Schiavone letterario vs Schiavone televisivo

So che mi ero dato una regola ferrea quando questo blog prese vita: “mai vedere film tratti da romanzi letti“. Ma, lo ammetto, sto invecchiando e tutto mi sta diventando più relativo. E in questo caso mi piaceva vedere come fosse venuta la trasposizione televisiva di un antieroe come Schiavone, che sto imparando ad apprezzare sempre più. Considerando soprattutto il fatto che lo stesso Manzini (l’autore dei romanzi) ha messo mano alla scenografia: come ha rappresentato, lui, visivamente Schiavone e quali differenze ci sono con quello che io ho immaginato durante la lettura?

Iniziamo a raccontare, per chi non lo conosce, chi sia Rocco Schiavone. Partendo, però, da una premessa: io non ho letto tutti i romanzi ed i racconti di Manzini dove il vicequestore è protagonista, quindi mi baso su una conoscenza parziale. Ho letto “Non è stagione” (che mi è piaciuto particolarmente, e la cui trasposizione TV andrà in onda proprio mercoledì prossimo, 23 novembre 2016, su Rai2), ho ultimato da poco “7-7-2007” (dove tutto ebbe inizio… ne parlerò nei prossimi giorni) ed una serie di racconti della serie “in giallo” di Sellerio (“Il calcio in giallo : …e palla al centro“, “Turisti in giallo : Castore e Polluce“, “La crisi in giallo : L’anello mancante“,  “Vacanze in giallo : Rocco va in vacanza“, solo per citare i più recenti). Mi mancano, per esempio, i primi romanzi valdostani. La puntata di mercoledì scorso (16 novembre 2016), per esempio, racchiudeva i racconti “Castore e Polluce” e “L’anello mancante”: probabilmente entrambi (soprattutto il secondo) erano abbastanza corti per arrivare a 100 minuti di episodio, e sono stati uniti senza – mi sembra – snaturare nessuno dei due.

Dicevamo: chi è Rocco Schiavone? Vicequestore di polizia, romano, operante presso una questura della capitale fino a poco tempo fa, è stato trasferito ad Aosta per una serie di cavolate commesse durante il servizio. In “La pista nera” racconta qualcosa, di aver picchiato di santa ragione un pedofilo, ma probabilmente non è tutto (altra parte viene fuori in “7-7-2007”). Non si trova bene ad Aosta, odia la montagna, in parte odia il suo lavoro, ma ha il “difetto” di saperlo fare bene, ha quell’intuito tipico dei detective che non si accontentano di come sono presentati i fatti, quei personaggi che, analizzando i piccoli dettagli, riescono a scardinare ciò che sembra (la maschera) e a scavare fino a ciò che veramente è. Detta in parole povere, dove molti vedono un tragico incidente, lui riconosce i piccoli segnali di dolosità e riesce a scovare l’assassino di turno.

E’ un antieroe per eccellenza, perché per niente propenso a rispettare le regole, soprattutto quando contornate da pomposità o imposte con arroganza. E poco rispettoso anche delle procedure di indagine: ha ancora nell’animo il passato, da ragazzino, di piccolo delinquente, ed ha ancora tre amici di quell’ambiente che lo aiutano, di tanto in tanto, con qualche lavoretto sporco non propriamente usabile in un’aula di tribunale. Ma Rocco ha un senso della giustizia tutto suo, che guida il suo lavoro. Di base i principi sono uguali al concetto stesso di giustizia, ma Rocco li stravolge un po’ nelle sfumature, nelle sfaccettature. Se prendiamo per buono che “giustizia significa che tutti abbiamo quanto è giusto” per Rocco questo può essere interpretato anche come rubare ai ladri e ai delinquenti, o picchiare un sospettato di violenze verso altre persone… Che per un vicequestore della Polizia non è proprio il massimo.

Ma torniamo alla serie Rai e a cosa mi è piaciuto e cosa ho trovato non coerente coi racconti letti. Marco Giallini, l’attore che interpreta Rocco, ci sta bene: si avvicina moltissimo alla fisicità che si percepisce dai romanzi e dai racconti. Non so perché, unica cosa, io mi immaginavo Rocco senza barba, mentre nella serie TV ce l’ha. Pero ci sta bene. Mi aspettavo invece diversa Marina, la moglie-fantasma che segue sempre Rocco (saprete che Marina è morta, il come è spiegato in “7-7-2007”, ma è sempre presente, specialmente quando Rocco torna a casa ed è solo, e gli fa anche un po’ da coscienza). Niente male Isabella Ragonese, che la interpreta, ma mi aspettavo una figura più eterea, quasi come la Liv Tayler-Arwen nel “Signore degli anelli”.  Mentre mi convincono meno i poliziotti-macchietta: nei romanzi hanno una valenza leggermente diversa, come se rappresentassero l’idiozia più comune, le persone proprio di basso livello, mentre in TV assomigliano più dei comici demenziali. Ma forse è una impressione mia.

Ho notato, invece, una buona aderenza al testo scritto: ricordavo abbastanza bene entrambi i racconti che si sono fusi nell’ultimo episodio (“Castore e Pollluce” e “L’anello mancante”, come accennavo sopra), tanto che mi sono trovato ad anticipare alcune battute o alcune scene durante la visione (con sommo spregio di chi mi stava accanto). Sarà che Manzini fa parte dello staff che ha tradotto in immagini il racconto, ma è uno dei pochi casi che conosca in cui la versione TV è molto simile a quella letteraria (certo, alcuni aggiustamenti ci vogliono, ma è naturale quando si usano due mezzi così diversi). Odio – per far capire cosa intendo – quei film che sono indicati come “tratti dal romanzo tal de’ tali” ma che di esso mantengono a mala pena il titolo. Penso ad alcune opere minori di Phil K. Dick, che hanno dato origine ad alcuni film snaturando completamente il contenuto. Belli, mi son piaciuti come film, ma invece di dire “tratto da…” dovevano essere indicati come “abbiamo preso l’idea dal romanzo … e l’abbiamo sviluppata in un modo tutto nostro”.

Se vogliamo trovare qualche difetto alla serie, ne indico uno più uno. Il primo è che non è “veloce”: i romanzi stessi non sono calibrati per esser veloci (per fare un esempio, non sono un thriller alla Polidoro, dove le azioni si accavallano freneticamente). In un romanzo la “lentezza” ci sta anche bene. In televisione, invece, se non hai un certo ritmo rischi di annoiare. Ora, non posso dire che le due puntate da me viste mi abbiano annoiato, ma sono rimasto incollato alla TV più per l’attrazione verso il personaggio che dall’incalzare dell’azione che si svolgeva. Se paragoniamo a qualcosa di conosciuto abbastanza da tutti possiamo chiamare in causa Montalbano (la serie TV): la velocità è appena appena più bassa in Schiavone rispetto al personaggio di Camilleri.

Il secondo difetto che, almeno secondo qualcuno, affligge la serie TV è, appunto, una similitudine con Montalbano. Ma secondo me, a parte pochi elementi comuni, parliamo di due cose differenti. Come elementi comuni possiamo individuare alcune caratteristiche dei personaggi: entrambi riflessivi (ma per motivi e con modalità diverse), molto acuti e ricercatori di verità (caratteristiche fondamentali per un investigatore). Ma per uno (Montalbano) le regole sono fondamentali mentre l’altro (Schiavone) tende a passarci sopra. Montalbano ha una profonda umanità ed una decisa empatia verso le altre persone, mentre per Schiavone le persone sono interessanti solo quando sono il mezzo o il risultato di una ingiustizia. Altrimenti tende a considerare l’altro una rottura di coglioni. Entrambi i personaggi sono molto acculturati (Montalbano grande lettore, Schiavone amante dell’arte), ma estremamente diversi nel rapporto con sé stessi: Montalbano abbastanza in pace con il suo io, Schiavone invece quasi si disprezza (almeno io leggo con questa chiave le loro solitudini: il primo tende comunque a curarsi – nuoto, cibo – mentre il secondo si trascura).

Ma, andiamo alla domanda fondamentale: mi piace? Sì, abbastanza. Non ci vado pazzo e non credo salterei altri impegni per vederlo, ma mi piace. Lo ritengo un buon prodotto, fatto anche bene. Gli attori mi sembrano bravi e le storie sono valide (come dicevo, sono molto aderenti ai romanzi, i quali sono decisamente validi).

Consiglio la visione? Sicuramente sì, almeno un episodio, anche se so che qualcuno potrebbe trovarlo noioso. Ammetto di esser curioso per il prossimo episodio (tratto da “Non è stagione”) in cui Rocco dovrà correre contro il tempo per salvare una vita (ma non vi dico più niente, altrimenti vi anticipo troppo). Probabilmente in questo caso avremo una “velocità” maggiore rispetto agli episodi precedenti. Almeno spero 🙂

Buona lettura e/o buona visione, in base a quello che preferirete fare.

[Anteprima] La biblioteca di Caino (Valentina Mancini)

(dal sito dell'editore)

(dal sito dell’editore)

Buffi i casi della vita… ti perdi di vista con una persona (lavoro e varie storie della vita che ti portano su strade che non si incrociano spesso come accadeva prima) e dopo qualche anno la ritrovi e ti dice che ha scritto un libro. E rimani piacevolmente sorpreso. Indaghi e scopri che non è un giallo o un romanzo in genere, ma si tratta di un saggio: la sua tesi universitaria, che è riuscita a toccare un argomento decisamente “fuori dagli schemi”, tanto che ha incuriosito anche me. Ora, come vedete nel titolo del post, si tratta di una anteprima: io non ho letto il libro ma ho parlato (via, per esser precisi, chattato) con Valentina, l’autrice, chiedendole come mai di questa scelta, e mi ha incuriosito talmente tanto che aspetto una copia (ovviamente autografata) per leggermelo…

So anche che Valentina si impegna cuore ed anima in progetti che hanno un sottofondo umanitario. E conoscendola, immagino (anzi, sono quasi sicuro) che sia andata ben al di là del semplice compito di raccolta carte e documenti.

Di cosa parla il saggio? Delle biblioteche carcerarie, realtà pochissimo conosciute (talmente poco che l’impegno che Valentina ha dovuto metterci è degno delle fatiche di Ercole): nel libro si concentra su quella che è la storia della loro nascita e di come è l’organizzazione delle stesse, ma traspare (con molta delicatezza) anche la parte umana. Valentina è stata volontaria in una di queste piccole biblioteche, segno di speranza e di rinascita per alcuni carcerati. Non può parlarci delle singole storie, delle persone che ha conosciuto, ma nel parlare mi ha fatto capire come questa esperienza le abbia cambiato la vita. E sospetto che abbia influenzato anche il libro.

La fortuna di avere una scrittrice come amica è che le si possono fare un po’ di domande e lei è felice di condividere quello che ha provato durante questa esperienza. Così mi ha scritto due righe per spiegarmi come è nato questo progetto, e ve le riporto così come sono uscite dalla sua tastiera:

L’idea è nata per per caso o per destino, come dir si voglia, perché un giorno (era il 2013), sfogliando un pieghevole, ho letto “La biblioteca carceraria come spazio di libertà“… e a quel punto si è scoperchiato il vaso di pandora! Direi che è stato quasi un “colpo di fulmine” tra me e questa tematica nuova e tutta da scoprire.

Il giorno in cui sono andata, anche un po’ timorosa l’ammetto, a chiedere la tesi al prof. Mauro Guerrini lui è rimasto un attimo stupito, non si aspettava certo che una studentessa in biblioteconomia, con tutti i temi di cui parlare, tirasse fuori un simile argomento. Da quel momento si è sviluppata una bellissima collaborazione con il professore, ed eravamo entrambi entusiasti dell’evoluzione che stava prendendo il lavoro e alle fine è stato un bel 110 e lode.

Ma prima di arrivare al felice epilogo del 2014, ho passato un anno alla ricerca del materiale su cui lavorare ed è stato veramente difficile in quanto tutto si racchiudeva in due piccoli libri contenenti solo atti di convegni. Per fortuna in mio soccorso è arrivata la storia.

E alla fine nel 2016 mi sono decisa a pubblicare la mia tesi, spinta proprio dalla necessità di mettere a disposizione di altri più materiale per poter, spero un giorno, arrivare a svilupparsi in maniera più approfondita e meglio argomentata di come ho potuto fare io.

Il libro parte dall’evoluzione della storia della pena carceraria, di come siamo passati dalla tortura e pena di morte, al concetto di carcere come pena  e come le biblioteche carcerarie si inseriscano a pieno in un momento storico particolare che va di pari passo con la nascita della prigione come la conosciamo oggi; seguono le leggi, ecc e  una serie di “testimonianze” che ci mostrano come esse esistano davvero, ma ahimè c’è anche il rovescio della medaglia…

Dopo la laurea, nell’aprile del 2015, sono entrata come volontaria in una struttura penitenziaria. A quel punto mi sono scissa in due, perché a livello professionale ho preso subito visione di tutte le problematiche che avevo riportato nel libro; e a livello personale è stato qualcosa di indescrivibile e che sicuramente rifarei. Purtroppo non posso dire molto su questo, anche nel libro non ho potuto riportare la mia esperienza nella struttura (burocrazia, ecc). Ma posso dirvi che la mia esperienza nella piccola biblioteca con le “mie donne” mi ha cambiato come persona.  Ricordo infatti che i primi tempi in cui andavo e cominciavo a conoscere le ragazze era molto difficile per me, ogni volta che tornavo a casa portavo con me una parte di loro, della loro vita, della loro storia. Adesso la struttura ha chiuso e le ragazze sono state spostate e mi mancano moltissimo ed è per questo che il mio libro è dedicato soprattutto a loro.

Mi fa piacere, però, riportare qui anche una parte dell’introduzione del prof. Guerrini, che esprime chiaramente e semplicemente lo spirito che ha guidato Valentina nel redarre il testo.

Valentina Mancini ha scelto di riportare alcune testimonianze dell’operato di queste biblioteche, delle loro difficoltà a offrire un servizio educativo in modo efficiente, costante, diffuso. L’obiettivo del libro di Valentina è, infatti, raccontare una storia, frammista di realtà e sogni, e soprattutto provare a far comprendere il motivo per cui le biblioteche carcerarie sono importanti, e magari a provare ad aprire uno spiraglio di speranza in tutti.

(dal sito dell’editore)

Se ho stuzzicato il vostro interesse, come Valentina ha fatto con me, trovate su Medium maggiori informazioni, insieme ad un frammento del libro e ai contatti dell’autrice. E se sabato 12 novembre 2016 vi trovate nei pressi di Certaldo (cittadina da visitare, ve lo consiglio) potete recarvi alla biblioteca comunale, dove verrà presentato il libro. Mi scrive Valentina che:

 

La presentazione sarà Sabato 12 Novembre, ore 16.00 presso la Biblioteca Comunale Bruno Ciari, Certaldo
Borgo Garibaldi, 37 – Via Mameli, 9
tel. 0517 661252/53
biblioteca@comune.certaldo.fi.it

Il prezzo, vedo, è di 15 Eur. Il prezzo medio di un romanzo, ma stavolta si tratta di un saggio. Chi legge questo blog sa che tendo a preferire prezzi più bassi possibile. Ma in questo caso il prezzo ci sta tutto.

Buona lettura.

[Anteprima] Non guardare nell’abisso

(dal sito dell’autore)

Comprato! Uscito oggi in tutte le librerie, il nuovo thriller di Massimo Polidoro (ecco le prime 30 pagine) è già in cammino verso la mia libreria (dove finirà, ovviamente, dopo approfondita lettura).

Per lanciare il libro Massimo si è impegnato su due fronti: il primo è la creazione della “squadra di lancio”, che ha già letto il libro ed ha facoltà (e libertà) di commentarlo sui social (su twitter ho visto passare molte rielaborazioni di immagini / scende di film / vignette che fanno pubblicità al libro). Il secondo fronte è un “kit” di regali formato da alcuni suoi scritti e, soprattutto, dalla possibilità (per un numero ristretto di persone) di incontrarlo e partecipare a due suoi workshop all’inizio di settembre.

Per partecipare a questo “concorso” è necessario comprare il libro entro il 26 giugno ed indicare i dati di acquisto sul suo sito (a questa pagina). I materiali sono disponibili per tutti (libri e dispense, immagino in forma elettronica), mentre la partecipazione ai suoi workshop è riservata ad un numero ristretto di persone (ah, dimenticavo, c’è anche la possibilità di cenare con Massimo). Non ho capito, però, quanto è ristretto il numero di persone. Comunque, io c’ho provato: il libro, tanto, lo avrei comprato, quindi tanto vale riceve qualche extra e la possibilità di incontrare uno dei miei autori (e divulgatori) preferiti.

Insomma, trovate tutte le info in questa pagina. Visto il precedente capitolo della saga di Bruno Jordan (Il passato è una bestia feroce), penso che il libro meriti la lettura. Sentendo qualche commento sembra che questo secondo romanzo sia ancora meglio del primo: vi racconterò le mie impressioni fra qualche settimana…

Buona lettura!

P.s. io ora mi immergo nella lettura delle prime trenta pagine. Perché non lo fate anche voi?

[Anteprima] Non guardare nell’abisso (Massimo Polidoro)

Ci siamo quasi: fra un mesetto circa uscirà il nuovo thriller di Massimo Polidoro, secondo capitolo delle avventure di Bruno Jordan, giornalista di cronaca nera che, nel precedente libro (“Il passato è una bestia feroce“), riuscì a salvare una sua vecchia amica da un pazzo (ehm, ok, ho semplificato troppo: vi assicuro che la storia è veramente avvincente).

(dal sito di Massimo Polidoro)

Anche in questa occasione Massimo sta reclutando una squadra (come quella per il precedente romanzo) che possa aiutarlo nel lancio del libro. Il più grosso regalo che viene fatto alla squadra è quello di ottenere in anticipo il testo (la volta scorsa in forma digitale, quest’anno non so come verrà consegnato) e poterlo leggere prima di tutti per poterne poi parlare quando sarà in libreria. E poi ci sono stati un po’ di “regali” da parte di Massimo 🙂

Nella precedente occasione anche io facevo parte della squadra, ed è stato davvero emozionante trovarsi in mezzo a gente creativa e attiva, con tante idee e proposte. Se volete provare questa esperienza andare su questa pagina e cliccate su “Voglio entrare nella squadra!“. Ma attenzione: i posti sono limitati! Le iscrizioni si chiuderanno alla mezzanotte del 24 maggio.

Buona lettura!

Altre novità in uscita :-)

Si prospetta una primavera da leggere, questa che si sta avvicinando. Dopo aver saputo del Malvaldi primaverile, dopo aver scoperto che tornerà anche Bruno Jordan, ecco che mi viene detto di altri due libri che mi attirano molto.

Il primo riguarda le raccolte di racconti gialli di Sellerio: questa volta l’editore ha chiesto alla sua squadra di giallisti di ambientare le vicende in un contesto calcistico. Non ho trovato notizie sul sito di Sellerio (solitamente le da pochi giorni prima dell’uscita), per ora ho trovato solo queste info sul sito IBS, dove si dice che l’ebook (e, presumo, anche il libro cartaceo) sarà disponibile dal 12 maggio:

Lo chiamano il gioco più bello del mondo: una miscela esplosiva di emozione, spettacolo, entusiasmo, orgoglio; capace di precipitarti dall’esaltazione più sfrenata all’inferno della delusione. E ora che sta per arrivare l’appuntamento con gli Europei i tifosi si preparano.
Dal 10 giugno e per un mese 24 squadre di calcio si contenderanno il titolo. Cosa non succederà in quel fatidico mese? Gli investigatori della scuderia Sellerio, i personaggi letterari che hanno conquistato i lettori, questa volta si sono dati appuntamento allo stadio, o negli spogliatoi, o addirittura sui campi di gioco. Sono tifosi di calcio, sostenitori magari di squadre di infima serie, e si ritrovano in questa antologia accomunati da un’unica passione.

Purtroppo non si capisce quali autori sono stati coinvolti, ma confido ci siano i miei personaggi preferiti (Pedra Delicado, i vecchietti del Bar Lume, Schiavone, Lamanna, ed altri…)

 

Il prolifico Malvaldi – oltre a riesumare, ad Aprile, i mitici vecchietti – ci propone anche un saggio a metà fra scienza e poesia, nel senso proprio che mette in comunicazione (e in comunione) questi due argomenti in apparenza disgiunti. Il suo nuovo libro “L’infinito tra parentesi – storia sentimentale della scienza da Omero a Borges” prende spunto da alcuni scritti di noti autori (Omero, Gozzano, Borges, …) per raccontare fatti scientifici. Si legge sul sito Rizzoli, alla pagina del libro:

Ben prima dell’invenzione del microreticolo metallico, Efesto nell’Odissea forgiava “catene impossibili da infrangere, sottili come fili di ragnatela”, catene che “nessuno avrebbe potuto notare, neppure un dio, tanto erano ingannevoli”. Ben prima degli studi di Maxwell sul tempo di rilassamento dei liquidi, Lucrezio intuì che molecole di lunghezza differente scorrono con tempi differenti. Anche Gozzano, in una delle sue poesie più belle, descrive con precisione l’imprevedibilità di una crepa, oltre che la viltà di un giovane pattinatore di fronte a una donna innamorata. E questo molto prima che i matematici dimostrassero – anche attraverso il Gioco della vita – l’assoluta impossibilità di predire l’evoluzione di alcuni sistemi. “Ahimè, non mai due volte configura il tempo in egual modo i grani!” scrive Montale: non è forse questa l’entropia? E Borges sa – forse meglio dei neuroscienziati – che “aver saputo e aver dimenticato il latino è un possesso, perché l’oblio è una delle forme della memoria.” La poesia arriva prima? Forse. D’altra parte, però, il linguaggio degli scienziati è fatto spesso di analogie, esattamente come quello dei poeti. Cos’è, per esempio, la “trama algebrica” che ricercava Ada Lovelace nella Macchina analitica di Sir Charles Babbage? C’è addirittura chi sostiene che Paul Dirac, il padre della meccanica quantistica relativistica, sia il più grande poeta inglese di tutti i tempi. La poesia e la scienza, ci spiega l’autore vagabondando tra un secolo e l’altro, non sono opposte, non lo erano alle origini e non lo sono oggi, che si concepiscono entrambe come tensione alla conoscenza del mistero del reale.

Su Wired è possibile leggere un estratto del libro, in cui da Gozzano si passa agli automi cellulari per descrivere l’indefinitezza di una crepa. Devo dire che l’articolo mi ha incuriosito molto, ma vorrei attendere un po’ a comprare questo libro: mi sa che me lo metto in lista dei desideri su Amazon per pensarci un po’. Il libro esce domani, 17 marzo, per i tipi di Rizzoli: 252 pagine a 18 Eur. Se qualcuno lo prende e vuol raccontarmi cosa ne pensa, sarò ben lieto di ospitarlo fra i commenti.

Buona lettura.