I dolori del giovane Werther (Goethe)

Io sono solamente un pellegrino sulla terra; voi siete di meglio?
(16 giugno)

Come accennato nel precedente post ho comprato poco tempo fa un libro con i due racconti di Goethe (“Le affinità elettive” e, appunto, “I dolori del giovane Werther”). Ho preferito creare un post per ogni racconto (piuttosto che farne uno unico per il libro) per due motivi: il primo è che i due racconti vivono separatamente e quindi trovo corretto non trattarli insieme, il secondo – più pratico – è che trattandosi di racconti “pesanti” (almeno per me) non so quanto tempo avrei impiegato per concludere il secondo racconto, col rischio di dimenticarmi il primo…

Ne “I dolori del giovane Werther”, ovviamente, si respira ancora tutto il romanticismo ottocentesco, legato al dolore per non poter esprimere pienamente quello che comanda il cuore.

Werther è un giovanotto di buona famiglia (non si conosce la famiglia ma si capisce che è nobile o gravita intorno alla nobiltà e che è un artista) che si prende un periodo di riflessione facendo un viaggio. Arriva in una amena località della campagna che eccita il suo animo sensibile e vi si stabilisce. Conosce, dopo poco tempo, Carlotta e se ne innamora follemente: inizia a frequentarla ma scopre che è promessa sposa di un altro giovane (Alberto), ma nonostante ciò si convince che anche lei provi per lui qualcosa più dell’amicizia.

Il succo della storia è breve: quando capisce che la situazione è poco sostenibile Werther accetta un incarico di funzionario presso un ambasciatore. Ma tutto sembra grigio, senza colore e senza vita, mediocre, indegno di essere vissuto rispetto alla bellezza e del luogo da cui è fuggito e della ragazza che cerca di dimenticare.

Decide di tornare in campagna da Carlotta, ma la trova sposata con Alberto. L’amicizia continua e Werther passa spesso le giornate in compagnia degli sposi, ma una convinzione interiore gli rode l’animo esasperando la sua esistenza sempre più. Capisce che Carlotta non potrà mai essere sua e in un crescendo di dolore decide di andarsene definitivamente (anche se immagino abbiate già capito cosa intendo, lascio questo “andarsene” in sospeso, per non rovinarvi la lettura).

Il racconto è strutturato in forma epistolare: è Werther che racconta in lettere quasi giornaliere i suoi stati d’animo a Guglielmo, un carissimo amico. Non conosciamo le risposte di Guglielmo, anche se in qualche frammento di risposta si può intuire cosa dice. La parte finale del racconto è, invece, un misto fra le lettere di Werther e una nota “dall’editore al lettore”, dove vengono inseriti frammenti che ricostruiscono le vicende finali, non inserite nelle lettere.

Il fatto di non avere “risposte” di Guglielmo e di vedere brani “inseriti dall’editore” è, ovviamente, un artificio di Goethe per dare pieno risalto a Werther e inserire parti che non potevano essere espresse tramite una epistola.

I “dolori” del giovane Werther, in fondo, non sono altro che le pene di un amore che si trasforma in ossessione: solo Carlotta era degna di essere amata, solo Carlotta poteva renderlo felice, solo Carlotta è la ragione della sua vita. Werther passa (come Edward delle “affinità elettive”) il limite fra amore costruttivo ed amore ossessivo. Se inizialmente immagina una vita familiare con Carlotta, piano piano diventa dipendente dall’immagine che lui si è costruito di lei. Sì, perché (lo si comprende da alcune lettere) Carlotta assume sempre più spessore ai suoi occhi, tanto che alla fine la mette su un piedistallo e la trasforma in una statua greca a cui asservirsi.

Mentre gli sceneggiatori di film odierni, da queste passioni, ci trarrebbero un banale omicidio di Alberto (e magari la “Jessica Fletcher” del caso che scopre l’intrigo amoroso), Goethe fa scegliere a Werther la soluzione più “romantica”, un doloroso e definitivo addio. Anzi, proprio definitivo no, perché Werther ha la certezza di ritrovare Carlotta, dopo un po’ di tempo, in altre situazioni (ma non posso dirvi di più sennò rovino il finale).

Eppure proprio il finale studiato da Goethe è ricco di suggestioni. Lo strumento che permette a Werther di dire addio agli sposi viene chiesto dal giovane proprio ad Alberto, cioè colui che nega l’ “accesso” a Carlotta. E la mancanza di Carlotta distrugge la vita di Werther: senza di lei non può vivere. E’ come se Werther dicesse al Alberto: non posso avere Carlotta perché è tua, e quindi tu mi togli la vita.

Sì, come nelle affinità elettive, trovo il tutto un po’ esagerato: se lo paragoniamo alla vita che viviamo oggi parleremo di Werther come di un disadattato che si lascia guidare dalla sua ossessione fino a venirne soffocato. Però questa immagine di amore puro e platonico, questi idilli, ti fanno un po’ soffrire come il protagonista. Fortunatamente – una volta chiuso il libro – ritorni coi piedi per terra, alla vita di tutti i giorni.

Personalmente ho trovato bello il racconto, anche se un po’ troppo introspettivo (almeno per Werther): passioni, sentimenti, dolore… sono così intricati nel suo animo che non riesce a liberarsene se non, appunto, distaccandosene drasticamente.

E’ un classico dell’800: è quasi obbligatorio riservargli un posticino nella propria biblioteca personale (pensando anche al fatto che Goethe, con racconti come questo, ha rivoluzionato la letteratura tedesca ed il modo di scrivere – ma questo si potrebbe apprezzare leggendo il testo in originale, cosa per me – per ora – impossibile). Ma se dovessi consigliare di leggerlo direi che è particolare e può non piacere.

A qualcuno potrebbe sembrare smielato (tutto ‘sto Amore spirituale…), ad altri irreale (Werther, fammi un piacere, vatti a fare un viaggetto con gli amici e inizia a conoscere altre donne…). Però, in fondo in fondo, tutti passiamo dalla storia di Werther. Anche se non in modo così forte, ma tutti ci ritroviamo prima o poi con un amore che fa soffrire. L’importante è che ne prendiamo atto e non lo trasformiamo in una ossessione come ha fatto lui.

Buona lettura.

Le affinità elettive (Goethe)

Alla fine io stesso sarei ai tuoi occhi la calce che, attirata dal capitano come da acido solforico, è sottratta alla tua piacevole compagnia ed è trasformata in gesso refrattario” (parte prima, capitolo quarto)

Il concetto di “affinità elettive”, in questo romanzo di Goethe, parte proprio da un esempio “minerale”: Edward ed il suo amico, il Capitano, insieme a Charlotte (moglie di Edward) parlano proprio di chimica  nel quarto capitolo ed il Capitano spiega loro come ci siano sostanze che, in certe condizioni, si separino da altre sostanze a cui sono unite e si congiungano ad altre sostanze ancora a cui danno una certa “preferenza”.

Il paragone, naturalmente, è con il mondo umano e Edward vede, in una maliziosa seppur serena battuta della moglie, un rimprovero perché passa troppo tempo col capitano e sempre meno con lei (da qui la battuta riportata in testa al post). Malauguratamente il paragone si rivelerà più vero di quanto ognuno speri, fino ad un tragico finale.

Ma andiamo con ordine. Siamo nel nord Europa ed Edward e Charlotte si sono uniti in matrimonio dopo la morte dei precedenti coniugi. Fra i due c’era sempre stato una certa attrazione, ma i casi della vita (e le unioni dettate da convenienze) li avevano separati. Ritrovatisi ormai entrambi vedovi (ma ancora giovani) decidono di sposarsi e si trasferiscono in una mega villa con mega parco nei pressi di un piccolo villaggio, col desiderio di sfuggire, almeno in parte, a quella vita mondana che è richiesta ai nobili.

La situazione si complica quando sono chiamate due persone a corte da loro. Il primo è il “Capitano” (che poi diventerà maggiore, ma del quale mai si saprà il nome): è amico di Edward e momentaneamente è in crisi perché “disoccupato”. Sente di sprecare i propri giorni in cose inutili e si sta lasciando un po’ andare. Edward convince Charlotte a farlo venire a casa loro per un periodo, in modo che – occupandosi anche della sistemazione della casa e del parco – possa riprendere un po’ di vivacità.

La seconda è “Ottilie”, una ragazza orfana di genitori di cui Charlotte si prende cura (Ottilie era figlia della migliore amica di Charlotte). Al collegio non ha buoni risultati e, anzi, sembra sempre più isolata. Su indicazioni del direttore del collegio Charlotte ed Edward si risolvono a farla stare un po’ da loro così da aiutarla anche a migliorare la sua istruzione. Ottilie è una bella fanciulla, che ha circa l’età di Lucienne, la figlia di Charlotte (avuta dal primo matrimonio). Nonostante Goethe non la descriva mai fisicamente (parla al massimo degli occhi della ragazza) ci fa intuire che è veramente una splendida ragazza, un volto angelico ed una presenza che infonde pace a chi le è vicino.

Cosa succede? Beh, è facile da immaginarsi. Mentre fra Charlotte ed il Capitano si risveglia una certa tensione affettiva (si erano conosciuti in precedenza), quella di Edward per Ottilie diventa una ossessione: lui inizia ad amarla sempre più e lei contraccambia il suo amore. Ma non fatevi idee strane: trattandosi di un romanzo dell’800 tutto si limita a sguardi, parole, bigliettini. C’è una unica scena di “sesso” (se così la si può chiamare): quella fra Edward e Charlotte in cui viene concepito il figlio della coppia. E qui Goethe si diverte a darci qualcosa di soprannaturale: le sembianze del piccolo, quando nasce, sono in parte del capitano (si sospetta che Charlotte pensasse al Capitano durante quell’ora di amore) mentre gli occhi sono quelli di Ottilie (quelli in cui si è perso Edward). Insomma, è come se Goethe volesse dire che mentre facevano lecitamente all’amore i coniugi pensassero, invece, all’illecito amante.

Non sto a dilungarmi sulla trama: si potrebbe ridurla in poche righe (rottura della serenità familiare, separazione, tensione amorosa fra Edward e Ottilie, tentativo di rimettere le cose a posto, semifollia di Edward, tragico finale…). Però perderebbe di poesia e di quella sostanza inserita da Goethe.

Vi confesso che non è un romanzo leggero, soprattutto per la dialettica e le riflessioni dei personaggi. C’è una corposità ed una intellettualità particolari nel romanzo. Lo spessore dei personaggi è portato ai massimi livelli: Charlotte la donna forte e pratica, che pensa alla stabilità del matrimonio anche se innamorata di un altro; Edward volubile, che rasenta la follia per la sua passione; il Capitano persona ferma e fedele, Ottilie giovane, che sperimenta per la prima volta l’amore. Tutto, ovviamente, in un contesto molto platonico e spirituale.

Goethe non manca di aggiungere anche un pizzico di mistero al romanzo. In un primo momento col figlio (come accennato sopra) di Edward e Charlotte, in un secondo momento nel finale, dove Ottilie compie un prodigio (ma non posso rivelarvi troppo).

Se devo essere sincero mi attendevo qualcosa di più. Forse, però, è l’aspettativa da “grande classico” ad avermi tradito. Il romanzo è bello e, nonostante il linguaggio aulico si riesce a leggerlo discretamente bene e a seguire bene le vicende (certo, ai giorni nostri tutto si sarebbe concluso in pochi giorni invece dei 2 anni del romanzo). C’è anche una certa tensione, una voglia di scoprire se i due innamorati (Edward ed Ottilie) potranno mai unirsi (anche se sappiamo bene che la cosa era illecita). I personaggi affascinano: Charlotte è una donna che ti prende (o almeno a me piace): intelligente, sicura, riesce a rimanere calma nei momenti difficili, anche se alla fine chiude forse un po’ troppo dolore dentro di sé e, per la pace di vivere, acconsente a qualcosa che non le piace. Charlotte, se ci si pensa bene, è la donna che “costruisce” (costruisce sentieri nel parco – anche se dopo lo farà il capitano, costruisce il futuro delle persone prendendosene cura, ha costruito e vuol far rimanere salda l’unione familiare  anche se alla fine cede per non veder stare così male persone a cui vuole bene). E’ una donna che si sacrifica, che rimane “calma” alla morte di suo figlio per consolare le persone che si disperano.

Sì, mi aspettavo qualcosa di più particolare (ma a pensarci bene non so neppure io cosa), ma il romanzo mi è piaciuto e ve lo consiglio. Io l’ho trovato in edizione economica (solito scaffale di supermercato): per 4,90 euro il libro contiene “le affinità elettive” ed “i dolori del giovane werther” (edizione economica di Newton & Compton).

Buona lettura.

Il visconte dimezzato (Italo Calvino)

“Così passavano i giorni a Terralba, e i nostri sentimenti si facevano incolori e ottusi, poiché ci sentivamo come perduti tra malvagità e virtù ugualmente disumane”

Se il dualismo dell’uomo, nel “cavaliere inesistente”, veniva metaforicamente espresso dalla presenza inconsistente di Agilulfo e dalla carne di Gurdulù, in questa storia assume un aspetto ancora più surreale e profondo.

Il visconte Medardo di Terralba, in guerra, viene colpito da una cannonata che lo divide a metà. Più morta che viva, la prima metà viene raccolta dall’esercito a cui apparteneva e “risistemata” dai medici di campo. La seconda metà viene trovata, dopo più tempo, da dei monaci che riescono a rimetterla in sesto.

La prima metà (quella destra) è la prima a tornare al castello di Terralba. E la sua cattiveria inizia a mietere le prime vittime. I primi sintomi sono vari elementi (fiori, frutti, animali) tagliati esattamente a metà. Ma poi la cosa peggiora: il “mezzo visconte di destra” inizia a opprimere i paesani: contadini che vengono condannati all’impiccagione perché ritenuti responsabili di non aver versato tutti i tributi, guardie uccise perché non rispettano tutti gli ordini, …

Ma quando gli abitanti del feudo dei Terralba pensano di essere ormai persi avviene una novità: sembra che il mezzo visconte inizi a compiere qualche atto di bontà. Sarà forse la pseudo storia di amore con la “contadinella” Pamela? Naaaaa…

E’ il “mezzo visconte di sinistra” che è tornato: la bontà fatta persona. E la gente tira un sospiro di sollievo, anche se quel sospiro rimane sospeso a metà. Eh sì, perché più che la bontà, è il buonismo fatto persona. Talmente buono che diventa quasi un “ignavo”, una persona che non fa nulla, che non prende decisioni che possano cambiare qualcosa. Si limita, infatti, a “fasciare” i frutti tagliati a metà, a ricucire le cose divise, ma non controbatte la fonte di queste divisioni.

Ma si sa: le donne ne sanno una più del diavolo e Pamela trova una soluzione per sbloccare l’empasse. Entrambi (per motivi diversi) l’hanno chiesta in sposa: lei accetta la proposta di entrambi e porta le due metà a… Eh no: se volete sapere come si risolve la situazione leggetevi il libro!

A raccontare la storia, ancora una volta è una persona esterna: è un nipote del visconte, un ragazzo che, orfano, vive nella tenuta dei Terralba. E’ lui che ci descrive il paesaggio devastato dalla spada della metà destra e ricucito dalla mano della metà sinistra. Lo fa con gli occhi ancora stupiti di un ragazzetto: usa un linguaggio semplice e diretto, ma non povero. E’ l’espediente di Calvino per raccontare una storia in modo fresco e leggero ma ricca di contenuti da scoprire, da riassaporare, da indagare.

La storia, di per sé, è semplice. Nel senso che non ci sono grossi intrecci e, anzi, in certi punti è un po’ surreale, come la “storia d’amore” (se la si può chiamare così) con Pamela, e la vita stessa di Pamela, un po’ selvaggia ma, in fin dei conti, più saggia degli altri.

Il vero fulcro del romanzo, però, è la dicotomia del visconte, diviso a metà nel fisico e nell’animo. Anche in questo caso (come per Agilulfo e Gurdulù) le due metà rappresentano due facce dell’entità uomo. Ogni metà, da sola, è squilibrata (ha bisogno di un appoggio per procedere) e incompleta. Ogni metà ha bisogno dell’altra per poter mitigare i lati negativi e mettere in risalto quelli positivi.

E’ come se Calvino volesse dire che l’uomo ha in sé entrambe le metà: la parte buona tiene a bada le intemperanze della parte cattiva, e quella cattiva da forza alla buona. Sì, perché essere “solo” buoni può essere sbagliato come essere “solo” cattivi. La metà sinistra del visconte, presa da troppo buonismo, si adagia nell’attesa che l’altro (la metà cattiva) cambi spontaneamente e solo in virtù del buon esempio. Ma nella vita reale sappiamo che spesso questo non basta: è importante dare il buon esempio, ma a volte si deve anche richiamare gli altri affinché lo seguano, e non aspettare che se ne accorgano da soli. Altrimenti, come si dice a Firenze, “troppo buono = troppo bischero”.

E’ il corretto equilibrio fra queste due metà che fa l’uomo saggio; è uno scorretto equilibrio che trasforma l’uomo in “cattivo” o in “buonista”.

Che dire, quindi: questo libro (come gli altri due) è una lezione di vita e uno scavare nel proprio animo. Quale parte prepondera in me? Sono più buono o più cattivo? E riesce una parte ad equilibrare l’altra oppure la prevarica, la schiaccia, cerca di annichilirla?

Esatto: ho detto cerca. Perché secondo me nessuna delle due parti può prendere il 100% dell’uomo. Ci sarà sempre una piccolissima parte (o buona o cattiva) pronta a rispuntar fuori nelle condizioni più estreme o quando ce ne sarà bisogno.

Mi è venuto, pensando al paragrafo precedente, un parallelo con una strip di Calvin & Hobbes di Bill Watterson. In una delle tante storie vissute da questo pestifero seienne (Calvin) insieme alla sua tigre di pezza (Hobbes), Calvin “inventa” un duplicatore e crea, così, una “fotocopia” buona di sé stesso. Talmente buona da essere il più bravo a scuola, gentile con le ragazze e, in poche parole, bravo in tutte quelle cose che Calvin odia. Ad un certo punto, però l’originale e la copia iniziano a litigare e… “puff”, la copia scompare. Essendo stata creata come copia “buona”, appena ha avuto un rigurgito di cattiveria si è “autodistrutta”. Scusatemi: sono passato di palo in frasca, ma mi sembrava che questa strip riassumesse bene uno degli aspetti del libro.

Ultime note: anche questo libro è consigliato dagli 11 anni in su. Ma non è una favola e l’undicenne, anche se gradirà come è raccontata la storia, secondo me comprenderà solo la parte superficiale di questo vasto mondo. Certo: magari da più grande vorrà rileggerla e inizierà a scavare dentro sé, ma rimango convinto che il libro sia più adatto dai 14 anni in su.

Dimenticavo: questo libro, insieme al barone rampante e al cavaliere inesistente, fanno parte della trilogia chiamata degli antenati. Secondo me è una trilogia da tenere nella propria biblioteca personale (ammesso che si abbia posto: io inizio a scarseggiare di scaffali liberi…).

E’ facile da leggere e scorre bene, ed è anche scherzoso (anche se meno del cavaliere inesistente). Può essere portato sotto l’ombrellone.

Buona lettura.

Il cavaliere inesistente (Italo Calvino)

“O bella! Questo suddito qui che c’è ma non sa d’esserci e quel mio paladino là che sa d’esserci e invece non c’è. Fanno un bel paio, ve lo dico io!”

Se Calvino riesce sempre a sorprendermi, questa volta mi ha letteralmente stupito. La storia che narra intreccia amore, valori cavallereschi, guerra fra cristiani e musulmani per il dominio in Francia… e tanta ironia che funge da apripista a messaggi altamente profondi.

La storia è surreale, e riassumerla è un’impresa. Prendete per buono quello che scrivo e riservatevi di verificarlo leggendo il libro.

Fra le fila dell’esercito cristiano comandato da Carlo Magno c’è un paladino speciale dall’armatura tutta bianca: è il più “cavalieresco” dei cavalieri, il paladino più in gamba. Ha un unico difetto: è etereo come l’aria, è sola forza di volontà, senza carne. E’ una armatura che si muove, che parla (ovviamente con voce metallica e cavernosa), che combatte con destrezza in battaglia. Ma se si apre la celata (la “visiera” dell’elmo, per intenderci) si vede solo il vuoto, solo l’aria.

E’ Agilulfo, paladino che ha guadagnato il suo titolo di cavaliere salvando la virtù di una donzella (poi rivelatasi figlia di reali): per l’impresa fu nominato cavaliere di … (una sfilza di nomi che non ripropongo).

Nell’esercito di Carlo Magno, però, non è ben voluto: essendo il “perfettino” del gruppo è un po’ invidiato, un po’ preso a noia… un po’ uno scocciatore. E’ sempre lì a ricordare le norme e le regole, a richiamare tutti ai propri servizi e ad un contegno consono. Va a finire che tutti lo evitano e qualcuno pensa anche di liberarsi di lui. No, non in modo cruento, ma dandogli certe incombenze che lo dovrebbero avvilire (ed invece lo gratificano) o allontanare dal campo.

Fino a che un altro cavaliere non dichiara di essere il figlio della donzella salvata da Agilulfo, figlio già nato all’epoca dei fatti. Il titolo di Agilulfo cadrebbe (niente verginità della ragazza salvata = niente cavalierato) e lui non avrebbe più diritto a rimanere nell’esercito.

Inizia allora, per quattro personaggi (più uno al seguito) un viaggio di ricerca che va ben oltre l’oggetto fisico ricercato. Agilulfo, insieme a Gurdulù, suo scudiero, parte alla ricerca della ragazza salvata, per scoprire la verità. Bradamante, cavaliere (femmina) innamorata di lui partirà anch’essa all’inseguimento del cavaliere. Rambaldo, innamorato di Bradamante (e amico di Agilulfo), alla ricerca di entrambi. E Torrismondo, che si era dichiarato figlio della vergine salvata da Agilulfo, alla ricerca di un padre tanto particolare quanto assurdo (l’intero ordine dei cavalieri del San Gral).

E qui finisco il riassunto, sennò vi rovino il finale. Ma voglio proporvi, piuttosto, alcuni elementi molto curiosi della storia.

Scudiero di Agilulfo diventa un personaggio singolare, che – potremmo dire – è l’esatto opposto del cavaliere. Agilulfo sa di esserci, ma in realtà non c’è. E a volte vorrebbe avere un corpo, come tutti gli altri. Ma altre volte quella carne lo ripugna e si ritiene fortunato a non averne. E per contrappasso incontra Gurdulù, una persona che “c’è ma non sa di esserci”, a cui sembra mancare la ragione. Carlo Magno – per divertirsi alle spalle del cavaliere – ordina che Gurdulù divenga lo scudiero di Agilulfo. Eppure non ci può essere coppia più riuscita: durante il viaggio di ricerca ci accorgiamo che sono due facce della medaglia chiamata uomo. Penso in particolare all’incontro con la vedova Priscilla, dove Agilulfo rappresenta la parte più romantica e virtuosa dell’amore, mentre Gurdulù recita la parte più passionale.

Bradamante, è insoddisfatta e alla continua ricerca di qualcosa. Quel qualcosa lo trova in Agilulfo: nonostante lui sia sfuggente lei si innamora sempre più di lui, o meglio, del suo modo di agire e di essere (perché, ricordiamocelo, Agilulfo non aveva presenza carnale). E’ l’uomo perfetto secondo Bradamante. E pensare che di uomini ne aveva conosciuti tanti, ma di tutti era rimasta insoddisfatta.

Rambaldo, appena vede Bradamante (e la prima volta la vede in una situazione molto intima, credetemi) se ne innamora. E anche se all’inizio potrebbe essere più amore ormonale (se leggete il libro capite perché la penso così) si dimostra poi un amore in grado di crescere e maturare, tanto che – mi tocca anticipare un pezzo di finale – la cerca per monti e per valli finché non la ritrova e allora lei riconosce di aver trovato l’uomo giusto.

Torrismondo cerca le sue vere origini: gli hanno sempre detto di essere figlio dei cavalieri del San Gral e della donzella salvata da Agilulfo, ma erano tutte bugie. Nella sua ricerca troverà la verità, troverà l’amore e un posto nella storia.

In fin dei conti, effettivamente, tutti tranne Agilulfo troveranno un posto nella storia, un luogo dove crescere, metter su famiglia e vivere felici e contenti con la persona che amano.

Agilulfo è l’unico che non trova questo posto, anzi, che alla fine abbandona la storia (ma non vi dico come).

Ho parlato, all’inizio, di una massiccia dove si ironia che fa da apripista a messaggi più profondi. Dei messaggi profondi ne abbiamo parlato prima: la ricerca di sé stesso e di un compagno di vita, il dualismo dell’uomo rappresentato magnificamente da Gurdulù e Agilulfo…

Sull’ironia ci sarebbe da scrivere pagine. Pensate solo a Rambaldo che entra nell’esercito per vendicare la morte del padre e chiede come fare: c’è la “Sovrintendenza ai Duelli, alle Vendette e alle Macchie dell’Onore” a cui rivolgersi. E gli impiegati della Sovrintendenza contrattano sulla vendetta: secondo loro basterebbe che lui ammazzasse tre maggiori, ma Rambaldo si picca di voler uccidere l’Argalif di Isoarre perché fu lui ad uccidere suo padre. Gli impiegati cercano allora di rifilare a Rambaldo due vendette per zii che non erano morti… Insomma, una contabilità ed una burocrazia che, se da un lato ti fanno ridere, dall’altro sembrano voler dire che la guerra è la cosa più stupida di questo mondo.

Tutto l’ambiente dove si svolge la vicenda è intriso di ironia e, in qualche caso, un po’ surreale (al di là dell’irrealtà di Agilulfo e Gurdulù). Ragazze che prendono il velo per un periodo e poi lo lasciano e poi tornano a prenderlo come se il convento fosse un ostello e il velo la tessera di iscrizione al club per entrarci. Paladini così svogliati e maldestri che – se fosse per loro – mangerebbero fino a scoppiare, berrebbero fino ad ubriacarsi, farebbero l’amore e dormirebbero per tutto il giorno. Vedove che attirano viandanti per rubarne piaceri sessuali, contornate da ancelle giovani e passionali…

Insomma, se si pensa che è un libro per ragazzi, alle volte verrebbe voglia di censurarlo un pochino. No, non lo farò io, ma ritengo opportuno alzare l’età indicata sul libro: “dagli 11 anni” lo porterei a “dai 14 anni”. Ma non tanto per alcune “impudicizie” (oltretutto raccontate con finezza, senza volgarità) quanto per comprendere più a fondo la storia. Credo sia, infatti, più una storia da gradi che da ragazzi: certo, dai 14 anni si inizia ad intuirne il senso profondo, ma si predilige ancora l’aspetto surreale. Probabilmente leggere (o rileggere) questo romanzo a 20-30 anni te lo fa scoprire in una dimensione completamente nuova ed inaspettata.

Insomma, una storia per grandi e piccini, che si legge bene anche sotto l’ombrellone (visto che è tempo di ferie), che non richiede riflessioni arzigogolate, ma ti lascia sia con una certa allegria (per la leggerezza con cui è raccontata), sia con la voglia di scoprire qualcosa di più di te e delle altre persone.

Buona lettura.

Il barone rampante (Italo Calvino)

Una favola per bambini che diventa una metafora per adulti

Semplice e dolce, ma anche profonda, questa storia inizia come una favola per bambini ma si trasforma, con l’avanzare dell’età del protagonista, in una metafora per adulti, in un richiamo alle scelte forti e alla coerenza nel mantenere queste scelte.

Chi narra le vicende del Barone Cosimo Piovasco di Rondò è suo fratello minore, Biagio. Siamo a Ombrosa, una vallata ricca di alberi che si stende dalle alpi liguri al mare. La vicenda inizia il 15 giugno 1767 (Biagio ricorda esattamente quel giorno) e procede per vari anni (circa 60) fino all’uscita di scena di Cosimo (e che uscita di scena!).

Anche in questo caso non mi dilungo sulla trama: il link iniziale (che riporto anche qui) rimanda a Wikipedia, dove – oltre al riassunto della storia – potete approfondire altri dettagli. Io mi limito a fare un breve riassunto.

Tutto inizia il giorno in cui Cosimo si rifiuta di mangiare, a pranzo coi genitori, il fratello Biagio e la sorella Battista, uno dei disgustosi piatti preparati da quest’ultima. Scopriamo che si tratta di una famiglia di nobili, un po’ in decadimento, ma sempre nobili. Cosimo decide, per ribellione alle ingiunzioni del padre, di uscire di casa e – poco dopo – di salire su un albero promettendo di non scendere più. E da quel giorno inizia la vita di Cosimo sugli alberi: si organizza (anche grazie al fratello), conosce nuove persone (Viola, la bambina dei vicini; la banda di ragazzi che rubacchiano i raccolti dagli alberi, i contadini…), si costruisce, praticamente, una vita arborea, arrivando a sfruttare un punto di vista completamente diverso da quello comune.

Non racconto, come dicevo sopra, tutte le vicissitudini grazie alle quali, piano piano, il ragazzo si fa ben volere dal vicinato e diventa, in seguito, sempre più famoso anche a livello internazionale. I paesani inizialmente lo credono un po’ pazzerello, poi però iniziano a fidarsi di lui che li organizza contro i pericoli di incendio (in una torrida estate) o li aiuta in altri problemi. C’è da dire – quasi dimenticavo – che la vallata dove vive è talmente coperta di alberi (da questo il nome) che Cosimo può praticamente spostarsi in lungo e largo senza mai mettere i piedi per terra.

E’ difficile spiegare tutto il processo evolutivo di Cosimo: inizia a interessarsi nuovamente alle cose e a studiare. Divora libri, scrive ai filosofi, impara anche un po’ le lingue. Ed ormai grande vive i grandi eventi europei (la rivoluzione francese, le vittorie e le sconfitte di Napoleone). Finché, ormai vecchio, decide di uscire di scena in volo… no: non vi dico come, dovete scoprirlo da soli!

Come accennavo all’inizio è un messaggio profondo raccontato come una fiaba, una storia che ti spinge a crescere insieme a Cosimo. Ripensandoci ora anche il tono del racconto varia leggermente dai primi capitoli (più fiabeschi) agli ultimi (più riflessivi). I temi trattati sono tanti: la natura (Biagio che a più riprese si lamenta per la valle ormai spoglia di alberi), la coerenza (Cosimo che non torna indietro sulla decisione di vivere sugli alberi, nemmeno nel momento estremo), l’unione (Cosimo – solitario – che insegna ai paesani che l’unione fa la forza contro i pericoli), l’apertura mentale (Cosimo ex-nobile che guida i rivoltosi del paese sulla scia della rivoluzione francese), e potrei andare avanti ancora ed ancora.

Però – come accennavo sopra – se i primi capitoli sono raccontati quasi come fiaba (adatti ai bambini di 8-10 anni) gli ultimi diventano pane per denti più maturi, più adatti a ragazzi di 12-14 anni. La storia, di per sé, non ne perde: può essere letta da piccoli e grandi, ma i “grandi” possono ottenere maggiori stimoli e spunti di riflessione, specie sul finale.

L’opera fa parte della “trilogia araldica” (gli altri titoli: “il visconte dimezzato” e “il cavaliere inesistente”). Credo proprio che mi leggerò anche gli altri due libri. Sapevo che Calvino era un grande scrittore, ma pensavo che questa trilogia fosse composta da storie per ragazzi: interessanti, ben scritte, ma non molto stimolanti. Ho fatto, praticamente, lo stesso errore di valutazione fatto con Marcovaldo [wikipedia | mio post]: pensavo fosse una storia leggera, anche se ben scritta, divertente ma pensata solo per ragazzi. Ed invece, sia in quella (anzi: in quelle 20 storie) sia in questa ho trovato qualcosa che mi ha smosso.

Mi ero affezionato sia al Barone sia a Marcovaldo. Ma non come si può fare ad un personaggio romanzesco (come, ad esempio, Jack Ryan) o dei fumetti (Paperino). Cosimo – così come successe per Marcovaldo – mi “mancano” come persone che potevano darmi qualcosa in più della simpatia delle loro storie, qualcosa di più profondo di una risata…

Sì, il Barone rampante è un romanzo che – almeno un po’ – spinge a pensare. No, non esageriamo, non è neppure un trattato di filosofia o un romanzo di formazione. I personaggi, però, hanno quel non so che che te li fa sembrare vivi e vicini nonostante la storia rasenti l’assurdità. Diciamo che un po’ risveglia il ragazzo che è in te, e ti fa ricordare i progetti ed i sogni che, col crescere, hai riposto nei cassetti per svariati motivi; uno dei quali, però, potrebbe essere che non ci hai mai creduto veramente.

E’ vero che Cosimo è un personaggio di fantasia, ma alla fine ti viene da dire: “lui ha realizzato quello che voleva fare”. Certo: si è “bruciato” con la fiamma del suo idealismo, e le sue aspettative si sono infrante sugli scogli della disillusione, ma è rimasto coerente e fedele – fino all’ultimo – alle sue idee.

Ricapitolando: un libro per ragazzi ma che può (anzi: deve) essere letto anche dai grandi. L’edizione Oscar Mondadori che ho trovato in un supermercato viene 9,50 euro (appena più di 8 euro con lo sconto): è la meglio curata fra tutti i libri “economici” che finora ho raccattato in varie catene di distribuzione. E secondo me è indispensabile averla nella propria libreria. E si legge bene anche sotto l’ombrellone.

Buona lettura.