Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde (Robert Louis Stevenson)

Il dualismo buono/cattivo presente in ogni persona prende forma fisica grazie ad una soluzione chimica…

Ancora una volta ho trovato fra gli scaffali di un supermercato un classico che mi mancava e ne ho approfittato. E con sorpresa ho scoperto che il libro contiene più racconti, perché quello che credevo un romanzo (Dr. Jekill / Mr. Hyde) è in realtà un racconto (o un romanzo breve, se preferite).

Oltre al racconto che dà il titolo al libro, troviamo anche “Il trafugatore di salme”, “Markheim”, “Il diavolo nella bottiglia”, oltre a “Un capitolo sui sogni”, che non è un racconto ma una “dichiarazione poetica” originata da una intervista. Chiude il libro una postfazione di Joyce Carol Oates che ci aiuta a comprendere alcuni aspetti della scrittura di Stevenson.

Il racconto principale, ovviamente, è quello su Jekyll/Hyde. Tutti conoscete la storia, vero? Quindi non è necessario che vi dica chi è il Signor Utterson… Ok, ho capito, faccio un veloce ripasso. Utterson è un legale (più vicino al notaio che all’avocato) amico del dottor Jekyll e di altri personaggi chiamati in causa. Nel corso di vari mesi sente certe storie su un certo signor Hyde che il suo amico Jekyll ha nominato suo erede universale. Sospettando si trattasse di una truffa si mette ad indagare ma non scopre niente di particolare. Finché un giorno non scoprirà che i due sono la stessa persona, e lo farà nel modo più tragico: Jekyll/Hyde, che si è ucciso, gli lascia una lettera-testamento dove spiega tutto.

No, non mi chiedete cosa racconta Jekyll/Hyde nella lettera: qualcosa lo avete intuito, qualcosa lo scoprirete leggendo il racconto.

Fatto sta che Jekyll, convinto della dualità dell’uomo e del fatto che in ogni essere fisico si alternino, litighino, convivano due o più personalità, trova un catalizzatore chimico che permette a lui di trasformarsi (anche fisicamente) nell’uno o nell’altro. E quanto è probo Jekyll, tanto è odioso Hyde. Lascio a voi scoprire le riflessioni di Jekyll su come il suo doppio cattivo prendesse maggior forza, da cosa scaturisse questa forza… e soprattutto come mai, ad un certo punto, la soluzione chimica non funzionasse più.

A me preme ora fare un confronto con Calvino ed il suo “Visconte Dimezzato”, in cui il visconte – appunto – a causa di un colpo di cannone, viene fisicamente diviso in due metà, una cattiva e l’altra buona, una che semina terrore e l’altra che cerca di rimediare. Fortunatamente la storia di Calvino ha un lieto fine ma, a parte questo, si nota un certo parallelismo fra le due storie.

L’unica differenza che potrei trovare è su come gli autori approfondiscono i personaggi. Hyde è l’espressione degli istinti peggiori di Jekyll, istinti di cui il dottore è ben consapevole e che, scoperta la possibilità di trasformarsi in Hyde (o meglio, di nascondere la propria persona nella fisicità di Hyde – come dice il nome), lascia sfogare consciamente. Insomma, la parte cattiva (Hyde) viene fuori per un “allentamento” delle virtù in cui Jekyll ha sempre creduto. Mentre è un incidente che “dimezza” il Visconte di Calvino, e la coscienza incide poco nelle due personalità.

Una nota prima di spendere due parole sugli altri racconti. Non so se è lo stile dei traduttori (Attilio Brilli e Aldo Camerino), ma la prosa di Stevenson ha un sapore di antico: ti fa pensare subito alla Londra di fine ‘800, a signori con tuba e bastone. Insomma, ti introduce a quella che è l’ambientazione del racconto. Mi piace…

Ed ora spendiamo una parola su gli altri racconti.

“Il trafugatore di salme” vede due ex-studenti di medicina incontrarsi nuovamente dopo molto tempo. Entrambi molto in gamba all’epoca, adesso uno è un tuttofare a cui non dispiace l’alcool, mentre l’altro è un dottore affermato. Ma quando si ritrovano si rinnova in loro la paura per una vecchia storia che li ha visti protagonisti. Quando studiavano erano stati scelti da uno dei loro professori per un compito speciale: trovare cadaveri freschi per le lezioni di anatomia. Ed i cadaveri non si trovano certo al supermercato. Quindi… eh no: dovete leggere per capire cosa spaventa tanto i due.

“Markheim”, invece, è un signorotto che – dopo aver svenduto i beni ereditati – cerca un po’ di ricchezza andando a rubare a casa del rigattiere ebreo che in passato ha comprato molte delle sue cose. E, vuoi per rivalsa, vuoi per incoscienza, uccide il mercante. Ma mentre sta cercando la cassaforte ecco che un uomo si presenta a lui. Conosce molto di Markheim, moltissimo. E sembra voler dare consigli buoni, sembra volerlo aiutare, tanto che gli indica dove è la cassaforte. Ma Markheim non ci crede e… cosa succederà? Lo so, son crudele, ma così vi faccio venir la voglia di leggere!

“Il diavolo nella bottiglia” mi è piaciuto di più, anche se la prosa sembra meno curata. Un uomo trova una casa bellissima e quando chiede al suo proprietario come ha fatto per costruirla scopre che costui ha una bottiglia che contiene uno spirito in grado di soddisfare tutti i desideri del proprietario. Ma ci sono due regole: chi possiede la bottiglia può liberarsene solo vendendola a prezzo più basso di quando l’ha acquistata. E chi muore mentre la possiede va all’inferno.

Per farla breve: il protagonista compra la bottiglia, fa avverare un paio di desideri e poi la rivende e vive felice. Ma il giorno in cui trova una bella donna e sta per sposarsi scopre su di lui i segni di una malattia che sa essere senza scampo. Unica soluzione sarebbe ritrovare la bottiglia e chiedere allo spirito la guarigione: riesce a ricomprarla ma, ahimè, il prezzo è talmente basso che sa bene di non riuscire più a rivenderla. Si sposa sì, ma la felicità (sa che andrà all’inferno) piano piano sparisce. Sua moglie scopre tutto e trova una soluzione, ma non è facile da applicare… quindi alla fine decide di sacrificarsi e, senza dire nulla al marito, compra lei la bottiglia. Ora il marito è felice ma la moglie è triste. Urge un ultimo cambio di scena ma cos’altro può avvenire per salvare la coppia? Succede che… dovete leggere il racconto per scoprire se i due riescono a salvarsi.

Concludo indicandovi il tema comune in tutti i racconti: l’uomo e la sua possibilità di fare il bene o il male. Se leggerete i racconti vi accorgerete che in tutti c’è una certa dualità: a volte espressa nella stessa persona (Jekyll/Hyde), a volte frammentata in più persone o in diverse azioni. C’è sempre, inoltre, un certo distacco dalla parte “cattiva” (ne Hyde ne gli altri personaggi vengono giustificati), anche se si trova un po’ di speranza in Markheim. Insomma, esiste un filo rosso che lega i vari racconti.

Vista la stagione, potrebbe benissimo essere un libro da procurarsi per la prossima estate, da leggere sotto l’ombrellone o durante una lunga pausa su un pratone. Libro adatto anche ai ragazzi (adolescenti o superiori), anzi: può aiutarli a crescere e a capire che ogni azione ha una qualche conseguenza.

Insomma, lo raccomando.

Buona lettura.

Ritratto dell’artista da giovane (Joyce)

Che Joyce sia un grande autore non lo metto in dubbio (chi sono io per stroncarlo?) e sono anche convinto che ci abbia lasciato grandi opere. Però… Perché c’è sempre un però…

Però a me questo racconto non mi ha convinto. Faccio una premessa: in questo periodo i libri mi scorrono con più difficoltà, quindi anche questo può aver influito sul mio giudizio non proprio lusinghiero. E faccio anche una considerazione: la traduzione di un’opera perde sempre qualche sfumatura, quindi forse avrei apprezzato di più la versione originale (ammesso che la mia conoscenza dell’inglese mi permettesse di leggerla).

Se cercate su google e wikipedia troverete molte recensioni e la trama del romanzo, quindi – pur chiedendovi scusa – non mi sforzerò di raccontarvi tutto ma mi limiterò ad alcune impressioni a caldo.

L’artista protagonista del racconto è Stephen Dedalus, primogenito di una famiglia numerosa, nobili decaduti e ridotti in povertà, con un padre – nelle ultime pagine – dedito all’alcol e al ricordare i titoli del passato.

Stephen ha una vena poetica in lui, sembra uno dei classici poeti maledetti: studia in una scuola cattolica, sotto i Gesuiti, e accresce la sua cultura letteraria con discreto successo tanto che, nel capitolo finale, lo si sentirà discettere di cosa sia la bellezza con argomentazioni ricavate sia da riflessioni personali sia dalla cultura acquisita.

Ma, da buon poeta maledetto, ha anche una insofferenza verso la felicità. In giovane età cade nel peccato della lussuria ma si “riprende” dopo la predica di un gesuita sul peccato e sulle condizioni di vita infernali che spettano ai peccatori (buona parte di un capitolo è coperto da questa predica). Per riscattarsi inizia una vita pia, coronata di preghiere e corone di rosario, pie opere e buone intenzioni. Ma anche questa vita non regge a lungo: pur non venendo indicata nel racconto nessuna ricaduta nella lussuria, si intuisce che il protagonista si allontana dalla vita religiosa, soprattutto dopo la proposta di uno degli insegnanti gesuiti di prendere in considerazione la vocazione al sacerdozio.

Il romanzo finisce col protagonista che decide di iniziare un viaggio, sia per fuggire da casa e dagli impegni di studio (e dalla noia di nozioni precotte) sia per accrescere la sua cultura. Un viaggio sia come metafora di crescita sia come fuga da un qualcosa che Stephen non vuole essere. E soprattutto fuga da un amore che lui non ha mai voluto far crescere, anche se è stato linfa per alcune sue prime poesie.

Come dicevo sopra non sono rimasto soddisfatto: è un romanzo – per i miei canoni, probabilmente molto semplicistici – che ti lascia un po’ perplesso. La fine non è proprio una fine (ma Calvino ci insegna che la cosa può funzionare ugualmente), un romanzo che a tratti non scorre (ma, mi ripeto, può essere la mia stanchezza attuale a non averlo fatto scorrere), un romanzo di cui non capisci bene il senso (se si escludono alcuni capitoli più comprensibili).

C’è una morale da imparare dalla vita di Stephen? Sì, forse… Ma non è un romanzo di formazione. Qual’è il messaggio che Joyce ci vuole dare? sinceramente non lo ho capito.

Non per questo abbandonerò la lettura di Joyce: voglio trovare la chiave di lettura per entrare nella testa dell’autore. Quindi prossimamente mi cimenterò nella lettura di un altro suo romanzo (dovrei avere da qualche parte “Gente di Dublino”, letto molto tempo fa ma di cui ricordo ben poco).

Se però qualcuno di voi sa e può darmi consigli di lettura per questo autore, ve ne sarò grato.

Buona lettura.

L’isola del tesoro (Robert Louis Stevenson)

“Pezzi da otto! Pezzi da otto!”

Se ci sono, in alcuni romanzi, frasi che ti rimangono appiccicate addosso – anche senza un senso particolare ma solo per la sonorità di esse – quella di questo romanzo è sicuramente il “pezzi da otto” gracchiato dal pappagallo di Long John Silver, frase che ancora sveglia di soprassalto Jim quando invade i suoi incubi.

Cosa è l’isola del tesoro? Il romanzo (ho letto l’introduzione, stavolta) è nato come storia da raccontare ai ragazzi prima di dormire: Stevenson la buttò lì una sera e piacque tanto che tutta la famiglia, nei giorni seguenti, collaborò per portare avanti le avventure di Jim. Uscì, poi, come racconto per ragazzi ma non ebbe molto successo, al che l’autore – dopo averci lavorato un po’ – la pubblico come storia di avventura pensando ad un pubblico adulto che abbia ancora voglia di avventure, ed ebbe il successo che sappiamo (fino a diventare un classico della letteratura).

La storia è semplice: Jim, adolescente, trova una mappa fra le cose di un vecchio pirata che alberga presso l’osteria del padre: insieme ad un conte e ad un dottore decidono di metter su una spedizione per raggiungere l’isola ed il tesoro. Ma i vecchi compagni del pirata che ha nascosto tutto quel ben di Dio si imbarcano sulla nave come marinai, con l’intenzione di appropriarsi dell’oro appena scoperto e uccidere conte, dottore e Jim.

Fra peripezie, doppiogiochismo, avventure, colpi di scena e lieto fine i nostri eroi riescono a tornare a casa salvi (anche grazie all’incoscienza di Jim), uno dei vecchi pirati (il temibile Long John Silver) scappa con una parte del tesoro, e gli altri pirati rimangono “imprigionati” sull’isola, senza ormai tesoro.

Sicuramente è un romanzo che ti prende subito, perché l’avventura inizia a spron battuto dalla prima pagina: dal vecchio Bill Bones che entra in casa di Jim (e a cui Jim, nonostante tutto, sembra affezionarsi almeno un po’) le peripezie si moltiplicano. Il ragazzo – come molti ragazzi della sua età – nonostante la paura – agisce più volte in modo incosciente – e grazie ad una buona dose di fortuna, riesce sempre a salvare la situazione. Non pensa alle conseguenze delle sue azioni (e, devo dire, in questo senso il romanzo mi sembra quasi l’opposto di un romanzo di formazione, in cui l’eroe-ragazzo cresce passando da vari stadi ma sempre riflettendo su cosa ha fatto e traendone una lezione).

Jim sembra non trarre un lezione dal suo vissuto, o meglio… si scopre che qualcosa lo ha capito – che è cresciuto – nell’ultima pagina del suo racconto (l’ultimo capitolo). Agisce per istinto, riesce sempre a cavarsela, ma non pianifica le sue azioni. Penso a quando abborda la goletta con la piroga di Ben Gunn, rischiando di venir travolto dalla grossa nave. Nella sua testa l’idea era quella di riportare la goletta in salvo (dopo aver lui rotto gli ormeggi e averla fatta andare alla deriva). Eppure sale a bordo, dove trova uno dei pirati di guardia mezzo tramortito (e l’altro completamente morto) e solo la fortuna e l’istinto gli permettono di salvarsi.

Carismatico è il personaggio di Long John Silver (chiamato anche Barbecue per il suo ruolo di cuoco sulla goletta): riesce ad ammaliare, affascinare, sia Jim che gli altri. Alcuni marinai non del suo gruppo passano dalla sua parte grazie ai suoi discorsi. Nel momento di crisi (i marinai che vorrebbero ribellarsi a lui) è lui che li tiene uniti, o che si fa di nuovo ri-eleggere loro capo quando cercano di ammutinarsi dal suo comando.

Anche Jim subisce il suo fascino, nonostante scopra che il suo è un eterno doppio gioco, che è un continuo tenere il piede in due staffe: amabile e rispettoso verso il dottore e il conte, protettivo con Jim, armeggione e compagnone coi pirati, ma solo fino a quando gli fa comodo, pronto a voltar faccia appena è più conveniente. Grazie alla sua parlantina riusciva sempre a volgere le situazioni a suo favore.

Confesso che forse l’introduzione me ha rovinato un po’ alcune sorprese del romanzo: quando è entrato in scena Ben Gunn sapevo già chi era (lo avevo letto nell’introduzione…) e quindi alcuni “colpi di scena” mi hanno sorpreso poco. Ma l’autore è riuscito, comunque, a tenermi attaccato alle pagine del suo libro. Ed effettivamente è un romanzo che si legge velocemente: capitoli corti e semplici, e alla fine di uno non vedi l’ora di cominciare l’altro.

IL tutto è narrato in prima persona da Jim (escluso alcuni capitoli narrati dal dottore), nella forma di un resoconto dettagliato redatto a fine spedizione. Buona tecnica, da parte di Stevenson, per aiutarci a prendere in simpatia Jim e a tifare per lui… e ad impersonarsi con lui (dite la verità: a chi non sarebbe piaciuto, da adolescenti, vivere una avventura alla ricerca di un tesoro).

Mi ha fatto piacere trovare una edizione di questo classico – che non avevo mai letto – in versione economica (4,90 euro con la collana “la biblioteca di repubblica”). Lo considero un romanzo “fresco”, adatto da portare sotto l’ombrellone e ad essere letto da grandi e piccoli (o almeno dai 12 anni in su).

Buona lettura.

La tempesta (W. Shakespeare)

“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni” (atto IV)

Maledetta pubblicità… sì perché è colpa di una nota casa automobilistica (che ha citato in una sua pubblicità una delle frasi di questa opera) che mi è venuto voglia di leggermi questa commedia.

Bè, la cosa non mi è dispiaciuta, considerando che il testo è scaricabile, legalmente, gratis (per chi ha un iPad lo trovate in Italiano nel negozio di libri legato all’App iBook; altrimenti in “Liber liber – progetto Manuzio” – ecco il link diretto al PDF).

La trama è semplice: Prospero, il duca di Milano, viene esiliato dal fratello che prende il potere sul ducato. Insieme a Prospero viene esiliata anche, piccola, la figlia Miranda. I due vivono su una isola (non si capisce bene dove: io suppongo sia, comunque, nel mediterraneo), insieme a Calibano, figlio di una vecchia strega (ormai morta) esiliata anche lei sull’isola.

Grazie ai suoi studi sulla magia Prospero si è garantito i servigi di alcuni spiriti comandati da Ariel (Ariele secondo alcune traduzioni). Grazie agli spiriti Prospero riesce a far naufragare una comitiva di cui fa parte l’usurpatore del suo regno: la sua intenzione è quella di tornare al suo ducato e di esigere giustizia verso l’usurpatore e chi lo ha aiutato. Potremmo chiamarla “vendetta” ma in realtà Prospero non ha nessuna intenzione di usare violenza: sia nel “naufragio controllato”, sia nelle successive azioni Prospero raccomanda sempre e comunque ai suoi spiriti di salvaguardare la vita alle persone coinvolte. E’ più corretto, quindi, chiamarla “giustizia”.

Ma, soprattutto, l’idea del vero duca di Milano è quella di unire il suo ducato a quello del regno di Napoli (il cui Re aveva aiutato l’usurpatore). Ecco quindi che organizza l’incontro fra sua figlia ed il figlio del Re di Napoli. Come accade sempre nelle commedie, ovviamente, è amore a prima vista, e tutto finisce bene (insomma, il solito “e vissero felici e contenti”).

In fin dei conti una commedia carina, più leggera di altre ma non più banale. Anche il semplice insegnamento che dà Prospero col suo agire (ristabilire la giustizia, ma senza violenze) è un esempio di virtù. Certo, manca forse un po’ di intrigo (lo spettatore si trova già sull’isola e gli intrighi del palazzo milanese sono raccontati solo in parte da Prospero alla figlia).

Se volete qualche info in più su Wikipedia trovate una trattazione più ampia con, anche, alcune spiegazioni sul tema della temperanza che è il principale tema proposto dall’autore nella commedia. Io oggi ho poco tempo per fare analisi più approfondite, quindi vi lascio a Wikipedia e Google, dove troverete tantissime informazioni in più.

Buona lettura.

Cent’anni di solitudine (Gabriel García Márquez)

La saga di una dinastia che attende, inconsapevole, la propria fine

Scusate, sembrerò irriverente, ma la prima (e sicuramente superficiale) impressione che ho avuto durante la lettura di questo classico della letteratura è stata “mi trovo davanti alla sceneggiatura di una telenovela”. Questa sensazione era dovuta, soprattutto, al continuo innamorarsi fra cugini e cugine, zie e nipoti, ai fatti “strani” che ogni tanto si verificavano, ai figli scomparsi e creduti morti che dopo anni tornavano a casa.

Ma, se si scava un po’, c’è molto di più in questo romanzo (altrimenti perché, nel 1982, sarebbe valso il Nobel per la letteratura all’autore?).

La storia è quella di una dinastia destinata alla solitudine e all’autodistruzione: il capostipite José Arcadio Buendía fugge, con la propria famiglia ed alcuni amici, dal suo paese natale dopo aver ucciso (per una pesante offesa verso la sua virilità) l’avversario in un combattimento di galli. Il gruppo, dopo giorni di cammino, si stabilisce in una radura nella foresta, vicino ad una palude, e fonda “Macondo”, il villaggio dove si svolgerà tutta la storia.

Nonostante sia un villaggio isolato la vita del paese si sviluppa fino a farlo diventare una cittadina (anche grazie agli stessi Buendía ed alle loro “strane” idee) per poi farlo regredire ad una città fantasma che viene spazzata via da un uragano nell’ultima pagina del libro.

Sette generazione di Buendía riempiono le pagine del romanzo, e la storia è tutta incentrata su di loro, ma non chiedetemi di raccontarla perché – per farlo in modo corretto – dovrei scrivere pagine e pagine. La trovate su Wikipedia dove, oltre alla trama ed ai personaggi, è disponibile un COMODISSIMO albero genealogico che vi aiuterà – se avete intenzione di leggere il libro – a seguire i personaggi (primo perché i Buendía usano sempre i soliti nomi, secondo perché l’autore salta nel tempo e fra le generazioni).

Il numero “7” è sempre stato affascinante: in alcune culture indica l’umanità (unione uomo e donna). Non so se Márquez voleva sfruttare questa singolarità quando ha pensato alle 7 generazioni di Buendía che fondano, vivono ed infine muoiono con Macondo, ma sospetto che l’intenzione dell’autore fosse quella di scrivere della condizione umana. Macondo è un po’ un pianeta isolato, e vittima di una profezia che parla della sua distruzione, profezia portata dallo zingaro Melquiades ma che nessuno sa leggere perché scritta in sanscrito.

Il piccolo villaggio di case di fango diventa paese, le case diventano più solide. Poi si trasforma in città finché una pioggia lunga e incessante (che dura oltre 4 anni) non stanca anche gli ultimi abitanti e li spinge ad andarsene. Solo i Buendía rimangono, legati al paese da una forza che neanche loro sanno comprendere. Fino a che non saranno spazzati via da un vento impetuoso, insieme al paese stesso che loro hanno fondato.

Metafora dell’umanità, ma anche di ogni singolo uomo, le sette generazioni coi loro personaggi ripercorrono le tappe della vita di ognuno. Se la prima rappresenta la nascita e la fanciullezza (lo stupore e la scoperta delle cose da parte di José Arcadio insieme a Melquiades), le successive sono l’irruenza giovanile (José Arcadio figlio), l’adolescenza (gli amori di Rebeca e Amaranta), la sete di una giustizia più popolare (il colonnello Aureliano con le sue 32 guerre, tutte perse), la delusione del mondo (sempre il colonnello Aureliano, che si rintana nel suo laboratorio a costruire pesciolini d’oro).

E se ci fate caso le generazioni ancora successive, escluso qualche picco positivo (Remedios la bella che viene addirittura “assunta in cielo”) iniziano tutte a decadere, vivendo sempre più sulle spalle di quello che hanno costruito gli antenati che sulle proprie forze. E’ l’uomo che si lascia andare, non cura più sé stesso (la casa dei Buendía che si rovina, che ogni tanto viene messa a posto ma poi cede nuovamente); è l’umanità che, nel benestare, perde la misura delle cose importanti. Fino a scomparire. Tempo fa leggevo un brano (non ricordo più dove e non mi riesce ritrovarlo) che ipotizzava che la caduta dei grandi imperi del passato era dovuta proprio alla decadenza innescata dal  benessere raggiunto. In parole povere: dopo aver lottato per raggiungere un certo stato di benessere, inizio ad infischiarmene dei valori per cui ho lottato. La struttura su cui baso i mie valori si indebolisce ed alla fine tutto crolla e si torna al punto iniziale. Se volete riprendere lo stesso concetto in modo più leggero leggetevi la storia a fumetti “Asterix e la Obelix S.p.A.”, dove i romani cercano di far diventare “decadente” il piccolo villaggio gallico così da indebolirne la coesione fra gli abitanti e poterlo finalmente conquistare.

Si diceva: tutto torna al punto iniziale, come in un ciclo. Come i cicli che Ursula riconosce nella storia della famiglia (le cose che si ripetono, gli stessi errori commessi da padri e figli). Ursula che è la donna più forte del romanzo, quella che tiene in piedi la casa (e la famiglia, di cui la casa è il simbolo). Anche se praticamente cieca riesce a tenere le sue mani saldamente su tutto: a volte deve scacciare qualcuno (come José Arcadio figlio e Rebeca, che si sposano seppur fratellastri), oppure deve rinnovare e rendere più solida la casa (nuove stanze, pavimenti in cemento) o disinfestarla (dalle formiche rosse). A volte cerca di innalzare anche il livello culturale, come quando acquista la pianola grazie alla quale Pietro Crespi entra nella vita dei Buendía.

Come si diceva la famiglia alla fine sparirà (“perché le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra” – come dice l’autore chiudendo il romanzo). Era scontato, e non solo per la profezia: i membri della famiglia fanno sempre più riferimento a loro stessi (col risultato dei vari incesti) e non si aprono al mondo. Anche Amaranta Ursula e José Arcadio (della quinta generazione), che sono andati a giro per il mondo, ritornano poi a Macondo da dove non hanno intenzione di andarsene (ed infatti moriranno lì). E sarà proprio Amaranta Ursula, unendosi con Aureliano Babilonia, a generare l’ultimo dei Buendía: Aureliano (non il colonnello), un bambino che nasce con la coda di porco (come predice Ursula quando sposa il primo José Arcadio). Tutto finisce lì dove tutto è iniziato: la casa dei Buendía, ormai a pezzi, viene spazzata via da un uragano insieme a tutto il paese; il piccolo Aureliano viene divorato dalle formiche rosse e Aureliano Babilonia comprende – finalmente – le profezie di Melquiades. Ma è troppo tardi: viene sepolto dalle macerie della casa.

Macondo è un luogo fantastico, e García Márquez ci regala (con esso ed in esso) un racconto favoleggiante che richiama, però, la storia dell’uomo. Il chiudersi in sé stesso porta alla distruzione, il fare riferimento solo a sé alla fine ti isola e, come molti personaggi del romanzo, ti fa invecchiare recluso nelle tue convinzioni, nei tuoi dubbi, nelle “stanze” che ti costruisci per lasciare fuori il mondo.

L’autore, per raccontarci tutto questo, usa un linguaggio fresco e in parte favoleggiante: unisce momenti di vita “reale” a momenti fantastici (gli spiriti che non vogliono andarsene da casa Buendía, Remedios la bella che sale al cielo aggrappata ad un lenzuolo, la stanza di Melquiades che non “invecchia” e dove non si deposita la polvere).

Lo stile di scrittura, devo confessarlo, non è fra i miei preferiti: capitoli e paragrafi lunghi (che mettono in difficoltà chi vuole interrompere la lettura per riprenderla il giorno dopo) e salti temporali mi hanno reso più difficile che in altri romanzi seguire il tutto. Anche se, devo dire, questo sistema (soprattutto di andare avanti e indietro nel tempo senza mai riferimenti precisi) aggiunge qualcosa al tocco favoleggiante del romanzo.

Cosa intendo per “andare avanti ed indietro nel tempo”? L’autore racconta di un certo personaggio e ne descrive buona parte della vita, magari più episodi. Ma quando passa ad un altro ritorna ad un evento accaduto anni prima. Non c’è, insomma, una linearità temporale nel raccontare le vicende, ma un saltare avanti ed indietro (a volte solo di pochi giorni, a volte di anni). E quello che ti scombussola un po’ è che non ci sono riferimenti temporali (non si dice “nell’anno x” ma – al massimo – “qualche anno prima”). E questo (e forse è una delle cose belle del romanzo) ti porta a pensarla come Ursula: il tempo non è lineare ma ciclico, le cose si ripetono, ciò che è stato sarà di nuovo…

Personalmente credo di aver capito la metà dei messaggi che Márquez voleva lasciare. So già che fra qualche anno dovrò riprendere in mano il libro e rileggerlo, scoprendo nuove cose e comprendendo meglio le vecchie. E’ comunque un romanzo che ti lascia dentro una leggera inquietudine e (almeno a me) ha messo la voglia di uscire un po’, specialmente nelle giornate di sole (sarà l’effetto della pioggia che è durata, su Macondo, oltre 4 anni?).

Inquietudine perché, in certi passi, rivedevo un po’ me stesso. In particolar modo nel colonnello Aureliano che, dopo le delusioni della guerra, si chiude in sé e nel suo laboratorio, a fabbricare pesci d’oro per poi disfarli, recuperare l’oro, e ricominciare a fabbricarli. Ma penso che ognuno possa trovare, in qualche personaggio, un po’ di sé stesso. In fondo, come dicevamo sopra, il romanzo è metafora di ogni essere umano ed è quindi facile ritrovare un pezzo di sé in qualche passaggio.

Insomma, un romanzo che consiglio di leggere ma che non va preso alla leggera. Oltretutto (come mi succede spesso) lo si può trovare nei supermercati ad un prezzo invitante (intorno agli 8 euro). Se devo essere sincero la qualità di carta ed inchiostro mi fanno sospettare che fra 10 anni alcune parti non saranno più leggibili, ed inoltre ho notato la mancanza di molti accenti (troppi per essere refusi, sospetto più un difetto di stampa). Ma la qualità è stata sufficiente per poter godere appieno del romanzo.

A questo punto posso solo augurarvi buona lettura. Io, visto che è una bella giornata di sole, credo che uscirò un po’ a godermi tutta questa luce.