella casa (e a volte nelle case vicine) che il nostro felino si fa un’idea tutta sua dell’essere umano riassumibile in queste poche parole: “l’uomo è un animale strano, nessun uomo vuol mai esser uguale all’altro ma vuol sempre prevalere”.

Non sto a raccontarvi le varie singole vicissitudini che il gatto ha con il cibo giapponese, o con i bagni pubblici, o con i topi che infestano la casa: sono intermezzi molto carini che servono a descrivere il protagonista e la natura “superiore” dei gatti in genere. Né vi racconto dei vari incontri fra il professor Kushami (il “padrone” del gatto) Meitei, Kangetsu e gli altri. In realtà il gatto è un pretesto per spiare questi personaggi, che diventano, piano piano, i protagonisti del romanzo. Specialmente nel capitolo finale c’è una intensa discussione fra loro su quello che la società sta diventando, con conclusioni molto particolari (la morte è l’unica salvezza, l’affermazione della personalità porterà ogni singolo uomo a staccarsi sempre più dagli altri).

Se ci pensiamo bene, quindi, la storia non è tanto la cronologia della vita del gatto, ma l’analisi della società del mondo di allora (ricordo: primi anni del 1900), dei cambiamenti in corso, della occidentalizzazione del Giappone. Il professor Kushami ed i suoi amici, infatti, più volte riflettono su come le usanze occidentali, che stanno prendendo piede nel paese del Sol Levante, stiano cambiando la società: se prima il popolo era un gruppo “unito” (più o meno a forza) sotto la guida del leader di turno, ora ognuno tende a pensare sempre più a sé stesso e alla sua affermazione. E se da una parte l’affermazione della propria personalità è vista positivamente (il gruppo di amici non nega che abbia aspetti positivi), dall’altra porta disgregazione dei valori antichi e delle tradizioni secolari.

E Soseki mette bocca, ogni tanto, su questi argomenti attraverso le riflessioni che fa fare al gatto. Se ci fate caso, però, più il romanzo si avvicina alla fine meno il gatto esterna i suoi pensieri, come se l’autore si appoggiasse sempre più alla “filosofia” dei personaggi umani ed avesse sempre meno bisogno di correggere il tiro facendosi aiutare dal felino.

E’ un romanzo leggero, certo, ma non di facile lettura. Uno dei motivi è che ci sono rimandi sia a note a fondo libro (per spiegare alcuni dettagli storici), sia al dizionario di giapponese con cui si spiegano i termini usati (le parti della casa, i cibi, gli oggetti comuni…). Non leggerissimo anche a causa dell’ambientazione (Giappone del 1900), con una cultura ancora completamente diversa da quella odierna e occidentale. Insomma, non leggerissimo da portare sotto l’ombrellone, secondo me, ma neppure pesante: la lettura non mi è scorsa al meglio, ma forse è il periodo (sono un po’ stanco). Riesce a dare, però, una buona idea di quello che era il Giappone ad inizio del secolo scorso.

Quindi, cosa posso dire se non buona lettura? Ah: buona estate e buone ferie a chi le sta già facendo… 

Norwegian Wood [aka Tokyo Blues] (Murkami Haruki)

Se uno legge quello che leggono gli altri, finisce col pensare allo stesso modo.” (cap. terzo)

Iniziamo subito col dire che le edizioni precedenti, in Italia, di questo libro si intitolavano “Tokyo Blues”, ma poi l’editore, anche su spinta dell’autore, ha ripubblicato il libro con il titolo originale: “Norwegian Wood”. E diciamo anche che il titolo è, in realtà, quello di una canzone dei Beatles, a cui si fa riferimento più di una volta nel corso del romanzo.

E il tutto parte proprio dalla canzone: Watanabe è un trentasettenne che è imbarcato su un aereo in atterraggio ad Amburgo. Subito dopo l’atterraggio gli altoparlanti dell’aereo diffondono Norwegian Wood. Ecco che per Watanabe parte un lungo flash back che lo riporta ai tempi dell’università (ultimi anni 60) e agli amori di quei tempi.

“Lo sai che parli in modo strano?”: potremmo definire Watanabe con questa domanda, che più di una persona (soprattutto le ragazze) pongono al giovane studente. Ama leggere, soprattutto “vecchi” autori (i grandi classici – con una predilezione quasi maniacale per “Il grande Gatsby”) e spesso le sue espressioni sono influenzate da quel che legge: cosa che spesso affascina le ragazze. E nella vita di Watanabe, fra tante, due di loro assumono una grande importanza.

Naoko era la ragazza del suo migliore amico. Riservata ma non troppo chiusa in sé, allegra e bella, la sua personalità subisce una tremenda trasformazione quando il suo ragazzo si uccide. Watanabe e Naoko vivono diversamente questa perdita senza senso. Se il primo arriva a teorizzare che la morte non è la fine della vita ma fa parte della vita stessa, la seconda sprofonda in una tristezza feroce. Per qualche anno i due non si vedono, per rincontrarsi, poi, a Tokyo, dove entrambi si erano trasferiti per gli studi universitari.

Se dapprima nasce una complicità fra i due (legata al fatto di sentirsi entrambi soli in una grande città, oltre al fatto di aver amato – in modi diversi – la stessa persona), questa si trasforma, per Watanabe, in un sentimento che, seppur confuso, si potrebbe definire di amore. Naoko lo intriga sempre più, con tutti i sensi: sia perché è una bella ragazza, sia per il suo carattere particolare. Anche se la ragazza tende molto a chiudersi in sé stessa, i due si vedono abbastanza frequentemente e fanno lunghe passeggiate, spesso in silenzio. E anche Naoko inizia a nutrire qualcosa per Watanabe. Però la sera del compleanno di Naoko, quando tutto sembra sbocciare, gli eventi cambiano drasticamente (e qui beccatevi un po’ di suspense…)

Midori, invece, è una ragazza molto più solare ed aperta di Naoko. Anche se ha avuto una vita non facile (scopriremo che suo padre è all’ospedale, morente per la stessa malattia che ha ucciso la moglie), la ragazza è allegra e – almeno apparentemente – spensierata. E nutre un certo affetto quasi da subito per Watanabe. Si incontrano per caso ad uno dei corsi universitari frequentati da entrambi, ed è Midori a notare Watanabe e ad approcciarlo poco dopo in un bar dove stava mangiando.

A Watanabe non dispiace Midori, anzi, la trova una bella ragazza, ma è preso sentimentalmente da Naoko. E poi anche Midori ha un ragazzo… la loro rimane, quindi, solo un’amicizia, anche se Midori fa capire, sempre meno velatamente, di nutrire un affetto sempre maggiore per Watanabe.

Ora… potrei raccontarvi di cosa accade a Naoko, parlarvi di una clinica in montagna, isolata… guada caso molto simile (come ambientazione) a quella raccontata da Mann in “La montagna incantata” (libro che Watanabe sta leggendo, al momento, per l’esame di tedesco).

Potrei anche parlarvi di un pranzo da Midori, con un incendio nelle vicinanze ad animare le cose. Dei segni di affetto che lei mostra a Watanabe, delle storie della sua vita…

Potrei, ma non lo farò. Perché secondo me il libro merita di esser letto e andare oltre nella trama rovinerebbe la lettura di questo romanzo di amore.

Sì, perché di un romanzo di amore si tratta. Atipico, particolare, volendo anche “acerbo”, confusionale, rivoluzionario (nel senso che può rivoluzionare la vita), ma sempre amore. No, non è un romanzo rosa come se ne trovano tanti, né una storia di amore tipica (lui e lei si incontrano, succede qualcosa che li divide, ma alla fine si ritrovano… e vissero felici e contenti). Tutt’altro: per certi aspetti è quasi deprimente e triste. C’è il lieto fine? Quasi: c’è un finale aperto che viene lasciato alla fantasia del lettore. Sta a noi concludere la storia in un modo o nell’altro, l’autore ci lascia carta bianca.

Fra le altre cose: non è un libro consigliato a chi è depresso. L’amico di infanzia di Watanabe (e fidanzato di Naoko) si suicida. Ed altri due personaggi si suicidano… ed un quarto suicidio riguarda un parente di un personaggio principale. Insomma, il romanzo è anche impregnato di depressione e insoddisfazione.

Avevo già avuto occasione di leggere un romanzo di Haruki (Kafka sulla spiaggia): molto più surreale di questo. Ma ho trovato qualche punto comune fra entrambi. In primis la montagna come luogo di riflessione e interiorizzazione prima di tutto. E mi sembra che Watanabe e Kafka (il 15 protagonista dell’altro romanzo) abbiano caratteri simili. Se questo Norwegian Wood è semplice e lineare, quel Kafka sulla spiaggia è complesso e intrecciato. Ma entrambi, alla fine, affascinano.

Ecco, uno dei “difetti” (se possiamo chiamarli tali) di Haruki è la velocità iniziale. Anche questo romanzo non ha la partenza a botto. Se devo essere sincero le prime pagine sembravano un po’ noiose. Però, via via che si va avanti la storia ti prende sempre di più. Insomma: gli ultimi capitoli li ho letti tutti d’un fiato.

Altro “difetto” che mi ha lasciato un po’ sorpreso è legato alla tecnica narrativa dei flash back. La storia inizia con Watanabe grande che vive un flash back della sua giovinezza. Ed il romanzo va vanti in questo modo, con lui adulto che racconta lui giovane, ma senza auto-valutarsi, senza rimpianti. E’ la sua storia nuda e pura, così come l’ha vissuta, ma senza orpelli di giudizio.

Questo flash back, però, sembra non tornare mai alla realtà. Solo in un paio di occasioni si intuisce che è il Watanabe trentenne a parlare, ma per il resto tutto si concentra sul Watanabe ventenne. Ecco: nel finale mi aspettavo un ricucirsi dei due Watanabe… come se il trentenne si accorgesse che l’uomo che è adesso è dovuto soprattutto alla sua vita di allora. O, comunque, qualsiasi cosa che spiegasse cosa ci facesse su quel volo per Amburgo. In un piccolo frangente si intuisce che faccia il giornalista, ma niente lo conferma.

Uno dei punti di forza di Haruki, invece, è che non puoi non entrare in empatia col personaggio. E’ impossibile rimanere indifferenti a Watanabe, ma anche a Naoko e Midori e Reiko, così come mi successe con Kafka nel precedente romanzo. Sono personaggi che, alla fine, ti entrano nel cuore.

Un ultimo consiglio: il pubblico a cui questo libro è dedicato è un pubblico “adulto”. Con questo non intendo “maggiore di 18 anni” a causa di scene particolari (sì, ci sono alcune scene di sesso, ma non possiamo definirlo romanzo erotico). Con adulti intendo lettori che, prima di tutto, hanno già una buona esperienza di lettura e, in secondo luogo, hanno una mente già in parte matura. In altre parole un ragazzo di 14 anni non troverebbe bello questo romanzo, a meno che non sia un divoratore di libri.

Detto questo, vi auguro buona lettura.

P.s.: leggere questo romanzo in un giorno di pioggia, alla luce grigia tipica dei nuvoloni primaverili, con le gocce che ticchettano sul tetto, sotto una coperta calda, ha il suo fascino. Meglio ancora se la lettura è accompagnata dal profumo del legno che brucia nel camino e da un bicchiere di buon whisky.

Kafka sulla spiaggia (Murakami Haruki)

“Ti stai avvicinando a una verità metaforica attraverso la realtà? O a una verità reale attraverso una metafora?” (capitolo 31)

Vi è mai capitato che un libro si insinui nel vostro sonno? Questo romanzo mi si è intrufolato nei sogni e si materializzava nel mio mondo onirico anche scombussolandomi un po’. Devo ammettere che la lettura di una parte di romanzo avveniva quasi sempre prima di addormentarmi, e forse è per questo che ha avuto facile accesso al mio subconscio, ma non mi era mai capitato con altri romanzi…

D’altro canto la storia stessa è un ondeggiare fra realtà fisica, mondo metafisico e sogni; fra metafore del mondo reale e verità metaforiche. Ed ognuno dei mondi che tocca è spiegazione o continuazione dell’altro mondo. Cioè: il mondo dei sogni realizza ciò che il subconscio vorrebbe fare ma nel mondo reale non è fatto, ed il mondo reale è stimolo e creazione al mondo onirico.

Ma andiamo alla storia, che – seppur complessa ed intricata – cerco di riassumere brevemente.

Nakata e Kafka (non lo scrittore) sono i personaggi principali di questo romanzo, legati da qualcosa di invisibile ma inesorabile. Attorno a loro altri personaggi, anche se possono essere considerati di “supporto”, aggiungono tasselli alla storia.

Entrambi sono in fuga da qualcosa, entrambi in ricerca di qualcosa. Kafka ha 15 anni, e quello non è neppure il suo vero nome, ma si fa chiamare così nella terra dove viene ospitato dopo la fuga. Nakata, invece, da bambino ha subito uno strano incidente al risveglio del quale era completamente svuotato: tutte le sue cognizioni (anche lo scrivere ed il leggere) erano sparite. L’incidente è avvenuto durante la seconda guerra mondiale (anche se la guerra non c’entra direttamente con l’incidente) ed ora, sessantenne, vive col sussidio del governatore. Entrambi vivono nel quartiere di Nakano in Tokyo.

Kafka fugge da una famiglia spezzata: di sua madre e di sua sorella ha solo un flebile ricordo, una foto ritrovata in un cassetto. Loro se ne sono andate quando lui aveva 4 anni, senza nessuna spiegazione che lui ricordi. E la vita col padre non è stata delle migliori, al punto che il padre ha lanciato una maledizione su di lui: “ucciderai tuo padre e giacerai con tua sorella e tua madre”. Fugge di casa, dalla maledizione, da sé stesso, ma vorrebbe anche ritrovare l’altra metà della famiglia, tanto che immagina Sakura, una ragazza che incontra in viaggio, possa essere sua sorella.

Nakata ha una qualità speciale: riesce a parlare coi gatti. Per questo nel quartiere è conosciuto come il più abile a ritrovare gattini smarriti. Tutte le famiglie che perdono un gatto chiedono a lui e lui chiede ai gatti. Ma un giorno un losco figuro che dice di essere Johnnie Walker (si, quello del whisky) si presenta a lui e gli chiede di essere ucciso. Per convincere l’anziano Johnnie inizia ad uccidere gatti con cui Nakata aveva stretto amicizia (e vi assicuro che la scena è da brivido: Johnnie è tratteggiato alla perfezione come un pazzo sadico). Nakata uccide l’uomo e inizia una fuga che lo porterà negli stessi luoghi dove si trova Kafka.

E qui avviene il primo collegamento: la polizia trova il padre di Kafka ucciso a coltellate, proprio come Nakata aveva ucciso Walker. Dopo l’assassinio Nakata si riposa, sporco di sangue, su una poltrona nella casa dell’omicidio. Ma quando si risveglia è in uno spiazzo in disuso di una vecchia fabbrica, pulito e circondato da gatti che lo vegliano. Sogno o realtà? Nakata non capisce ma è convinto di aver ucciso un uomo e, dopo la sua confessione, non creduta, ad un poliziotto, cerca un passaggio per andare a sud.

Nello stesso tempo Kafka si ritrova, senza sapere come ci è arrivato, nel parco vicino ad un tempio, dove è custodita una pietra speciale (ma Kafka ancora non sa nulla di questa pietra). Si risveglia da uno svenimento, con le mani e la maglietta sporca di sangue. Poco prima aveva mangiato ad un ristorante e stava tornando in albergo e non riesce a capacitarsi di come sia arrivato lì e, meno che meno, come mai sia tutto insanguinato.

Dopo esser stato aiutato da Sakura, si rifugia nella biblioteca Komura in periferia di Takamatsu, città dove era fuggito. Il signor Oshima lo aiuta, prima nascondendolo in una sua proprietà in una foresta lontana dalla città e poi dandogli un lavoro ed una stanza alla biblioteca, in accordo anche con la signora Saeki, direttrice della biblioteca.

La stanza che Kafka usa è la vecchia stanza dove alloggiava, anni prima, il fidanzato della signora Saeki ed ancora ospita un suo ricordo: un quadro con lui sulla spiaggia. Morto violentemente durante le rivolte studentesche, la signora Saeki non riesce a staccarsi da lui ed il suo “fantasma” di ragazza quindicenne continua ad entrare nella stanza durante la notte e a contemplare quel quadro. Anche quel ragazzo si chiamava Kafka, e quel quadro fu l’ispirazione per la signora Saeki, di una canzone bellissima e sofferta.

Anche Nakata si sta avvicinando a Takamatsu, grazie all’aiuto di Hoshino, un camionista che, incuriosito dallo strano modo di parlare e di vivere del vecchio se ne prende sempre più cura. Decide di prendersi un po’ di ferie e di accompagnarlo fino alla fine del suo viaggio.

Nakata non sa dove deve arrivare, sa che deve spostarsi verso sud. Sa che quando arriverà lì capirà che ci è arrivato. Sa anche che deve cercare una pietra, la pietra dell’entrata. Ma non sa come è fatta né dove si trovi. In loro soccorso arriva il colonnello Sanders, personificazione del vecchietto del Kentucky Fried Chicken. È lui a portare Hoshino al santuario e a indicargli quale è la pietra. Sì, è lo stesso santuario dove, pochi giorni prima, si ritrova Kafka insanguinato.

Cosa c’entra la pietra? E perché “dell’entrata”? A cosa conduce?

Nakata, con l’aiuto di Hoshino, riesce ad aprire l’entrata, ma non sa cosa dovrebbe succedere. Però sa che deve cercare un’altra cosa che si trova in Takamatsu. Girovagando per le vie della città il vecchio ed il camionista giungono alla biblioteca Komura. Nakata capisce di dover incontrare la signora Saeki.

Tempo addietro la signora Saeki trovò l’entrata aperta (quella della pietra). Erano momenti di dolore per lei, per la perdita del fidanzato, e cercava in tutti i modi una consolazione. Per questo approfittò dell’entrata e cercò, ma il dolore non passò. Adesso è l’ora di rimettere le cose a posto, le dice Nakata: finito il colloquio fra lei ed il vecchietto la signora Saeki viene trovata morta di infarto.

Kafka (il quindicenne) si era innamorato della signora Saeki, del suo fantasma che ogni notte visitava la stanza dove dormiva, e della signora Saeki “grande”. Sospettava potesse essere sua madre, ma lei non ha mai confermato né smentito.

La polizia cerca Kafka per l’omicidio di suo padre, ed ancora una volta il signor Oshima mette a sua disposizione la casa nel bosco. Durante questa permanenza Kafka decide di affrontare le proprie paure e si addentra nella foresta, metafora del suo io più interno, per conoscere sé stesso. Trova, nella foresta, due soldati, smarriti molti anni prima durante una esercitazione. O meglio: trova una espressione metafisica di quei soldati di cui lui aveva sentito la storia dello smarrimento.

I soldati portano Kafka in una vallata nascosta, dove sono state costruite un po’ di casette che sembrano abitate, anche se nelle vie e nei dintorni non si vede nessuno.

Kafka capisce che è un luogo oltre la dimensione fisica di questo mondo. Si capisce che è il mondo il cui ingresso è stato aperto dalla pietra di Nakata. Kafka ritrova in esso la signora Saeki quindicenne, che gli prepara la cena. Ma anche la signora Saeki grande. O meglio: una rappresentazione metafisica di lei, ormai morta. È proprio lei che spinge Kafka ad uscire prima che sia troppo tardi e per convincerlo gli fa bere una goccia del suo sangue.

Intanto, nella foresta, Johnnie Walker viene attaccato da un corvo, personificazione di una parte dell’io di Kafka. È l’ultima battaglia che il ragazzo deve combattere prima di tornare alla sua città di origine e riprendere possesso della sua vita.

Anche Nakata muore e ad Hoshino rimane l’ultimo compito: richiudere l’entrata e uccidere la bestia che esce dal corpo del vecchio.

Che sia un romanzo surreale penso lo abbiate capito. Ma si tratta di uno stile completamente diverso da altri autori surreali che ho letto (Boris Vian e Scott Adams). In questo forse più di tutti gli altri romanzi da me conosciuti si fa un viaggio fisico come metafora di un viaggio interiore. Kafka è un ragazzo adolescente che sta cercando uno scopo nella vita, che non accetta ciò che il padre rappresenta per lui (sente il peso della maledizione, ma soprattutto sente l’oppressione della sua figura e la mancanza dell’altra metà della famiglia).

Chi sia Nakata non lo sappiamo con esattezza, ma anche lui cerca qualcosa, soprattutto qualcuno: ricerca sé stesso. Come dice un gatto, Nakata è un uomo con metà ombra, e questo non è bene. È trasparente, ed ognuno (come dice lui stesso) può entrare dentro di lui e fargli fare cose che non vorrebbe. Per questo cerca il suo vecchio io, perché quando sarà di nuovo pieno nessuno potrà più fargli uccidere le persone. Cosa sia, poi, la cosa che gli esce dalla bocca quando è morto rimane un mezzo mistero. Io ho immaginato una forma di vita aliena, dato che all’inizio del racconto si parla di un oggetto lucente che si allontanava dalla zona quando il gruppo di ragazzi di cui faceva parte Nakata è svenuto. Ma non ne sono assolutamente sicuro, mi sembra una intromissione nel racconto che è basato, a mio avviso, sul rapporto fra l’io esterno e l’io interno ed un alieno farebbe la figura di un maiale in un gregge di pecore. L’altro sospetto è che la cosa sia una manifestazione fisica di Johnnie Walker.

Una cosa mi sembra di avere intuito: il sangue è fondamentale nella storia. Nakata bambino, in gita, è colui che ritrova i fazzoletti insanguinati con cui la maestra che accompagnava il gruppo aveva tamponato un flusso mestruale fuori ciclo e particolarmente violento.

Il sangue di Johnnie Walker fa perdere a Nakata la possibilità di parlare con i gatti. Lo stesso sangue, che viene proiettato (non si sa in che modo) sulle mani e sulla maglietta di Kafka convincono il quindicenne prima a farsi aiutare da Sakura e poi a confidarsi col signor Oshima. Ed infine la goccia di sangue che la defunta signora Saeki fa bere a Kafka prima di dargli l’addio è quella che spinge il ragazzo ad uscire dal limbo prima che l’entrata venga nuovamente chiusa.

Altro punto fermo è il valore della cultura. Kafka legge moltissimo ed il signor Oshima usa, per rafforzare le sue ipotesi o spiegazioni, citazioni a molti testi classici. Ed anche il camionista Hoshino avverte un cambiamento grazie alla musica classica. L’invito è sicuramente ad accrescere la propria cultura, anche se questo non ti dirà mai chi sei veramente. Per saperlo devi scendere nei recessi della tua anima, avere il coraggio di affrontare il labirinto dove si nasconde il tuo io più vero: è questo che simboleggia la foresta. Lo spiega, inoltre, il signor Oshima a Kafka quando descrive l’origine del concetto di labirinto: i primi labirinti erano metafora dell’intrico di apparato digerente dell’uomo.

Anche il sesso fa una parte da leone nel racconto. No, non si tratta di un racconto pornografico ma le prime esperienze sessuali di Kafka rappresentano una crescita (con i suoi pregi ed i suoi difetti) del personaggio.

Il libro non è facile e non me la sento di consigliarlo a tutti, ma solo a coloro che hanno già masticato qualche libro di spessore. Certo, ognuno può provare a leggerlo, e probabilmente troverebbe anche altri significati che io non ho saputo scorgere, ma rimango dell’idea che come libro sia pesante. Come ho detto all’inizio è riuscito anche ad intrufolarsi nei miei sogni, e questa è una sensazione abbastanza strana per me.

Sicuramente, però, racchiude una poesia ed una prosa descrittiva molto diversa da quelle occidentali a cui siamo abituati. C’entra anche la cultura dell’autore, che si esprime frequentemente per immagini piuttosto che per concetti (e per questo, forse, si capisce come mai alcuni concetti, nel libro, si trasformano in personaggi strani, come il Colonnello Sanders).

Se volete provare a leggerlo non vi consiglio di portarlo sotto l’ombrellone perché tende a far intristire. E, ripeto, la scena di Johnnie Walker che uccide i gatti per costringere Nakata ad impugnare il coltello e trapassarlo è molto pesante…

Comunque sia, se volete cimentarvi con questo libro, posso dirvi che ne vale la pena. Solo consiglio a chi lo vuole affrontare di fare un po’ di esercizio prima.

In tutti i casi: buona lettura.