Nuova edizione de “La macchina del tempo” di Wells

Notizia veloce veloce…

Sta per uscire (fine febbraio) per Einaudi una nuova edizione de “La macchina del tempo“:

Il capolavoro della letteratura fantastica nella nuova scintillante traduzione di Michele Mari

Ho sempre apprezzato il film (quello del 2002), tanto che me lo son  visto due volte, e mi ha sempre incuriosito l’autore (che ha scritto un altro – a dire di molti – capolavoro di fantascienza: “La guerra dei mondi“, sviluppato in vari film, l’ultimo del 2005 con Tom Cruise e diretto da Steven Spielberg), quindi penso di non farmi scappare questa edizione.

Come dice il sito Einaudi, si tratta di una nuova traduzione a cura di Michele Mari, che è scrittore e saggista, nonché traduttore (fra l’altro) de “L’isola del tesoro” di Stevenson (edizione Rizzoli 2012). E sapete che un buon traduttore è necessario per certi capolavori: a vedere alcune info del traduttore su Wikipedia pare proprio che possa valere la pena acquistare questa edizione del libro.

Sembra, insomma, promettere bene: ve ne parlerò meglio, però, dopo aver letto il libro. Se, però, qualcuno di voi ha altre indicazioni, le aggiunga nei commenti!

Buona lettura!

Nelle nebbie del tempo (Lanfranco Fabriani)

Nebbietempo (1)Quando si viene “rapiti” dal primo romanzo di un autore, si cerca di leggere anche i successivi. Soprattutto se anche questi hanno ricevuto il premio Urania, come il primo. Oddio, ormai so che il “secondogenito” (sia esso libro, film o qualsiasi altro oggetto) è un azzardo: può essere qualitativamente in linea col primo (e qualche volta anche migliore) ma è più probabile (e questo vale soprattutto per i film) sia peggiore.

Devo dire che questo secondo romanzo di Fabriani mi ha lasciato a metà strada fra l’essere “in linea col precedente” e l’essere “peggiore”. Perché stilisticamente non è male. Neppure come intreccio giallo / Spy-Story è male. Forse, l’unica cosa che mi soddisfa meno, è la parte peculiare di questi romanzi, cioè il vivere parte della storia nel passato. Mi spiego meglio: se nel primo una buona parte dell’azione si svolge nella Firenze del 1300 e l’intreccio spionistico si sposta principalmente fra i due assi temporali (Tempo Reale e Tempo Altro: Firenze 1300), questo secondo è – sostanzialmente – ambientato quasi esclusivamente nel presente. Ci sono “parentesi” di Genova 1450 (circa) e della prima guerra mondiale, ma sono meno intriganti rispetto a quanto accade nella prima opera. Detto tutto questo: il romanzo è godibilissimo e si legge quasi tutto d’un fiato.

Ma andiamo per gradi. Per chi non lo sapesse in questa fiction letteraria i viaggi nel tempo sono possibili grazie ad una intuizione di Leonardo da Vinci, messa a frutto, però, solo negli anni ’60 da vari servizi segreti delle maggiori potenze mondiali, fra cui l’UCCI (Ufficio Centrale Cronotemporale Italiano). Questi servizi si occupano di verificare (ed impedire) che la storia venga stravolta. Non che basti una azione nel passato per sconvolgere il futuro (come dice la legge di conservazione della storia, quello che deve accadere accade: lo si può ritardare, anticipare, modificare leggermente, ma accade), ma si deve pur vigilare che qualcuno non si approfitti per scatenare, con piccoli eventi, grossi stravolgimenti.

L’UCCI si ritrova a dover fronteggiare dei cronoviaggiatori non identificati nella Genova del 1450: questi tizi hanno preso di mira il bambino Cristoforo Colombo. Immaginatevi il putiferio per Genova, che in quegli anni non stava proprio bene (c’era un po’ di crisi) e che si vede invadere da agenti dell’UCCI, da crono-agenti americani, e di crono controllori vari  di altre nazionalità, tutti preoccupati che qualcuno cerchi, con un colpo di mano, di attentare addirittura alla scoperta dell’America. Chi sono queste persone? Proprio Marina Savoldi, segretaria del vice direttore dell’UCCI Mariani, si accorge che si riferiscono, nella loro lingua (il russo), a Lavrentij Pavlovič Berija. Ma ciò non è possibile perché i Russi sono arrivati molto dopo a costruire la macchina del tempo, e Berija non poteva averne una. Si tratta, perciò, di una macchina clandestina, probabilmente frutto di un tradimento da parte di qualcuno e – ahi ahi ahi – sembra costruita sui disegni di una macchina Italiana degli anni ’60: una serpe in seno all’UCCI ha venduto i segreti del viaggio temporale a qualcuno?

Contemporaneamente il direttore, chiamato da tutti affettuosamente “il vecchio”, ha un coccolone e rischia la pelle. Portato d’urgenza in una clinica privata al soldo dei vari servizi segreti italiani passa alcuni giorni fra la vita e la morte. Mariani deve, quindi, occuparsi anche delle lotte intestine fra i servizi segreti italiani, con SISMI e SISDE che cercano di accaparrarsi il controllo sull’UCCI, finora servizio indipendente dagli altri e posto, al pari degli altri, sotto l’ombrello del Ministero e del Comitato di Controllo.

 

Due fronti che Mariani deve affrontare da solo e per i quali dovrà affidarsi alla sua segretaria Marina, di cui non si è mai fidato tanto (anche se ne riconosce le grandi capacità di agente operativo); ma questo perché è un paranoico puro, uno che vede complotti in ogni dove e persone che possono tradirlo in ognuno di coloro che si trova accanto.

Per questo deve agire da solo: la macchina del tempo clandestina deve sparire, ed è bene che solo in pochissimi sappiano tutta la storia ad essa legata. L’UCCI deve essere salvaguardato dagli avvoltoi che cercando di posarsi al capezzale del suo direttore, ed è Mariani che deve affrontarli e scacciarli. E, ovviamente, va trovato quel traditore che ha venduto un segreto così importante a dei pazzoidi che cercano di rapire Colombo pensando così di evitare la scoperta dell’America (o forse pensando di poterla colonizzare loro per primi).

Come accennavo all’inizio, una parte bella del primo romanzo è quella legata a Firenze del 1300. L’intreccio spionistico presente in esso vive sia in quel luogo e quel tempo che nel Tempo Reale a Roma. E la parte di racconto ambientato a Firenze rendeva il tutto più caratteristico e particolare; non lo si può dire un romanzo storico (anche se erano rappresentate alcune realtà storiche), ma questa parte aggiungeva fascino e curiosità alla storia.

In questo secondo romanzo, invece, è proprio la parte storica ad esser carente. Mariani fa dei salti nel passato (Genova, appunto, ma anche in un certo momento della prima guerra mondiale per scoprire… che cosa scopre lo dovete legger da soli 🙂 ). L’intreccio giallo-spionistico si regge in piedi senza problemi ma manca, appunto, quel fascino legato a far vivere, al lettore, la Genova del piccolo Colombo.

Rimane un bel romanzo, che mi son letto in quattro e quattr’otto, con un doppio filo che intriga il lettore (i viaggiatori clandestini e gli avvoltoi che volteggiano sopra l’UCCI) e con uno stile scoppiettante. Mi è toccato – fra le altre cose – cercarmi il romanzo su E-bay perché non lo si trovava sui canali ufficiali (il primo è stato ripubblicato come e-book, ma del secondo non  dato sapere se verrà ripubblicato in qualche forma). Ma è valsa la pena fare questa ricerca 🙂

Se vi piace la fantascienza, o le spy-story, allora in questo romanzo le troverete entrambe. Buona lettura (e buona fortuna per la ricerca, casomai voleste comprarlo).

Menzogne S.p.a. (Philip K. Dick)

(dal sito Fanucci)

Storia strana quella di questo romanzo di Dick, che viene riassunta da Paul Williams (esecutore testamentario di Dick) nella postfazione, stranezza che si rileva nella trama. I dettagli li vediamo fra un po’, ora credo si apiù opportuno fare un po’ di chiarezza (ma limitandomi a poche righe).

Utopia andata e ritorno (The Unteleported Man) è il primo titolo assegnato, quando (intorno al 1964) Dick estende un racconto già creato inserendo alcune parti su richiesta di un editore (che voleva – a me sembra buffo ma è vero – che il romanzo si adattasse ad una certa immagine di copertina, che non so quale fosse). Vuoi per questa aggiunta, vuoi per modifiche successive, la storia fu pubblicata più volte sempre con piccole (e a volte grandi) differenze. Quella che è arrivata a noi sembra essere la versione definitiva (secondo Williams) riaccorpata dopo aver ritrovato tutti i pezzi che a suo tempo vennero persi. Ma, secondo me, si vedono alcune incongruenze…

Chi mi segue sa che adoro Dick, la sua idea di fantascienza che, come succedeva in quegli anni, si concentrava molto sull’indagine umana più che sulla tecnologia extraterrestre. E Dick immagina un mondo sovrappopolato (come in altri romanzi, ad esempio “Guaritore Galattico“), in cui le Nazioni Unite sono una organizzazione molto più forte della realtà odierna (e sono comandate da un tedesco) e molto militarizzata. In questo mondo ci sono alcune imprese commerciali che assumono il controllo di varie  funzioni (anche di sicurezza pubblica) e fra le due maggiori è in corso un conflitto.

Rachmael Ben Applebaum si trova in mezzo a questo conflitto: una delle due società ha inventato il teletrasporto, rovinando la ditta di trasporti interstellari Applebaum: per pochi poscrediti (valuta corrente) è possibile trasferirsi in pochi secondi su Neo Colonia, conosciuta anche come Bocca di Balena, a ben 24 anni luce di distanza; pianeta verde e pieno di promesse, prima fra tutte quella di alleggerire la popolazione terrestre. Unico problema: non si torna indietro. Non è possibile: il Telport (teletrasporto) funziona a senso unico. Almeno sembra.

Il brevetto del Telport è detenuto dalla THL, e la Lies incorporated pensa che ci sia qualcosa dietro. Applebaum si rivolge a loro perché ha un progetto folle: usare l’unica astronave che è rimasta in suo possesso, la Omphalos, per raggiungere Neo Colonia e capire cosa si nasconde dietro le verdi praterie che la pubblicità della THL propone per convincere le persone ad emigrare. E c’è anche un fine commerciale: Rachmael non crede che tutti siano felici, come dicono le pubblicità, e conta di trovare qualcuno da riportare a casa così da tornare in affari. Unico problema: la Omphalos, anche alla sua massima velocità, impiegherà circa 18 anni per giungere su Neo Colonia.

Ma perché la THL vuole impedire il viaggio di Applebaum? Perché osteggia le riparazioni dell’astronave e impedisce a Rachmael di reperire le apparecchiature per il sonno profondo, necessarie per un viaggio così lungo?  Sì, la convinzione che qualcosa non vada è sempre più forte e Applebaum riesce a convincere i dirigenti della Lies ad aiutarlo ad indagare. Una ditta il cui acronimo significa “menzogne” si impegna a scoprire la verità, ma quale verità?

Quello che emerge dal racconto è un viaggio verso la conoscenza intrapreso dall’eroe (Rachmael): la Omphalos (ombelico) potrebbe essere l’unico “cordone ombelicale” che ricollega Neo Colonia alla vecchia terra, i “figli” alla “madre”. E Applebaun potrebbe essere un nuovo Giona che, rigettato indietro dalla Bocca di Balena, avvisa la popolazione di un grave pericolo (Giona, dopo l’esperienza della balena, si convince di seguire il progetto divino, cioè annunciare a Ninive che, se non cambierà, verrà distrutta).

Perché dicevo che la storia è strana? Perché si vedono i vari passaggi: il romanzo comincia raccontando che i computer della Lies hanno fatto una cosa anomala, cioè hanno trasmesso informazioni che non erano bugie. E il destinatario era proprio Rachmael. Però questo filone finisce lì, non va oltre ai primi capitoli. E, sempre nella prima parte, è presente un personaggio immaginario, Abba, un vecchio saggio che vive nella mente (collettiva) di una parte della popolazione, personaggio che sparisce quando Applebaun viene teletrasportato su Neo Colonia. Ci sono, insomma, alcuni elementi che vengono accennati in una parte e spariscono in quella dopo. Come pistole di Checov che però non sparano.

Come mi capita spesso, ho bisogno di tempo per digerire i romanzi di Dick, e questo non fa eccezione. C’è tutta una parte in cui Rachmael, sbarcato su Neo Colonia (anzi, teletrasportato, tanto ormai ve l’ho detto), viene colpito da un dardo all’LSD e inizia un viaggio in un mondo parallelo, un “para-mondo”, uno dei tanti (12, dicono… perché proprio questo numero?). Quale è la realtà? Forse durante il teletrasporto le loro menti sono state riprogrammate? Quello che vedono è reale? E se più persone vedono cose diverse, quale è la “vera” realtà. Se volete un riferimento, potremmo richiamare il discorso di Morpheus a Neo in Matrix: la realtà è una serie di stimoli che il tuo cervello elabora, ma chi ti dice che ciò che il tuo cervello ti presenta sia davvero vero? Sembra quasi di entrare nella fisica quantistica, dove tutto è indeterminato, nebuloso, e diventa reale solo nel momento in cui lo si osserva (semplificando, ovviamente).

Qual è la realtà in cui vive Rachmael? E’ quella del suo para-mondo scoperto su Neo Colonia? Sono le persone che vede intorno a lui? E’ racchiusa nel libro che gli viene consegnato e che sembra conoscere tutto? Sono i mangiaocchi (questi strani esseri che si cibano dei propri organi visivi)? O è nella sua astronave in viaggio per Neo Colonia?

Chi legge questo libro può avere un senso di smarrimento, pensare che niente quadri, perdersi nel racconto, proprio grazie ai cambi di scena di Dick ma anche per colpa dei vari maneggiamenti fatti dall’autore e dai successivi curatori. Eppure quando arrivi alla fine tutto torna: è una semplice scatola, un distorsore temporale, che fa collimare tutto e comprendere cosa succede. Un elemento che Dick apprezzava molto, quello del viaggio nel tempo.

No, stavolta non consiglio il libro: chi è appassionato di Dick probabilmente già lo conosce, ma chi ancora non lo apprezza non inizi da questo perché rischia di perdersi. Nel catalogo Fanucci ci sono quasi tutti i libri di Dick: conviene iniziare con quelli più remoti, degli ani ’50 (su Wikipedia un elenco della produzione dell’autore), così da imparare a conoscere, gradualmente, il mondo di questo prolifico scrittore.

Come sempre, in ultima analisi dimao un’occhiata al prezzo: 15 Eur per questo libro sono sicuramente più accettabili di altre opere a 18-20 Eur, ma considerando che è una riedizione Fanucci poteva osare un prezzo ancora più basso. Lo sconto Amazon (circa 15%) fa, ovviamente, sempre piacere.

Buona lettura.

L’uomo di Marte (Andy Weir)

Come successo altre volte, girovagando per siti che conosci, gestiti da gente di cui ti fidi, ti imbatti in una recensione di un libro… e la salivazione aumenta. No, non si tratta di un libro di cucina (di quello ne parlerò prossimamente), piuttosto certi generi letterari (fantascienza, thriller, giallo), così come certi autori (Calvino, Clancy, Dick, Malvaldi, Polidoro, solo per citarne alcuni in ordine puramente alfabetico), hanno lo stesso effetto dei campanelli che Pavlov suonava ai suoi cani per dimostrare i riflessi condizionati

Insomma, mi prendo l’ebook di cui sopra (per cercare di risparmiare un po’, sennò tutta questa “salivazione” rischia di disidratare il mio portafoglio) e me lo leggo in una settimana (ebbene sì, devo anche lavorare ed ho pure qualche accenno di vita sociale, cose che purtroppo mi distraggono dalla lettura 😉 ).

La cosa che mi ha colpito, quando ho letto la recensione, è che il romanzo tratta di una “avventura” fantascientifica ma tutta basata su condizioni realistiche. Per farla breve: quello che succede al protagonista del libro (Mark Watney), astronauta in missione su Marte, potrebbe accadere davvero. Sì, insomma, un astronauta preparato (come sono tutti) per una missione del genere potrebbe veramente sopravvivere, naufrago su un pianeta ostile, così come il protagonista racconta. Certo, essendo un romanzo, le situazioni sono tirate un po’ verso l’estremo e l’autore inanella, a seconda del caso, una serie di eventi fortuiti (o una serie di sfighe) per far proseguire la storia con più o meno tensione.

Ma andiamo per gradi: Mark fa parte di un equipaggio di sei astronauti che – dopo un viaggio interplanetario di svariati giorni – si stabiliscono su Marte per eseguire una serie di esperimenti volti alla colonizzazione del pianeta. Vari materiali spediti in precedenza con varie sonde garantiscono la loro sopravvivenza, così come un modulo di rientro è pronto (già da prima che loro arrivassero) per riportare la truppa sull’astronave e tornare verso Terra.

Succede un incidente a Mark: durante una tempesta (di sabbia, non le piogge torrenziali terresti, ovviamente) la cui forza va oltre i limiti di sicurezza previsti, lui e i suoi compagni si precipitano verso il modulo di rientro procedendo un po’ a tentoni. Mark viene colpito da una delle antenne radio, ferito e trascinato via. I compagni, credendolo morto (sensori biomedici della tua azzerati, corpo che non si trova, tuta sicuramente rotta, condizioni estreme… ) e obbligati a seguire le procedure di sicurezza (altrimenti sarebbero morti anche loro su quel pianeta) filano via.

Grazie ad un assurdo caso della fortuna, Mark rimane in vita ed inizia ad affidare la sua sopravvivenza al suo addestramento e i suoi esperimenti al “diario-libro” che noi leggiamo. Tutti gli astronauti selezionati per Marte hanno due lauree: la principale, relativa al loro ambito di studi, e la secondaria, di backup, per sostituire le competenze di un eventuale membro che non ce la facesse (backup). Per sua fortuna, quindi, il superstite ha competenze di botanica e di ingegneria. Sul pianeta rosso doveva proprio studiare la possibilità di coltivare piante, grazie ad un po’ di terreno portato direttamente dalla terra e una piccola riserva di acqua, introvabile in loco. Ha le competenze per “creare” del cibo (perché le scorte, prima o poi finiranno) e per riparare gli oggetti che potrebbero guastarsi. Ma ci sono due problemi di base: il primo è che la tempesta ha distrutto tutte le antenne radio, col risultato che Mark non può dialogare con Terra. Il secondo è che il viaggio per arrivare su Marte dura mesi (e l’unica astronave che potrebbe arrivarci è al momento usata dai compagni di Mark per tornare sulla Terra): prima della prossima missione marziana Mark (fra qualche anno) non ha nessuna possibilità di tornare indietro. A meno che… (e qui, se siete incuriositi, dovrete leggere il libro).

Vi risparmio tutte le parti tecniche, le varie spiegazioni che Mark affida al diario dove racconta come ha modificato i mezzi e gli strumenti per recuperare maggiore acqua o per creare del terreno coltivabile. Vi avviso anche che c’è un bel po’ di aritmetica: calcolo delle calorie, razionamenti del cibo, calcolo delle riserve di acqua necessarie per i mesi di permanenza… Tutto scientificamente coerente. O meglio: così mi dicono i vari recensori che mi hanno invogliato a comprare il libro (uno su tutti, Keplero).

Come lettura, forse, non è molto rilassante: parti tecniche (chimica di base e – come dicevo prima – matematica) e digressioni meccaniche lo rendono una lettura in certi momenti difficile a chi non è appassionato di questioni tecniche. Ma, dal lato suo, è anche un ottimo strumento per spiegare,a  chi è curioso, come vive un astronauta, come funzionano le missioni spaziali, e tutta la tecnica che ci sta dietro. Le spiegazioni, seppur dettagliate, alla fine non sono troppo complesse: Mark semplifica molto, pur mantenendo una coerenza scientifica, quando affida al diario i suoi racconti.

L’autore poteva dare al libro due tagli: il tecnico (come sopravvivere) o l’intimistico (la riflessione sulla vita, perché sopravvivere e perché continuare a sperare oltre ogni singolo evento contrario). Ha scelto il primo, lasciando al libro una certa leggerezza (se non si pensa ai dettagli tecnici). Va bene così, non poteva trattarli tutti e due allo stesso livello. Mark manca di un po’ di spessore psicologico, ma in un romanzo del genere è forse meglio così.

Pregi e difetti? Il pregio maggiore è che ti avvince: il lettore si trova a lottare con Mark e con la squadra terrestre che cercherà di salvarlo. E’ il messaggio che si trova nell’ultima pagina del libro: una specie di morale che Mark declama a sé stesso e a noi lettori. Un difetto? Ecco: la chiusura è un po’ banale. E in alcuni punti ho trovato un po’ di pesantezza (quando Mark parte per il viaggio “finale” è costretto a fare per giorni le stesse operazioni e questo spezza un po’ la tensione creata; si poteva forse trovare un espediente narrativo diverso…). Per il resto è molto avvincente, si fa leggere bene e ti coinvolge.

Un difetto “fisico” l’ho trovato nell’edizione elettronica (l’ho letto col software kindle di Amazon su un tablet Windows 8.1 RT): se in un capitolo ci sono passaggi diversi (si parla di Mark e poi si inizia a parlare della squadra di Terra) di solito si lascia un piccolo spazio fra i paragrafi per evidenziare lo stacco fra due episodi che, pur parte dello stesso racconto, riportano fatti diversi. Ecco, questo nel formato elettronico non succede, col risultato che il lettore pensa si stia parlando di una cosa ma il racconto si concentra su un’altra. In 5 o 6 punti mi sono accorto di questo cambiamento dopo 2 o 3 righe, costringendomi a ripetere la lettura (c’era qualcosa che non quadrava, ma prima di 2-3 righe non riuscivo ad identificare cosa).

Libro adatto, secondo me, a partire dai 16 anni (sono i troppi dettagli tecnici a farmi sconsigliare la lettura ai più piccoli) e che incoraggia l’esplorazione spaziale. Sono convinto che gli appassionati se lo leggono in una nottata… Il prezzo su Amazon: 4,99 eur in formato kindle; 8,49 eur cartaceo.

Buona lettura! E buon viaggio su Marte.

Ops, quasi dimenticavo: sembra che Ridley Scott stia lavorando ad un film basato su questo romanzo 🙂

I quadrivi del tempo e dello spazio (Lanfranco Fabriani)

Divagazioni fantascientifiche italiane…

Ho “conosciuto” Lanfranco Fabriani grazie al suo romanzo “Lungo i vicoli del tempo” e, come mi capita spesso, la curiosità verso altre sue storie si è accesa. Sto infatti attendendo (in forma elettronica) il secondo capitolo del ciclo della macchina del tempo, con gli agenti dell’UCCI impegnati in chissà cosa… 

Ma prima ancora di scrivere i due romanzi vincitori del premio Urania, Lanfranco aveva prodotto altri racconti e li aveva affidati ad alcune fanzine di settore, con risultati altalenanti. Fabriani non è un autore da Best Sellers, e neppure una “macchina da scrivere” (autori che sfornano opere ogni 3 mesi): questi racconti spaziano in vari anni di produzione, e si nota l’approccio a metà fra il “timido” e l’umile – nei primi racconti – dello scrittore. 

Diciannove racconti, tutti introdotti dall’autore stesso, che ci racconta come e quando sono nati. Molti prendono spunto da un episodio letto da altri racconti. Alcuni fanno riferimento, per stile, a Le Carrè (lo dice esplicitamente Lanfranco), altri sono considerati brutti (uno di essi – lo confessa Fabriani – è arrivato terzo al concorso per il racconto di fantascienza più brutto, ma la cosa era voluta, ci assicura).

Non mi metto certo a farvi il riassunto dei 19 racconti, ma mi piace dare un paio di indicazioni.

La prima riguarda lo stile, marcatamente ironico in quasi tutti i racconti, che mi era piaciuto nel primo romanzo. Alcuni racconti sono più oscuri, altri più allegri. Poco meno della metà fanno richiami a quello che – per brevità – chiamerò ambientalismo (l’autore presenta un mondo distrutto dagli uomini). Buona parte di questi, insieme ad altri, presentano scenari post guerra o post catastrofe ambientale / nucleare: sono temi cari a molti autori degli anni della guerra fredda, in cui si indagava la capacità tutta umana di autodistruggersi. Altri invece sono leggeri (ma mai stupidi – l’unico forse un po’ stupido è proprio il vincitore del racconto più brutto che dichiaravo prima), qualcuno altamente ironico. 

La seconda è prettamente pratica: nella versione Kindle impaginazione e grafica sono stati curati zero. Non c’è, per esempio, nessuno stacco fra l’introduzione del racconto ed il racconto stesso, tanto che per ben tre volte ho confuso il primo paragrafo del racconto con l’ultimo dell’introduzione. Insomma, va bene che l’edizione elettronica costa meno, ma questo non dovrebbe interferire con la qualità.

Se avete voglia di passare qualche ora spensierata sotto l’ombrellone (ammesso che le piogge di questi giorni vi permettano di farlo), allora è un libro che fa per voi, specialmente nella seconda parte. Se invece amate la fantascienza (anche un po’ cupa) degli anni 50-70, allora apprezzerete i primi racconti. 

Buona lettura!