“Allende Baricco Benni Coe De Luca Gordimer Lessing Maggiani Oz Tomasi di Lampedusa raccontano”

TrivialPursuitLetterarioRegalo ben gradito, quello del Natale 2014: una versione di Trivial Pursuit con domande incentrate sul mondo della letteratura e dintorni (compreso anche il cinema).

Insieme al gioco, incluso nella scatola, Feltrinelli aveva inserito il libro che sto recensendo e che raccoglie una serie di racconti degli autori citati nel titolo.

Forse sono abituato male (alle raccolte “gialle” di Sellerio) ma non mi ha colpito molto questo libro. In primis perché non si capisce se c’è un filo logico o se è un semplice copia e incolla di pezzi di autori importanti ma scelti un po’ a caso. E poi perché non si capisce nemmeno se il brano fa parte di un racconto più ampio o se è un pezzo scritto appositamente per questa raccolta.

Il primo frammento, “Libri” di Alessandro Baricco, sembra essere estratto da qualcosa di più ampio (si intuisce dal primo capitolo del frammento, ma non ci sono introduzioni esplicative) e sembra calato nel contesto. Si parla di libri, autori, letteratura, imbarbarimento della qualità dei testi. Anche carino (mi è piaciuto leggerlo) ma che lascia le cose un po’ in sospeso…

Amos Oz, con “Papà” ci racconta la storia di un giovane israeliano, un ragazzo, diviso fra i suoi doveri presso il Kibbuz dove è ospitato e fra l’onore che vorrebbe rendere al padre. Nel racconto il lettore segue il ragazzo dal Kibbuz alla casa di cura dove si trova il padre e vive le perplessità su cui il ragazzo si trova a riflettere durante il viaggio: un contrasto i cui estremi sono la tradizione familiare e la vita di comunità. Un racconto “finito” ma aperto, che il lettore potrebbe continuare e farlo giungere a mille strade diverse con altrettante nuove conclusioni. Ma soprattutto una storia in cui al lettore è chiesto di condividere le emozioni del protagonista. Fra i 10 forse quello che mi è piaciuto di più.

“La gioia e la legge”, di Tomasi di Lampedusa, ci porta nel clima natalizio di una grande città: un impiegato riceve, come premio, un panettone di 7 chili. La gioia (più legata al motivo che al premio) si spenge, però, quando la moglie intima di consegnare il dolce al tal Tizio a cui la famiglia doveva una certa riconoscenza. Se vogliamo, un racconto alla Calvino, del tipo Marcovaldo, ma con minor ironia. Non male ma nella media.

Sono, invece, rimasto un po’ stranito da “Inverno in luglio” di Doris Lessing, storia ambientata in Sud Africa. Una ragazza, dopo aver girato mezzo mondo e senza aver trovato quello che cercava, sposa un uomo che vive col fratellastro. I tre si trovano a vivere nella stessa casa ma con un rapporto strano, in cui lei è combattuta fra i due uomini, così attaccati eppur così diversi di carattere; e l’attaccamento fra i due maschi ha qualcosa di particolare, che sembra andare al di là della fratellanza (ma non si capisce bene dove). Lunghetto, come racconto, ma col personaggio di lei ben definito. Dettagli ben curati ma che, purtroppo, non mi hanno fatto entrare in “risonanza” coi protagonisti (come mi è successo nel racconto di Oz).

Stefano Benni ci accompagna dentro un convento, a conoscere “Frate Zitto”: un religioso che ha scelto il silenzio come ripudio di tutte le controversie che porta la parola. Una metafora, forse, della ricerca dell’essenziale e dell’esclusione del superfluo, finché – però – non esplode l’amore. E’ il frate stesso che racconta le sue sofferenze e la sua storia, ma – anche lui – riesce a coinvolgermi solo in parte.

Mi sono piaciuti meno, invece, i frammenti del “Primo amore” di Isabelle Allende. Scrittura dal buon potere evocativo, ma storie semplici, quasi “banali”. Ma perché, immagino, tolte dal loro contesto: sono quattro minuscoli brani di romanzi diversi, anticipati da una breve introduzione dell’autrice. Il tema è il primo amore (e la forza evocativa ci vuole, per uno dei temi più passionali di tutta la letteratura). Però, appunto, tolti da un contesto che definisce meglio i personaggi e da maggior respiro alla storia, assumono la consistenza di una nuvola di drago: leggeri e sdolcinati.

“V.O.” di Jonathan Coe cambia decisamente prospettiva e ci immerge nel mondo dei festival cinematografici (in questo caso di film horror). Il protagonista, membro della giuria, vive una delle sue fuggevoli storie d’amore, stavolta con una giornalista impegnata nel festival. Ma la vicenda si sovrappone in modo quasi misterioso con una precedente storia: l’allora amante è adesso regista di un film in concorso (ma lei non sarà presente al festival, scopre sollevato il protagonista). La scena finale dove la nuova fiamma traduce i dialoghi del film (proiettato in Versione Originale – da questo “V.O.”) della vecchia fiamma, film in cui sono disseminati piccoli frammenti di quella passata storia d’amore, è qualcosa che mi ha piacevolmente sorpreso. Racconto che parte un po’ sornione, ma che sveglia il lettore nel finale. Secondo posto (fra i 10).

Erri De Luca ci presenta, invece, “Il conto” della sua vita. Quel conto che è anche “conto” di locale e che gli ha fatto prendere una drastica decisione. Racconta di una storia di amore e della sua fine, di una testardaggine che adesso ha meno senso, di vecchi rimpianti che ogni tanto riaffiorano a ricordarti di non fare più sbagli simili. Come sempre, amo come scrive De Luca, ma questo breve racconto mi ha emozionato meno rispetto ad altre sue opere.

“Che cosa stavi sognando” è la domanda che Nadine Gordimer mette nella bocca ad uno dei protagonisti del suo racconto. Simao sempre in Africa e la storia coinvolge tre persone: due bianchi (un uomo, che sembra in visita, forse un funzionario di una ONG, ed una donna che gli fa da guida e conosce il Paese) ed un nero a cui danno un passaggio. Strada, viaggio: sembra una metafora della convivenza fra le etnie nell’africa del sud, ed è anche quello che il passeggero racconta, un po’ attingendo da fatti veri, un po’ arricchendo con la sua fantasia. La voglia dell’uomo bianco di conoscere. Le spiegazioni che la donna fornisce, quando il passeggero è sceso. I racconti del passeggero. La differenza fra le lingue (rappresentata anche da due stili di scrittura diversi). Di per sé il racconto potrebbe essere riassunto con una foto: gli occhi del bianco che scrutano curiosi, dallo specchietto retrovisore, il passeggero che con occhi distratti racconta qualcosa. E lei che, dal posto accanto al guidatore, è voltata verso il passeggero e lo squadra con aria al tempo stesso indagatrice ed affettuosa. Penso che potrebbe meritare il terzo posto fra questi 10 racconti.

Ed eccoci al racconto (per me) più strano: “Zafferano” di Maurizio Maggiani. Strano perché parte dalla pianta dello zafferano, da come si coltiva, da come arrivava in Europa. Sembra quasi un saggio su questa preziosa spezia. Ma quando la spezia arriva al porto di Genova la sua storia si intreccia con quella di Paride, portuale dalla bellezza pari a quella di Rodolfo Valentino. E si racconta la sua nascita, la sua crescita, e di come molte donne lo ammiravano e avrebbero voluto essere al suo fianco, anche solo per un breve momento. Ma Paride si fidanza con Sascia. Ed anche qui la storia della sua nascita, della sua crescita e bla bla bla. E’ come se l’autore avesse iniziato un quadro col giallo, curato tutte le sfumature e al momento di fare il primo frego nero avesse preso una nuova tela e vi avesse disegnato sopra solo le linee e le ombre. E appena cambia colore prende una nuova tela e ricomincia a dipingere. Un trittico di parole ben curate ma che mi hanno lasciato spaesato… Devo dire che in questo racconto ho trovato una cura maniacale dei dettagli quasi a livello di Mann, ma – purtroppo – non ci ho capito nulla.

Non trovate questo libro nelle librerie: come vi dicevo era allegato al gioco (a proposito: grazie Ale e… a quando un’altra partita?) Ma se siete appassionati di giochi da tavolo / giochi di società e vi piace la letteratura, allora il Trivial Pursuit letterario della Feltrinelli fa per voi.

Io, dal canto mio, sto per immergermi in una scorpacciata di autori che adoro: Malvaldi (Le regole del gioco) e Faletti (La piuma). E un altro Malvaldi è, purtroppo da oltre un mese, in attesa di recensione 🙂

Buona lettura.

Storia di Irene (Erri de Luca)

Irene, Aldo e un napoletano antico di giorni in tre storie di mare…

Aspettarsi una storia spensierata da Erri De Luca credo sia impossibile. Non sempre sono tristi, ma ti portano sempre a riflettere o sul tempo passato o su vari argomenti. Non fanno eccezione le tre storie raccontate dall’autore in questo libro.

Tre storie di mare, raccontate col solito linguaggio asciutto, con frasi corte, quasi smozzicate, ma sempre di effetto. Una nascita, una crescita, un addio, tutti legati al mare. Due storie su tre esplicitamente biografiche. Vediamole un po’…

Durante una vacanza in una isoletta greca (rei ringraziamenti si parla di Lipsi) Erri conosce Irene: il primo solitario per carattere personale, la seconda per isolamento quasi obbligato, si trovano bene insieme. Lui pronto ad ascoltare, lei a raccontare, passano del tempo insieme sulla spiaggia e Irene racconta a lui, e lui solo, la sua storia. Come dicevamo è una storia di mare: allevata da delfini dopo un naufragio, Irene viene depositata sulla spiaggia dell’isola e di giorno sussiste con qualche lavoretto, ma di notte torna sempre a nuotare con i delfini.

E’ incinta Irene, nessuno sa di chi. Il paese la ignora, si pone domande, sospetta, ma nessuno avrà risposte. Solo Erri riceve ed accoglie le sue parole. Che proprio parole non sono perché Erri le sente ma non le vede uscire dalla bocca di Irene.

E l’occasione della storia di Irene è anche una occasione per raccontare un po’ della propria storia: mentre lui attende il rientro a terra di lei, mentre attende il resto della storia, De Luca divaga sulla sua storia ed apre un po’ di sé a noi.

E’ il giorno del parto: tutto sta per cambiare. Perché per Irene non sarà più possibile stare sull’Isola. Ed il neonato, chiederete voi, che fine fa? No, non viene adottato da De Luca, né starà sull’isola. Ma non voglio togliervi il piacere della sorpresa.

La seconda storia racconta di Aldo De Luca, soldato durante la seconda guerra mondiale: per una disgrazia (il bombardamento della sua casa) si trova in Italia proprio nei giorni della firma dell’armistizio, quando i tedeschi da alleati diventano nemici. Si nasconde, insieme ad altri, nel salernitano fino a che, una notte, tutti insieme, tentano una traversata: vogliono arrivare a Capri, in mano agli alleati, per sfuggire ai rastrellamenti tedeschi. Insieme a loro giovani si unisce un ebreo, più avanti negli anni: solo Aldo De Luca riesce a interagire con lui e scopre le caratteristiche dell’ebraismo, mai pensando (come scrive Erri) che suo figlio sapesse leggere in futuro quei caratteri che lui (Aldo) vedeva nel libro dell’uomo. E nella notte, durante la traversata, le storie di Aldo e dell’ebreo si intrecciano, in parte si raccontano, fino al raggiungimento della salvezza.

E infine la storia di un anziano napoletano, decano di una famiglia povera che vive in una piccola stanza nel freddo inverno. Un uomo che diventa un peso: ci sarebbe più spazio per i componenti della famiglia, rimarrebbe più cibo, e soprattutto ci sarebbe meno puzzo, opera di quel vecchietto che  – a causa del freddo – passa la maggior parte del tempo in bagno con la diarrea. E’ febbraio, un lieve solicino riesce a scaldare le ossa del vecchietto: va sul mare, al suo posto segreto, dove d’estate si ferma a pescare. Lì, davanti alle onde, al completo opposto dello stretto spazio di casa, si sente sereno e si lascia cullare dal calore dei raggi solari. Fino a lasciar correr via la propria vita.

Sì, mi piacciono i racconti di Erri, mi piace soprattutto il suo stile nel raccontare le sue storie, mi piace come fa entrare, in alcuni casi, la sua vita nelle sue storie. Questa volta mi è piaciuto meno (ma forse perché ne avevo meno bisogno) il clima austero, un po’ grigio, dei racconti. In realtà due racconti hanno come punto centrale la vita, e specialmente il secondo poteva essere raccontato con uno stile prima di tensione e poi di festa, e invece – è la firma di Erri – ci sono sempre riflessioni dietro che lasciano un po’ di amaro in bocca. Che non fa male, ma questa volta avrei preferito averne meno.

Da leggere, specialmente la storia di Irene, appena appena onirica. Alla fine carine anche le altre storie, anche se la seconda si ferma, appunto, un attimo prima di vedere i protagonisti far festa. Per assurdo solo la terza si chiude con un leggero sorriso, una espressione appena appena serena. Eppure è quella dove il protagonista muore.

Con 9 euro potete fare vostro il libro (edizioni Feltrinelli).

Buona lettura!

La doppia vita dei numeri (Erri De Luca)

Una commedia dal retrogusto amaro in una Napoli scoppiettante

E’ l’ultimo dell’anno: in una Napoli il cui sottofondo “acustico” è un crescendo di botti (che culminerà a mezzanotte) un fratello e sua sorella si apprestano a festeggiare, seppure in semplicità e in una apparente solitudine, l’arrivo dell’anno nuovo. E alla loro storia si intreccia la storia dei genitori, ed entrambe sono contornate da quella che nasce dai numeri della tombola.

Erri De Luca ci presenta, stavolta, una piccola commedia. Piccola perché non supera, come volume di pagine, gli altri libri dello stesso autore. Sono appena 69 pagine (compresa l’introduzione), divise in tre parti (tre atti) e sono scritte proprio come piece teatrale, con i dialoghi, i consigli di regia per le interpretazioni e la scenografia e tutto quello che serve per poterla mettere in scena.

Chi sono i personaggi in scena? Solo di uno sappiamo il nome, urlato dalla sorella (“lei”) ogni tanto. E’ Italia, la donna di servizio morta di un colpo apoplettico, ma che ogni tanto si fa “viva” come presenza che nasconde le cose. Né lui (il fratello), né lei (sorella) sono mai nominati: si capisce, però, che da tempo non si vedono. Lui si sposta di frequente per lavoro, lei sta sempre a Napoli, in casa sua.

Dopo una introduzione (parte prima) in cui i due, in pratica, si presentano al pubblico (viene presentato il contesto grazie ai dialoghi fra i personaggi), inizia l’immancabile partita a tombola, vero “must” del capodanno Napoletano insieme ai botti che aumentano di numero ed intensità fuori dalla finestra dell’appartamento dove si trovano.

Ma la tradizione vuole che, all’estrarre di ogni numero, si proclami il significato del numero corrispondente: 31, per esempio, è “il padrone di casa”, e 42 “il caffè”. Via via che i numeri vengono estratti si inanella una storia che “lui”, estrattore ufficiale dei numeri e anche bravo a raccontare storie, proclama prima un po’ di malavoglia ma con enfasi – stimolato dalla sorella – crescente.

Ed ecco che, durante la tombola, fanno la loro comparsa anche i “fantasmi” dei genitori, insieme a Italia, tutti e tre avvertiti come presenze da lei ma non da lui. E la storia che nasce dai numeri si intreccia con le memorie dei genitori.

Perché parlavo di una commedia con un retrogusto amaro: anche se c’è leggerezza e la simpatia napoletana, si ha il sentore di amarcord, del tempo che fù… E, probabilmente, anche di ricordi personali dell’autore. La storia scorre veloce ma si sente, come sottofondo, il ricordo del passato, una leggera malinconia che pervade tutto il racconto. D’altronde la vena di malinconia e una certa profondità di riflessione sono una firma caratteristica di De Luca: è il suo stile di scrittura.

Con lo sconto del supermercato ho pagato questo libro 6,80 euro: il prezzo non è alto, specialmente se confrontato con altri libricini di meno di 100 pagine e di costo più alto. Però, in fondo in fondo, sono 10 centesimi (scontati) a pagina. Non so: rispetto ad altri libri dello stesso autore, più riflessivi, ma con prezzo più o meno simile, questo mi sembra leggermente alto.

Comunque sia, buona lettura.

Il torto del soldato (Erri de Luca)

Doppia storia: intreccio fra passato e presente, fra l’autore e una donna, fra un padre e la figlia.

Ancora una volta Erri de Luca ci racconta un frammento della sua vita. O almeno usa una parte della sua storia per introdurne un’altra (non sappiamo se vera o inventata, ma sicuramente realistica).

L’editore chiede a Erri la traduzione di alcune opere in Yiddish, lingua che l’autore ha studiato da autodidatta e conosce bene. E quindi troviamo un de Luca che si porta dietro un pacco di fogli mentre si gode una vacanza in montagna. E nel rileggere i testi torna con la memoria a ciò che vide in passato, quando visitò i campi di sterminio.

Siamo presso un rifugio montano: una sosta dopo una lunga camminata prima di rientrare al luogo di riposo. Erri si siede ad un tavolo e, dopo aver ordinato, tira fuori i suoi fogli e si mette a studiarli. Al tavolo accanto una donna che viaggia col padre, un padre che si porta da troppo tempo un segreto sulle spalle.

Il vecchio era un militare di Hitler, non sappiamo se un ufficiale o un soldato semplice. Dalla fine della guerra si sente braccato, ha visto catturare i commilitoni, ad uno ad uno, e si guarda continuamente le spalle per non fare la stessa fine.

E’ una parola che scatena il tutto, una parola appena affiorata sulle labbra di Erri, ma che il vecchio capisce bene, e scatena in lui la fuga. Fino all’incidente. Quale incidente? Dovrete leggere il libro per scoprirlo. Sappiate solo che, alla fine, vedremo tutta la storia dalla prospettiva della figlia, grazie ad una specie di diario in cui lei racconta tutta la vicenda, partendo dalla storia del padre (o almeno da quel poco che ha voluto sapere). Tutta la storia, fino al momento dell’attesa… Come quale attesa? Ma quella che scoprirete nell’ultima pagina del libro!

Ma, in fondo, qual’è il torto del soldato? Secondo il vecchio è semplicemente la sconfitta, l’esser stato sconfitto dagli altri. Perché il mondo avrebbe giudicato diversamente il nazismo se loro avessero vinto (eh no, non fa una grinza… in fondo la storia, quasi sempre, la scrivono i vincitori; a questo punto è doveroso un grazie a tutti quelli che hanno permesso che la storia venisse scritta come la conosciamo oggi).

De Luca ci regala, comunque, un pezzo della sua vita. Per quello che so, infatti, l’autore ha studiato l’ebraico anche per capire l’yiddish parlato dagli abitanti del ghetto di Varsavia e da molti deportati. Insomma, parte da un frammento della sua vita e vi innesta una storia verosimile (forse in alcuni punti anche vera) e ne fa nascere un piccolo (poco più di 80 pagine) romanzo. Una storia per certi versi delicata; una storia triste ma dove si respira anche una leggera brezza di riscatto. Certo, non è una storia spensierata, di quelle che ti porteresti sotto l’ombrellone, ma io l’ho trovata bella.

Non mi dilungo oltre: è mezzanotte e penso sia l’ora di andare a letto… Quindi: buona lettura a tutti.

I pesci non chiudono gli occhi (Erri De Luca)

Il primo amore di Erri De Luca raccontato col suo inconfondibile stile.

Lo stile è sempre il solito: frasi brevi ed asciutte che racchiudono mondi e ti presentano, a volte, in modo estremamente semplice, una verità (presunta o reale che sia). E questo stile si propaga anche alla vita raccontata del protagonista, che altri non è che un Erri De Luca decenne. Uno stile che narra in modo asciutto una vita; una vita che, asciutta e concreta, ha creato quello stile.

Il racconto di per sé è semplice. Un ragazzo di dieci anni si sente grande dentro ma non vede questa “grandezza” nel suo corpo: vorrebbe romperlo, spezzarlo, per far uscire la sua nuova condizione. Una estate al mare con la madre (mentre il padre è in America a cercare fortuna), il sentirsi ragazzino ma non trovare legami coi coetanei: starsene piuttosto insieme ad un pescatore che gli insegna le leggi del mare, o a leggere un libro, o a giocare con le parole e le immagini che gli si presentano nei cruciverba e nei rebus.

All’ombrellone accanto si presenta una ragazzina della stessa età (anno più anno meno), uguale e diversa dal protagonista: uguale nella selezione delle amicizie (non si trova bene neppure lei coi coetanei), diversa nella certezza e sicurezza che espone nelle sue mosse e nei suoi discorsi.

Fanno amicizia i due, anzi: è lei che fa amicizia con lui, ed iniziano a frequentarsi. Ma ciò suscita la gelosia di un gruppetto di ragazzi che “mirano” alla bella fanciulla. Iniziano i dispetti, le piccole angherie, le prese in giro. Ma il ragazzo ci bada poco – o meglio: bada alla noia che possono dargli mentre cammina per la strada o mentre è in spiaggia, non alla gelosia nei suoi confronti; non riesce a capire nemmeno bene cosa sia la gelosia, conoscendo l’amore solo come una parola usata dai grandi ma senza nessun effetto pratico nella sua vita.

Finché non decide, un giorno, di usare la violenza repressa del gruppetto di coetanei per “rompere” quel guscio che lui identifica col suo corpo, per far uscire il ragazzo nuovo che sentiva dentro sé. Le prende di santa ragione, senza batter ciglio, e senza lamentarsi né durante né dopo – scoprirà solo col senno di poi che quel suo gesto non valeva nulla. Ma un suo merito lo ha comunque avuto, perché la ragazza organizza una vendetta nei confronti degli assalitori, vendetta di cui il protagonista non sente il bisogno, ma che gli permette di dare un senso a quella parola – amore – sempre sentita, sempre letta, ma mai compresa.

Confesso che, rileggendo i paragrafi sopra, mi viene il dubbio di aver presentato questo romanzo come una smielata storia d’amore, quando non è assolutamente così. E’ soprattutto un romanzo di crescita – quasi di formazione (ma forse qui arrischio un giudizio troppo alto). Diciamo che ci racconta la crescita di un ragazzo che, al di là dei luoghi e del tempo in cui è ambientata, è la crescita di ognuno di noi. Chi di noi non si è sentito “stretto” nel suo corpo quando iniziava ad affacciarsi l’adolescenza sul proprio orizzonte?

Ma è anche un romanzo autobiografico: magari Erri non ci ha voluto raccontare proprio ogni singolo dettaglio della sua vita da ragazzino, ma parla di sé, delle sue esperienze, di quello che è diventato e di come lo è diventato. Più volte intervalla i pensieri da ragazzino con riflessioni a posteriori, grattate via dai propri ricordi e spalmate su queste pagine. Ci racconta lo stupore ed il dolore, la lotta e la rinuncia, la compagnia e la lontananza, ci mette sul piatto un bel po’ di frammenti di quel puzzle che è la sua vita e ci permette di ricostruirne alcune porzioni.

Lo stile di De Luca si riconosce sempre. Come dicevo sopra è schietto e conciso ma denso di significato. Ma spesso lascia dietro di sé una scia di tristezza. O meglio: di consapevolezza di non poter comprendere, assorbire, vivere tutte le emozioni che in quella piccola frase ci mette l’autore. In questo romanzo sembrano farsi presenti, inoltre, piccoli rimpianti. Non errori o scelte sbagliate, ma piuttosto un corso della vita che ti ha portato a abbandonare alcune strade, alcune scelte, che sembravano più felici ma anche molto meno realizzabili.

Non c’è il rancore, per esempio, di non aver mantenuto i contatti con la ragazza di quell’estate, ma piuttosto il non aver saputo ridonare quell’amore ricevuto gratuitamente. Non il rimpianto di aver dovuto scegliere una strada, ma il non aver potuto dare tutto sé stesso (agli amici, alla famiglia) lungo quella strada scelta.

E’ un romanzo da leggere con calma, anche se non sono necessari lunghi tempi per digerirlo. Lo stile di scrittura di Erri aiuta: piccole frasi, piccoli paragrafi, un unico grande capitolo. Ci possiamo fermare quando vogliamo: non è come altri romanzi che sul più bello ti chiudono il capitolo e ti fanno dire: “andiamo avanti ancora qualche pagina”… e di pagina in pagina fai le 4 di notte. No, questo si legge con calma, due, tre, cinque, dieci pagine per volta, secondo il proprio ritmo, senza avere la smania di arrivare alla fine (anche se la storia un po’ incuriosisce e ti chiama a chiederti “come andrà a finire?”).

Visto che ci avviciniamo a Natale (vabbè, mancano 2 mesi, ma qualcuno ha già iniziato a fare pubblicità…): se pensate di regalarlo permettetemi due consigli. Il libro parla di ragazzi ma non è una storia “da” ragazzi. Un adolescente può capirla, ma credo che solo coloro che hanno il gusto della lettura sappiano apprezzare il romanzo. De Luca non è semplicissimo e anche alcuni adulti potrebbero avere difficoltà a leggerlo: serve passione per la lettura. Certo, tentar non nuoce, ma il consiglio è informarvi, prima, se il destinatario del regalo apprezzi anche letture difficili (no, non è un mattone, ma non è neppure un romanzo d’appendice leggero, scorrevole e avventuroso).

Buona lettura.