Le città invisibili (Italo Calvino)

Ve lo dico subito: sono un po’ in difficoltà nel parlarvi di questo libro. Sappiate che l’ho concluso più di un mese fa (in realtà, la postfazione di Pier Paolo Pasolini l’ho letta solo ieri, ma il resto del libro l’ho finito un mese fa). Ci sono libri che devo “metabolizzare” prima id poterne scrivere, e questo è uno di quelli.

Partiamo dalla prima difficoltà: l’impressione durante la lettura. Leggere l’introduzione fa la differenza, per questa opera, soprattutto se l’introduzione è curata dall’autore stesso. Se non avessi letto l’introduzione, potrei dirvi che Calvino, attraverso un linguaggio immmaginifico e surreale, vuol condurci per mano a scavare nell’animo umano usando, per mostrarci i suoi aspetti, città immaginarie, utopiche (e anche distopiche), e le relazioni umane che si intrecciano in esse.

Ma nell’introduzione Italo stesso ci spiega che quest’opera si è sviluppata in tanti anni: l’autore prendeva appunti che potevano sempre tornare comodi per romanzi futuri (come fanno molti bravi scrittori). Uno scorcio di città che ispirava certe riflessioni, un appunto sull’uomo e sulle relazioni sociali… Tutto veniva ambientato in città fantastiche, tutto scritto (o riscritto) con un linguaggio immaginifico, tutto una metafora di una sensazione dell’autore.

Allora ti viene il sospetto che l’animo da indagare non era tanto quello dell’uomo in sé, ma proprio quello dello scrittore. Nelle Città Invisibili, è come se Calvino ci proponesse una istantanea di qualcosa che in quel momento lo crucciava o sorprendeva o incuriosiva o infastidiva o rallegrava. Le città e la memoria; Le città e il desiderio; Le città e gli occhi: il ricordo (o la sofferenza di qualcosa che sparisce); la ricerca e l’aspirazione a qualcosa di speciale; i piccoli dettagli che ci sorprendono…

Prima di proseguire devo raccontarvi qualcosa del libro. E questa è la seconda difficoltà, perché la trama esiste ma è solo un collante fra vari mini racconti. Ma i personaggi che animano la trama sono molto significativi. Insomma, è un rincorrersi di cose piccole e grandi che, per sviscerarle tutte, ci vorrebbe un altro libro, e quindi dovrete accontentarci solo di qualche frammento.

Non è un romanzo, cioè la struttura in capitoli non racconta una storia che inizia, va avanti e finisce. in teoria se ne potrebbero leggere solo alcuni pezzi, o si potrebbero sfogliare le pagine a caso. E’ pur vero, però, che le riflessioni di Marco e Kublai (ora spiego chi sono) seguono un andamento particolare, a spirale, che affronta (azzardo) l’essenza dell’uomo prendendola alla larga e facendo giri sempre più stretti, scavando sempre più a fondo.

Calvino immagina un dialogo fra Marco Polo e Kublai Kan: il secondo chiede al primo, viaggiatore, di raccontargli le città che ha visitato, partendo da quelle del proprio regno. Perché Kublai non ha potuto visitare tutte le città e vuole avere un’idea di quello che è il suo regno, della sua magnificenza o decadenza, della sua bellezza o bruttezza, della sua ricchezza o povertà. Lo chiede a Marco perché lo ritiene più distaccato dei suoi funzionari che, o per compiacerlo, o per tradirlo, possono raccontargli tutto (e il contrario di tutto).

Marco inizia a raccontare delle città, una alla volta. E ogni 5 città Kublai e Marco si scambiano alcune riflessioni. Marco usa nomi di donna per ogni città, e le descrive in base ad un a caratteristica particolare: ciò che vi si vede (le città e gli occhi), ciò che ricordano (le città e la memoria), ciò che rappresentano o ciò che in esse è rappresentato (le città e i segni), e via così. Solo per curiosità: sono 55 città, e ogni categoria (memoria, occhi, …) può raccogliere più città. Ogni città “impegna” mediamente una pagina.

E arriviamo alla terza difficoltà: come si affronta un libro del genere? Non lo puoi leggere come un romanzo (a proposito: ci ho messo un mese ad iniziare a digerire il libro, ma ci ho messo un mese anche a leggerlo, facendo qualche pausa ogni tanto). Sì, certo, meccanicamente puoi iniziare dalla prima pagina e proseguire fino all’ultima. Però, secondo me, ogni tanto hai bisogno di un po’ di respiro, per ripensare a ciò che il libro dice.

Io, col senno di poi, l’ho preso come una metafora dell’uomo, di ciò che cerca, delle sue paure, dei suoi ricordi. Non è indicato, ma ho il sospetto che le varie città siano presentate nel libro in ordine (abbastanza) cronologico, e considerando che Calvino ha scritto durante più anni questi mini racconti, immagino che ogni singola città sia la costruzione di una sua riflessione, affidata ad un linguaggio a volte surreale, e quasi sempre molto immaginifico. Alcune descrizioni di città, se tradotte in fotografie, sarebbero macro di dettagli, altre sarebbero paesaggi sfuocati, altre ancora un intreccio di luci ed ombre…

Il libro diventa, quindi, più che una metafora dell’uomo, una metafora per “immagini” della vita di Calvino, un rapporto intimo con le emozioni dell’autore. Ma, ribadisco, questa è una mia conclusione: ci sono tantissimi studiosi che hanno affrontato le opere di Calvino che sicuramente saprebbero dare una indicazione migliore della mia.

Non è, quarta difficoltà, un libro per tutti. E’ un libro per chi ha già letto molto, è per chi vuol conoscere molto bene Calvino, è per chi cerca una chiave di lettura nella propria vita. Non è qualcosa da leggere per rilassarsi, o da portare sotto l’ombrellone d’estate (a meno che non vogliate scoraggiare approcci vari di vicini o passanti 🙂 ). E’ comprensibile, come linguaggio, dai ragazzi (diciamo dai 15 anni in sù), ma non è un libro di fantasia o di avventure che possa intrigarli. Ed è un libro che va letto più volte, secondo me, in varie fasi della propria vita, perché ogni volta che lo rileggi ci trovi una chiave di lettura diversa.

A chi vuol provare, dico buona lettura. Ai neofiti di Calvino posso indicare tanti altri libri: ho recensito da Marcovaldo, al barone, il cavaliere e il visconte (più adatti per ragazzzi), dalle cosmicomiche allo scrutatore e ai nidi di ragno (romanzi più adatti ai grandi), fino alle lezioni americane e al viaggiatore, che raccolgono indicazioni ed esperimenti di scrittura.

Il sentiero dei nidi di ragno (Italo Calvino)

Storia di un ragazzo e degli adulti che lo circondano, durante la seconda guerra mondiale…

Che Calvino mi abbia appassionato lo avrà sicuramente capito chi segue questo blog. Mi sono finalmente potuto dedicare al suo primo romanzo (non la prima cosa da lui scritta, in generale, ma il primo vero romanzo) con una certa emozione e chiedendomi quale Calvino potevo scovarci. Forse l’eclettico e surreale autore delle Cosmicomiche? Oppure il cavalleresco scrittore dei romanzi sul barone, sul visconte e sul cavaliere? Lo spiritoso Calvino delle vicende di Marcovaldo o il cupo Italo che ci racconta la giornata di uno scrutatore?

Diversamente da molti autori (fra quelli che ho letto); Calvino spazia (e spiazza) per la capacità di variare stile e modo di scrivere. Tutto sempre incanalato nelle sei regole delle lezioni americane, ma tutto sempre in movimento, in cambiamento.

Essendo il primo romanzo, in questo “I sentieri dei nidi di ragno” forse si scopre un Calvino più reale; forse è proprio questo l’autore-base da cui poi nascono tutte le sfaccettature.

Ma iniziamo con un po’ di trama: Calvino racconta una storia realistica ambientata durante la seconda guerra mondiale. Un ragazzetto (forse 10-12 anni) che è stato costretto a confrontarsi col mondo dei grandi troppo presto e in modo brusco ci porta in Liguria, fra la campagna e la città, fra i monti ed il mare, a conoscere una serie di personaggi-macchietta che vivono le assurdità della guerra.

Pin (così si chiama il ragazzo) è per certi versi ancora un bambino. Vorrebbe giocare, vorrebbe che i grandi lo considerassero ma non capisce il loro mondo. Si è fatta una certa fama: prende in giro tutti, con malizia e cattiveria; ha un linguaggio sboccato e si diverte a cantare canzoni oscene (o meglio, si diverte quando i grandi lo incitano  cantare quelle canzoni). Vive fra il carrugio dove abita, la bottega del calzolaio dove dovrebbe lavorare e l’osteria dove un gruppo di grandi si ritrova per bere.

C’è la guerra tutto intorno: Pin è orfano e vive con una sorella più grande che fa la prostituta. Pin non capisce l’attrazione maschile verso le donne, non capisce molti comportamenti, ma sa che deve fare certe cose per attirare l’attenzione dei grandi. Ecco perché i dispetti, le canzonature, il linguaggio a tratti volgare. Si atteggia a grande per entrare nel mondo dei grandi e, la tempo stesso, per prendersene gioco.

Un giorno i grandi gli dicono che potrebbe rubare la pistola ad uno dei “fidanzati” di sua sorella, un capitano della marina tedesca che frequenta la loro casa spesso. Pin accetta il gioco, anche se sa che non potrà più tornare indietro: una volta presa la pistola del tedesco avrà passato un limite. E’ consapevole delle conseguenze, eppure svolge il compito. Forse perché pensa di esser visto come grande, poi, dai grandi, esser trattato da pari a pari. E invece, quando prova a portare la pistola ai grandi questi sembrano disinteressati, sembra che non importi loro più niente né della pistola, né del tedesco, né di lui.

Pin si rifugia, allora, nel suo nascondiglio segreto, un viottolo di campagna dove son presenti tante tane di ragni: il sentiero dei nidi di ragno, appunto. Deluso e disilluso cerca di capire cosa fare. Nasconde la pistola e torna verso la città, ma i tedeschi lo catturano e cercano di interrogarlo: Pin sa bene che i grandi lo vedono ancora come un bambino, e quindi sfrutta la situazione al meglio che può con scenate e pianti “bambineschi” tali che alla fine viene sospeso l’interrogatorio e Pin viene portato in carcere. Scappato con l’aiuto di un partigiano, si trova a girovagare fra le alpi liguri in compagnia del distaccamento di partigiani del Dritto, composto tutto di uomini strani, ognuno con la sua fisima o col suo tic. Nuovi amici con cui stare, nuovi grandi da ammirare e da prendere in giro, nuovi adulti a cui chiedere attenzione, nuove persone da cui rimane deluso.

Fra un tradimento, una battaglia contro i tedeschi e vari altri eventi Pin si troverà di nuovo solo, costretto a scappare dall’ultima sua cattiveria provocata dal comportamento dei grandi. Di nuovo al sentiero dei ragni, di nuovo da solo, dopo aver abbandonato anche la sorella. Finché un’ombra lo avvicina nella notte: è “Cugino”, il gigante buono del distaccamento del dritto. E i due si prendon per mano, nella notte, e riprendono il cammino. Per dove non si sa.

Piccola nota: questo finale mi ricorda tremendamente, sia per le parole sia per l’atmosfera di velata tristezza mista a malinconia, la canzone “il vecchio e il bambino” di Guccini…

Calvino racconta tutta questa vicenda in terza persona, come da osservatore esterno che fa una cronaca degli eventi, ma che riesce a leggere nel pensiero di Pin e a descriverci le sue sensazioni. Mentre tutti gli altri personaggi sono caratterizzati più come “macchiette” (ognuno ha un tic, ognuno è chiamato solo col soprannome, di nessuno si sa la storia), di Pin conosciamo quasi tutto. E capiamo subito che è un bambino che si atteggia a grande per richiamare l’attenzione dei grandi. Raccoglie tutta la meschinità che trova nel mondo dei grandi e la “risputa” loro addosso per farsi notare, per farsi accettare in quel mondo così strano per lui. Un mondo che lo attira e che, al tempo stesso, gli fa paura. In fondo, come ragazzino, vorrebbe solo giocare, vorrebbe crescere come crescono tutti i bambini del mondo. Invidia i suoi coetanei che poi prende in giro. Invidia i grandi perché possono fare cose da grandi (come uccidere) ma quando è in mezzo a loro si sente a disagio. Cerca il grande amico con cui condividere i segreti, ma rimane perennemente solo. Solo nelle ultime righe c’è un barlume di speranza grazie a Cugino, anche se Pin ignora che – forse – l’odio di Cugino per le donne l’ha portato ad uccidere la sorella di Pin che si era venduta ai tedeschi (nel romanzo non viene detto esplicitamente, ma la sequenza dei fatti porta con sufficiente sicurezza a questa convinzione).

L’atmosfera del racconto è cupa come le mattine nebbiose descritte da Calvino nel romanzo. Non c’è niente di chiaro e limpido: né la guerra che distrugge tutto, né in quei partigiani, con la loro frenesia di uccidere, né nei tedeschi coi “baffi da topo”, né tanto meno nella sorella di Pin che vende il suo corpo per una vita fintamente migliore. Forse è proprio questo che delude Pin: la falsità, il non essere chiari. Nell’ingenuità di un ragazzetto forse le cose sono ancora abbastanza nette, più di quanto sono nel mondo dei grandi, in cui usiamo molte sfumature e, spesso, avvolgiamo in qualche tipo di “nebbia” i nostri pensieri.

Già da questo romanzo si nota la capacità di Calvino di costruire una storia. Le famose “lezioni americane” da lui preparate a fine vita (e mai – purtroppo – tenute) si ritrovano in questo racconto. Cito solo un paio di esempi: la “leggerezza” mantiene questa storia nei cardini di una lettura semplice, senza troppi fronzoli. Ma non mancano i dettagli (significativi) che rispondono al canone dell’esattezza. Basta pensare solo ai personaggi: meno sono necessari, meno sono caratterizzati. E anche il paesaggio: Calvino non arriva alla ricchezza descrittiva di Mann (ricordo in particolare “Cane e padrone“, in cui i dettagli paesaggistici superavano di gran lunga il nocciolo della storia) ma riesce comunque a  dare ai luoghi una loro identità e personalità.

Una curiosità: tempo fa avevo sentito parlare (forse su internet) di questo libro come il primo giallo di Calvino. Non è un giallo, potremmo definirlo più un romanzo storico. Però è sicuramente il primo romanzo di Calvino, successivo ad una serie di scritti (poesia, brevi racconti, brani teatrali). Italo non era molto convinto di poter scrivere un romanzo, ma fu spronato da persone del calibro di Cesare Pavese, e così si mise all’opera e tirò fuori questo libro (e tanti altri dopo).

L’edizione in mio possesso (Oscar Mondadori) è una ennesima ristampa e costa “solo” 9 euro. Non sono pochi, lo so, ma rispetto ad altri libri venduti a 14-18-20 euro questo vale sicuramente di più. Al supermercato l’ho trovato con uno sconto del 15%.

In questa edizione l’autore stesso fa una lunga introduzione al romanzo e usa una tecnica particolare per indicare vari aspetti della storia e di come sia nata. Inizia a raccontare una cosa, poi sembra perdersi (ma niente in Calvino è a caso) e quindi dice che è meglio ricominciare. E nel nuovo paragrafo racconta una nuova versione della nascita del romanzo e nuovi retroscena. E lo fa più volte: è come un diamante che deve esser visto una faccia per volta per capire tutto il suo valore. E’ qualcosa di molto particolare e – in parte – anche fuorviante. Sembra, insomma, che già dalla introduzione Calvino voglia mascherare tutto con quel clima nebbioso che avvolge le montagne da lui raccontate.

Libro sicuramente da avere nella propria biblioteca, secondo me si legge bene coi primi freddi quando un po’ di malinconia della bella stagione, e le giornate più corte, si “sposano” col clima raccontato nel libro (sia clima meteorologico sia lo stile leggermente “noir” del romanzo).

Buona lettura 🙂

 

Libro in uscita: Il Tesoro di Leonardo (Massimo Polidoro)

Avendo rinnovato il sito (in precedenza ero “zio beppino”) e rendendolo un po’ più personale, ho dovuto fare anche una serie di operazioni di correzione, facendo puntare alcuni link al nuovo sito e non più al vecchio. Fra questi, ho trovato alcuni link sul sito di Massimo Polidoro che puntavano ad alcuni mie articoli relativi a suoi libri. Ho provato a scrivergli dicendo, appunto, del nuovo sito e pregandolo di modificare i link.

Mi ha fatto piacere (oltre alla velocità della risposta e alla gentilezza e cordialità dimostrata) esser messo al corrente di una novità editoriale: un romanzo per ragazzi intitolato “Il tesoro di Leonardo”, per “Il Battello a Vapore” (che tratta esclusivamente romanzi per ragazzi).

Non ho trovato maggiori info né sul sito di Massimo, né sul sito del Battello a vapore, ma ho trovato qualche libreria che già lo mette a catalogo (solo a titolo di esempio: Hoepli). Mi sa che appena esce ne prendo una copia: potrebbe essere un buon regalo di Natale per qualche ragazzetto che conosco 🙂

Ciao

P.s.: in questi giorni sono “impegnato” con Calvino ed il suo “Il sentiero dei nidi di ragno”. A breve un bel post su questo romanzo.

Se una notte d’inverno un viaggiatore (Italo Calvino)

Un romanzo fatto di romanzi in cui la protagonista principale è la “lettura”

Via via che scopro Calvino rimango stupito: riesce ad avere una genialità creativa non indifferente. Questo romanzo, ad esempio, è un “esperimento” (mi viene da chiamarlo così anche se la parola non rende completamente l’idea): 10 incipit di romanzo, ognuno diverso dall’altro come tipo di romanzo, legati fra loro dalle vicende di un lettore e di una lettrice.

La struttura è semplice: un lettore vuol leggere l’ultimo romanzo di Calvino, ma – poco dopo comprato – si accorge che c’è stato un errore di impaginazione e che il romanzo appena iniziato si interrompe dopo poche pagine. Torna alla libreria, chiede la sostituzione, ma si ritrova con in mano un nuovo romanzo che, malauguratamente, anche quello si interrompe. Ma, alla libreria, ha fatto conoscenza con una lettrice (Ludmilla) con cui spera di allacciare un qualche rapporto. E l’interruzione del secondo libro gli da occasione di chiamarla ed incontrarsi con lei per decidere cosa fare…

Si scatena, in pratica, una caccia al tesoro dove, ogni volta che il lettore crede di aver trovato il seguito di uno dei romanzi precedentemente interrotti, comincia invece un nuovo romanzo che si interrompe, per varie vicissitudini, poco dopo l’inizio. Ma iniziano, per il lettore, anche una serie di avventure e di intrecci con Ludmilla, sua sorella, un ex amico di Ludmilla a capo di una organizzazione che vorrebbe falsificare tutti i romanzi, fino ad includere servizi segreti di Paesi in via di sviluppo.

Del “lettore” non è dato sapere il nome: siamo ognuno di noi che ci accingiamo a leggere “uno dei possibili romanzi” (per dirla alla Calvino). Lettori nella media, ci facciamo delle idee, ragioniamo con la nostra testa, ma non siamo la “sublimazione” della lettura come è Ludmilla, esaltata appunto come la perfezione dell’atto di leggere: il lettore che ogni scrittore desidera, la persona che riesce a trovare un mondo nel romanzo che legge.

I 10 incipit, tutti scritti nello stile di Calvino, pieni ma leggeri, completi ma non traboccanti, riguardano 10 tematiche diverse: dalla ricerca della pienezza nelle sensazioni, al romanzo politico-storico, a quello logico-geometrico, a quello apocalittico. Insomma, una escursione in 10 mondi, collegati l’uno all’altro da una escalation di ricerca personale: nell’introduzione a questa edizione Calvino fa uno schema in cui spiega benissimo questa cosa (pag XV – edizioni oscar Mondadori – ISBN 978-88-04-48200-0). Mi riesce difficile, però, riportarla qui…

Che dire del libro? Che mi ha lasciato piacevolmente spiazzato. Mi sono perso, in alcuni momenti, nei racconti, nella storia del lettore, nei complotti dei Paesi visitati dal lettore e dell’antico spasimante di Ludmilla. Può un uomo (appunto l’ex spasimante della lettrice) arrivare a congegnare complotti internazionali per rendere “falsa”, apocrifa, tutta la letteratura solo perché la sua donna trova nei libri una parte del vero del mondo?

Ovviamente è un romanzo e tutti questi complotti sono fantasia, ma sono anche metafora di ciò che i lettori ricercano nel libro o di ciò che non vorrebbero. Il rapporto lettore-lettrice è una metafora del rapporto lettore-libro. E nel rapporto fra il mistificatore e la lettrice penso Calvino voglia indicare la strumentalizzazione della letteratura, lo spremere fino all’osso l’autore di successo per fargli stillare ogni singola goccia di inchiostro e farci soldi, col risultato che l’autore perde la sua creatività e si limita a riciclare personaggi già visti o scritti, situazioni già incontrate. Ci vedo – fra i miei autori preferiti – il Tom Clancy che è diventato solo un richiamo quando i suoi romanzi sono scritti non da lui ma da altri.

Non mi ritengo né un esperto di Calvino né un fine conoscitore della sua letteratura (né della letteratura in genere), ma mi sembra che in questo romanzo metta – molto più che in altri – qualcosa di personale. Le riflessioni fra lettore e lettrice, fra altri personaggi ed il lettore, il diario di Silas Flannery (uno degli autori di uno dei libri degli incipit – autori tutti inventati da Calvino) sono, secondo me, riflessioni dell’autore sul mondo della letteratura, sul come diventa difficile scrivere, sul significato della creazione di un romanzo, di un mondo nuovo che è frammento dell’esistente ma non ne fa parte, che è fuori dal tempo anche se può usare lo stesso tempo di questo mondo. E del lettore che in quel mondo vive una esperienza tutta sua, che può essere estraneazione dal mondo vero ma anche esaltazione, che può esser portato fuori di sé durante la lettura, ma può anche giungere ad una introspezione.

E’ particolare questo “romanzo di romanzi spezzati”. Non è “le mille e una notte” (dove comunque le storie hanno un termine), né il “manoscritto ritrovato a Saragozza” di Potocki, dove in ogni storia se ne comincia un altra, e poi un’altra ancora, ma alla fine tutte si concludono, né altri romanzi fatti di storie. Questa è una storia in cui i 10 racconti sono mezzi per raccontare una storia, non storie a sé stanti. La storia vera è quella fra lettore e lettrice e i 10 incipit sono l’intermezzo e la scusa per portare avanti la loro storia e la storia fra lettore/lettrice e libro.

Il mio consiglio è di non portarsi il libro sotto l’ombrellone: in certi momenti è un po’ pesuccio. Scorre sempre bene ma non è “leggero” come uno dei romanzi della trilogia degli antenati. Ma non è pesante neppure come la giornata di uno scrutatore. Anzi, ci sono alcuni passaggi abbastanza ilari…

Sinceramente è un libro che richiede un minimo di impegno, leggerlo alla leggera rischia di annoiare il lettore o di perdere buona parte delle riflessioni. Però – per chi ama i libri – è un bel romanzo che, come detto sopra, parla della lettura e della passione per i romanzi e della passione dell’autore per la scrittura.

Vi auguro buona lettura e buon ferragosto.

La giornata d’uno scrutatore (Italo Calvino)

(Voleva dire “un po’ più di rispetto” verso le elezioni oppure “un po’ più di rispetto” verso la carne che soffre? Non lo specificò)

Chi, come me, ha conosciuto Calvino attraverso al trilogia degli antenati (il barone rampante, il cavaliere inesistente, il visconte dimezzato) si trova a volte spiazzato in racconti come questo, di stile completamente diverso e – nonostante la “leggerezza” esaltata dallo stesso Calvino nelle Lezioni americane – a tratti pesanti. Penso soprattutto alle tante parentesi che riempiono il racconto, parentesi che indicano il dubbio, la riflessione, il travaglio interiore di Amerigo.

E’ uno scrutatore, Amerigo Ormea, di fede comunista. Siamo nei primi anni ’60, ed il seggio è particolare: il Cottolengo. Una realtà dentro la realtà, dove l’umanità è diversa e si scontra con le idee di Amerigo. Tanto che nelle ore di servizio il protagonista si chiede se quello è un mondo a sé o se è il mondo vero, umano, con tutte le sue sofferenze… Mentre quello esterno è solo un abbozzo. Dov’è la normalità? Dove la diversità?

E’ un mondo, comunque, con cui si entra in contrasto: sperimentato realmente da Calvino (è stato realmente scrutatore al Cottolengo) il contrasto è fra l’umanità della gente presente e il loro “sfruttamento” come deposito di voti per i partiti cattolici. Calvino si è trovato veramente a contestare la validità di alcuni voti espressi da persone che, palesemente, non erano in grado di esprimere la propria volontà.

Ma, anche se inizialmente avrebbe voluto scrivere un racconto di forte denuncia, ha lasciato che le acque dentro di lui si placassero e ne ha tirato fuori un racconto di riflessione sul senso della vita, della legalità, dell’umanità. E’ notevole l’ultimo paragrafo, in cui uno degli ultimi votanti, nato senza mani, racconta di come le suore del Cottolengo gli abbiano insegnato a fare tutto in autonomia (tant’è che vota da solo, senza l’aiuto di suore o preti). Elogia le suore, dice che deve tutto a loro, e in tal modo le riscatta e le riabilita rispetto all’immagine finora tratteggiata di loro, è come se le riabilitasse, se bilanciasse tutte le impressioni negative espresse finora. Ed è un rimetterai in gioco completamente, un dire a sé stessi “non ho capito nulla”.

E’ un racconto che ti lascia un po’ di amarezza in bocca, anche se c’è una piccola luce di speranza nel finale. Certo, adesso i tempi sono cambiati (ma quanto?) e si presume che cose simili non capitino più, ma rimane sempre un po’ di tristezza nel rendersi conto che la meschinità può albergare anche nei luoghi di sofferenza e fra le persone che dovrebbero alleviare quest’ultima.

E’ un racconto da leggere, inoltre, al di là del proprio credo politico: certo, racconta fatti che riguardano una certa parte, ma in un determinato contesto (adesso completamente cambiato) ed anche se cose simili possono ancora succedere non va preso il racconto per criminalizzare quella specifica parte ma piuttosto come un invito a fare in modo che cose simili non accadano più.

Ma la chiave di lettura più significativa, probabilmente, è la riflessione interiore che fa Amerigo. Convinto di poter dare il proprio contributo alla legalità e al suo partito attraverso la libera espressione del voto da parte degli ospiti del Cottolengo, si trova a ridiscutere sé stesso e il suo rapporto con gli altri. Quando la sua donna (non ben definita né come compagna, né come amante, né come oggetto di piacere… E’ un rapporto indefinito, tanto per non star soli) gli comunica che forse aspetta un bambino Amerigo mette a confronto la sua probabile paternità con il rapporto fra osservato al Cottolengo, dove un padre è in visita al figlio, ospite dell’istituto. E si chiede come potrebbe essere il suo rapporto, lui che non vorrebbe un figlio, che potrebbe vivere la sofferenza del mondo… E se il figlio fosse, poi, un ospite di quello stesso istituto? Come si comporterebbe lui?

Ed infine è un racconto che – seppur breve – porta via tempo perché va letto con calma. Insomma, non consiglio di portarlo sotto l’ombrellone, a meno che non vogliate instaurare discussioni filosofico-politiche coi vostri vicini di sdraio.

Buona lettura.