Lezioni americane : sei proposte per il prossimo millennio (Italo Calvino)

“è possibile raccontare una storia al cospetto dell’universo?”

Mi piace Italo Calvino. Mi piace la sua freschezza nel raccontare le storie, la “leggerezza”, la “rapidità”: storie che scorrono veloci agli occhi del lettore, ma che non sono mai banali.

Fui catturato da questo autore qualche anno fa, quando lessi (dopo anni che rimandavo) “Marcovaldo”, seguito a  ruota dal “Barone rampante” e dalle altre due opere della trilogia degli antenati. E da allora non ho smesso di mettere le opere di Calvino fra i libri da acquistare. Fino a poche settimane fa in cui ho iniziato le “Lezioni americane”.

Non si tratta di un romanzo: Calvino fu invitato a tenere un ciclo di sei conferenze presso l’università di Harvard, le “Charles Eliot Norton Poetry Lectures”. Conferenze che non sono mai state tenute (causa la sua morte) ma che sono state raccolte in questo libro.

Quello che Calvino voleva proporre ai giovani uditori di Harvard era composto da una serie di valori (uno per conferenza) che dovevano proiettare la letteratura nel prossimo (questo) millennio: la leggerezza, la rapidità, l’esattezza, la visibilità, la molteplicità (il sesto valore non era ancora stato definito quando la morte colpì l’autore, ma sembra si dovesse trattare della “consistenza”). Sei valori che erano anche sei modi di proporre tecniche di scrittura (nel senso più ampio del termine). Cioè: come dovrebbe essere un nuovo racconto, di cosa non potrebbe fare a meno?

Sei valori che diventano sei qualità, sei modi di proporsi ai propri lettori. Sei qualità che hanno intriso tutta l’opera di Calvino. Ripenso appunto alla trilogia degli antenati o a Marcovaldo o alle cosmicomiche: tutte storie “leggere” (dove la narrazione non è appesantita da inutili orpelli ma va diritta e spedita alle cose essenziali), tutte storie rapide, che si leggono in un soffio, tutte storie che vengono estratte da una molteplicità di storie fra loro collegate e che diventano una singola storia…

Devo confessarvi che la lettura di questo libro mi ha richiesto un po’ più tempo ed è stata un po’ più pesante di quanto mi aspettavo. Pesantezza, però, che mi ha portato ad apprezzare meglio sia i romanzi dell’autore, sia altri romanzi. Calvino riempie di esempi l’espressione di questi concetti, saltando da autori famosi (o almeno che avevo sentito rammentare) ad autori a me sconosciuti; da storie classiche a storie ignote. E qui sorge un problema: se dovessi leggermi tutti i libri che Calvino, citandoli, mi ha messo voglia di leggere ne avrei per un paio d’anni (dedicandomi, però, solo ed esclusivamente a questo).

L’ultimo capitolo, l’appendice “cominciare e finire”, che sostituisce quel sesto valore che Calvino non aveva ancora preparato, è un inno agli incipit e ai finali di romanzo. Calvino stava prendendo appunti in preparazione delle conferenze e queste riflessioni avrebbero potuto essere una introduzione alle “letture” da lui tenute, parlando proprio della difficoltà di iniziare un romanzo (come quella di iniziare una conferenza) e della chiusura di entrambi.

Consiglio questo libro agli amanti dei libri: non regalatelo a chi legge qualcosa ogni tanto, che sarebbe sprecato, ma a chi accatasta libri sui propri scaffali, o a chi ha una tessera della biblioteca assolutamente logora dall’uso continuo che ne fa. E’ un libro che ti rende molto più cosciente di quello che leggi, ti aiuta a vedere la storia in modo diverso. E, infine, ti può aiutare anche a scegliere: una storia che non sia leggera, rapida, ecc. ecc. forse potrebbe essere noiosa…

Buona lettura.

Le cosmicomiche (Italo Calvino)

Brevi racconti “cosmici” sulla formazione della terra

Se la trilogia degli antenati mi ha colpito per tutta una serie di riflessioni che ci stanno dietro (vedi i miei post: il barone rampante, il cavaliere inesistente e il visconte dimezzato) le “cosmicomiche” mi hanno lasciato più… boh, forse “indifferente”, ma non so definire bene la mia sensazione.

Partiamo dal descrivere cosa sono: si tratta di una raccolta di piccoli racconti a sfondo “cosmico” e “comico” che partono da considerazioni scientifiche del passato. Per esempio “la distanza dalla luna” ha come introduzione la “teoria della fissione” (postulata da Darwin figlio). La teoria (molto in breve) dice che la luna si è formata grazie al materiale eiettato dalla terra e si è piano piano allontanata dal nostro pianeta. Calvino ci costruisce una storia di persone che vanno a raccogliere il “latte lunare”, una storia di amori e passioni, di cose strane, di fatti curiosi. Ed anche gli altri racconti in questa raccolta sono nello stesso stile.

Sono storie buffe, che fanno sorridere e, in qualche caso, anche ridere. Tutte storie surreali, ma molto diverse, per esempio, dallo stile surreale di Douglas Adams (quello della Guida Galattica per autostoppisti). E diverse anche dal surreale di Boris Vian (la schiuma dei giorni). E’ un “surreale” vicino alla trilogia degli antenati, anche se meno profondo.

Vero è che in tutte le storie (in misure diverse) c’è una componente di amore: più passionale, più spirituale o addirittura “semplice” amor proprio.

Si parla di uomini e donne in ricerca, indifferenti al tempo: hanno vissuto i tempi più remoti e continuano a vivere i tempi odierni e vivranno quelli futuri… non si sa chi siano, o forse siamo tutti noi. MI ha fatto particolarmente sorridere “gli anni luce”: una persona, scrutando con un telescopio, una notte, una galassia lontana, scopre un cartello con su scritto “ti ho visto”. E da quel momento iniziano una serie di elucubrazioni mentali su ciò che era stato visto e su come giustificarsi. Molto umano…

Quello che viene tracciato, alla fine, è un po’ l’identikit dell’umanità: le sue passioni, la sua storia, gli intrecci, le paure e le scoperte.

Libro da tenere in biblioteca? Male non fa, ma non lo possiamo neppure definire un classico. Certo, Calvino, con ironia e simpatia, ci mostra alcuni aspetti del nostro essere, ma con minore potenza rispetto – come già detto – alla trilogia… In parole povere non è male leggerlo. Ma se volete iniziare a conoscere Calvino forse è meglio partire col “barone rampante” e proseguire col “cavaliere inesistente” e il “visconte dimezzato”.

Buona lettura.

Il visconte dimezzato (Italo Calvino)

“Così passavano i giorni a Terralba, e i nostri sentimenti si facevano incolori e ottusi, poiché ci sentivamo come perduti tra malvagità e virtù ugualmente disumane”

Se il dualismo dell’uomo, nel “cavaliere inesistente”, veniva metaforicamente espresso dalla presenza inconsistente di Agilulfo e dalla carne di Gurdulù, in questa storia assume un aspetto ancora più surreale e profondo.

Il visconte Medardo di Terralba, in guerra, viene colpito da una cannonata che lo divide a metà. Più morta che viva, la prima metà viene raccolta dall’esercito a cui apparteneva e “risistemata” dai medici di campo. La seconda metà viene trovata, dopo più tempo, da dei monaci che riescono a rimetterla in sesto.

La prima metà (quella destra) è la prima a tornare al castello di Terralba. E la sua cattiveria inizia a mietere le prime vittime. I primi sintomi sono vari elementi (fiori, frutti, animali) tagliati esattamente a metà. Ma poi la cosa peggiora: il “mezzo visconte di destra” inizia a opprimere i paesani: contadini che vengono condannati all’impiccagione perché ritenuti responsabili di non aver versato tutti i tributi, guardie uccise perché non rispettano tutti gli ordini, …

Ma quando gli abitanti del feudo dei Terralba pensano di essere ormai persi avviene una novità: sembra che il mezzo visconte inizi a compiere qualche atto di bontà. Sarà forse la pseudo storia di amore con la “contadinella” Pamela? Naaaaa…

E’ il “mezzo visconte di sinistra” che è tornato: la bontà fatta persona. E la gente tira un sospiro di sollievo, anche se quel sospiro rimane sospeso a metà. Eh sì, perché più che la bontà, è il buonismo fatto persona. Talmente buono che diventa quasi un “ignavo”, una persona che non fa nulla, che non prende decisioni che possano cambiare qualcosa. Si limita, infatti, a “fasciare” i frutti tagliati a metà, a ricucire le cose divise, ma non controbatte la fonte di queste divisioni.

Ma si sa: le donne ne sanno una più del diavolo e Pamela trova una soluzione per sbloccare l’empasse. Entrambi (per motivi diversi) l’hanno chiesta in sposa: lei accetta la proposta di entrambi e porta le due metà a… Eh no: se volete sapere come si risolve la situazione leggetevi il libro!

A raccontare la storia, ancora una volta è una persona esterna: è un nipote del visconte, un ragazzo che, orfano, vive nella tenuta dei Terralba. E’ lui che ci descrive il paesaggio devastato dalla spada della metà destra e ricucito dalla mano della metà sinistra. Lo fa con gli occhi ancora stupiti di un ragazzetto: usa un linguaggio semplice e diretto, ma non povero. E’ l’espediente di Calvino per raccontare una storia in modo fresco e leggero ma ricca di contenuti da scoprire, da riassaporare, da indagare.

La storia, di per sé, è semplice. Nel senso che non ci sono grossi intrecci e, anzi, in certi punti è un po’ surreale, come la “storia d’amore” (se la si può chiamare così) con Pamela, e la vita stessa di Pamela, un po’ selvaggia ma, in fin dei conti, più saggia degli altri.

Il vero fulcro del romanzo, però, è la dicotomia del visconte, diviso a metà nel fisico e nell’animo. Anche in questo caso (come per Agilulfo e Gurdulù) le due metà rappresentano due facce dell’entità uomo. Ogni metà, da sola, è squilibrata (ha bisogno di un appoggio per procedere) e incompleta. Ogni metà ha bisogno dell’altra per poter mitigare i lati negativi e mettere in risalto quelli positivi.

E’ come se Calvino volesse dire che l’uomo ha in sé entrambe le metà: la parte buona tiene a bada le intemperanze della parte cattiva, e quella cattiva da forza alla buona. Sì, perché essere “solo” buoni può essere sbagliato come essere “solo” cattivi. La metà sinistra del visconte, presa da troppo buonismo, si adagia nell’attesa che l’altro (la metà cattiva) cambi spontaneamente e solo in virtù del buon esempio. Ma nella vita reale sappiamo che spesso questo non basta: è importante dare il buon esempio, ma a volte si deve anche richiamare gli altri affinché lo seguano, e non aspettare che se ne accorgano da soli. Altrimenti, come si dice a Firenze, “troppo buono = troppo bischero”.

E’ il corretto equilibrio fra queste due metà che fa l’uomo saggio; è uno scorretto equilibrio che trasforma l’uomo in “cattivo” o in “buonista”.

Che dire, quindi: questo libro (come gli altri due) è una lezione di vita e uno scavare nel proprio animo. Quale parte prepondera in me? Sono più buono o più cattivo? E riesce una parte ad equilibrare l’altra oppure la prevarica, la schiaccia, cerca di annichilirla?

Esatto: ho detto cerca. Perché secondo me nessuna delle due parti può prendere il 100% dell’uomo. Ci sarà sempre una piccolissima parte (o buona o cattiva) pronta a rispuntar fuori nelle condizioni più estreme o quando ce ne sarà bisogno.

Mi è venuto, pensando al paragrafo precedente, un parallelo con una strip di Calvin & Hobbes di Bill Watterson. In una delle tante storie vissute da questo pestifero seienne (Calvin) insieme alla sua tigre di pezza (Hobbes), Calvin “inventa” un duplicatore e crea, così, una “fotocopia” buona di sé stesso. Talmente buona da essere il più bravo a scuola, gentile con le ragazze e, in poche parole, bravo in tutte quelle cose che Calvin odia. Ad un certo punto, però l’originale e la copia iniziano a litigare e… “puff”, la copia scompare. Essendo stata creata come copia “buona”, appena ha avuto un rigurgito di cattiveria si è “autodistrutta”. Scusatemi: sono passato di palo in frasca, ma mi sembrava che questa strip riassumesse bene uno degli aspetti del libro.

Ultime note: anche questo libro è consigliato dagli 11 anni in su. Ma non è una favola e l’undicenne, anche se gradirà come è raccontata la storia, secondo me comprenderà solo la parte superficiale di questo vasto mondo. Certo: magari da più grande vorrà rileggerla e inizierà a scavare dentro sé, ma rimango convinto che il libro sia più adatto dai 14 anni in su.

Dimenticavo: questo libro, insieme al barone rampante e al cavaliere inesistente, fanno parte della trilogia chiamata degli antenati. Secondo me è una trilogia da tenere nella propria biblioteca personale (ammesso che si abbia posto: io inizio a scarseggiare di scaffali liberi…).

E’ facile da leggere e scorre bene, ed è anche scherzoso (anche se meno del cavaliere inesistente). Può essere portato sotto l’ombrellone.

Buona lettura.

Il cavaliere inesistente (Italo Calvino)

“O bella! Questo suddito qui che c’è ma non sa d’esserci e quel mio paladino là che sa d’esserci e invece non c’è. Fanno un bel paio, ve lo dico io!”

Se Calvino riesce sempre a sorprendermi, questa volta mi ha letteralmente stupito. La storia che narra intreccia amore, valori cavallereschi, guerra fra cristiani e musulmani per il dominio in Francia… e tanta ironia che funge da apripista a messaggi altamente profondi.

La storia è surreale, e riassumerla è un’impresa. Prendete per buono quello che scrivo e riservatevi di verificarlo leggendo il libro.

Fra le fila dell’esercito cristiano comandato da Carlo Magno c’è un paladino speciale dall’armatura tutta bianca: è il più “cavalieresco” dei cavalieri, il paladino più in gamba. Ha un unico difetto: è etereo come l’aria, è sola forza di volontà, senza carne. E’ una armatura che si muove, che parla (ovviamente con voce metallica e cavernosa), che combatte con destrezza in battaglia. Ma se si apre la celata (la “visiera” dell’elmo, per intenderci) si vede solo il vuoto, solo l’aria.

E’ Agilulfo, paladino che ha guadagnato il suo titolo di cavaliere salvando la virtù di una donzella (poi rivelatasi figlia di reali): per l’impresa fu nominato cavaliere di … (una sfilza di nomi che non ripropongo).

Nell’esercito di Carlo Magno, però, non è ben voluto: essendo il “perfettino” del gruppo è un po’ invidiato, un po’ preso a noia… un po’ uno scocciatore. E’ sempre lì a ricordare le norme e le regole, a richiamare tutti ai propri servizi e ad un contegno consono. Va a finire che tutti lo evitano e qualcuno pensa anche di liberarsi di lui. No, non in modo cruento, ma dandogli certe incombenze che lo dovrebbero avvilire (ed invece lo gratificano) o allontanare dal campo.

Fino a che un altro cavaliere non dichiara di essere il figlio della donzella salvata da Agilulfo, figlio già nato all’epoca dei fatti. Il titolo di Agilulfo cadrebbe (niente verginità della ragazza salvata = niente cavalierato) e lui non avrebbe più diritto a rimanere nell’esercito.

Inizia allora, per quattro personaggi (più uno al seguito) un viaggio di ricerca che va ben oltre l’oggetto fisico ricercato. Agilulfo, insieme a Gurdulù, suo scudiero, parte alla ricerca della ragazza salvata, per scoprire la verità. Bradamante, cavaliere (femmina) innamorata di lui partirà anch’essa all’inseguimento del cavaliere. Rambaldo, innamorato di Bradamante (e amico di Agilulfo), alla ricerca di entrambi. E Torrismondo, che si era dichiarato figlio della vergine salvata da Agilulfo, alla ricerca di un padre tanto particolare quanto assurdo (l’intero ordine dei cavalieri del San Gral).

E qui finisco il riassunto, sennò vi rovino il finale. Ma voglio proporvi, piuttosto, alcuni elementi molto curiosi della storia.

Scudiero di Agilulfo diventa un personaggio singolare, che – potremmo dire – è l’esatto opposto del cavaliere. Agilulfo sa di esserci, ma in realtà non c’è. E a volte vorrebbe avere un corpo, come tutti gli altri. Ma altre volte quella carne lo ripugna e si ritiene fortunato a non averne. E per contrappasso incontra Gurdulù, una persona che “c’è ma non sa di esserci”, a cui sembra mancare la ragione. Carlo Magno – per divertirsi alle spalle del cavaliere – ordina che Gurdulù divenga lo scudiero di Agilulfo. Eppure non ci può essere coppia più riuscita: durante il viaggio di ricerca ci accorgiamo che sono due facce della medaglia chiamata uomo. Penso in particolare all’incontro con la vedova Priscilla, dove Agilulfo rappresenta la parte più romantica e virtuosa dell’amore, mentre Gurdulù recita la parte più passionale.

Bradamante, è insoddisfatta e alla continua ricerca di qualcosa. Quel qualcosa lo trova in Agilulfo: nonostante lui sia sfuggente lei si innamora sempre più di lui, o meglio, del suo modo di agire e di essere (perché, ricordiamocelo, Agilulfo non aveva presenza carnale). E’ l’uomo perfetto secondo Bradamante. E pensare che di uomini ne aveva conosciuti tanti, ma di tutti era rimasta insoddisfatta.

Rambaldo, appena vede Bradamante (e la prima volta la vede in una situazione molto intima, credetemi) se ne innamora. E anche se all’inizio potrebbe essere più amore ormonale (se leggete il libro capite perché la penso così) si dimostra poi un amore in grado di crescere e maturare, tanto che – mi tocca anticipare un pezzo di finale – la cerca per monti e per valli finché non la ritrova e allora lei riconosce di aver trovato l’uomo giusto.

Torrismondo cerca le sue vere origini: gli hanno sempre detto di essere figlio dei cavalieri del San Gral e della donzella salvata da Agilulfo, ma erano tutte bugie. Nella sua ricerca troverà la verità, troverà l’amore e un posto nella storia.

In fin dei conti, effettivamente, tutti tranne Agilulfo troveranno un posto nella storia, un luogo dove crescere, metter su famiglia e vivere felici e contenti con la persona che amano.

Agilulfo è l’unico che non trova questo posto, anzi, che alla fine abbandona la storia (ma non vi dico come).

Ho parlato, all’inizio, di una massiccia dove si ironia che fa da apripista a messaggi più profondi. Dei messaggi profondi ne abbiamo parlato prima: la ricerca di sé stesso e di un compagno di vita, il dualismo dell’uomo rappresentato magnificamente da Gurdulù e Agilulfo…

Sull’ironia ci sarebbe da scrivere pagine. Pensate solo a Rambaldo che entra nell’esercito per vendicare la morte del padre e chiede come fare: c’è la “Sovrintendenza ai Duelli, alle Vendette e alle Macchie dell’Onore” a cui rivolgersi. E gli impiegati della Sovrintendenza contrattano sulla vendetta: secondo loro basterebbe che lui ammazzasse tre maggiori, ma Rambaldo si picca di voler uccidere l’Argalif di Isoarre perché fu lui ad uccidere suo padre. Gli impiegati cercano allora di rifilare a Rambaldo due vendette per zii che non erano morti… Insomma, una contabilità ed una burocrazia che, se da un lato ti fanno ridere, dall’altro sembrano voler dire che la guerra è la cosa più stupida di questo mondo.

Tutto l’ambiente dove si svolge la vicenda è intriso di ironia e, in qualche caso, un po’ surreale (al di là dell’irrealtà di Agilulfo e Gurdulù). Ragazze che prendono il velo per un periodo e poi lo lasciano e poi tornano a prenderlo come se il convento fosse un ostello e il velo la tessera di iscrizione al club per entrarci. Paladini così svogliati e maldestri che – se fosse per loro – mangerebbero fino a scoppiare, berrebbero fino ad ubriacarsi, farebbero l’amore e dormirebbero per tutto il giorno. Vedove che attirano viandanti per rubarne piaceri sessuali, contornate da ancelle giovani e passionali…

Insomma, se si pensa che è un libro per ragazzi, alle volte verrebbe voglia di censurarlo un pochino. No, non lo farò io, ma ritengo opportuno alzare l’età indicata sul libro: “dagli 11 anni” lo porterei a “dai 14 anni”. Ma non tanto per alcune “impudicizie” (oltretutto raccontate con finezza, senza volgarità) quanto per comprendere più a fondo la storia. Credo sia, infatti, più una storia da gradi che da ragazzi: certo, dai 14 anni si inizia ad intuirne il senso profondo, ma si predilige ancora l’aspetto surreale. Probabilmente leggere (o rileggere) questo romanzo a 20-30 anni te lo fa scoprire in una dimensione completamente nuova ed inaspettata.

Insomma, una storia per grandi e piccini, che si legge bene anche sotto l’ombrellone (visto che è tempo di ferie), che non richiede riflessioni arzigogolate, ma ti lascia sia con una certa allegria (per la leggerezza con cui è raccontata), sia con la voglia di scoprire qualcosa di più di te e delle altre persone.

Buona lettura.

Il barone rampante (Italo Calvino)

Una favola per bambini che diventa una metafora per adulti

Semplice e dolce, ma anche profonda, questa storia inizia come una favola per bambini ma si trasforma, con l’avanzare dell’età del protagonista, in una metafora per adulti, in un richiamo alle scelte forti e alla coerenza nel mantenere queste scelte.

Chi narra le vicende del Barone Cosimo Piovasco di Rondò è suo fratello minore, Biagio. Siamo a Ombrosa, una vallata ricca di alberi che si stende dalle alpi liguri al mare. La vicenda inizia il 15 giugno 1767 (Biagio ricorda esattamente quel giorno) e procede per vari anni (circa 60) fino all’uscita di scena di Cosimo (e che uscita di scena!).

Anche in questo caso non mi dilungo sulla trama: il link iniziale (che riporto anche qui) rimanda a Wikipedia, dove – oltre al riassunto della storia – potete approfondire altri dettagli. Io mi limito a fare un breve riassunto.

Tutto inizia il giorno in cui Cosimo si rifiuta di mangiare, a pranzo coi genitori, il fratello Biagio e la sorella Battista, uno dei disgustosi piatti preparati da quest’ultima. Scopriamo che si tratta di una famiglia di nobili, un po’ in decadimento, ma sempre nobili. Cosimo decide, per ribellione alle ingiunzioni del padre, di uscire di casa e – poco dopo – di salire su un albero promettendo di non scendere più. E da quel giorno inizia la vita di Cosimo sugli alberi: si organizza (anche grazie al fratello), conosce nuove persone (Viola, la bambina dei vicini; la banda di ragazzi che rubacchiano i raccolti dagli alberi, i contadini…), si costruisce, praticamente, una vita arborea, arrivando a sfruttare un punto di vista completamente diverso da quello comune.

Non racconto, come dicevo sopra, tutte le vicissitudini grazie alle quali, piano piano, il ragazzo si fa ben volere dal vicinato e diventa, in seguito, sempre più famoso anche a livello internazionale. I paesani inizialmente lo credono un po’ pazzerello, poi però iniziano a fidarsi di lui che li organizza contro i pericoli di incendio (in una torrida estate) o li aiuta in altri problemi. C’è da dire – quasi dimenticavo – che la vallata dove vive è talmente coperta di alberi (da questo il nome) che Cosimo può praticamente spostarsi in lungo e largo senza mai mettere i piedi per terra.

E’ difficile spiegare tutto il processo evolutivo di Cosimo: inizia a interessarsi nuovamente alle cose e a studiare. Divora libri, scrive ai filosofi, impara anche un po’ le lingue. Ed ormai grande vive i grandi eventi europei (la rivoluzione francese, le vittorie e le sconfitte di Napoleone). Finché, ormai vecchio, decide di uscire di scena in volo… no: non vi dico come, dovete scoprirlo da soli!

Come accennavo all’inizio è un messaggio profondo raccontato come una fiaba, una storia che ti spinge a crescere insieme a Cosimo. Ripensandoci ora anche il tono del racconto varia leggermente dai primi capitoli (più fiabeschi) agli ultimi (più riflessivi). I temi trattati sono tanti: la natura (Biagio che a più riprese si lamenta per la valle ormai spoglia di alberi), la coerenza (Cosimo che non torna indietro sulla decisione di vivere sugli alberi, nemmeno nel momento estremo), l’unione (Cosimo – solitario – che insegna ai paesani che l’unione fa la forza contro i pericoli), l’apertura mentale (Cosimo ex-nobile che guida i rivoltosi del paese sulla scia della rivoluzione francese), e potrei andare avanti ancora ed ancora.

Però – come accennavo sopra – se i primi capitoli sono raccontati quasi come fiaba (adatti ai bambini di 8-10 anni) gli ultimi diventano pane per denti più maturi, più adatti a ragazzi di 12-14 anni. La storia, di per sé, non ne perde: può essere letta da piccoli e grandi, ma i “grandi” possono ottenere maggiori stimoli e spunti di riflessione, specie sul finale.

L’opera fa parte della “trilogia araldica” (gli altri titoli: “il visconte dimezzato” e “il cavaliere inesistente”). Credo proprio che mi leggerò anche gli altri due libri. Sapevo che Calvino era un grande scrittore, ma pensavo che questa trilogia fosse composta da storie per ragazzi: interessanti, ben scritte, ma non molto stimolanti. Ho fatto, praticamente, lo stesso errore di valutazione fatto con Marcovaldo [wikipedia | mio post]: pensavo fosse una storia leggera, anche se ben scritta, divertente ma pensata solo per ragazzi. Ed invece, sia in quella (anzi: in quelle 20 storie) sia in questa ho trovato qualcosa che mi ha smosso.

Mi ero affezionato sia al Barone sia a Marcovaldo. Ma non come si può fare ad un personaggio romanzesco (come, ad esempio, Jack Ryan) o dei fumetti (Paperino). Cosimo – così come successe per Marcovaldo – mi “mancano” come persone che potevano darmi qualcosa in più della simpatia delle loro storie, qualcosa di più profondo di una risata…

Sì, il Barone rampante è un romanzo che – almeno un po’ – spinge a pensare. No, non esageriamo, non è neppure un trattato di filosofia o un romanzo di formazione. I personaggi, però, hanno quel non so che che te li fa sembrare vivi e vicini nonostante la storia rasenti l’assurdità. Diciamo che un po’ risveglia il ragazzo che è in te, e ti fa ricordare i progetti ed i sogni che, col crescere, hai riposto nei cassetti per svariati motivi; uno dei quali, però, potrebbe essere che non ci hai mai creduto veramente.

E’ vero che Cosimo è un personaggio di fantasia, ma alla fine ti viene da dire: “lui ha realizzato quello che voleva fare”. Certo: si è “bruciato” con la fiamma del suo idealismo, e le sue aspettative si sono infrante sugli scogli della disillusione, ma è rimasto coerente e fedele – fino all’ultimo – alle sue idee.

Ricapitolando: un libro per ragazzi ma che può (anzi: deve) essere letto anche dai grandi. L’edizione Oscar Mondadori che ho trovato in un supermercato viene 9,50 euro (appena più di 8 euro con lo sconto): è la meglio curata fra tutti i libri “economici” che finora ho raccattato in varie catene di distribuzione. E secondo me è indispensabile averla nella propria libreria. E si legge bene anche sotto l’ombrellone.

Buona lettura.