Firenze Libro Aperto: luci ed ombre sulla manifestazione

Sento già un coro alle mie spalle che dice “certo, te arrivi dopo il fumo alle candele”. Anzi, in questo caso arrivo quando anche il fumo è già sparito… E’ un modo di dire per persone che dicono / fanno qualcosa ben dopo che gli altri hanno già detto / fatto da tempo.

E hanno ragione: Firenze Libro Aperto si è tenuto a febbraio. Io avevo detto che sarei andato a visitarlo e avrei scritto, ma solo ora mi accingo a farlo. Mettiamola così: sono in anticipo di 9 mesi per l’edizione 2018 🙂

Cosa è (stato) “Firenze Libro Aperto”? Il primo salone nazionale del libro che si tiene a Firenze. L’edizione 2017 si è svolta presso la Fortezza da Basso, luogo deputato ad ospitare convegni, congressi, fiere e manifestazioni. Una location veramente caratteristica ma che (prima ombra) per questo salone ha aperto solo un ingresso secondario. Non si entrava alla Fortezza, come per altre manifestazioni, dal portone principale, ma da un portone “secondario”, scendendo una serie di scalini (ed ho visto genitori con passeggini fare determinati sforzi, sia per entrare, sia – soprattutto – per uscire).

Però appena entrato, sono rimasto sorpreso dal numero di persone che stavano girando fra gli stand e dal numero stesso di stand presenti. La home page del sito dell’evento dichiara che erano presenti più di 150 espositori e oltre 23.000 visitatori (copia della pagina su archive.is). Questo è un fatto positivo: c’è interesse per saloni del genere (e, spero, anche per la lettura) e c’è fermento fra i produttori di contenuto. Ho notato molte piccole case editrici, molte realtà locali, editori specializzati in temi particolari (dalla ricerca di sé stessi all’omeopatia a tematiche New Age) o focalizzati su particolari momenti storici della città (I medici, il rinascimento, la Signoria, Il calcio storico… Firenze in tutte le salse, insomma). Ho però visto pochi editori grandi, segno che ancora loro non pensano di investire in questo salone.

Però, di per sé, ho visto poche iniziative delle case editrici (grandi o piccole che fossero). Le (poche) grandi presenti erano lì per vendere, non per presentare qualcosa di nuovo (a parte qualche uscita casualmente in concomitanza col salone). Mentre fra i piccoli ho notato la voglia di raccontarsi, di parlare della qualità che applicano ai loro progetti editoriali, ma a parte l’entusiasmo di esser presenti non presentavano iniziative particolari.

In altri termini: bene o male tutti applicavano uno sconto o offrivano offerte promozionali, ma quasi nessuno cercava di attirare l’attenzione proponendo allestimenti particolari dello stand o offrendo qualcosa di diverso dal segnalibro e dal catalogo. Ciò credo sia dovuto a due fattori: il poco spazio a disposizione (gli stand più piccoli sembravano in grado di ospitare a mala pena una persona in piedi) e l’inesperienza. Ricordo che solo una cosa mi ha colpito. La casa editrice Mds di Pisa (citata pochi post fa) presentava libri chiusi in pacchi regalo. Su ogni pacco c’erano scritti tre aggettivi che l’autore riteneva descrivessero il libro. Era un acquisto alla cieca basandosi sugli aggettivi scritti nell’incarto. Da quel che ho visto solo questa attività è stata capace di attirare con curiosità i passanti.

Una nota veramente dolente, secondo me, sono stati gli spazi. Sia quelli riservati agli espositori, sia quelli per gli incontri, sia quelli per le iniziative collaterali (tipo le mostre di opere artistiche legate al libro).

Nel primo caso l’intenzione (teoricamente buona) degli organizzatori era garantire uno spazio a tutti, anche agli editori più piccoli, Quindi costi contenuti (almeno dicevano sul sito) ma anche spazi contenuti, tanto che alcune piccole case editrici avevano appena i metri quadri sufficienti a piazzare un banco (della dimensione di quelli scolastici) ed una persona in piedi. In alcuni casi c’era un appiccicaticcio che non ti faceva distinguere un editore dal vicino.

Gli spazi per gli incontri, a parte le stanze nella zona dei libri per bambini, adibite alle attività per i più piccoli, erano ricavate dai corridoi esterni di passaggio: un gruppo di sedie attorno ad un mini palco con due scrivanie (a volte non c’era nemmeno il mini palco) con un arrangiamento del tipo “ho trovato due cose all’ultimo minuto”. Sembravano, insomma, più comizi improvvisati ai crocicchi dei corridoi che incontri con scrittori / editori / lettori. E’ in questo campo che – credo – è mancata più di tutto l’esperienza.

Qua e là erano anche piazzate alcune opere d’arte legate al mondo librario, ma anche queste affogavano nel caos degli spazi. Qualcuna era a ridosso di un “angolo” dedicato agli incontri pubblici, ed era non apprezzabile perché mancava lo spazio per godersela. Un altra era in un corridoio di passaggio dove la folla ti portava via se ti fermavi a guardarla.

Però, come ho detto prima, ho respirato entusiasmo e tanta voglia di partecipare: gli errori di valutazione saranno corretti alla prossima edizione (spero) e sarà possibile godersi un salone del libro più bello e maturo.

Cosa mi piacerebbe nella nuova edizione?

 

Prima di tutto spazi più delineati, con luoghi di incontro specifici e ben marcati. Se voglio partecipare alla presentazione di un libro a cura dell’autore, vorrei avere uno spazio “isolato” dal passaggio delle persone, in modo da potermi concentrare di più.

Vorrei poi che gli editori osassero di più, si inventassero qualche iniziativa in grado di stimolare la curiosità, catturare l’attenzione. So che questo per qualcuno può esser difficile: piccole case editrici, spesso composte da una o due persone, non hanno risorse per poter pensare al marketing e puntano tutto sulla qualità. Ma a volte qualche idea che sembra folle, a poco prezzo, può rendere molto.

Per ora mi accontenterei di queste due cose: vediamo se alla prossima edizione qualcosa si è smosso.

[Anteprima] Non c’è più la Sicilia di una volta (Gaetano Savatteri)

Sì, ne sono consapevole, latito da questo blog sapendo di latitare… Ma prometto di tornare a scrivere (ma soprattutto a leggere) in tempi brevi.

Per ora volevo segnalare questa novità editoriale (che ormai tanto novità non è, visto che è già in libreria da circa 1 settimana): uno sguardo su una Sicilia moderna e sempre più distante dai consueti stereotipi, a cura di Gaetano Savatteri, siculo scrittore di recente (per me) fama. A vedere la bio su Wikipedia, scrive da molto tempo, mentre io l’ho scoperto solo nel 2014, grazie alle raccolte in giallo della Sellerio (ne: La crisi in giallo, Turisti in giallo, Il calcio in giallo) e mi è piaciuto molto sia per lo stile sia per gli intrighi che riesce a gestire nelle storie (che, appunto, diventano molto intriganti).

Questa volta il libro, a leggere la descrizione, sembra una guida alla scoperta della Sicilia, ma senza andare a fare concorrenza alle “vere” guide turistiche. Un po’ come fece Malvaldi raccontando la sua Pisa… Da quel che si capisce dall’indice (PDF presente sul sito dell’editore) Gaetano ci porta a conoscere una Sicilia moderna e attraente, diversa dagli stereotipi (per citarne due, mafia e machismo) che fin’ora l’hanno circondata. Ci racconta curiosità sulla sua terra e ce la fa scoprire nello stesso modo in cui ha fatto anche Camilleri con Montalbano e altre sue storie.

Mi fermo qui, vi lascio ad un articolo su Huffington Post (una breve intervista con Savatteri) e la presentazione sul sito Laterza (l’editore). E se il 18 Marzo siete a Roma, alle 18 presso l’Auditorium Parco della Musica trovate l’autore (evento indicato dal sito Laterza).

280 pagine per 16 Eur (9,90 in e-book): per ora non faccio commenti sul prezzo (devo valutare fisicamente il libro). Sapete (chi legge costantemente questo blog) che mi immagino, per libri simili, un prezzo intorno ai 12 Eur, ma al momento non ho ancora verificato né il contenuto né il supporto fisico (il libro). Posso solo dire che è un prezzo decisamente più basso rispetto ad una buona guida turistica, mentre è leggermente più alto rispetto ad un romanzo. Ovviamente su Amazon lo trovate col solito sconto del 15% (13,60 Eur).

Se qualcuno lo ha già letto commenti pure 🙂

Buona lettura!

P.s: per i più pigri, a cui pesa anche fare un click (li conosco bene, sono anche io estimatore questo stile di vita), includo un frammento della presentazione dal sito Laterza.

«Non ne posso più di Verga, di Pirandello, di Tomasi di Lampedusa, di Sciascia. Non ne posso più di vinti; di uno, nessuno e centomila; di gattopardi; di uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà. E sono stanco di Godfather, prima e seconda parte, di Sedotta e abbandonata, di Divorzio all’italiana, di marescialli sudati e baroni in lino bianco. Non ne posso più della Sicilia. Non quella reale, ché ancora mi piace percorrerla con la stessa frenesia che afferrava Vincenzo Consolo ad ogni suo ritorno. Non ne posso più della Sicilia immaginaria, costruita e ricostruita dai libri, dai film, dalla fotografia in bianco e nero. Oggi c’è una Sicilia diversa. Basta solo raccontarla.»

L’immagine della Sicilia è legata a tanti capolavori della letteratura e del cinema di ieri. Ma leggere la Sicilia attraverso gli occhi degli autori del passato è come andare in giro con una guida turistica di un secolo fa. Gaetano Savatteri ci restituisce un volto inedito e sorprendente dell’isola. Accanto alle rovine greche scopriremo i parchi di arte contemporanea più estesi d’Europa. All’immagine di Corleone si affiancherà quella di una Sicilia urbana e metropolitana. Invece della patria del machismo conosceremo il luogo in cui è nata la prima grande associazione in difesa dei diritti degli omosessuali. Al posto delle baronesse troveremo una generazione di donne manager e imprenditrici. E ancora, incontreremo un panorama letterario, musicale, teatrale tra i più vivaci di oggi. Con buona pace del Gattopardo, non è vero che in Sicilia tutto cambia perché tutto rimanga com’è: sull’isola, negli ultimi anni, quasi tutto è cambiato.

Nuova edizione de “La macchina del tempo” di Wells

Notizia veloce veloce…

Sta per uscire (fine febbraio) per Einaudi una nuova edizione de “La macchina del tempo“:

Il capolavoro della letteratura fantastica nella nuova scintillante traduzione di Michele Mari

Ho sempre apprezzato il film (quello del 2002), tanto che me lo son  visto due volte, e mi ha sempre incuriosito l’autore (che ha scritto un altro – a dire di molti – capolavoro di fantascienza: “La guerra dei mondi“, sviluppato in vari film, l’ultimo del 2005 con Tom Cruise e diretto da Steven Spielberg), quindi penso di non farmi scappare questa edizione.

Come dice il sito Einaudi, si tratta di una nuova traduzione a cura di Michele Mari, che è scrittore e saggista, nonché traduttore (fra l’altro) de “L’isola del tesoro” di Stevenson (edizione Rizzoli 2012). E sapete che un buon traduttore è necessario per certi capolavori: a vedere alcune info del traduttore su Wikipedia pare proprio che possa valere la pena acquistare questa edizione del libro.

Sembra, insomma, promettere bene: ve ne parlerò meglio, però, dopo aver letto il libro. Se, però, qualcuno di voi ha altre indicazioni, le aggiunga nei commenti!

Buona lettura!

Rieccomi, con alcune notizie brevi

E’ un po’ che manco da questo blog, l’ultimo mio post è del 30 novembre, quando completai la lettura di 7-7-2007 di Manzini (e capii il perché dell’assenza della moglie di Rocco Schiavone). Romanzo portato – poche settimane dopo – in TV nella serie Rai dedicata a Schiavone, con mia delusione… I precedenti romanzi mi erano piaciuti anche nella trasposizione televisiva; mi era piaciuta la coerenza fra la trama letteraria e quella televisiva (seppur con piccoli adattamenti dovuti al diverso mezzo espressivo). L’ultimo episodio, tratto, appunto, da 7-7-2007, modifica pesantemente la trama originale e mi ha spiazzato un po. A onor del vero devo dire che televisivamente è un buon prodotto: la mia delusione nasce dalla minore adesione (rispetto ai precedenti) alle pagine che mi ero letto poche settimane prima. Ma, lo sapete, mi monta una certa idiosincrasia quando vedo un film o una fiction TV  etichettati come “tratto da” e poi, invece, è completamente diverso. Insomma, definirei questa delusione come pignoleria mia…

Comunque, torniamo a noi: sto leggendo, sì, anche se con un ritmo MOLTO più lento che in precedenza. Accadono cose belle nella vita, che tolgono però un po’ di tempo ad altre cose belle, e mi sa che per i prossimi mesi mi farò vivo, su questo blog, molto meno spesso che in precedenza (esagerati: non gioite così rumorosamente! 🙂 ). Ora come ora sono alle prese con “L’algoritmo definitivo“, un saggio sugli algoritmi di apprendimento e sull’intelligenza artificiale. Interessante, ma un po’ pesante. Ma ne parleremo più in qua…

Veniamo invece alle brevi notizie:

  • Firenze lancia il suo salone del libro: 17-18-19 febbraio alla Fortezza da Basso. Dopo le “liti” (sto semplificando e scherzando) fra Milano e Torino per “IL” Salone del Libro italiano (l’evento più grande ed importante, in Italia, nel settore dell’editoria), anche Firenze sembra volersi ritagliare un posticino nella cultura letteraria. Firenze sa di non poter competere con “IL” salone e quindi cerca di dare accenti diversi mettendo in piedi un programma (soprattutto per i ragazzi) interessante. Se sarà o meno un bel salone lo vedremo dopo il  18 febbraio (giorno di chiusura). Io – salvo imprevisti – ho deciso di andarlo a visitare e vi racconterò le sensazioni da lettore.
    Ecco il sito ufficiale: le varie “stelle” che trovate in Home Page sono gli ospiti confermati presenti.

 

  • Leggo una notizia ANSA (e poi anche su Repubblica Firenze) che racconta di una casa editrice toscana (la MdS di Pisa) che si è (re)inventata una modalità di promozione libraria accattivante. Se hai in casa lo spazio per ospitare fra le 15 e le 30 persone, puoi ospitare uno scrittore. Ad esempio il famosissimo Pinco Pallino ha pubblicato un romanzo con la MdS: tu puoi chiedere alla casa editrice di fare una presentazione da te – in salotto, in cucina, in terrazzo, dovunque tu possa mettere 15-30 sedie e riempirle con altrettanti ospiti. L’autore potrà essere intervistato, potrà fare una lettura di brani del libro, tutte le cose che si fanno ad una presentazione di qualche novità.
    Lo so: sembra la vecchia “dimostrazione / vendita di batteria di pentole” anni ’80. Non si può dire sia una idea nuova, ma di originale ha che ti porta a casa uno scrittore. Insomma, se sei interessato ai libri, se ti piace leggere, se apprezzi la cultura è comunque un piacere avere a casa un autore. Lo farei anche io, a due condizioni: la prima che qualcuno mi prestasse una casa sufficientemente spaziosa, la seconda che trovi un autore interessante (che pubblica con MdS). Non conosco ancora la loro “scuderia” e non saprei chi invitare: magari – appena si verifica la prima condizione – mi interesserò (che siano anche a Firenze Libro Aperto? Vedremo) .
    Ecco la notizia ANSA, e quella di Repubblica Firenze. Questo è il sito della casa editrice (forse non ho saputo cercare io, ma non vi ho trovato notizie sull’iniziativa) mentre sulla pagina Facebook si trova il rimando all’articolo su Repubblica, con l’hashtag #BOOKATHOME

 

Fine delle notizie. Ci sentiamo presto con qualcosa di più corposo. E – forse, se tutto procede come previsto – il prossimo autunno potrebbero accadere cose (letterarie) a cui potrei esser chiamato a partecipare. Se son rose fioriranno, e in quel caso ne parleremo di nuovo.

 

E intanto, come sempre, Buona Lettura (augurandovi riusciate a dedicarle più tempo di quel che riesco io ultimamente).

Schiavone letterario vs Schiavone televisivo

So che mi ero dato una regola ferrea quando questo blog prese vita: “mai vedere film tratti da romanzi letti“. Ma, lo ammetto, sto invecchiando e tutto mi sta diventando più relativo. E in questo caso mi piaceva vedere come fosse venuta la trasposizione televisiva di un antieroe come Schiavone, che sto imparando ad apprezzare sempre più. Considerando soprattutto il fatto che lo stesso Manzini (l’autore dei romanzi) ha messo mano alla scenografia: come ha rappresentato, lui, visivamente Schiavone e quali differenze ci sono con quello che io ho immaginato durante la lettura?

Iniziamo a raccontare, per chi non lo conosce, chi sia Rocco Schiavone. Partendo, però, da una premessa: io non ho letto tutti i romanzi ed i racconti di Manzini dove il vicequestore è protagonista, quindi mi baso su una conoscenza parziale. Ho letto “Non è stagione” (che mi è piaciuto particolarmente, e la cui trasposizione TV andrà in onda proprio mercoledì prossimo, 23 novembre 2016, su Rai2), ho ultimato da poco “7-7-2007” (dove tutto ebbe inizio… ne parlerò nei prossimi giorni) ed una serie di racconti della serie “in giallo” di Sellerio (“Il calcio in giallo : …e palla al centro“, “Turisti in giallo : Castore e Polluce“, “La crisi in giallo : L’anello mancante“,  “Vacanze in giallo : Rocco va in vacanza“, solo per citare i più recenti). Mi mancano, per esempio, i primi romanzi valdostani. La puntata di mercoledì scorso (16 novembre 2016), per esempio, racchiudeva i racconti “Castore e Polluce” e “L’anello mancante”: probabilmente entrambi (soprattutto il secondo) erano abbastanza corti per arrivare a 100 minuti di episodio, e sono stati uniti senza – mi sembra – snaturare nessuno dei due.

Dicevamo: chi è Rocco Schiavone? Vicequestore di polizia, romano, operante presso una questura della capitale fino a poco tempo fa, è stato trasferito ad Aosta per una serie di cavolate commesse durante il servizio. In “La pista nera” racconta qualcosa, di aver picchiato di santa ragione un pedofilo, ma probabilmente non è tutto (altra parte viene fuori in “7-7-2007”). Non si trova bene ad Aosta, odia la montagna, in parte odia il suo lavoro, ma ha il “difetto” di saperlo fare bene, ha quell’intuito tipico dei detective che non si accontentano di come sono presentati i fatti, quei personaggi che, analizzando i piccoli dettagli, riescono a scardinare ciò che sembra (la maschera) e a scavare fino a ciò che veramente è. Detta in parole povere, dove molti vedono un tragico incidente, lui riconosce i piccoli segnali di dolosità e riesce a scovare l’assassino di turno.

E’ un antieroe per eccellenza, perché per niente propenso a rispettare le regole, soprattutto quando contornate da pomposità o imposte con arroganza. E poco rispettoso anche delle procedure di indagine: ha ancora nell’animo il passato, da ragazzino, di piccolo delinquente, ed ha ancora tre amici di quell’ambiente che lo aiutano, di tanto in tanto, con qualche lavoretto sporco non propriamente usabile in un’aula di tribunale. Ma Rocco ha un senso della giustizia tutto suo, che guida il suo lavoro. Di base i principi sono uguali al concetto stesso di giustizia, ma Rocco li stravolge un po’ nelle sfumature, nelle sfaccettature. Se prendiamo per buono che “giustizia significa che tutti abbiamo quanto è giusto” per Rocco questo può essere interpretato anche come rubare ai ladri e ai delinquenti, o picchiare un sospettato di violenze verso altre persone… Che per un vicequestore della Polizia non è proprio il massimo.

Ma torniamo alla serie Rai e a cosa mi è piaciuto e cosa ho trovato non coerente coi racconti letti. Marco Giallini, l’attore che interpreta Rocco, ci sta bene: si avvicina moltissimo alla fisicità che si percepisce dai romanzi e dai racconti. Non so perché, unica cosa, io mi immaginavo Rocco senza barba, mentre nella serie TV ce l’ha. Pero ci sta bene. Mi aspettavo invece diversa Marina, la moglie-fantasma che segue sempre Rocco (saprete che Marina è morta, il come è spiegato in “7-7-2007”, ma è sempre presente, specialmente quando Rocco torna a casa ed è solo, e gli fa anche un po’ da coscienza). Niente male Isabella Ragonese, che la interpreta, ma mi aspettavo una figura più eterea, quasi come la Liv Tayler-Arwen nel “Signore degli anelli”.  Mentre mi convincono meno i poliziotti-macchietta: nei romanzi hanno una valenza leggermente diversa, come se rappresentassero l’idiozia più comune, le persone proprio di basso livello, mentre in TV assomigliano più dei comici demenziali. Ma forse è una impressione mia.

Ho notato, invece, una buona aderenza al testo scritto: ricordavo abbastanza bene entrambi i racconti che si sono fusi nell’ultimo episodio (“Castore e Pollluce” e “L’anello mancante”, come accennavo sopra), tanto che mi sono trovato ad anticipare alcune battute o alcune scene durante la visione (con sommo spregio di chi mi stava accanto). Sarà che Manzini fa parte dello staff che ha tradotto in immagini il racconto, ma è uno dei pochi casi che conosca in cui la versione TV è molto simile a quella letteraria (certo, alcuni aggiustamenti ci vogliono, ma è naturale quando si usano due mezzi così diversi). Odio – per far capire cosa intendo – quei film che sono indicati come “tratti dal romanzo tal de’ tali” ma che di esso mantengono a mala pena il titolo. Penso ad alcune opere minori di Phil K. Dick, che hanno dato origine ad alcuni film snaturando completamente il contenuto. Belli, mi son piaciuti come film, ma invece di dire “tratto da…” dovevano essere indicati come “abbiamo preso l’idea dal romanzo … e l’abbiamo sviluppata in un modo tutto nostro”.

Se vogliamo trovare qualche difetto alla serie, ne indico uno più uno. Il primo è che non è “veloce”: i romanzi stessi non sono calibrati per esser veloci (per fare un esempio, non sono un thriller alla Polidoro, dove le azioni si accavallano freneticamente). In un romanzo la “lentezza” ci sta anche bene. In televisione, invece, se non hai un certo ritmo rischi di annoiare. Ora, non posso dire che le due puntate da me viste mi abbiano annoiato, ma sono rimasto incollato alla TV più per l’attrazione verso il personaggio che dall’incalzare dell’azione che si svolgeva. Se paragoniamo a qualcosa di conosciuto abbastanza da tutti possiamo chiamare in causa Montalbano (la serie TV): la velocità è appena appena più bassa in Schiavone rispetto al personaggio di Camilleri.

Il secondo difetto che, almeno secondo qualcuno, affligge la serie TV è, appunto, una similitudine con Montalbano. Ma secondo me, a parte pochi elementi comuni, parliamo di due cose differenti. Come elementi comuni possiamo individuare alcune caratteristiche dei personaggi: entrambi riflessivi (ma per motivi e con modalità diverse), molto acuti e ricercatori di verità (caratteristiche fondamentali per un investigatore). Ma per uno (Montalbano) le regole sono fondamentali mentre l’altro (Schiavone) tende a passarci sopra. Montalbano ha una profonda umanità ed una decisa empatia verso le altre persone, mentre per Schiavone le persone sono interessanti solo quando sono il mezzo o il risultato di una ingiustizia. Altrimenti tende a considerare l’altro una rottura di coglioni. Entrambi i personaggi sono molto acculturati (Montalbano grande lettore, Schiavone amante dell’arte), ma estremamente diversi nel rapporto con sé stessi: Montalbano abbastanza in pace con il suo io, Schiavone invece quasi si disprezza (almeno io leggo con questa chiave le loro solitudini: il primo tende comunque a curarsi – nuoto, cibo – mentre il secondo si trascura).

Ma, andiamo alla domanda fondamentale: mi piace? Sì, abbastanza. Non ci vado pazzo e non credo salterei altri impegni per vederlo, ma mi piace. Lo ritengo un buon prodotto, fatto anche bene. Gli attori mi sembrano bravi e le storie sono valide (come dicevo, sono molto aderenti ai romanzi, i quali sono decisamente validi).

Consiglio la visione? Sicuramente sì, almeno un episodio, anche se so che qualcuno potrebbe trovarlo noioso. Ammetto di esser curioso per il prossimo episodio (tratto da “Non è stagione”) in cui Rocco dovrà correre contro il tempo per salvare una vita (ma non vi dico più niente, altrimenti vi anticipo troppo). Probabilmente in questo caso avremo una “velocità” maggiore rispetto agli episodi precedenti. Almeno spero 🙂

Buona lettura e/o buona visione, in base a quello che preferirete fare.