7-7-2007 (Antonio Manzini)

(dal sito Sellerio)

(dal sito Sellerio)

Una data quasi magica, con questo rincorrersi di “7”, è quella che ha cambiato drasticamente la vita a Rocco Schiavone: finalmente viene concesso a tutti i lettori di sapere cosa è accaduto.

Per quei pochi che non sanno chi è Schiavone: vice questore di Polizia nella Capitale, non molto amante delle regole, combina qualche casotto (ne “La pista nera” accenna ad aver picchiato a sangue un pedofilo) e viene trasferito ad Aosta. Ma prima di andare ad Aosta lo si conosce all’opera a Roma: in una estate calda e afosa risolve alcuni delitti col suo innato fiuto. Con un aria sempre triste, da cane bastonato, mal supporta le autorità e le regole imposte, ha un senso di giustizia tutto suo (nei fondamenti molto vicino alla “Giustizia”, ma con interpretazioni personali sugli aspetti “secondari”), è irriverente, ed ha tre amici delinquenti con cui è cresciuto e che a volte lo aiutano a risolvere i casi ancor meglio dei suoi agenti (sia perché alcuni agenti non sono propriamente svegli, sia perché i 4 amici, insieme, scavalcano qualche “regola” che Rocco – col suo lavoro – dovrebbe rispettare). Se volete saperne di più c’è sempre Wikipedia 🙂

Ma concentriamoci su un aspetto di Rocco: l’aria sempre triste, da cane bastonato, anche quando è in compagnia degli amici. Una volta era felice, prima di quella fatidica data: era riuscito a far pace con sua moglie Marina, donna bellissima e intelligente, restauratrice di opere d’arte (Rocco è appassionato di arte, ma non so se lo è diventato dopo aver conosciuto Marina o lo era già prima). Ma è successo qualcosa che gliel’ha portata via.

Ora, chi legge i romanzi di Manzini sa che Marina – da allora in poi – è un fantasma che accompagna Rocco nei momenti in cui si trova a casa da solo: è la sua coscienza, è lo stimolo che lo punzecchia ad andare avanti, è la compagnia nel momento di solitudine. Nel proseguo di questo post vedremo come e perché Marina è morta, e cosa è successo dopo. Se non volete saperlo, se volete gustavi il libro, chiudete qui!

 

(righe vuote per chi è indeciso se proseguire o fermarsi…)

 

Ok, volete continuare… ricordate cosa è successo ad Aosta un paio di romanzi fa (in “Non è stagione“)?  Rocco ospita una amica, la moglie di uno dei suoi tre compagni di una vita. C’è stata una piccola crisi fra loro e Rocco decide di aiutarla ospitandola per qualche giorno. Ma un bastardo delinquente, che ha un conto in sospeso (non si sa per cosa) con Rocco, entra in casa sua e spara alla figura stesa a letto, inconsapevole fosse l’amica e non il vice questore stesso.

Questo assassinio pesa sulle spalle di Rocco-persona, perché era veramente affezionato all’amica, ma pesa anche sulle spalle di Rocco-vice questore, perché gli scatena contro la stampa e, in parte, l’opinione pubblica. I suoi superiori, allora, lo costringono a raccontare la verità. Chiuso in una stanza con loro, Rocco sputa fuori quasi tutto ciò che successe nella fatidica estate romana del 2007. E il suo racconto è racchiuso in questo libro.

Come dicevamo prima, in quell’estate Marina aveva scoperto un lato poco nobile di Rocco. Non tornavano i conti (nel senso letterario della parola, dato che erano conti bancari): c’erano troppi soldi per lo stipendio da vice questore. E anche la scusa della vecchia tipografia del padre (che Rocco tirava in ballo – si intuisce – ogni volta che doveva giustificare qualche soldo in più in tasca) non reggeva più. Rocco alla fine concede la verità a Marina: è il suo senso di giustizia che lo porta a considerare rubare a casa dei ladri come una punizione per loro: in fondo quello che hanno non lo hanno meritato e lo hanno guadagnato con la disonestà. E allora toglierlo a loro è ri-bilanciare, almeno in parte, la giustizia. Non si tratta di grosse cose: appropriazione di alcuni beni che dovevano esser confiscati, furti “mirati” verso delinquenti che non poteva perseguire legalmente… E ogni tanto qualche busta di marijuana che spariva (perché si sa che a Rocco uno spinello, la mattina, aiuta meglio a sopportare il mondo e le sue rotture di coglioni). Giustamente Marina non sopportava queste cose, per due motivi fondamentali: perché credeva nella Giustizia a soprattutto perché voleva un uomo trasparente, che non le mentisse.

Insomma, fatto sta che Rocco viene abbandonato dalla moglie, e ci sta da cani. Nel frattempo – in due momenti diversi – vengono trovati i corpi di due ragazzi, compagni di classe, uccisi in modo abbastanza barbaro. Non vi racconto i vari piccoli dettagli che permettono a Rocco di individuare una pista. Uno dei ragazzi voleva fare il giornalista: forse per “catturare” il suo primo scoop si impelaga in un giro di spaccio di droga, insieme all’amico, riuscendo a raccogliere alcune informazioni ma “fregando” uno dei boss, il quale decreta la loro morte.

Il vaso di Pandora che Rocco va a scoperchiare, per cercare di risolvere il duplice omicidio, vede coinvolta una parte della mala laziale, in combutta con criminali africani. Le informazioni raccolte dal primo ragazzo, un semplice codice di tracciamento di una spedizione marittima, permettono al vice questore di  intercettare un grosso carico di droga in arrivo al porto di Ostia, con conseguente cattura di parte della banda. Ma qualcuno riesce a scappare e decide di farla pagare a Schiavone.

Il quale, intanto, era andato a trovare Marina ed aveva provato a chiarire le cose. No, nessun finale del tipo “e vissero felici e contenti”: Marina ha ancora qualche dubbio e chiede a Rocco un grande sforzo per cambiare. Niente è dimenticato, ma c’è una nuova possibilità e Schiavone, che ama immensamente Marina, è pronto a fare di tutto perché questa si trasformi in realtà.

Ma purtroppo, in quel giorno d’estate, un sicario che vuol uccidere Rocco colpisce Marina, togliendole la vita. Erano andati insieme a prendere un gelato e mentre salivano in auto Schiavone si è accorto della macchina che stava arrivando, e si è abbassato, d’istinto, nel momento stesso in cui una raffica di proiettili stava partendo dall’arma dell’omicida. Ed i proiettili, mancando Rocco, hanno raggiunto Marina.

Chi sia stato Rocco lo sa benissimo, ma più che affidarsi ai suoi colleghi della questura preferisce chiedere l’aiuto degli amici di sempre (che, fra l’altro, l’avevano aiutato a risolvere il caso e quindi conoscevano già i personaggi coinvolti). La versione ufficiale che Schiavone racconta ai superiori di Aosta è che l’omicida è fuggito lontano, forse da dove importava la droga, e probabilmente lì è morto. Ma i suoi amici sanno, ed  anche noi lettori sappiamo, ormai, che la realtà è un’altra. Ed è legata al bastardo delinquente che, cercando di uccidere Rocco ad Aosta, ammazza la sua amica. E’ proprio il caso di parafrasare un vecchio detto e dire “vendetta chiama vendetta”. Proprio per questo Rocco, il giorno dopo la lunga seduta coi superiori, si reca a Roma: qualcuno ha intravisto il bastardo delinquente da qualche parte, e i 4 amici sono intenzionati a catturarlo. Ma non si trova, qualcuno lo ha avvisato e lui è scappato. E’ finito il romanzo, ma i giochi sono ancora completamente aperti. Vedo già l’autore scrivere un altro romanzo dove la vicenda torna nuovamente fuori.

Al di là della qualità di scrittura di Manzini, che ho apprezzato sia nei racconti “in giallo” di Sellerio, sia nei romanzi, ci sono due motivi fondamentali perché mi è piaciuto questo romanzo. Ed anche una cosa che mi ha lasciato più perplesso…

Mi è piaciuto perché finalmente si conosce per bene la storia di Rocco e Marina. Lei, da quando ho iniziato a leggere i romanzi ed i racconti, è sempre stata un fantasma che Rocco tiene stretta a sé. Lei sembrerebbe anche disponibile ad andarsene, a lasciarlo ad una nuova vita. E’ lui che non vuole ancora farla andare. Probabilmente si sente ancora un po’ in colpa (il proiettile era destinato a lui), e sicuramente la amava veramente tanto (ora che il loro rapporto era ricucito, anche più di prima): non vuole perderla, neppure adesso che manca la sua fisicità. E Rocco è uno che alla fisicità in un rapporto ci tiene.

Mi è piaciuto anche per la parte prettamente poliziesca. Ma in generale questo è successo con tutti i romanzi di Manzini: ha costruito (a mio parere sempre) un caso in modo realistico, dando anche un po’ di spessore ai personaggi (siamo a metà strada fra i gialli svedesi della Larrsen, dove pagine e pagine sono dedicate al personaggio, e i thriller alla Polidoro, dove si predilige più l’azione della psicologia del personaggio). Si legge bene, conquista il lettore perché non è troppo leggero (tutto muscoli/azione) ma neppure troppo pesante (tutto testa/riflessione). Questo secondo me penalizza un po’ la serie TV, rendendola forse un gocciolino lenta, ma nel romanzo letto va benissimo.

Sono rimasto, invece, un po’ perplesso dalla reazione di Rocco all’uccisione della moglie. E’ anche vero che Schiavone è un tipo che non fa filtrare molto i suoi sentimenti, ma a noi lettori, ai quali è concesso di entrare molto in intimità coi personaggi, pensavo venisse raccontato di più. Dal momento della morte al momento della vendetta ci sono poche pagine. Eppure Rocco avrà dovuto subire dolorosi interrogatori, strette di mano ed abbracci di colleghi ed amici, un funerale. Mi è sembrato tutto raccontato molto velocemente, per arrivare solo al momento della vendetta. ora, ricordiamoci che è Rocco che nel 2015 (anno più anno meno) racconta la vicenda, e quindi può esser normale che queste parti molto intime non finiscano nel racconto, ma mi è suonato strano. Non incoerente, semplicemente strano, troppo veloce.

Che Rocco sia disperato e pensi, anche, a farla finita lo si vede nella parte finale del racconto, quando insieme agli amici rivive gli eventi reali (e non più la versione ufficiale) della conclusione della vicenda del 2007. Che ci sia in lui un senso di vuoto lo si capisce dal fatto che in ogni momento di solitudine, ogni qual volta rientra a casa, cerca Marina, spera sia ad attenderlo. Rocco è affranto, distrutto, bastonato, abbacchiato da quella vicenda. Ma è come un buco nero: cosa accade in lui lo si cede dagli effetti su quello che sta intorno, ma oltre un certo limite è impossibile entrare, vedere, capire. Per fortuna per ora sembra abbastanza stabile, ma chissà…

Insomma, quando leggevo i racconti di Sellerio consideravo Manzini interessante. Ora alzo la mia valutazione a “molto interessante” e mi sa che inizierò a comprare anche i romanzi ancora non letti. Ah, che dura vita quella del lettore: più uno legge più si accorge di quanto ancora dovrà leggere. Peccato solo che manchi il tempo per farlo.

Quasi dimenticavo: prezzo di 14 Eur allineato come sempre ai titoli di Sellerio, col solito sconto 15% sulle grandi catene di distribuzione (Amazon, supermercati). Come dico da sempre Sellerio non ha i titoli più cari nel settore (ho visto titoli di gialli, di altri editori, a 17 eur). Però, come sempre, risparmiare qualche euro non fa male. Il mio sogno sarebbe avere un libro Sellerio a 10 Eur, ma 11.90 come indicato su Amazon va ancora bene.

Buona lettura!

Sentiero nero (Åsa Larsson)

(dal sito dell'editore)

(dal sito dell’editore)

Ve lo avevo detto, no, che la scuola giallistica svedese mi stava appassionando? Ed in particolare questa autrice, di cui sto leggendo la saga (questo è il terza capitolo, ecco i miei post sul primo e sul secondo).

L’eroina è sempre Rebecka Martinsson, e ci sono i coprotagonisti di sempre (gli agenti Anna-Maria Mella e Sven-Erick Stålnacke), anche se (come accennavo nel secondo capitolo) questi personaggi hanno un peso minore (a livello di pagine) rispetto agli altri protagonisti della storia. Tutti e tre vivono l’evento, lo affrontano, cercano di controllarlo, ma se si contassero le pagine in cui loro agiscono per risolvere il caso, risulterebbe meno di 100 (delle 423 che compongono il libro). Ma ogni buona storia nasce da lontano, ed ogni protagonista vive una serie di esperienze che lo portano, poi, al punto finale, in questo caso l’uccisione di Inna Wattrang e perché. L’autrice non ci guida per mano lungo una pista di indizi logici, ma ci presenta i personaggi, le loro storie, la loro vita vissuta e le scelte che hanno portato, tutti loro, in quel posto in quel momento a compiere quelle azioni…

Ma cominciamo dal “riassunto delle puntate precedenti”: Rebecka Martinnson, originaria di Kiruna, lavora presso uno studio di avvocati di Stoccolma. Torna al paese di origine per aiutare una amica il cui fratello (e amico di Rebecka) è morto assassinato. Facendo le domande giuste e sapendo leggere gli avvenimenti grazie all’esperienza del passato, riesce ad intuire una orrenda verità, dalla quale viene quasi uccisa. Fine del primo capitolo.

Nonostante una grossa crisi e una forte depressione, Rebecka continua a lavorare per lo studio di avvocati. Circa un anno dopo la scampata morte, torna a Kiruna per aiutare il suo capo con alcuni nuovi clienti. Rimane coinvolta, seppur marginalmente e involontariamente, in un nuovo assassinio e, pur senza fine investigativo, si avvicina così tanto alla verità da rischiare, nuovamente, la vita. L’amicizia con un ragazzo, ucciso nel finale dall’assassino, farà scattare la valvola della pazzia in Rebecka: forse uno sfogo contro tutto il dolore provato, ma anche una istigazione al suicidio (Rebecak sembra volersi annegare nel vicino lago). Fine del secondo capitolo.

In questo terzo capitolo Rebecka è in cura. E’ una donna forte, ma altamente depressa (converrete che la vita le ha presentato un conto decisamente salato nel giro di due anni). Però reagisce alle cure, capisce che la sua salvezza è razionalizzare e andare avanti. Non pensa di tornare a lavoro a Stoccolma, anche se il cuore le direbbe di riprovare. Le viene offerto un posto di procuratrice a Kiruna: dovrà occuparsi di reati fiscali (era il suo campo anche nel precedente lavoro) e lei accetta. Si ammazza di lavoro, con ritmi che altri ritengono alienanti, ma che la aiutano a non pensare al suo recente passato.

La detective di polizia Anna-Maria decide di chiedere aiuto a Rebecka in un caso di assassinio recente: Inna Wattrang, una donna piacente, viene trovata morta in un’arca (una casetta usata dai locali per la pesca su ghiaccio, in inverno), con sul corpo evidenti segni di tortura. Anna-Maria ha bisogno di capire chi è il capo e socio di Inna, Mauri Kallis, magnate e imprenditore: Rebecka è brava nel raccogliere il maggior numero di informazioni nel minor tempo possibile e, soprattutto, nel riassumerle nel modo più semplice possibile. Il giorno seguente Mauri Kallis sarà a Kiruna per varie pratiche relative alla sua collaboratrice defunta, e Anna-Maria intende torchiarlo per capire se la vicenda si sviluppa intorno al lavoro svolto dalla donna o tocca ambienti diversi.

E qui il giallo lascia il passo ai personaggi. Non si ha più una sequenza logica dei fatti, ma si vivono le vite dei protagonisti. Chi è Mauri, come ha tirato su l’immensa fortuna che lo rende uno degli uomini più ricchi del mondo? E chi sono Inna e suo fratello, entrambi collaboratori stretti di Mauri, talmente stretti da vivere nella mega villa da lui comprata?

Uno degli aspetti che più mi ha colpito (e che per ora apprezzo molto) dei gialli della Larsson è proprio il descrivere i personaggi: il delitto non viene spiegato con una sequenza logica di fatti (alla Sherlock Holmes, per intenderci) ma attraverso l’incrocio delle vite dei protagonisti. Non è un giallo in senso stretto: Åsa ci porta nella mente e nella storia dei personaggi, come se l’evento finale fosse la somma di tante piccole storie che in quel punto si incrociano. Come raccontavo per il secondo capitolo, il romanzo è come un puzzle: inizi collegando le tessere fra loro in piccoli gruppi, poi aggreghi i gruppi in gruppi più grandi, finché alla fine tutti i gruppi si collegano e ti si forma una immagine quasi completa. Gli ultimi pezzi da inserire sono quei dettagli che fanno comprendere l’immagine nella sua interezza, i singoli dettagli che completano il senso della storia. Certo, anche prima del finale intuisci, comprendi una serie di cose, ma il dettaglio preciso lo hai solo quando tutti i pezzi sono al loro posto.

La trama, di per sé, è semplice: come detto prima Anna-Maria coinvolge Rebecka nell’indagine per l’assassinio di Inna. Si tratta di una delle più importanti collaboratrici di Mauri Kallis, proprietario di varie aziende con capitale ad alto rischio (maggiore possibilità di perdere denaro, ma anche maggiori guadagni). Una di queste imprese è in un Paese caldo dell’Africa, in zone di guerra, e Kallis si vede coinvolto nell’organizzare un colpo di stato per mandare al potere una persona che potesse garantirgli maggiori possibilità di sfruttamento della miniera. Inna viene a sapere di questo e di altri giochi “sporchi” del suo capo e inizia a rivelare alcuni dettagli ad un giornalista che, guarda caso, qualche giorno dopo viene trovato morto. La polizia che indaga sulla morte di Inna lo viene a sapere ed inizia a collegare le due cose, ma non fa in tempo a interrogare Mauri perché succede un putiferio (e lascio alla vostra immaginazione indovinare cosa succede, a meno che non vi leggiate il libro 🙂 ).

Figura particolare in questo romanzo è la sorellastra di Mauri. Il finanziere è nato in condizioni disagiate (una madre malata mentalmente, l’assenza di un padre, l’affidamento, le prese in giro). Ester è una delle sorellastre, nata da una avventura della madre di Mauri e un disadattato di origine indiana. Viene adottata e cresciuta da una famiglia Sami, di cui prende le tradizioni ed i modi di fare. Ester ha due qualità, una che ha espresso da giovane (vena artistica da pittrice), ed una “nascosta” derivata – secondo la madre adottiva – dalla nonna adottiva, cioè vedere il futuro. Non parla mai di questa caratteristica, anche perché tende a vedere solo le cose brutte delle persone che incontra, ma – come vedrete alla fine del romanzo – è grazie a queste visioni che Ester salverà la vita a Mauri.

Ora, a me in generale i poteri paranormali non piacciono a meno che non siano storie che hanno questi poteri al loro centro. In genere non mi piacciono personaggi come Ester in racconti gialli, ma devo confessare che in questo particolare caso è stata una presenza significativa, seppur discreta. Avrei preferito un’altra opzione (lo scopo, nel racconto, di Ester è solo salvare il fratellastro: poteva esser fatto in modo diverso) ma ammetto che – soprattutto nel finale – la ragazza e la sua storia mi hanno un po’ intrigato.

Al di là di questo, Åsa Larsson ha dimostrato ancora una volta di saper costruire un giallo intrecciando vari fili (le storie dei personaggi) e costruendoli, uno ad uno, in modo quasi maniacale. In un romanzo qualsiasi penseresti a Mauri Kallis come ad un bastardo arricchito che se ne frega degli altri, o a Inna Wattrang come ad una opportunista amante della ricchezza. Ma l’autrice ci presenta storie diverse, che ci fanno entrare nei personaggi e ci fanno comprendere il loro modo di agire. Alla fine io ero un po’ in dubbio se considerare Mauri più delinquente o vittima: senza giustificare le sue azioni, mi son ritrovato a pensare che alcune sue scelte sono state più subite che ragionate. Come direbbe un vecchio detto, l’autrice fa camminare i lettori nelle scarpe dei personaggi, così da far vivere loro una parte dell’esperienza del protagonista.

L’incipit della pagina finale (ringraziamenti ed altro) dice “Metà della serie è scritta“: io ho già sul comodino il quarto capitolo (“Finché sarà passata la tua ira“), quindi aspettatevi nei prossimi mesi un nuovo post con protagonista la nostra eroina Rebecka (ah, quasi dimenticavo, sembra che alla fine il suo cuore abbia vinto sulla sua ragione). Ma non subito: dopo romanzi di questo spessore preferisco leggere qualcos’altro, magari più leggero, per staccare un po’.

Stavolta non dico niente sulla traduzione: nei capitoli precedenti avevo accennato ad un paio di elementi che mi avevano incuriosito. In questo caso non c’è niente di particolare. Resta (per quel che posso capire) ottima la traduzione di Katia De Marco, che riesce a rendere in un ottimo italiano anche alcuni dettagli tipici della cultura svedese (ed ho una amica che vive in Svezia, ed una cugina che conosce bene la Svezia: posso verificare alcune cose con loro quando ho dei dubbi).

Il prezzo? 12,50 Eur (che trovate scontato, come al solito, su Amazon). Devo dire che stavolta va bene. Oddio, se si arrivasse a 10 Euro sarei stra felice, ma rispetto ad altri romanzi gialli questo libro costa un po’ meno. E’ anche vero che la copia che ho preso è forse una edizione più economica (Marzilio, tascabili Maxi) e magari la prima edizione costava un po’ di più, ma – alla fine – devo dire che son contento. I 2-3 euro risparmiati, tanto, li spenderò nei prossimi volumi della saga 🙂

Buona lettura.

Hotel Bosforo (Esmahan Aykol)

(dal sito Thienet)

(dal sito Thienet)

Esmahan Aykol ha uno strano effetto su di me… Son stato in Turchia, anni fa, e mi son fermato ad Istanbul (purtroppo solo un paio di giorni in totale) ma, come credo accada a molti, son rimasto affascinato dalla città. E quindi, dopo l’ultimo racconto dell’autrice presente nella raccolta Sellerio “Il calcio in giallo” mi son ritrovato fra le mani – e l’ho tenuto ben stretto – il suo primo giallo tradotto in Italiano. Si tratta di una edizione della collana “Noir 2011” di Repubblica – l’Espresso (ecco il piano dell’opera): non è l’edizione classica dell’editore ufficiale (Sellerio), insomma.

(dal sito Sellerio)

(dal sito Sellerio)

La copertina che vedete qui a sinistra – edizione che ho letto – è presa dal sito Thienet, dove trovate una ulteriore recensione. La copertina Sellerio è invece questa di destra (sul sito dell’editore trovate una trama più dettagliata e qualche informazione in più).

Dicevo che Esmahan ha uno strano effetto su di me: mi fa viaggiare in una città che ho conosciuto (seppur poco) e mi fa apprezzare ogni suo angolo, ogni suo personaggio. E’ impareggiabile nel descrivere le dinamiche di questa città cosmopolita e vivissima, mezza Europea e mezza Asiatica, ponte fra due civiltà e culla dell’integrazione (almeno fino ad un po’ di tempo fa). Beh, urge un confronto: la Aykol non è Mann, che io trovo uno dei più particolareggiati cesellatori di paesaggi nei suoi libri, però riesce a farti respirare (con mezzi diversi ma con la stessa intensità) l’atmosfera tutta particolare della città, di ogni suo più piccolo dettaglio.

Veniamo al romanzo: Katy Hirschel è una donna che si è trasferita ad Istanbul dopo una parentesi di vita a Berlino. Nata in Turchia, trapiantata in Germania (la famiglia emigra quando era piccola) e tornata, per quello che lei considerava un breve viaggio, in Turchia per cercare un po’ di radici, ma si innamora della città e non riparte mai più. Decide di aprire una libreria dedicata solo a romanzi gialli e sembra che i turchi apprezzino sia la libreria sia la persona.

Una amica e compagna di scuola, attrice abbastanza famosa, è protagonista di un film che verrà girato ad Istanbul: quale migliore occasione per rivedersi? E’ proprio la star a cercare Katy, la quale rimane positivamente sorpresa da questa novità: erano compagne di scuola, c’era una buona amicizia fra loro (anche se non la si può definire “amicizia per la vita”) ma la libraia non si aspettava mai di esser ricontattata, soprattutto dopo che l’amica era diventata una diva. Però, c’è un assassino che rovina in parte i loro piani: il regista del film viene ucciso, nella sua suite d’hotel, praticamente appena arrivato. Un omicidio particolare, i cui dettagli fanno pensare a qualcosa di organizzato fin nei minimi particolari.

Katy, accanita lettrice di gialli da una vita, e libraria specializzata in gialli, vede l’opportunità di passare (come dice lei) “dalla teoria alla pratica” e si improvvisa detective. Chiedendo informazioni a giornalisti, intrufolandosi (grazie all’amica) agli incontri con la troupe del film, sfruttando l’amicizia con un poliziotto che indaga sull’omicidio e anche alcune vecchie conoscenze in Germania, porta a galla antiche vicende che possono esser validi moventi per l’omicidio. Ma che, ovviamente, non vi racconterò. Posso anticiparvi che fra incontri con malavitosi, corti sfrenate di poliziotti, chiacchierate con varie persone, Katy riesce a comprendere quali sono veramente i motivi che hanno condannato il regista alla morte. Ma riuscirà Katy ad affrontare occhi negli occhi il colpevole (o saranno più di uno?). E, visto il suo atavico ribrezzo per le forze dell’ordine, ne parlerà alla polizia, al suo amico, così che il colpevole possa essere arrestato? Vi toccherà leggere il libro per saperlo 🙂

Un racconto tipicamente giallo, ma narrato con sfumature noir e qualche tocco di ironia. Il lettore si muove insieme a Katy, narratrice e guida in tutte le pagine: la ascolta (e ne conosce anche i pensieri più reconditi), la segue in tutte le sue indagini e scopre, insieme a lei, i singoli dettali che la guidano alla comprensione di tutta la vicenda. E’ il battesimo (della protagonista e del lettore) da detective, e avviene con estrema naturalezza. Oddio, io – personalmente – non avrei mai la faccia tosta che ha Katy nel rivolgere domande a certe persone: anche Katy ha paura, ma riesce a vincerla e a buttarsi, e questo rincuora noi lettori. Testarda e caparbia, non si da vinta finché non capisce. Non le interessa la giustizia in senso lato (polizia, carcere, processi) quanto la comprensione dei soggetti coinvolti. “Perché” è la sua domanda fondamentale, e l’unica di cui cerca la risposta.

Una delle cose carine del romanzo è l’ironia. Non che se ne trovi in ogni pagina, anzi. Però l’autrice dissemina qua e là alcune perle di tipica ironia femminile. Una anche quando parla degli stereotipi che i turchi hanno sui tedeschi (per esempio: una donna che ride di gusto non può esse tedesca, secondo i turchi).  Ha un “tocco” tutto particolare, la Aykol, nel raccontare la città, le persone e le vicende. E – almeno secondo me – riporta bene lo spirito della città, o almeno quello che era all’epoca del romanzo (ora è un po’ cambiato, soprattutto dopo il fallito golpe di metà luglio 2016).

il libro è del 2006, quindi immagino che Esmahan racconti una Istanbul dei primi anni 2000, quando veramente era una città aperta, bella da vedere, accogliente, cosmopolita. Son tutte cose che si leggono nel romanzo e che mi hanno confermato persone che si sono recate lì (ed anche io, nel mio piccolo, posso confermare). Poi le cose sono cambiate: ho letto di recente l’ultimo racconto della Aykol per la serie dei gialli di Sellerio (“Rifugiato” nel libro “Il calcio in giallo“) ed il ritratto che fa di Istanbul è nettamente diverso, tanto che anche la protagonista, Katy, è un po’ in crisi con la sua libreria. Non si respira più l’aria di una volta. L’autrice, insomma, ci racconta – sia in questo sia negli altri racconti – una città “attuale”: si può scoprire come era Istanbul qualche anno fa e come è adesso. Certo, la si vedrà dagli occhi di Esmahan, quindi con un taglio legato alle sue esperienze, ma è già un buon punto di partenza. Insomma, l’autrice riesce a farci viaggiare sia nel mistero (il giallo in sé) sia nel luogo dove le vicende si svolgono: se in altri casi i luoghi sono di fantasia (o talmente generici da essere in qualsiasi luogo), in questi romanzi la particolarità è proprio la città dove tutto accade.

Una nota sul fattore “giallo”: non aspettatevi una trama alla Agatha Christie o alla Conan Doyle. Anzi: si intuisce già molto dall’inizio (vi accenno qualcosa: l’omicidio ha un tocco puramente femminile, lo si capisce subito). Quello che piace del libro è l’ambientazione e il fatto di essere sempre a fianco della protagonista. Il giallo di per sé è carino ma leggero, intriga ma non ti prende nelle viscere: è tutto l’insieme che rende piacevole il romanzo. La sequenza logica che porta alla soluzione c’è, ovviamente, ma non ha quel mordente che tiene i lettori incollati, come succede in altri romanzi. Diciamo che in questi casi si viene “abbracciati” da tutti gli aspetti del romanzo piuttosto che attratti dal filone principale (il mistero da risolvere).

Che dire ancora? Buona lettura e buon viaggio virtuale nella Istanbul di inizio millennio.

Sherlock Holmes : la criniera del leone (Arthur Conan Doyle)

Holmes_CrinieraLeone

(foto dell’edizione in mano mia)

Ti capita di passare in biblioteca e – vicino all’uscita – trovare una cassetta per lo scambio libri, e fra i titoli presenti il libricino in questione. Bé, da amante di gialli lo prendi (in realtà lo ha visto e preso B. – onore al merito – ma io gliel’ho “preso in prestito” quasi subito, e ieri gliel’ho reso).

Una bella iniziativa quella dello scambio libri, che ti permette di trovare cose carine che altri hanno già letto e che condividono. Ed ha per me un notevole aspetto pratico: liberare gli scaffali da quei titoli che non intendo tenere (non tutti i libri che ho comprato avranno l’onore di rimanere in “eterno” nella mia biblioteca personale: molti li presto o li regalo o li inserisco in qualche forma di scambio librario).

Ma torniamo al libro in sé: formato tascabile (circa 19 x 12 cm) raccoglie, in poco meno di 200 pagine, 5 racconti del famoso investigatore. Si tratta infatti di una raccolta di racconti pubblicati su rivista negli anni 20 del 1900. Due racconti (il primo ed il secondo) sono narrati direttamente da Sherlock, gli altri tre – come nei romanzi classici – dal suo compagno Dr. Watson.

Nel primo racconto, “La criniera del leone”, che da anche il titolo alla raccolta, il detective, ormai ritiratosi nel Sussex, si trova un particolarissimo caso alla porta di casa. Un professore di un vicino collegio muore, praticamente, fra le sue braccia, coperto di strane ferite e sussurrando – appunto – “criniera del leone”. Gli indizi portano ad un altro professore ma Sherlock non è convinto. Una improvvisa illuminazione gli suggerisce di ricontrollare in un vecchio libro. E la soluzione arriva. Chi è l’assassino? [Attenzione spoiler! — Io avevo intuito che si trattava di qualcosa  del genere, ma non conoscevo tutti i dettagli 🙂 ]

Nel secondo racconto, “L’avventura del soldato dal volto terreo“, Holmes è chiamato ad indagare sulla scomparsa di una persona. Due amici, che hanno fatto il militare insieme, si separano quando il primo viene ferito. Tornati in patria, il secondo cerca di ritrovare il primo, ma la famiglia di questo insiste a dire che è partito per un giro del mondo. L’amico non si perde d’animo e scopre alcuni indizi contrari a quanto dice la famiglia, così chiama ad indagare Sherlock. Una terribile verità verrà a galla, ma il detective saprà da chi farsi aiutare per risolvere la situazione.

Il mistero del ponte sulla Thor” vede Sherlock impegnato nel capire chi può aver ucciso una donna, moglie di un notissimo (e ricchissimo) uomo d’affari. Tutto sembra puntare il dito accusatore verso una giovane istitutrice che lavorava in casa della famiglia, ma sarà vero? Scopritelo seguendo i ragionamenti di Holmes! Una nota: credo che Camilla Läckberg si sia ispirata a questo racconto per il suo “Tempesta di neve e profumo di mandorle” (racconto lungo nella raccolta omonima), quando l’agente Martin si ricorda di aver letto, in un romanzo di Sherlock Holmes, come viene fatta sparire una pistola per confondere le acque.

Un prestigioso professore è il protagonista de “L’avventura dell’uomo carponi“: i familiari vedono che quest’uomo si comporta in modo sempre più strano e decidono di chiedere aiuto a Sherlock. Un misterioso viaggio a Praga ed una scatola contenente un delicato segreto sembrano essere al centro degli strani atteggiamenti del professore. Ma perché? E cosa conterrà la scatola? Bé, la storia mi ricorda quella di Gustav Aschenbach de “La morte a Venezia” (Mann). Sì, concordo con voi, sono due storie su due livelli completamente diversi (qui c’è il mistero fine a sé stesso, in Mann si indaga lo spirito umano), ma c’è un punto in comune fra i due protagonisti: entrambi sono spinti a comportarsi in un certo modo (ve lo posso anche dire: a sembrare più giovani) per un determinato motivo.

Ultima storia è “L’avventura del fabbricante di colori a riposo“, dove un uomo chiede l’aiuto di Sherlock per ritrovare sua moglie, fuggita con un amante e con buona parte dei suoi beni. Ma, in questo caso, le cose non sono proprio come si presentano. Sherlock sceglie di vederci chiaro e – facendosi aiutare da Watson – allontana l’uomo da casa sua per poter indagare più liberamente. E scopre una verità completamente differente a quella che era stata raccontata.

Cinque racconti godibilissimi, che si leggono volentieri, al ritmo di uno al giorno (o anche più di uno: complice il periodo di ferie ho finito il libro in tre giorni). L’edizione che mi è capitata in mano è un po’ vecchiotta, e si nota, oltre che dalla copertina, anche dalla traduzione. Viene usato un linguaggio che sembra derivare dagli anni ’50… Tutto molto comprensibile e leggero: lo si legge bene anche oggi. Il volume ha – come prezzo di copertina – 11.000 Lire e, leggendo il colophon si scopre che si tratta di una prima edizione datata luglio 1996, per la collana “Oscar Narrativa” della Mondadori.

La traduzione è a cura di Maria Gallone, che sembra esser stata la traduttrice di punta (mi sono avvalso, per questa informazione, di questo articolo, particolarmente incentrato sul racconto “Il mastino dei Baskerville”) per i romanzi di Conan Doyle, ma nel primo dopoguerra (quindi dopo il 1945). Questo spiega il perché del linguaggio “vecchiotto”.

Cercando un po’ su Amazon e Wikipedia sembra che questa edizione non venga più pubblicata e che sia stata sostituita da “Il taccuino di Sherlock Holmes”, con i 5 racconti citati e alti sette racconti “nuovi”. E’ quindi una raccolta più completa rispetto a quella in mano mia, sempre di racconti pubblicati su riviste, e tradotta da Silvia Cecchini (con un linguaggio – se ho capito bene – più vicino a quello dei giorni nostri). Il costo su Amazon di questa raccolta (edizione luglio 2014) è 7,18 Eur (2,99 in formato Kindle), quindi abbastanza economica.

Che vi capiti in mano la raccolta che ho io, con 5 racconti, o quella più “moderna” con 12 racconti, sappiate che passerete delle ore di piacevole lettura. Le dimensioni del libro (quello che ho io), poi, in particolare, sono perfette per esser portate sotto l’ombrellone.

Buona lettura!

Il sangue versato (Åsa Larsson)

(dal sito del’editore)

Rebecka Martinsson si trova di nuovo a Kiruna, dove era scampata alla morte appena pochi mesi prima. E’ una specie di terapia per cercare di vincere le paure che la hanno profondamente ferita in quella avventura. Usa come scusa il lavoro: accompagnare un collega ad incontrare clienti.

Decide di restare qualche giorno, sempre con la scusa di alcuni lavori per i clienti, per affrontare sé stessa tornando nella casa della nonna e nei luoghi dove tutto è accaduto. Ma mai si sarebbe aspettata di dover affrontare una nuova minaccia alla sua vita.

Ecco, se appena vediamo “La signora in giallo” ci viene, istintivamente ma anche scherzosamente, di fare gesti apotropaici (d’altronde, ovunque lei si trovi – e per fortuna sono solo telefilm – ci scappa sempre il morto), con Rebecka Martisson l’istinto sarebbe di abbracciarla forte e sussurrarle che non succederà niente, che tutti questi sono solo brutti sogni. Ammesso che lei si faccia abbracciare.

In questo secondo capitolo la nostra eroina sta affrontando, come accennavo, una ingarbugliata situazione psicologica frutto delle disavventure vissute nel precedente romanzo. Nessuno di noi esce pulito e tranquillo da nessuna morte, neppure dalla più naturale. Figuriamoci lei che ha smascherato gli assassini di un suo “vecchio” amico e che, per salvare sé stessa ma soprattutto due bambine, ha dovuto lottare contro i suoi attentatori fino ad ucciderli. Ferita, e salvata per miracolo dai poliziotti che seguivano il caso, piano piano si è ripresa fisicamente, ma nell’animo ha un profondo buio che rischia di inghiottirla.

Spinta dai pochi amici che ha (carattere abbastanza solitario, dopo le ultime vicende si è chiusa ancor di più in sé stessa) ad affrontare la situazione recandosi di nuovo a Kiruna, dove tutto è accaduto, Rebecka trova un po’ di pace fra persone che, almeno inizialmente, non conoscono il suo passato e la accettano semplicemente come una ragazza un  po’ strana, sì, ma fondamentalmente buona. Certo, qualcuno storce il naso per la sua professione (avvocato) e l’abbigliamento (molto cittadino) . Ma dopo qualche giorno, quando la conoscono meglio, iniziano ad apprezzarla. Tranne qualcuno, che fa qualche indagine su di lei.

Rebecka si trova, inconsapevolmente e assolutamente in modo non voluto, coinvolta nell’assassinio di una pastore protestante, Mildred. I fatti si sono svolti qualche tempo prima, ma le indagini sono ancora in corso, e la nostra eroina viene incaricata di reclamare, dal marito di Mildred, la canonnica dove loro vivevano e che fra poco dovrà ospitare un nuovo pastore. Venuta in possesso delle chiavi della cassetta di sicurezza, per uno scrupolo etico (più che professionale) ne controlla il contenuto e fa arrivare ad Anna-Maria Mella, detective conosciuta nel precedente episodio, tutto ciò che ritiene importante per la soluzione del caso. Ed in effetti la polizia trova molto interessanti alcuni documenti, tanto che riescono a smuovere un po’ le acque intorno all’omicidio, arrivando a formulare delle buone ipotesi sul perché Mildred sia stata assassinata.

L’apporto di Rebecka al caso è semplicemente questo, tanto che – se ci si dovesse basare solo sul giallo – lei potrebbe essere un piccolo personaggio secondario. Ma è la sua presenza in paese che scatena una serie di eventi che porteranno, nelle ultime pagine, ad una drammatica conclusione (di cui vi rivelerò solamente che Rebecka sopravvive – anche perché sapete già che ci sono altri libri dove troviamo la nostra eroina).

Raccontare qualcosa in più della trama è complesso. Come nel precedente libro, i primi capitoli servono per inquadrare il tutto e descrivono, soprattutto, lo stato d’animo di Rebecka. La partenza è un po’ lenta, ma piano piano ti prende e non riesci a staccarti. Confesso che mi ha aiutato il clima di relax (fine settimana al mare + sdraio molto comodo = ore di lettura assicurate).

Via via che leggevo mi sono costruito, in mente, la metafora del puzzle. Ogni vicenda di questo romanzo parte in modo separato dalle altre: si racconta un fatto, un personaggio, un animale o, al massimo, un pezzetto di storia di Rebecka. Attorno aquesti primi nuclei (pezzi di puzzle), capitolo per capitolo, se ne aggregano altri. Finché alcuni non si collegano e – ormai giunti a due terzi del libro – riesci a farti un quadro completo a cui mancano, però, una serie di piccoli dettagli che verranno aggiunti nelle pagine rimanenti. Insomma, proprio come un puzzle che piano piano si compone nella tua mente e solo quando hai messo l’ultimo pezzo riesci a percepirne l’armonia e tutti gli incastri, anche questo romanzo ti fornisce pagina per pagina piccoli pezzi che costituiscono – alla fine – il quadro completo della situazione.

Ben strutturato, direi quasi cesellato per far arrivare, goccia a goccia, nuovi elementi al lettore: è un romanzo che ti convince a leggerne sempre di più finché non arrivi alla fine. Storie dentro le storie (la lupa dalle zampe gialle, che sembra non entrarci per niente e poi, invece…), tutta una serie di flash back che rendono vivi e veri i personaggi, delineando i loro tratti somatici ma soprattutto psicologici, stati d’animo descritti in modo profondo… Tutto funziona per farti sentire parte del romanzo, vicino a Rebecka quando va ad aprire la cassetta di sicurezza di Mildred, in salotto con Lisa ed i suoi cani, nella cantina insieme a Nalle che sta dando da mangiare a un topolino. Più vai avanti nella lettura, più ti sembra di essere presente nella storia, osservatore muto ed inerte, ma vivo e pieno di empatia per i protagonisti.

Devo fare un paragone, perché fra i romanzi che mi piacciono ci sono i thriller adrenalinici, quelli dove tutto succede velocemente, dove l’azione è concitata e ininterrotta (ad esempio l’ultimo letto: “Non guardare nell’abisso“, di Massimo Polidoro).

Questo romanzo è completamente diverso come narrazione, eppure ha lo stesso effetto, ti attanaglia alle pagine e non riesci a staccarti finché non hai finito. Se nei primi tutto accade veloce, tutto è immediato ed ogni azione chiama la successiva in un crescendo di tensione, in questo si ha una prevalenza sulla psicologia dei personaggi: i lettori conoscono le loro storie, si ingarbugliamo nei loro pensieri, vivono le loro emozioni e le loro paure in un contino di flash back, pensieri, attese, riflessioni.

Se da un lato il thriller di Polidoro è bello perché è vissuto tutto d’un fiato, questo è bello perché è lento. Ma non noioso, quel lento che ti permette di conoscere. Se l’altro ti da una scarica di adrenalina come se scendessi in bici, senza freni, dalla vetta di una montagna, questo è come una passeggiata leggera per giungere in vetta alla stessa montagna, dove ogni nuovo passo ti apre un frammento in più di panorama, un nuovo piccolo scorcio di cui stupirti. Due modi di affrontare la stessa montagna (oddio, ecco che sbuca, inatteso, Mann 🙂 ) in modo completamente diverso ma ugualmente bello.

E se nei thriller adrenalinici ti trovi a fare il tifo per qualche personaggio, in questi psicologici non puoi, alla fine, non provare empatia verso i protagonisti, anche quelli “negativi”. E’ vero che (questi ultimi) hanno commesso un delitto, ma quando hai ascoltato i loro pensieri, quando hai seguito il filo della loro (particolare) logica, quando – conoscendo le loro storie – ti metti un po’ nei loro panni, comprendi (pur senza giustificare) perché sono arrivati a quel passo. E ti dici che forse, con vari se e vari ma, il personaggio poteva venirne fuori in modo diverso.

A mio modesto parere, poi, questo secondo capitolo delle avventure di Rebecka è ancora meglio del primo. La Larson scava più a fondo rispetto al precedente: alcuni personaggi ti diventano quasi familiari, come se li conoscessi da tempo.

Siamo in tempo di ferie: è forse – questo – un romanzo da portarsi sotto l’ombrellone? Insomma… Sì, io me lo son portato, ma non posso dire si adatti bene ad un clima allegro da spiaggia. Perché a volte ti costringe ad estranearti, ad isolarti. C’è anche un fattore pratico: 400 pagine per circa 5 cm di altezza. Non è proprio un tascabile, diciamolo. Il tutto per 12,50 Eur (prezzo di copertina dell’ottava edizione – anno 2014). Insomma, il prezzo non è male: è in linea con quello che mi aspetto per questi romanzi. Anzi…

Un ultima nota sulla traduzione. Nel precedente post (per il precedente romanzo) mi aveva colpito un elemento: il colore “uva ursina” usato per descrivere le labbra di una persona. Questa volta invece abbiamo “uva di montagna“. Che, credo di aver capito, è la stessa cosa. La traduttrice è la stessa: Katia De Marco… Sarei curioso di sapere come mai questo cambiamento. Ma per il resto mi sembra perfetto come nel precedente caso.

Mi rimane solo da augurarvi buona lettura. E vi avviso che ho già preso il terzo capitolo della saga…