Guaritore galattico (Philip K. Dick)

“Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve” (Isaia 1, 18)

Confesso di essere in difficoltà: questo romanzo di Dick mi ha lasciato con più domande di quello che mi aspettavo. Le opere di questo fecondo autore americano hanno sempre qualcosa di fondo: una domanda di vita, una riflessione sull’essere. Ma in questa non riesco ad inquadrare il punto di vista che voleva dare l’autore.

Il romanzo è coetaneo di Ubik: in tutti e due si affronta il tema della vita, da due angolature completamente diverse, quasi complementari, ma con la stessa serie di domande: chi siamo noi? viviamo per noi stessi o in quanto parte di un qualcosa di più grande? siamo quello che facciamo o facciamo qualsiasi cosa in quanto siamo?

La trama è semplice: sono i personaggi che la rendono densa e consistente. Joe è un terrestre in un mondo (futuro) in cui la terra è sovrappopolata. Il suo lavoro è “guaritore” di vasi e ceramiche in genere; non riparatore o restauratore (che incollano i pezzi aggiungendo materiale esterno) ma proprio guaritore: con uno strumento particolare riesce a riscaldare fino al punto di fusione la ceramica e a rincollare i vari pezzi, come se la frattura non fosse mai esistita.

Fra i tanti mondi conosciuti il Pianeta dell’Aratore è una landa semi desolata in cui abitano varie forme di vita. Una di esse, Glimmung, contatta Joe per affidargli un lavoro (dobbiamo dire che sulla terra Joe non se la passa tanto bene, in quanto non ci sono più – ormai – vasi rotti da riparare). La natura di Glimmung è strana: c’è chi lo definisce un semi-dio (onnipresente, quasi onnipotente, con poteri particolari) e quasi lo adora come salvatore, e c’è chi ha quasi paura di questa entità e della libertà che essa potrebbe limitare.

Joe, insieme ad altre persone, deve aiutare Glimmung in una impresa ciclopica: risollevare la “cattedrale” dal mare dove è sprofondata, per poi ricostruire tutte le ceramiche in essa presenti e ridotte in frantumi. Ma il mare dove giace la cattedrale è pieno di misteri, tanto che Joe incontra sé stesso morto.

Al di là della riuscita dell’impresa il romanzo si basa molto su simbolismi (alcuni spiccatamente religiosi, come – appunto – la cattedrale).

Partiamo da Joe: praticamente la sua vita non ha più un senso, senza lavoro. Mancando di operosità vengono a mancare anche la voglia di vivere, la voglia di costruire qualcosa, tanto che l’unica occupazione che riesce ancora in parte a distrarre Joe è un gioco telefonico che compie più volte al giorno con persone sparse per la terra.

Come Joe, le altre persone contattate da Glimmung sono alla frutta: hanno perso il lavoro o la voglia di fare qualcosa, si stanno chiedendo tutte che senso abbia la loro vita. Ed ecco che Glimmung dà loro l’opportunità di creare nuovamente qualcosa, di dare uno scopo alla loro esistenza.

Si è detto che Joe è un guaritore di vasi. Non uno che li riappicica, ma uno che li fa tornare come erano prima (da questo mi è venuto l’idea di usare il versetto del profeta Isaia come apertura del post): non una frattura che si ricompone e di cui rimane il segno, ma un rinnovamento completo, come le vesti che da sporche ritornano candide come appena fatte, senza un alone né una macchia. Ma Joe non è il Dio che può lavare le vesti, allora perché ha un compito da Dio?

Glimmung non può riuscire da solo nella sua impresa: e quasi onnipotente, ma alcune cose non può farle senza l’aiuto degli altri. Per questo convoca tutte le persone (ognuna esperta in un settore diverso – ma è poi importante davvero che siano tutte di settori diversi?) per aiutarlo nel far riemergere la cattedrale e farla tornare all’antico splendore. E per questo ingloba (sì, letteralmente) queste persone nel momento più duro: queste persone, tutte insieme, si sentiranno parte di una sola entità pur rimanendo ognuna distinta dalle altre. Tutti insieme, una unica entità in cui si assommano le caratteristiche di tutti (ma senza che qualcuno schiacci gli altri) è come un Dio: ha potere di creare, di rinnovare, di riportare alla luce qualcosa che era considerato morto.

La squadra: uno degli assiomi di Dick. La somma delle caratteristiche dei componenti della squadra è maggiore della somma delle caratteristiche di ogni singolo componente. In parole povere: essere squadra dona quel qualcosa in più. Il classico “l’unione fa la forza”? E’ diverso: non è una somma di forza bruta (da solo non ce la faccio a spostare quel masso, in tre ce la facciamo…) ma un completamento di caratteristiche diverse e complementari.

Il mare del Pianeta dell’Aratore, dove è sprofondata la cattedrale, è quasi un non-luogo, un eterno oblio dove passato e futuro si uniscono: Joe, attraverso il suo “zombie” (il suo io “morto” – anche se le cose nel Pianeta dell’Aratore non muoiono mai completamente), ritrova una parte di sé stesso. Nel mare, poi, Glimmung e gli altri subiscono una metamorfosi mentre recuperano la cattedrale. Tutto regredisce (forte parallelismo con Ubik) fino a tornare all’essenza (in Ubik la regressione era sintomo di qualcosa che non quadrava, qui è sinonimo di un ritorno all’io più profondo). Anche la cattedrale, mentre viene sollevata, torna all’essenza, ad essere quasi un bambino. E quando emerge, con una immagine che evoca la rottura delle acque, è come se nascesse nuova, come se il passato non ci fosse più, come se fosse stata guarita.

Come vedete i temi affrontati da Dick in questo romanzo sono tanti, e se volessimo svilupparne ognuno singolarmente saremmo costretti a discuterne per giorni. Ho completato la lettura del romanzo circa 2 mesi fa. Di solito entro un paio di giorni dalla lettura mi metto a scrivere il post relativo, ma questa volta non ce l’ho fatta: mi sono serviti due mesi per far sedimentare alcune riflessioni. E ancora non ho le idee chiare, nel senso che non ho inquadrato bene quale chiave di lettura volesse dare l’autore.

C’entra la religione e il rapporto di Philip con Dio (chi è Dio? Può essere raffigurato da Glimmung quando si unisce alle persone chiamate?), c’entra la ricerca di uno scopo nella vita e l’assenza che si trasforma in depressione, c’entra l’idea di squadra (di cui si è detto sopra) e dell’affermazione della propria individualità.

Chissà che non mi tocchi rileggere questo romanzo, magari fra qualche anno.

Intanto auguro a voi buona lettura.

Lungo i vicoli del tempo (Lanfranco Fabriani)

Fanta-Spy story a 4 dimensioni.

Capita di leggere una recensione di un libro su un sito qualsiasi, e capita di imbatterti in un “Premio Urania 2001” per la fantascienza. Capita di approfondire la trama e senti il formicolio sotto le dita, la voglia di sfogliare le pagine. E poi capita di trovare una edizione e-book (Kindle Amazon) a meno di tre euro e ti accorgi di aver cliccato su “acquista” ancor prima di averlo pensato.

Si parla di un romanzo di fantascienza, tutto italiano. Ma non proprio fantascienza: è anche una spy story. Ambientato tutto (escluso una piccola eccezione tedesca) in Italia e tutto nel nostro tempo. Ehm, no, in parte nel nostro tempo e in parte nel 1300. Ehm, neppure: in parte nel nostro tempo e in parte saltando – ai tempi nostri – nella Firenze del 1300. Insomma, faccio prima ad accennarvi la trama.

Spy story, quindi servizi segreti. Italiani, certo, ma anche francesi, con qualche accenno agli inglesi, ai tedeschi, agli israeliani. Agenti segreti, sì, ma con una specializzazione particolare: non saltano da un luogo all’altro del pianeta come fa James Bond, quanto piuttosto da un periodo storico all’altro (come fanno Topolino e Pippo con la macchina del tempo del professor Zapotec).

Andiamo con ordine: sembra che Leonardo da Vinci (e chi, senno?) sia stato in grado, fra le tante cose fatte, anche di descrivere la trasformazione da moto lineare in moto temporale permettendo praticamente il viaggio nel tempo. Ai suoi tempi mancava la precisione matematica che permettesse il funzionamento di una eventuale macchina, ma la teoria era tutta presente. Passata di mano in mano come tanti codici leonardiani questa scoperta ha permesso di costruire a quasi tutte le Nazioni della terra tante macchine del tempo. La gestione – praticamente in tutti i casi – è affidata ad una branchia speciale dei servizi segreti di ogni paese: in Italia all’UCCI (Ufficio Centrale Cronotemporale Italiano), di cui il protagonista (Mariani) è il vice direttore. Ah, ovviamente, esiste anche qualche cronoviaggiatore clandestino che ha una macchina tutta sua fuori dal controllo dei servizi segreti.

Non sto a spiegarvi come funziona la macchina e il viaggio nel tempo (l’autore stesso dice poco, per bocca di Mariani, solo spiegando ad alcuni sottoposti alcuni dettagli del viaggio del tempo) ma vi lascio immaginare le potenzialità che una macchina simile può dare. Solo un esempio: se tornando indietro si riuscisse a convincere una repubblica marinara italiana a finanziare il viaggio di Colombo, i vantaggi ricadrebbero tutti sull’Italia invece che sulla Spagna. O se qualcuno, saltando, per esempio, all’inizio della seconda guerra mondiale, fornisse ad Hitler le informazioni che permettessero al suo esercito di sconfiggere gli alleati, cosa sarebbe adesso dell’Europa?

In realtà, secondo le leggi scoperte dai navigatori cronotemporali, la storia ha un suo flusso: puoi ritardare una scoperta o un evento, ma la storia, alla fine, fa il suo corso e non c’è verso di modificarla in modo macroscopico. Ma qualche piccolo aggiustamento si può sempre pensare di farlo, per questo l’UCCI (insieme agli altri servizi segreti) vigila sulla storia e cerca di evitare che altri modifichino il suo corso, seppur di poco. Oddio, come in tutti i servizi segreti le regole vengono applicate o infrante in base alla convenienza, e qualche volta qualche ritocchino viene dato.

Ogni servizio segreto ha “basi” in “snodi” strategici: uno snodo è un luogo in un certo momento storico e la base è una casa sicura con, al suo interno, una macchina del tempo. Mariani, prima di diventare vice direttore dell’UCCI (grazie, oltretutto, a spinte politiche) era caposezione di “Firenze 1300”: insieme alla sua squadra raccoglieva informazioni dai mercanti che, da tutta Europa, si recavano a Firenze per scambiare merci o trattare finanziamenti. Ma la sua squadra, da quando lui l’ha lasciata, sta cadendo sempre più allo sbando, tanto che Mariani viene incaricato di indagare su cosa stia succedendo. Richiesta strana: mandare un vice direttore ad indagare su una sezione, ma – in lotta per il posto di direttore – Mariani è quasi obbligato ad accettare, e ciò gli garantisce, comunque, di poter controllare che non ci siano eventi che possano discreditarlo nella corsa alla poltrona più importante.

Fra varie vicissitudini sia nel Tempo Reale (il tempo in cui vivono i protagonisti) che in quello Altro (il tempo nelle varie sezioni); fra tentativi di omicidi, tradimenti, doppi giochi e tanto altro, Mariani deve lottare sia per la sopravvivenza lavorativa che per quella fisica. Riuscirà il nostro eroe… (eccetera eccetera eccetera)? Bè, ve lo posso anche dire (perché, come tutti i buoni romanzi una parte del finale è scontata): Mariani sopravvive e scopre vari intrighi. Ma ci sono alcuni colpi di scena interessanti.

Punti positivi del romanzo: è una spy story (e a me piacciono), è italiana (c’è un sottofondo di ironia che contrasta con le classiche storie spionistiche serie e muscolose), attraversa due mondi. C’è la tensione tipica delle spy story, l’intrigo, l’inganno, ma tutto contornato da una cortina ironica, che sminuisce l’intensità della vicenda rendendola leggera (mi fa ridere la burocrazia, tutta italiana, nel gestire gli uffici dell’UCCI). E, pur lasciandoti nel tuo mondo (il Tempo Reale è il nostro secolo) ti trascina nella Firenze del 1340. L’autore non si addentra nella descrizione minuziosa della città (anche se indica alcuni particolari) né della vita dei personaggi dell’epoca (anche se tratta alcune vicende storiche) ma ti fa comunque vivere parte di quell’ambiente. Tanto che, passato in centro a Firenze appena due giorni dopo aver finito il libro, mi son ritrovato a cercare gli angoli descritti nel romanzo e la “sede” fiorentina dell’UCCI.

Punti negativi: il romanzo forse poteva esser diviso in due storie distinte, una completamente nella Firenze del 1300, l’altra ai giorni nostri (con, comunque, compenetrazioni fra esse). Siccome le due vicende sono collegate solo dal personaggio di Mariani (e solo perché entrambe fanno capo a lui) si poteva tentare di dividerle in modo da concentrarsi su una alla volta. Così anche l’ambientazione fiorentina ci avrebbe guadagnato. Altra nota dolente: la spiegazione del viaggio nel tempo e le leggi che lo regolano. Le cose che si capiscono vengon fuori solo a spizzichi e bocconi nel corso del romanzo, ma alcuni punti rimangono oscuri (come la faccenda dei salti temporali dinamici). Niente che guasti la lettura, ma vieni costretto alla fiducia incondizionata. Va anche bene: è un romanzo, ma a me piacerebbe avere qualche dettaglio in più.

Una nota sui viaggi del tempo (nei romanzi e nelle opere di fiction). Fabriani usa “impostazione” maggiormente in voga anni fa, secondo la quale la storia è un continuum unico e se si va indietro nel tempo quello che combiniamo si propaga fino alla nostra epoca. Insomma, la filosofia di Terminator: torno indietro per uccidere la donna da cui nascerà il mio avversario. Attualmente si preferisce più l’ipotesi dei molti mondi. Se torno indietro nel tempo creo una biforcazione temporale: il mondo da cui provengo continua ad esistere così come lo conosciamo, ma dal momento in cui compaio indietro nel tempo inizia un nuovo mondo, parallelo e molto simile al mio, ma diverso. E’ quello che succede in “Star Trek – Il futuro ha inizio” quando Spock torna indietro nel tempo passando attraverso un buco nero: si trova in un universo parallelo i cui personaggi sono al tempo stesso i medesimi del precedente ma hanno vite proprie ed indipendenti da esso. Questa seconda filosofia, diciamocelo, fornisce agli sceneggiatori cinematografici maggior spazio di manovra e permette, come nel caso di Star Trek, di ricominciare da zero una saga con personaggi uguali ma diversi.

Un romanzo, concludendo, sicuramente da portare sotto l’ombrellone. Il livello di fantascienza è “tollerabile” anche a chi non apprezza il genere e secondo me può essere un prodotto molto gradevole per passare un po’ di tempo libero. Senza contare, poi, che l’edizione elettronica costa meno di 3 euro. Non aspettatevi un Phil K. Dick e le sue riflessioni sul mondo, ma piuttosto qualcosa di gradevolmente leggero.

Buona lettura.

 

La prova nascosta (Laurence Cossè)

Cosa succederebbe se venisse proposta una prova, palese e scientifica, della presenza di Dio?

Immagino che un argomento simile sia già stato trattato in passato, ma (ammetto, anche un po’ per pigrizia) non ho fatto ricerche e non so in quali altri modi sia stato affrontato. L’argomento è quello scritto in corsivo: l’autrice prova a chiedersi cosa potrebbe succedere al mondo se Dio fornisse una prova, palese, ineccepibile, inconfutabile, della sua presenza.

Ambientato nella Parigi dei giorni nostri, il romanzo vede pochi personaggi affrontare, nel corso di pochi giorni, questo “dilemma”: Bertrand Beaulieu, un frate “casuista” (una confraternita simile, per struttura e cultura dei personaggi, ai Gesuiti, ma assolutamente inventata ai fini del romanzo) riceve da tempo lettere da Martin, una persona ossessionata dal dimostrare l’esistenza di Dio. Un’ossessione quasi malata, che potrebbe sfociare in pazzia: padre Bertrand lascia l’ennesima lettera di Martin come ultima da sfogliare quel giorno perché – anche se sa da chi arriva la lettera e cosa contiene – risponderà solo dopo aver sbrigato tutta la corrispondenza “ordinaria”.

Quando finalmente si decide ad aprire la lettera, il frate vi troverà solo pochi fogli. Se in passato aveva dovuto lottare con argomentazioni filosofiche, matematiche, fisiche, molto corpose – e a tutte aveva trovato punti fallaci che le smontavano – quella volta rimarrà sorpreso dalla semplicità della spiegazione. Ma la cosa che lo sconvolgerà più di tutte è che la dimostrazione è di una ovvietà sconcertante, oltre che palesemente corretta e inoppugnabile.

Da qui si scatenano una serie di eventi che portano il frate ed alcuni fra superiori e colleghi, a Roma, in Vaticano, oltre a sconvolgere gli alti ranghi del governo francese.

Il mondo trarrà vantaggio da questa rivelazione? Vista l’impossibilità di attaccarla, e visto il positivo sconvolgimento delle anime che si arrischiano a leggerla, sorgerà la vera pace? O il mondo sarà scosso dai tumulti di coloro che non vogliono credere? O addirittura altre religioni cercheranno di attaccare con ogni forza (anche quella bruta) chi crede? E la Chiesa, che fine farà?

Il cuore del romanzo dovrebbe essere proprio il dilemma sulla reazione degli uomini a questa prova. Come la prenderanno? Chi ha letto la dimostrazione è fiducioso che anche tutti gli altri possano capirla e trasformare la propria vita in senso positivo. Chi non l’ha letto (o non la vuole leggere) ha paura che ciò sconvolga il mondo, l’economia, tutto lo stato di cose attuali (un personaggio ipotizza, in una battuta, che se la prova fosse resa pubblica si troverebbero la Francia come un enorme monastero: tutti intenti alla vita contemplativa e non a lavorare e consumare).

Una volta, in un tema scolastico, ci chiesero di immaginare l’esplorazione di nuovi mondi. Una specie di tema fantascientifico per dare spazio alla nostra immaginazione. Io ricordo ancora la motivazione del mio (come spesso accadeva) scarso voto: la prof mi disse che mi ero disperso, avevo vagato troppo in tanti mondi senza approfondirne uno in particolare. Insomma, avevo fatto un “minestrone” di cose immaginifiche ma sfiorandole tutte, senza trattarne una in modo specifico.

Il romanzo della Cossè è interessante, sì, ma mi sembra si perda in queste riflessioni come io mi persi sul tema. Non analizza né lo stato d’animo dei protagonisti (tutti coloro che leggono rimangono come beatificati, quelli che non credono pensano a sconvolgimenti anche catastrofici, ma di nessuno è descritta la trasformazione, i dubbi interiori, le domande profonde) né approfondisce l’evoluzione della situazione in caso la notizia venga divulgata. Solo un accenno viene fatto attraverso i dubbi del superiore di Bertrand: lui vede nella rivelazione la fine del mondo (e spiega, al suo superiore, perché).

Se parliamo solo di  vicenda romanzata, insomma, non ho molto da eccepire (alcune conclusioni io le avrei affrontate in modo diverso, ma il romanzo si conclude comunque in modo coerente). Se parliamo dei personaggi, invece, non posso dirmi molto contento: se all’inizio sono tratteggiati con cura, nel finale diventano figurine di un fumetto in bianco e nero (senza spessore né colore), come se la vicenda ne mangiasse le peculiarità e loro si facessero travolgere da essa.

Sò, e devo spezzare una lancia a favore della Cossè, che mantenere l’attenzione su un solo personaggio o su pochi di essi avrebbe dato luogo a molto più materiale. Avrebbe dovuto affrontare, questo personaggio, una revisione completa della sua vita e del suo modo di pensare, e questo si sarebbe trasformato in pagine e pagine di testo, a volte pesanti. Se da una parte mi dico che questo avrebbe dato spessore al romanzo, dall’altra penso che il testo avrebbe assunto una (ricca) pesantezza mal digeribile da molti lettori (me incluso). Sono quindi combattuto fra una critica al modo di sviluppare la vicenda (soprattutto nella coscienza dei personaggi) e un ringraziamento all’autrice per aver mantenuto la questione leggera.

Un ultima nota, personale. Nonostante la leggerezza devo dire che qualche domanda il lettore, alla fine del libro, se la pone. Che uno sia credente oppure no prova a immaginare cosa succederebbe se una prova del genere venisse fornita davvero. Oppure ci si chiede “casa farei se una prova contraria all’esistenza di Dio venisse palesemente mostrata?”. La riflessione può rimanere leggera, oppure si può scavare a fondo, ma la domanda – se si legge il libro – non si può evitare di porla a noi stessi… Non vi dirò certo qui, però, quali sono le mie riflessioni.  

Pur non essendo un thriller, il romanzo scorre abbastanza veloce e mantiene una certa tensione. L’autrice riesce a tenere il lettore appeso ai vari capitoli (alcuni molto brevi) e alla vicenda in generale. Anche in questo caso è qualcosa di leggero (non si ha la bramosia di leggere il capitolo successivo, ma neppure ci si addormenta col libro in mano).

Il romanzo si trova a 8,99 Eur su Amazon (versione Kindle, contro i circa 16 euro in versione cartacea). Se cercate qualcosa di spensierato o di intenso rivolgetevi ad altro, ma se la cosa vi incuriosisce, è un romanzo che si legge abbastanza bene e che può accendere, in qualsiasi modo la pensiate, qualche riflessione.

Buona lettura.

Marziani, andate a casa! (Fredric Brown)

Un nugolo di marziani dispettosi rompe le scatole alla popolazione mondiale. Vorranno forse invadere la terra o ci prendono solo in giro?

Continua la serie fantascientifica in e-book: anche questo libro preso (a poco prezzo) su Amazon. Ma, in questa opera, la fantascienza è solo un pretesto per affrontare in modo ironico le nostre paure.

Prendete uno scrittore mediamente bravo che è in crisi creativa. Aggiungete un filone letterario in voga come la fantascienza. Portate lo scrittore al punto di cottura massimo (scadenza incombente, anticipo dell’editore già speso, e neanche uno straccio di idea) e date il via alla storia.

Luke Deveraux è lo scrittore in crisi creativa e si ritira in una capanna nel deserto per ritrovare l’ispirazione per il suo romanzo fantascientifico che non vuol proprio saperne di partire. Meditazione? Lettura di altre opere sul tema? Osservazione della natura e estrapolazione di una trama? Macché: per trovare la giusta ispirazione si imbottisce la sera di alcool quanto basta per farlo ubriacare senza dover subire il mal di testa la mattina dopo. Però rimane abbastanza lucido anche da pensare. E il suo pensiero sembra avere talmente tanta potenza da diventare vero. Un marziano si para davanti a lui, proprio come lui stava immaginando nella sua testa. Il momento è molto particolare: Luke si sente il primo uomo ad aver contattato fisicamente un marziano e vorrebbe fargli milioni di domande ma… si blocca. L’emozione, forse l’alcool, le mille idee gli impediscono di fare domande concrete all’ospite.

Ma Luke si è illuso: non è che i marziani hanno scelto lui come primo contatto: ne stanno arrivando a migliaia, anzi, a milioni sulla terra e la loro principale attività è quella di dare noia alle persone. Intoccabili (sembrano immateriali), senza peli sulla lingua, qualsiasi cosa una persona faccia almeno uno di loro è lì a commentare in modo sarcastico tutto quello che vede. Anche se non può interagire materialmente, il marziano riesce a rompere le scatole con la sua sola presenza.

Brown si diverte a descrivere varie situazioni in cui i marziani rompono le scatole grazie ai loro poteri: lettura del pensiero, vista notturna come i gatti, capacità di imparare le lingue in pochi minuti, di passare oltre porte e muri… Tutte capacità che li descriverebbero come super eroi, ma abbinate ad un caratteraccio tale da farli odiare anche dalle persone più buone della terra. Peggio, quasi, dei disturbatori televisivi che spesso si mettono dietro ai telegiornalisti per disturbarli durante il loro servizio.

Ma se non fossero veri? Se fossero solo frutto della mente di Luke? E’ quello che il protagonista si chiede, anzi, crede sempre più fermamente. Una visione solipsistica del mondo: tutto scaturisce dalla sua mente, anche gli altri, anche i marziani. In fondo il primo marziano è apparso proprio mentre lui lo stava pensando, e proprio come lo stava pensando. Quindi… Quindi cosa, caro Luke? Sarà anche questa una tua illusione? Perché se hai ragione tutto è immaginazione…

Lasciamo stare la trama e concentriamoci proprio su questo aspetto, perché è su questo che Brown fa leva per la scrittura del romanzo. Se davvero i marziani fossero frutto della propria fantasia e la loro materializzazione fosse dovuta solo al fatto che tutto accade nel nostro cervello? Una visione (oggi possiamo dirlo) alla Matrix, dove tutti (o anche solo uno di noi) fisicamente dormiamo, e tutto quello che accade è creato dal nostro pensiero. Luke, ad un certo punto del romanzo, rifiuta di vedere i marziani, li considera, appunto, frutto della sua immaginazione e infatti per lui non esistono più. Sa che gli altri li vedono, sa che ci sono ancora, ma lui né li vede, né li sente, né li considera. E si domanda: “e se fosse sufficiente smettere di immaginarli per farli sparire”?

Secondo me, però, il tema non è approfondito a dovere. Io, al posto di Luke, se mi rendesi conto di una cosa simile sarei spaventato perché – come i marziani – allora tutto sarebbe “finto”, non nel senso di falso ma di non esistente. Tutto frutto della mia immaginazione. Io solo, senza interazioni fisiche con nessuno. Talmente solo che sono costretto ad immaginare e generare con la fantasia una vita.

Brrr, mi viene un brivido. Spostiamo la concentrazione dalla filosofia all’umorismo. Devo confessare che leggendo una recensione di questo romanzo mi aspettavo dei marziani più sagaci, caustici e cattivi. O meglio: mi aspettavo che venissero descritte più a fondo le azioni (e soprattutto le parole) con cui i marziani esprimevano tutta la loro sagacità, il loro essere caustici e la loro cattiveria. Mi spiego meglio: i marziani sono rompi scatole, ma nel libro si vedono gli effetti di questa loco cosa. Io mi aspettavo, invece, che si “vedesse” l’azione diretta che porta a quegli effetti.

Nonostante ciò ho trovato il libro molto carino, profondo e al tempo stesso ironico. E confesso che l’idea del marziano rompiscatole mi ha appassionato subito, perché diversa dal solito racconto di fantascienza dove i cattivi extraterrestri venivano per conquistare. In questo caso non sappiamo neppure il motivo per cui sono arrivati sulla terra, nessuno di loro – anche se interrogato – dà una spiegazione né si apre un minimo all’interazione con gli umani.

Insomma, via, una lettura gradevole dove la fantascienza fa da sfondo anche a riflessioni personali.

Buona lettura

I figli dell’invasione (John Wyndham)

Prendete un paesino della campagna inglese, un paese noioso, dove non succede mai nulla, dove ciò che alcuni chiamano calma per la maggior parte degli altri è noia. Fate succedere qualcosa di particolare in questo paesino e otterrete un romanzo come quello di Wyndham.

Ma non banalizziamo: questo romanzo non è assolutamente una banale storia di fantascienza, ma quasi un trattato sull’umanità e su come affrontare la diversità, tutto mascherato da avventura fantastica.

Durante quello che sarà poi chiamato “il giorno saltato” a Midwich accadono cose strane: quella che sembra una astronave aliena (nessuno riuscirà ad identificarla bene, ma questo non importa) è posizionata proprio nel centro di una “bolla” che tiene addormentati tutti gli abitanti del paese. Chi passa il confine della bolla si addormenta immediatamente, mentre chi viene tratto fuori dal l’influenza dell’oggetto non identificato si sveglia senza ricordare niente e senza avere effetti collaterali.

Ma gli abitanti del paese scopriranno ben presto che un particolare effetto collaterale la visita aliena l’ha avuto. Circa un mese dopo che la navicella se n’è andata tutte le donne in età fertile presenti al momento della “visita” si accorgono di essere incinte. Ecco il punto cruciale: una nuova specie innestata in ospiti umani. Come comportarsi? Nel paese decidono di portare avanti le maternità (cosa che sembra irreale pensando a racconti odierni dello stesso genere): verranno dati alla luce quasi 60 bambini, tutti uguali (tanto che solo alcuni abitanti riescono a riconoscere i bambini l’uno dall’altro) e tutti con la sinistra capacità di influenzare la volontà delle persone nei dintorni.

Una specie, quindi, adattissima a soggiogare il genere umano. Ma perché? All’autore non interessa tanto definire un perché (non sapremo mai se si tratta dell’avanguardia di una invasione aliena o di un esperimento o di qualsiasi altra cosa) quanto approfondire le relazioni interpersonali fra le due specie diverse. Come ci comporteremmo noi di fronte a dei ragazzi che difficilmente riescono a socializzare ma che possono tenerti in scacco (e costringerti ad azioni deleterie) in qualsiasi momento?

Dallo sgomento iniziale si passa alla paura, in un crescendo costante e ben architettato dall’autore. Fino al momento in cui verrà presa una decisione definitiva, quella che risulta essere l’unica soluzione plausibile. Che, ovviamente, non vi racconterò.

Non conoscevo l’autore: ho deciso di comprare il libro dopo una recensione letta su Internet (se ricordo bene era un articolo su Query, la rivista del Cicap). E mi ha sorpreso trovare solo la versione Kindle (e-book reader di Amazon). Io amo più i libri cartacei, ma visto che costava poco ho deciso di provare l’acquisto (per la lettura non è necessario avere l’apparecchio Kindle: basta il programma, disponibile gratuitamente sul sito di Amazon, ed installabile su PC, tablet e prodotti Apple).

Il protagonista principale, nonostante entri in scena in tono sommesso e sembri, nelle prime pagine, uno stravagante gregario, è Gordon Zellaby, scrittore residente a Midwich e arguto osservatore: è lui ad accorgersi per primo delle capacità dei ragazzi, e sempre lui a dedurre la natura della loro personalità. Lui riesce a instaurare un rapporto che non possiamo definire di amicizia ma almeno di pacato rispetto fra lui stesso e i ragazzi. Ed è sempre lui, infine, a capire le implicazioni delle capacità dei ragazzi e ciò che potrebbe succedere alla razza umana.

Proprio attraverso di lui arriviamo a porci domande fondamentali: come dobbiamo comportarci davanti a caratteristiche tanto singolari? Sono una minaccia per noi, oppure una opportunità? Quali azioni diventano lecite se ci sentiamo minacciati. Ma, soprattutto, davanti ad una entità che ha sembianze umane, intelligenza umana (o maggiore), ma va al di là di quelle che sono le caratteristiche umane, possiamo ritenere tali esseri della nostra stessa specie?

Una è la domanda fondamentale che Gordon si pone parlando con altri personaggi principali: se l’omicidio, per definizione, è l’uccisione di un essere della propria specie, possiamo definire omicidio l’uccisione di uno dei ragazzi, esseri morfologicamente umani ma con caratteristiche diverse dalla nostra specie? Sembra una questione di filosofia teorica, ma nella realtà romanzata diventa di una importanza fondamentale e tremendamente attuale. Ne va, in poche parole, della propria vita.

Non ho cercato se esiste una versione cartacea del romanzo, ma sicuramente qualcosa si dovrebbe trovare. E poi, nel caso, va bene anche la versione elettronica… Però consiglio di leggere questo romanzo, soprattutto a chi ama la fantascienza (in particolare quella un po’ retrò).

Buona lettura.