Il sangue versato (Åsa Larsson)

(dal sito del’editore)

Rebecka Martinsson si trova di nuovo a Kiruna, dove era scampata alla morte appena pochi mesi prima. E’ una specie di terapia per cercare di vincere le paure che la hanno profondamente ferita in quella avventura. Usa come scusa il lavoro: accompagnare un collega ad incontrare clienti.

Decide di restare qualche giorno, sempre con la scusa di alcuni lavori per i clienti, per affrontare sé stessa tornando nella casa della nonna e nei luoghi dove tutto è accaduto. Ma mai si sarebbe aspettata di dover affrontare una nuova minaccia alla sua vita.

Ecco, se appena vediamo “La signora in giallo” ci viene, istintivamente ma anche scherzosamente, di fare gesti apotropaici (d’altronde, ovunque lei si trovi – e per fortuna sono solo telefilm – ci scappa sempre il morto), con Rebecka Martisson l’istinto sarebbe di abbracciarla forte e sussurrarle che non succederà niente, che tutti questi sono solo brutti sogni. Ammesso che lei si faccia abbracciare.

In questo secondo capitolo la nostra eroina sta affrontando, come accennavo, una ingarbugliata situazione psicologica frutto delle disavventure vissute nel precedente romanzo. Nessuno di noi esce pulito e tranquillo da nessuna morte, neppure dalla più naturale. Figuriamoci lei che ha smascherato gli assassini di un suo “vecchio” amico e che, per salvare sé stessa ma soprattutto due bambine, ha dovuto lottare contro i suoi attentatori fino ad ucciderli. Ferita, e salvata per miracolo dai poliziotti che seguivano il caso, piano piano si è ripresa fisicamente, ma nell’animo ha un profondo buio che rischia di inghiottirla.

Spinta dai pochi amici che ha (carattere abbastanza solitario, dopo le ultime vicende si è chiusa ancor di più in sé stessa) ad affrontare la situazione recandosi di nuovo a Kiruna, dove tutto è accaduto, Rebecka trova un po’ di pace fra persone che, almeno inizialmente, non conoscono il suo passato e la accettano semplicemente come una ragazza un  po’ strana, sì, ma fondamentalmente buona. Certo, qualcuno storce il naso per la sua professione (avvocato) e l’abbigliamento (molto cittadino) . Ma dopo qualche giorno, quando la conoscono meglio, iniziano ad apprezzarla. Tranne qualcuno, che fa qualche indagine su di lei.

Rebecka si trova, inconsapevolmente e assolutamente in modo non voluto, coinvolta nell’assassinio di una pastore protestante, Mildred. I fatti si sono svolti qualche tempo prima, ma le indagini sono ancora in corso, e la nostra eroina viene incaricata di reclamare, dal marito di Mildred, la canonnica dove loro vivevano e che fra poco dovrà ospitare un nuovo pastore. Venuta in possesso delle chiavi della cassetta di sicurezza, per uno scrupolo etico (più che professionale) ne controlla il contenuto e fa arrivare ad Anna-Maria Mella, detective conosciuta nel precedente episodio, tutto ciò che ritiene importante per la soluzione del caso. Ed in effetti la polizia trova molto interessanti alcuni documenti, tanto che riescono a smuovere un po’ le acque intorno all’omicidio, arrivando a formulare delle buone ipotesi sul perché Mildred sia stata assassinata.

L’apporto di Rebecka al caso è semplicemente questo, tanto che – se ci si dovesse basare solo sul giallo – lei potrebbe essere un piccolo personaggio secondario. Ma è la sua presenza in paese che scatena una serie di eventi che porteranno, nelle ultime pagine, ad una drammatica conclusione (di cui vi rivelerò solamente che Rebecka sopravvive – anche perché sapete già che ci sono altri libri dove troviamo la nostra eroina).

Raccontare qualcosa in più della trama è complesso. Come nel precedente libro, i primi capitoli servono per inquadrare il tutto e descrivono, soprattutto, lo stato d’animo di Rebecka. La partenza è un po’ lenta, ma piano piano ti prende e non riesci a staccarti. Confesso che mi ha aiutato il clima di relax (fine settimana al mare + sdraio molto comodo = ore di lettura assicurate).

Via via che leggevo mi sono costruito, in mente, la metafora del puzzle. Ogni vicenda di questo romanzo parte in modo separato dalle altre: si racconta un fatto, un personaggio, un animale o, al massimo, un pezzetto di storia di Rebecka. Attorno aquesti primi nuclei (pezzi di puzzle), capitolo per capitolo, se ne aggregano altri. Finché alcuni non si collegano e – ormai giunti a due terzi del libro – riesci a farti un quadro completo a cui mancano, però, una serie di piccoli dettagli che verranno aggiunti nelle pagine rimanenti. Insomma, proprio come un puzzle che piano piano si compone nella tua mente e solo quando hai messo l’ultimo pezzo riesci a percepirne l’armonia e tutti gli incastri, anche questo romanzo ti fornisce pagina per pagina piccoli pezzi che costituiscono – alla fine – il quadro completo della situazione.

Ben strutturato, direi quasi cesellato per far arrivare, goccia a goccia, nuovi elementi al lettore: è un romanzo che ti convince a leggerne sempre di più finché non arrivi alla fine. Storie dentro le storie (la lupa dalle zampe gialle, che sembra non entrarci per niente e poi, invece…), tutta una serie di flash back che rendono vivi e veri i personaggi, delineando i loro tratti somatici ma soprattutto psicologici, stati d’animo descritti in modo profondo… Tutto funziona per farti sentire parte del romanzo, vicino a Rebecka quando va ad aprire la cassetta di sicurezza di Mildred, in salotto con Lisa ed i suoi cani, nella cantina insieme a Nalle che sta dando da mangiare a un topolino. Più vai avanti nella lettura, più ti sembra di essere presente nella storia, osservatore muto ed inerte, ma vivo e pieno di empatia per i protagonisti.

Devo fare un paragone, perché fra i romanzi che mi piacciono ci sono i thriller adrenalinici, quelli dove tutto succede velocemente, dove l’azione è concitata e ininterrotta (ad esempio l’ultimo letto: “Non guardare nell’abisso“, di Massimo Polidoro).

Questo romanzo è completamente diverso come narrazione, eppure ha lo stesso effetto, ti attanaglia alle pagine e non riesci a staccarti finché non hai finito. Se nei primi tutto accade veloce, tutto è immediato ed ogni azione chiama la successiva in un crescendo di tensione, in questo si ha una prevalenza sulla psicologia dei personaggi: i lettori conoscono le loro storie, si ingarbugliamo nei loro pensieri, vivono le loro emozioni e le loro paure in un contino di flash back, pensieri, attese, riflessioni.

Se da un lato il thriller di Polidoro è bello perché è vissuto tutto d’un fiato, questo è bello perché è lento. Ma non noioso, quel lento che ti permette di conoscere. Se l’altro ti da una scarica di adrenalina come se scendessi in bici, senza freni, dalla vetta di una montagna, questo è come una passeggiata leggera per giungere in vetta alla stessa montagna, dove ogni nuovo passo ti apre un frammento in più di panorama, un nuovo piccolo scorcio di cui stupirti. Due modi di affrontare la stessa montagna (oddio, ecco che sbuca, inatteso, Mann 🙂 ) in modo completamente diverso ma ugualmente bello.

E se nei thriller adrenalinici ti trovi a fare il tifo per qualche personaggio, in questi psicologici non puoi, alla fine, non provare empatia verso i protagonisti, anche quelli “negativi”. E’ vero che (questi ultimi) hanno commesso un delitto, ma quando hai ascoltato i loro pensieri, quando hai seguito il filo della loro (particolare) logica, quando – conoscendo le loro storie – ti metti un po’ nei loro panni, comprendi (pur senza giustificare) perché sono arrivati a quel passo. E ti dici che forse, con vari se e vari ma, il personaggio poteva venirne fuori in modo diverso.

A mio modesto parere, poi, questo secondo capitolo delle avventure di Rebecka è ancora meglio del primo. La Larson scava più a fondo rispetto al precedente: alcuni personaggi ti diventano quasi familiari, come se li conoscessi da tempo.

Siamo in tempo di ferie: è forse – questo – un romanzo da portarsi sotto l’ombrellone? Insomma… Sì, io me lo son portato, ma non posso dire si adatti bene ad un clima allegro da spiaggia. Perché a volte ti costringe ad estranearti, ad isolarti. C’è anche un fattore pratico: 400 pagine per circa 5 cm di altezza. Non è proprio un tascabile, diciamolo. Il tutto per 12,50 Eur (prezzo di copertina dell’ottava edizione – anno 2014). Insomma, il prezzo non è male: è in linea con quello che mi aspetto per questi romanzi. Anzi…

Un ultima nota sulla traduzione. Nel precedente post (per il precedente romanzo) mi aveva colpito un elemento: il colore “uva ursina” usato per descrivere le labbra di una persona. Questa volta invece abbiamo “uva di montagna“. Che, credo di aver capito, è la stessa cosa. La traduttrice è la stessa: Katia De Marco… Sarei curioso di sapere come mai questo cambiamento. Ma per il resto mi sembra perfetto come nel precedente caso.

Mi rimane solo da augurarvi buona lettura. E vi avviso che ho già preso il terzo capitolo della saga…

Il calcio in giallo (AA. VV.)

(dal sito dell’editore)

Come annunciato a marzo, ecco la nuova raccolta Sellerio ispirata al mondo del calcio: quasi un omaggio agli ultimi europei, in cui l’Italia ha dimostrato una grandissima preparazione (bé, un calciatore, soprattutto, ha dimostrato di esser pronto per “Ballando con le stelle” 😛 ).

Ma torniamo a parlare di calcio scritto più che giocato. Prima novità di questa raccolta: i racconti sono 7 (solitamente erano 6), mentre gli autori sono pressoché i soliti. Molti raccontano la storia di un calciatore (o, nel caso di Malvaldi, di una calciatrice) di squadre di serie provinciali. Solo due affrontano l’argomento da un punto di vista diverso: Giménez-Bartlett raccontando le vicende di un arbitro, Aykol quelle di un innamorato tradito (da un calciatore). Ma andiamo con ordine: come sempre scriverò due-tre righe per ogni racconto, ma questa volta vi anticipo che tutti mi sono piaciuti, con qualche preferenza, certo, ma contrariamente ad altre volte non ho trovato nessun racconto da “evitare” né altri da “osannare”. Tutti racconti godibili (chi più chi meno leggero, chi più chi meno scherzoso, ma tutti da sorseggiare come un fresco cocktail estivo). Ah, e vi ricordo che si parla di “giallo”, quindi tutti con un mistero da svelare.

Per rimanere in tema calcistico, la prima a scendere in campo è Alicia Giménez-Bartlett, che ci racconta, in “Una sinistra speranza” di un arbitro assassinato. Che siano stati i tifosi per una sua discutibile decisione in campo? Anche se qualcuno pensa sia così, Pedra Delicado cerca di indagare a fondo, scavando in ogni singolo dettaglio della storia, e portando alla luce una vicenda completamente diversa da quanto ci si aspetterebbe, dai risvolti anche tristi. Cari lettori, alla fine della storia non potrete non essere solidali con l’arbitro assassinato.

Gian Mauro Costa ci porta nei campetti impolverati della sua Sicilia, dove il nostro eroe Enzo Baiamonte – ex elettricista trasformatosi in investigatore privato – collega “Il passo dell’anatra“, con cui un giovanissimo giocatore immigrato festeggia il gol segnato, con le stesse movenze viste in un video di sorveglianza di qualche settimana prima. Sembra strano: che ci fa un ragazzo, promettente giocatore, insieme a delinquenti che cercano di entrare in un magazzino, di notte, per rubare? Eppure cadenza, passo, mosse son propri gli stessi. Partendo da questo dettaglio, Baiamonte porta alla luce qualcosa di molto più grosso…

Francesco Recami apre, invece, col risultato della partita: “Progresso-Audace 3-2“. Gianmarco, figlio di Donatella, inquilina della casa di ringhiera famosa per i romanzi dell’autore, gioca nella Audace. Ma l’attenzione, stavolta, non va al gesto sportivo dei ragazzi, quanto ad alcuni genitori scalmanati che incitano i figli alle peggio azioni. E’ il caso del padre di un giocatore del Progresso, che prende in giro pesantemente tutti gli avversari tanto da dover fuggire e nascondersi in un bugigattolo. Peccato che lì trovi un evaso dal carcere, grande, grosso e cattivo, che “gentilmente” chiede al genitore una mano, esattamente la sinistra, a cui rompe il mignolo… Senza farla lunga: il genitore tanto borioso si trova a passare veramente una brutta giornata. Ma immagino che molti di voi gli diranno “ti  sta bene!”

E’ solo un gioco“, o almeno dovrebbe esserlo… E’ quello che pensano alcuni protagonisti del racconto di Gaetano Savatteri. Ma non la pensa così Saverio Lamanna: suo cugino Franco, calciatore dilettante, è morto in un incidente d’auto e la squadra – conosciuta durante il funerale – chiama Saverio a giocare indossando la maglia di Franco alla partita in sua memoria. Non tutto quadra, e mettendo insieme tanti piccoli dettagli Saverio, da arguto osservatore, dipana una matassa molto più complessa di quello che ci si aspetta.

Storia in parte simile per Marco Malvaldi. Ma declinata al femminile. Lo dice anche il titolo: “Donne con le palle“. Che altro non sono che una squadra di beach soccer dove gioca Alice, la fidanzata di Massimo il barrista e commissario di Pineta. Anche in questa storia una calciatrice è morta, anche in questo caso sembra che il motivo sia un banale incidente. E sotto sotto, come nel racconto di Savatteri, ci sono i soldi. Ed è, anche in questo caso, un dettaglio che fa sorgere i sospetti. Ma, attenzione, le storie di Malvaldi e Savatteri non sono uguali: ognuno ci mette quel suo tocco particolare che le rende uniche. Semplicemente ci sono dei punti in comune: uno stesso spunto per raccontare due storie simili ma diverse.

Antonio Manzini organizza, invece, in quel di Aosta, una partita di beneficenza fra questura e magistratura. Tocca a Schiavone allenare i suoi colleghi, anzi, più che allenare si deve inventare – con le poche risorse che ha – qualche stratagemma per riuscire a cavarsela. “… e palla al centro” ci racconta un altra po’ di ingegnosità di Schiavone, della sua capacità di trarre frutti dalle vicende in cui è coinvolto. Frutti a volte leciti, a volte meno, ma tutti guidati da un senso di giustizia particolare. Il lettore tifa per Schiavone, e anche stavolta, nonostante il vice questore sia stato un po’ troppo furbo, sorride insieme a lui.

Chiude la raccolta Esmahan Aykol, che racconta una Istanbul odierna (non proprio: mi riferisco alla Istanbul di qualche mese prima del fallito golpe). Più che di un calciatore, si parla di un “Rifugiato“. Katy, libraia in Istanbul, deve aiutare Fofo (il suo assistente) a ritrovare una persona, un ragazzo nigeriano arrivato in Turchia con la speranza di diventare un grande calciatore per il Galatasaray. Ma anche ne traffico dei rifugiati si nascondono le insidie della truffa. E a Fofo rimane solo un cuore infranto che Katy cercherà di consolare. Ehm, detta così sembra un romanzo rosa, invece no: anche in questo caso c’è il mistero, la persona scomparsa… Rimaniamo sul giallo, non viriamo al rosa 🙂 Una nota particolare su questo romanzo: mentre i protagonisti vagano alla ricerca del ragazzo, ci mostrano una Istanbul molto realistica e attuale (come dicevo sopra, è una fotografia di pochi mesi fa) e descrive bene la situazione che prelude agli ultimi fatti, ma senza scendere mai in politica o in opinioni sul governo.

Eccoci qua… Sette brevi racconti da portarsi sotto l’ombrellone al modico prezzo di 14 Eur (solito sconto grandi catene del 15% = 11,90 Eur di spesa – 9,99 Eur, invece, per l’E-book). Il prezzo è valido:  come detto spesso, Sellerio riesce a garantire un prezzo leggermente più basso dei concorrenti nonostante una buona qualità del prodotto (anche fisica). Le pagine sono ben 337, ed il formato (il solito della casa editrice) è compatto tanto da permettersi di portare, eventualmente, il libro anche nella tasca posteriore dei jeans (sì, avete ragione, dipende dal modello… nei miei ci sta, e non so se ciò depone a mio favore 😛 ).

Che dire ancora, se non: Buona lettura? Ah sì, anche: Buona estate!

La battaglia navale (Marco Malvaldi)

(Dal sito dell’editore)

Ed ecco l’altro Malvaldi (2/2), stavolta romanziere (e non saggista, come nel precedente post) e da solo. Con una nuova avventura dei vecchietti, di Massimo il barrista (sì, con 2 “r”), di Alice, vice questore di Polizia e degna fidanzata del suddetto proprietario del BarLume.

Sì, perché lo ammetto, una donna come Alice è davvero perfetta per Massimo. Lo sta domando, e lo sta cambiando: più dolce, più aperto, più… Anzi, “meno”: meno quel Massimo sarcastico (e a volte un po’ cinico) che apprezzavo nei primi romanzi. Ormai la squadra investigativa, guidata da Alice, è composta dai soli vecchietti, che pendono dalle sue labbra (e lei li sa “manovrare” – seppur in senso buono – come vuole). Massimo è il jolly che ogni tanto entra nella discussione e da quel guizzo in più. Non che Alice non sia geniale (che è uno dei motivi per cui Massimo si è innamorato di lei), ma semplicemente i due si completano su questo aspetto.

Vabbè, parliamo del romanzo. Ormai Malvaldi è una garanzia: trama perfetta, che fila liscia. Mistero, qualche punto intricato per distogliere l’attenzione dall’assassino, e finale completo e esplicativo. Questa volta la vittima è una bella ragazza di origini ucraine, ritrovata lungo il litorale di Pineta, a due passi dalla casa di nonno Ampelio. Tutto fa pensare all’ex compagno, violento, che in passato l’aveva minacciata, ma la cosa non quadra ad Alice. D’altro canto, il caso è gestito da un altro vice questore e quindi Alice e Massimo partono beati per una vacanza. Finché un nuovo evento fa tornare a casa i due fidanzati: Alice è chiamata ad indagare su una serie di scritte su alcune villette della zona. Il testo, parzialmente in italiano e parzialmente in arabo, fa pensare subito a terroristi di matrice islamica, e la paura inizia a serpeggiare fra gli abitanti di Pineta.

Ma quale realtà si nasconde dietro a quelle scritte? E perché proprio una villetta è stata risparmiata? C’è forse un messaggio, sotto, per i suoi proprietari? E come mai le indagini per le scritte si intrecciano sempre più con quelle sulla ragazza assassinata? Sfruttando i vecchietti come squadra di investigazione speciale, e con l’aiuto del nuovo “compagno” (nel senso più “rosso” del termine) Mastrapasqua, che mastica un po’ di russo, Alice riesce a recuperare alcune informazioni dalla comunità ucraina, fino a scoprire che sotto tutto ciò si nasconde una verità ben diversa.

Per esser sinceri, questa nuova storia non mi ha entusiasmato più di tanto. Confesso di averla ugualmente letta a regime forzato (anche rimandando qualche piccolo impegno per guadagnare minuti di lettura), ma in generale mi ha preso meno di altri romanzi dello stesso autore. Non parlo della storia e del mistero da svelare, sempre efficaci ed intriganti, ma del contorno.

E’ un po’ quello detto all’inizio: uno dei “dettagli” che mi ha fatto entusiasmare per i romanzi di Malvaldi, è proprio il personaggio di Massimo. Sagace e anche (leggermente) cinico, irriverente, ironico e sarcastico, protagonista principale (anche se a pari livello coi vecchietti). Sono tutte qualità che si sono smussate con l’arrivo di Alice (che sta prendendo il posto di Massimo anche come protagonista).

Nei primi romanzi la competizione con il precedente vice questore dava un tono diverso al romanzo. Adesso la storia di amore con Alice rende tutto più ovattato. Ma attenzione, non è che mi dispiaccia che Massimo si sia trovato una donna che (come dicevo sopra) è degna di lui. Solo che Malvaldi ci ha messo troppo realismo: quello che succede nella realtà (tutte le donne riescono ad addolcire il loro uomo, non negatelo) poteva essere mitigato nel romanzo. Massimo poteva rimanere un pizzichino più cinico e sarcastico e mantenere un po’ più di protagonismo. Lo so, forse Alice non sarebbe rimasta con lui per tutto questo tempo, ma a me Massimo piaceva di più in quel modo…

Se prendiamo in esame tutto il resto, invece, le cose mi piacciono come sempre: i nonnetti sono vivaci e arzilli come sempre (nonostante i “problemini” del Rimediotti), è sempre Tiziana, in pratica, che tira avanti il bar, e Aldo gestisce il ristorante come sempre… O quasi. In realtà piccoli cambiamenti avvengono proprio nel romanzo. Ci saranno alcuni ribaltamenti di fronte, fra cui (quello che mi ha fatto più piacere) veder riconoscere a Tiziana un certo merito, con conseguente – chiamiamolo così – “avanzamento di carriera”. Su questo Malvaldi (anche in questo caso per bocca di Alice) è discretamente giusto.

Tiriamo le conclusioni. Anche se – ultimamente – di Malvaldi gradisco maggiormente i racconti (le raccolte “in giallo” di Sellerio) ai romanzi, continuo a pensare che Marco sia un ottimo scrittore e meriti successive letture. Anche se gli ultimi romanzi mi hanno “acchiappato” meno dei primi, continuerò ad attendere le nuove avventure dei vecchietti, o di nuovi personaggi.

L’unica cosa che potrei chiedere a Malvaldi è quella di rallentare un po’. Ho visto altri autori di successo sfornare un romanzo (o anche più di uno) all’anno, romanzi che via via perdevano la qualità e la freschezza iniziale. La stessa cosa che succede ad un personaggio di Malvaldi (Giacomo, in “Argento vivo”, romanziere in crisi creativa). Ora, io considero Marco un bravissimo scrittore, ma credo che anche lui abbia bisogno di staccare un po’ per ritrovare qualche idea dirompente. Perché son convinto che lui sappia catturarle al volo, e riproporle nei suoi libri, le belle idee. Solo che a volte si ha bisogno di un attimo di pausa per tornare a guardare il mondo e afferrare qualcosa di veramente nuovo per trasformarlo in una bella storia.

Sintetizzando: il romanzo mi è piaciuto, anche se non come i primi, e attenderò il prossimo.

Solita indicazione del prezzo: 13 Eur per 178 pagine. Con lo sconto classico di Amazon si va a 11,05 Eur (stesso sconto della grande distribuzione). Sellerio ha mantenuto abbastanza stabile il prezzo dei romanzi, che risulta addirittura appena più basso dello stesso genere pubblicato da qualche concorrente (e ricordo che i prodotti Sellerio sono sempre di buona qualità “fisica”). Certo, uno o due euro meno non mi sarebbero dispiaciuti, ma ritengo accettabile questo prezzo per questo prodotto.

Visto che vi state preparando per le vacanze: è un romanzo assolutamente da portare sotto l’ombrellone!

Buona lettura.

Tempesta solare (Åsa Larsson)

(dal sito Marsilio)

Finalmente un bell’esemplare di quei gialli della scuola svedese a cui accennavo in un precedente post. Son rimasto soddisfatto di questo romanzo, giallo e thriller al tempo stesso, dalle tinte forti (in certi momenti ha sfiorato “Io uccido” di Faletti, che per me rimane al top delle mie letture in questo genere). Un regalo – questo libro – giuntomi (forse consapevolmente?) per bilanciare i racconti della Lackberg… Tant’è che ho già acquistato il secondo volume della serie (“Il sangue versato” – vedi su Amazon).

Il personaggio principale, Rebecka Martinsson, è una giovane donna, avvocato tributarista, che lavora a Stoccolma per un prestigioso studio di avvocati, a metà fra una segretaria e una praticante tutto fare sottopagata e sfruttata. Ma la morte del predicatore Viktor Strangård la riporta immediatamente alla sua giovinezza: è un amico del paese di origine della protagonista, Kiruna, nel nord della Svezia. Un amico speciale, cresciuto insieme a Rebecka nel contesto religioso di una delle parrocchie (protestanti) del villaggio: hanno seguito insieme il catechismo e partecipato ai campi estivi. Ed è una persona che ha visto Dio, in senso (secondo lui) fisico. Dato per morto a seguito di un incidente, torna in vita alla faccia dell’incredulità dei medici. E racconta di aver visto e parlato con Dio: con la forza di questa consapevolezza unisce le tre chiese locali e crea una grande congregazione, la Chiesa della Fonte della Forza.

Ma Rebcka, quando a Vicktor succedevano tutte queste cose, se ne era già andata. Brutte vicende l’hanno costretta a fuggire, o meglio, a cercare un nuovo inizio. Non sentiva Dio come Viktor né come gli altri membri, eppure si applicava con tutte le sue forze. Finché … no, non vi dico cosa le succede, ma è il motivo che la spinge a lasciarsi tutto alle spalle, nonostante le pochissime persone che erano pronte a supportarla, e grazie, invece, alle tante che volevano allontanarla.

E’ la telefonata di Sanna, sorella di Vicktor e vecchia amica di Rebecka, a richiamare la protagonista nella sua cittadina. Assolutamente decisa a non rimetterci piede, si fa trascinare dalla vecchia amica, nonostante avesse cercato di rompere ogni legame con lei. Strana, ingenua, a volte assente dal mondo, Sanna aveva ancora la capacità di trascinare l’amica nei suoi casini. E nonostante si fosse detta in più modi di non farsi coinvolgere, alla fine Rebecka cede, prende il primo aereo e si reca a Kiruna. E lì si trova costretta ad aiutare Sanna anche legalmente, visto che il procuratore locale pensa bene di farne la principale sospettata.

Ma quali segreti si nascondono nella Chiesa della Fonte della Forza? Vicktor, conosciuto anche come il Ragazzo del Paradiso, ha portato tanti nuovi fedeli, con conseguenti forti introiti. Chi può aver assassinato il giovane, che era una vera gallina dalle uova d’oro? I tre pastori che guidano la chiesa non sanno spiegarselo, e gli agenti che si occupano delle indagini brancolano inizialmente nel buio, anche se si sono accorti che una certa omertà lega i tre religiosi. La sorella Sanna è stata l’ultima a vedere il fratello, e il fatto che – nelle sue stranezze – racconti che è stato il fantasma di Vicktor stesso ad avvisarla della sua morte, non aiuta a chiarire la situazione.

E’ Rebecka che sblocca le cose, e sbroglia la matassa. Lei che, da giovane, aveva vissuto dall’interno le vicende delle tre chiese. E lei che, da avvocato tributarista, si pone subito il dubbio che l’immenso afflusso di ricchezza “generato” da Vicktor potesse seguire vie diverse da quello che ci si aspettava.

In un continuo di flash back che ci fanno conoscere la vicenda della nostra eroina, la situazione inizia a sbrogliarsi. Per me il colpo di scena è stata la sparizione del cane di Sanna, e – anzi – cosa è successo dopo. Ed anche in questo caso non fornisco dettagli, ma vi garantisco che da una svolta al modo in cui si legge il libro.

Ci sono cose che accadono sotto gli occhi di tutti ma di cui nessuno si accorge. Ci sono persone che è facile controllare: persone deboli spiritualmente e che credono che ciò che un pastore dice sia il bene in assoluto, e lo mettono in atto senza né dubbi né senso critico. E ci sono pastori che capiscono di avere, in queste persone, degli strumenti eccezionali, a cui possono chiedere di fare qualsiasi cosa, magari senza neppure dirla esplicitamente ma semplicemente accennando ad una situazione o una persona problematica e lasciare che la persona si inventi una soluzione.

Insomma, la tensione cresce e la vicenda non si chiarisce fino alla fine. O meglio: si intuisce molto ma rimane sempre un leggerissimo velo di nebbia che mantiene un pizzico di mistero. Come un paesino arroccato su una collina: lo vedi, noti tutti i dettali. Ma c’è un velo di nebbia alla base della collina, e allora sembra sospeso sul niente, rimane il mistero di come si arriva lassù, di cosa si può trovare per strada… Anche in questo romanzo il quadro generale si delinea bene più o meno dalla metà del libro: si capisce chi può aver desiderato la morte del Ragazzo del Paradiso e perché, ma rimangono molti piccoli dettagli che ti tengono incollato alle pagine, e vorresti andare avanti fino a che non capisci tutto.

Cosa succede a Rebecka? Lei capisce tutto, ma questo le costerà molto. No, non muore (sennò come fa a esser protagonista dei successivi romanzi?). Però scoperchia un vaso di pandora che sconvolgerà (anche se non viene raccontato) tutta la comunità. Avidità, collusioni, segreti inconfessabili… Tutto viene portato alla luce dal coraggio dell’eroina, la quale agisce prima di tutto per salvare le figlie di Sanna: solo all’ultimo diviene consapevole di rischiare la vita, ma ormai è in gioco e non può tirarsi indietro…

Romanzo di esordio di Åsa Larsson (la quale non è parente di Stieg Larsson, quello della trilogia MIllennium – il cognome Larsson, mi dicono, è un po’ come il “Rossi” in Italia: molto comune), le è valso il “premio dell’Accademia svedese del Poliziesco come miglior giallo d’esordio”. Ed effettivamente lo merita: è una storia scritta bene, con la giusta tensione che sale piano piano per esplodere nel finale. E tradotto bene: mi ha colpito “le labbra color uva ursina” (l’ispettrice Anna-Maria Mella, guardando il suo compagno che dorme, a pagina 17). Un arbusto molto diffuso in Svezia (dice Wikipedia che si è adattato bene ai climi artici) con bacche dal colore rosso intenso. Poco conosciuto – mi sembra – dalle nostre parti tanto che, sospetto, Katia De Marco (la traduttrice) ha dovuto fare un po’ di ricerche per rendere correttamente il temine svedese in italiano.

Non l’ho letto tutto d’un fiato: la partenza è forte e ti prende subito ma i 3 capitoli successivi – dedicati a preparare il campo alla storia – sono appena un po’ più lenti. Poi il ritmo riprende a salire e, come accennato sopra, rimani sempre più incollato per sapere come va a finire.

Un ultima nota: il personaggio di Rebecka e quello di Åsa sembrano sovrapporsi, almeno nei primi elementi: entrambe avvocati ed entrambe impegnate nello stesso settore. Entrambe nate a Kiruna. Ma, ad ora, per quello che so, le somiglianze si fermano qui.

Vi consiglio la lettura. Amazon lo mette al prezzo di 10,20 Eur (7,99 in formato Kindle). Ultimamente titoli simili li ho trovati a 14 Eur circa. Sarà anche perché il libro è di qualche anno fa (gli ultimi e più recenti capitoli della saga infatti, vengono ad un prezzo più alto). Se vi piace il genere, merita l’acquisto. E a breve vi dirò se merita anche il secondo capitolo.

Buona lettura!

Tempesta di neve e profumo di mandorle (Camilla Läckberg)

(dal sito Marsilio Editori)

La giallistica svedese sta avendo un buon successo. Immagino molto sia dovuto alla trilogia Millenium che è riuscita ad arrivare al grande pubblico trascinando dietro di sé molti altri autori. Alcuni buoni, altri meno; almeno da quello che mi dicono.

Ovviamente, come una rondine non fa primavera, neppure un libro fa un buono o pessimo autore. Non posso valutare la Läckberg solo dopo aver letto questo: dovrei leggere altro (anche se una idea me la sto facendo, grazie ad un’altra recensione dell’amica Silvia). Posso solo affermare che il libro non mi è piaciuto molto, e provo a spiegarvi perché.

Il libro è una raccolta di quattro racconti brevi ed uno lungo. Quasi tutti hanno a comune rapporti bacati in famiglia, con sorelle che si litigano, donne picchiate dai propri uomini, ragazzi vittime di bullismo, fratelli e sorelle che si litigano l’eredità. L’unico racconto assimilabile al giallo è quello che da anche il titolo alla raccolta: “Tempesta di neve e profumo di mandorle”. Facciamo un breve riassunto dei racconti, senza svelare i loro finali (quasi).

In “Sognando Elisabeth” Malin è in crociera con suo compagno Lars, sulla sua barca, fra le coste della Svezia. La precedente moglie dell’uomo è morta proprio durante la navigazione e lui ci ha messo un po’ per riprendere il mare, ma alla fine, con la sua nuova compagnia, ritrova questo gusto. Solo che da qualche tempo è più silenzioso e misterioso di sempre, da un po’ la loro intesa è diminuita, scemata, quasi scomparsa: la stanchezza nel rapporto ha preso il sopravvento. Strani sogni agitano il riposo di Malin, immagini dove è presente la ex di Lars. E Malin inizia a sospettare che Lars abbia in mente qualcosa: che voglia liberarsi di lei? Presa da questi pensieri Malin agisce, ma quale sarà la verità nascosta dietro i segreti di Lars? Sinceramente un po’ scontato: si capisce quasi da subito quello che vuole essere il colpo di scena finale. Voto: 5 e 1/2

Il caffè delle vedove“, invece, mi è piaciuto di più. Una infermiera ormai in pensione ha aperto, da un po’ di tempo, un bar: semplice, curato, ma abbastanza anonimo. Fra le specialità della casa c’è n’è una che attira quelle donne che subiscono violenze dai propri mariti. Un giorno compare un’agente di polizia a indagare su una strana coincidenza: negli ultimi mesi più di un marito violento ha trovato la morte dopo poche ore essersi recato proprio a quel caffè. Dove porteranno le indagini? Cosa scoprirà la poliziotta? Questo è un tipo di racconto in cui non ci si aspetta un colpo di scena: le cose vanno lineari come si sospetta, ed è corretto così (anche se il finale può sembrare scontato). Leggermente “leggero” come racconto, ma essendo breve non si potevano aggiungere quegli approfondimenti che avrebbe meritato. Voto: 7

In “Una morte elegante” due sorelle si trovano insieme dopo la morte della madre. La maggiore è semplicemente attaccata ai soldi e contesta come veniva trattata, la minore invece nutriva ancora un certo affetto e cerca di difendere le scelte della madre. Tutto si gioca su un capo di abbigliamento, tanto che questo fa parte del colpo di scena finale e, involontariamente, diventa quasi una vendetta della madre verso la figlia maggiore. Ma non posso dirvi oltre perché rivelerei troppo del finale. Non mi è piaciuto l’aggiunta della polizia: si accenna al sospetto di omicidio, si guarda anche verso la sorella maggiore, ma poi le cose sono lasciate lì, come se niente fosse. Insomma, mi è sembrato un racconto incompleto. Volto: 5-

Una giornata infernale” è quella che subisce un bambino, vittima di bullismo a scuola perché grasso. Dopo gli ennesimi pesanti scherzi decide di farla finita, sfruttando il fucile di suo padre: solo che vuole usarlo contro i suoi compagni di scuola. Ma incrocia un poliziotto che ha avuto, anche lui, una giornata infernale. Nel breve scambio fra loro il ragazzo ripensa ai suoi problemi e cambia idea… Bello l’argomento, poteva essere una bozza per un romanzo coraggioso e di denuncia. Ma è stato trattato con stereotipi. Il tentativo di indagine umana, di scavo nella psicologia dei personaggi mi è sembrato superficiale. Volto: 4 e 1/2

Ed eccoci al racconto lungo (o al romanzo breve, come preferite): “Tempesta di neve e profumo di mandorle“. Già il titolo anticipa la trama del racconto: una serie di persone bloccate in un luogo chiuso da una tempesta di neve, ed un omicidio con cianuro (che effonde, come Agatha Cristie ci insegna, un inconfondibile profumo di mandorle amare). Si tratta di una riunione di famiglia, a cui è invitato il poliziotto Martin Molin (da quel che ho capito, collega del più famoso Patrick, personaggio di molti gialli della Läckberg), in quanto fidanzato di una delle giovani nipoti del capostipite. Nonno Ruben ha costruito un impero e adesso la famiglia brama (e si sbrana) per esso: tutti tentano di strappare qualcosa al nonno. Ma nessuno si sarebbe aspettato che Ruben morisse avvelenato da cianuro proprio in quella cena. Bloccati in quell’isola da una tempesta di neve, tocca a Martin indagare per capire chi è l’assassino, ed evitare altre morti.

ATTENZIONE SPOILER: di seguito è raccontato (parzialmente) il finale di questo racconto.

Non so se è un omaggio a due grandi giallisti, o se il tutto si è mischiato senza volerlo, ma praticamente questo racconto prende spunti sia da Agatha Christie sia da Arthur Conan Doyle.

Partiamo dall’ambiente: l’isola in cui i protagonisti sono bloccati ricorda molto il rifugio dove si trovano i personaggi di “Dieci piccoli indiani” della Christie (ma l’autrice ha scritto anche altri gialli con ambiente chiuso, dove i protagonisti erano isolati). Anche in quel caso c’è un assassinio e il colpevole è sicuramente fra i presenti. Ma come nei romanzi di Sherlock Holmes il colpevole ha usato dei trucchi per sviare le indagini o per far ricadere la colpa su altri. In questo caso sono il nonno Ruben e il nipote Matte ad essere al tempo stesso vittime e assassini. Nonno Ruben, scoperto di avere ancora poco tempo per vivere, decide di dare l’ultima lezione ai suoi eredi simulando il suo assassinio col cianuro subito dopo una sfuriata sull’eredità (l’unica cosa, come dicevamo, a cui tutti tenevano). E’ il nipote Matte a dare una mano al nonno, ma a causa del rimorso decide di togliersi la vita. Ma lo fa mettendo un carico alle carte già in tavola: fa in modo che il suicidio sembri un omicidio. L’agente Martin  brancola nel buio, poi si ricorda dei romanzi di Sherlock Holmes e intuisce quale potrebbe essere la verità (evito, almeno, di dirvi dove è la pistola che ha ucciso Matte).

Coraggio o incoscienza? Non saprei dirlo. Penso si tratti di un omaggio ai propri autori preferiti, ma operazioni simili richiedono, secondo me, entrambe le cose. Peccato perché il risultato mi è sembrato nella media del libro, cioè la sufficienza scarsa (voto: 6 – -). Anche in questo caso, come nei precedenti racconti, si capisce quasi subito come andrà la storia. Sinceramente l’unico colpo di scena ritengo sia stata la confessione di una madre alla propria figlia su chi veramente fosse il padre (tentativo mal riuscito di aggiungere complessità alla storia, in quanto questa confessione non sposta i sospetti né fa prendere svolte alla trama). Insomma, come giallo è un po’ tirato via: il poliziotto non sa che pesci prendere e sembra anche un po’ impacciato, non ci sono svolte particolari né indizi che facciano propendere per una ipotesi piuttosto che per un altra; in certi momenti sembra più un dramma familiare dove la morte del vecchio viene usata come fattore scatenante fra i familiari per riversarsi addosso accuse, rimorsi, rancori, gelosie… Ma neppure questo filone è approfondito come dovrebbe, risultando in un insieme abborracciato di beghe fra ragazzini.

Ora, io lo ammetto: se io mi cimentassi con la scrittura forse farei anche peggio, quindi mi tolgo il cappello di fronte a tutti gli autori, comunque essi scrivano. Però come lettore ho la facoltà di dichiarare se una cosa mi è piaciuta o meno, ed eventualmente decidere se comprare o meno altri libri dello stesso autore. Son stato contento di leggerlo, perché il fenomeno Läckberg mi incuriosiva da tempo. Son stato ancora più felice perché mi è stato regalato. Ma metto Camilla fra gli autori da leggere quando non c’è proprio niente di più interessante…  Leggerò altro di lei? Può darsi, non voglio limitarmi ad un libro. Ma con molta calma.

Chiudo con un sospetto: probabilmente questi sono “vecchi” racconti che Camilla ha redatto in vari tempi, e fanno parte di quel “lavoro di cucina” che ogni autore fa durante la sua gavetta (espressione presa dal Martin Eden di London). Cioè – come è successo e succederà ancora per tanti autori che arrivano al successo – si cavalca la loro onda pubblicando qualsiasi cosa abbiano scritto in passato, certi che il loro nome richiamerà comunque migliaia di lettori, indipendentemente dalla bontà del materiale. Spero, insomma, che le “qualità” di scrittrice della Läckberg possano essere migliori da quelle espresse in questi racconti. Per questo non escludo di leggere altri suoi libri. Ma concentrandomi, prima, su altri autori che mi danno più soddisfazioni.

Buona lettura.