L’algoritmo definitivo : La macchina che impara da sola e il futuro del nostro mondo (Pedro Domingos)

(dal sito dell’editore)

Finalmente finito! Questo saggio sull’evoluzione dell’Intelligenza Artificiale mi ha portato via un po’ di tempo. Oddio, non che ne leggessi pagine di continuo: ho rallentato i miei ritmi di lettura, e ancora per un po’ non potrò riportarli ai livelli di qualche anno fa.

Ma parliamo del libro, e non delle mie difficoltà di lettura…

Non mi interessa, in questo articolo, esplicitare in modo preciso il concetto di Intelligenza Artificiale. Diciamo solo (e molto semplicemente) che qui intendiamo un sistema (informatico) in grado di apprendere conoscenze (generiche) e sfruttarle in campi generici. Il riferimento al “generico” è d’obbligo: esistono già (e sono molto usati) sistemi intelligenti concentrati su uno specifico compito. Pensate ai sistemi di analisi che prendono decisioni finanziarie muovendo grossi capitali per conto delle banche (semplifichiamo anche qui: robot che giocano in borsa). Ne ha parlato anche Malvaldi in un precedente libro spiegando come l’assenza di alcuni controlli abbia portato ad una serie di crolli (conosciuti, nell’ambiente, come flash crash).

Certo, sistemi finanziari: talmente di alto livello che è logico ci sia dietro un analista elettronico, oltre ad uno in carne ed ossa. Ma sistemi simili si trovano anche più vicino a noi: Amazon, con i suoi meccanismi di suggerimento; i vari siti di ricerca alberghi, google con le sue ricerche… E soprattutto la “profilazione” degli utenti su internet, a scopo pubblicitario. Ecco, se vi chiedete come mai, dopo aver cercato il modello di Millenium Falcon in mattoncini Lego, vi vengono proposti – nelle varie pubblicità su qualsiasi sito andiate – tutta una serie di modellini lego legati a Guerre Stellari, è perché un algoritmo intelligente di profilazione ha intravisto un vostro interesse e vuole cavalcare il momento propizio.

Quindi, vi chiederete, questo libro spiega cosa sono questi algoritmi intelligenti, questi sistemi di IA (intelligenza artificiale) sviluppati su singoli temi? E soprattutto ci spiega come proteggerci? La risposta è: 70% no, 30% sì. L’autore, infatti, usa questi temi per introdurre alla sua ricerca, quella di un “algoritmo definitivo”, che non ha bisogno di un contesto (un tema specifico) per imparare a fare alcune cose.  Ci da, quindi, qualche suggerimento su come gestire questi motori di profilazione, ma si concentra su tutt’altro: un sistema in grado di imparare autonomamente, guardando il mondo e attingendo ai miliardi di miliardi di informazioni presenti su internet. Un sistema in grado di apprendere le cose in modo generico, una lingua come un sistema di guida di vettura. Perché proprio questo esempio? Perché attualmente, in entrambi gli ambiti, sono già stati sviluppati sistemi intelligenti confinati nel contesto: in altre parole un traduttore potrà imparare 450 lingue, ma non riuscirà mai ad imparare a guidare, e viceversa. Quello che ricerca l’autore è un sistema che – “osservando” – possa imparare autonomamente sia una nuova lingua, sia come guidare, trasferendo se necessario le informazioni fra i due contesti.

Ecco, l’autore vuol proporci un sistema in grado di imparare ad imparare, un sistema che – posto in un contesto nuovo – riesca a comprendere da solo cosa è necessario imparare per “vivere” in quel contesto, magari mutuando anche qualche idea da altri contesti appresi in precedenza (capacità di trasportare competenze fra campi di attuazione diversi). Potremo paragonarlo al cervello umano, ed infatti è proprio da questo parallelo che le ricerche della IA hanno avuto inizio.

Non sto a rifarvi tutto il tragitto compiuto dall’autore ne ad elencarvi l’indice del libro, ma cerco di indicarvi semplicemente i temi affrontati. Si parte con un po’ di storia dell’IA e le varie “tribù”, come le chiama lui, in cui si è divisa la ricerca (vari approcci e filosofie al problema: chi lo ha affrontato come una cosa fisica, chi come un insieme di probabilità, chi come un sistema che si deve evolvere così come abbiamo fatto noi umani, eccetera…). Per ogni tribù si parla di come sia stato affrontato il concetto di IA, dei successi ottenuti e dei problemi rilevati. Nei capitoli finali si parla di una possibile integrazione fra tutte esse: un castello costruito sulle fondamenta dei vari approcci, in grado di determinare quale sia l’approccio migliore ogni volta che viene proposto un nuovo problema. E l’autore – ovviamente – ha scritto il cuore di questo algoritmo. Non scritto nel libro: è un “programma” (tecnicamente non è un programma, ma mi fa comodo chiamarlo così) da lui ideato e perfezionato in collaborazione con alcuni suoi studenti, e lo propone a tutti noi: è quello che lui propone come “algoritmo definitivo”, cioè qualcosa in grado di imparare, genericamente.

Verrebbe il dubbio si tratti di un libro-pubblicità: ti descrivo una cosa, ti dico che l’ho fatta e ti propongo di comprarla). Invece il “programma” è gratuito, scaricabile da un link indicato nel libro. E per chi vuole studiare questo genere di cose è veramente una buona opportunità. Ma chi, come me, queste cose le avvicina per curiosità, conoscendo solo alcuni frammenti di questo intrigante mondo, rimane un po’ spiazzato. Non che il libro sia difficile o farcito di troppe formule: è l’approccio di un professore universitario che da sempre lavora in questo campo e trova, quindi, facile parlare di alcuni argomenti accostandoli fra loro o presumendo scontate piccole cose elementari di quel mondo, ma che chi si approccia per curiosità non comprende a fondo. Ad esser sincero è stata una lettura generalmente buona, solo in alcuni punti più pesante (mi son perso quando si parlava di probabilità Bayesiane…), ma di base filava sufficientemente liscia. Non è un romanzo, richiede un impegno maggiore rispetto ad un giallo Sellerio (che ultimamente divoro), ma questo lo sapevo fin dall’inizio.

Altra cosa che mi ha reso più difficile la lettura è una sorta di confusione nell’esporre i temi. Anche in questo caso, non si può dire che un capitolo sia un accozzaglia di cose: come nei buoni libri, un capitolo tratta un tema da cima a fondo. Ma, quello che a me sembra, è che l’autore intercali nel tema alcune cose diverse (aneddoti, riferimenti storici, riferimenti ad altri contesti/tribù) non strettamente necessarie per spiegare il tema. Mi spiego meglio con un esempio: se presentando questo libro avessi scritto “Ho letto un libro fantastico che parla di intelligenza artificiale; me lo aveva consigliato mio cugino – quello che 2 anni fa era arrivato secondo al concorso fotografico con una foto di un cielo stellato scattata dalle dolomiti quando era andato in gita con la scuola ed avevano passato la notte a bivaccare cantando sotto le tre cime di Lavaredo  – e l’ho trovato molto interessante”, tutta la parte centrale vi aiuterebbe a comprendere il concetto o vi spiazzerebbe? Ecco, ho avuto una sensazione generale di “arruffamento” dei concetti come nella frase da me esposta sopra… Di base non è un problema, e – anzi – alcune digressioni forse aiutano ad alleggerire l’argomento (e, lo confesso, ho apprezzato alcune curiosità, anche se poi ho dovuto faticare un attimo per riprendere il filo). Però, in generale, rende più faticosa la lettura.

Insomma, so che bramate di sapere se consiglio questo libro. No, non a tutti: chi già ha letto qualcosa sull’argomento, chi ci “aggeggia” un po’ (ma senza essere esperto) potrà trovare molte cose in questo libro. Mentre chi  esperto probabilmente già conosce molto di quello che è stato scritto. E chi volesse solo avere una introduzione all’argomento potrebbe trovare libri più leggeri. Insomma, la mia impressione è che sia un’opera tagliata per persone specifiche, che si interessano amatorialmente dell’IA. Chi già ne sa di più, e chi è interessato ad una piccola infarinatura, deve rivolgersi altrove.

Chi volesse acquistarlo, si prepari a spendere 21,15 Eur (prezzo Amazon), oppure 9,99 Eur in formato Kindle. Trattandosi di saggio il prezzo sarebbe giustificato, ma – col senno di poi – a me è rimasto un po’ indigesto.

Comunque sia: buona lettura.

[Anteprima] Non c’è più la Sicilia di una volta (Gaetano Savatteri)

Sì, ne sono consapevole, latito da questo blog sapendo di latitare… Ma prometto di tornare a scrivere (ma soprattutto a leggere) in tempi brevi.

Per ora volevo segnalare questa novità editoriale (che ormai tanto novità non è, visto che è già in libreria da circa 1 settimana): uno sguardo su una Sicilia moderna e sempre più distante dai consueti stereotipi, a cura di Gaetano Savatteri, siculo scrittore di recente (per me) fama. A vedere la bio su Wikipedia, scrive da molto tempo, mentre io l’ho scoperto solo nel 2014, grazie alle raccolte in giallo della Sellerio (ne: La crisi in giallo, Turisti in giallo, Il calcio in giallo) e mi è piaciuto molto sia per lo stile sia per gli intrighi che riesce a gestire nelle storie (che, appunto, diventano molto intriganti).

Questa volta il libro, a leggere la descrizione, sembra una guida alla scoperta della Sicilia, ma senza andare a fare concorrenza alle “vere” guide turistiche. Un po’ come fece Malvaldi raccontando la sua Pisa… Da quel che si capisce dall’indice (PDF presente sul sito dell’editore) Gaetano ci porta a conoscere una Sicilia moderna e attraente, diversa dagli stereotipi (per citarne due, mafia e machismo) che fin’ora l’hanno circondata. Ci racconta curiosità sulla sua terra e ce la fa scoprire nello stesso modo in cui ha fatto anche Camilleri con Montalbano e altre sue storie.

Mi fermo qui, vi lascio ad un articolo su Huffington Post (una breve intervista con Savatteri) e la presentazione sul sito Laterza (l’editore). E se il 18 Marzo siete a Roma, alle 18 presso l’Auditorium Parco della Musica trovate l’autore (evento indicato dal sito Laterza).

280 pagine per 16 Eur (9,90 in e-book): per ora non faccio commenti sul prezzo (devo valutare fisicamente il libro). Sapete (chi legge costantemente questo blog) che mi immagino, per libri simili, un prezzo intorno ai 12 Eur, ma al momento non ho ancora verificato né il contenuto né il supporto fisico (il libro). Posso solo dire che è un prezzo decisamente più basso rispetto ad una buona guida turistica, mentre è leggermente più alto rispetto ad un romanzo. Ovviamente su Amazon lo trovate col solito sconto del 15% (13,60 Eur).

Se qualcuno lo ha già letto commenti pure 🙂

Buona lettura!

P.s: per i più pigri, a cui pesa anche fare un click (li conosco bene, sono anche io estimatore questo stile di vita), includo un frammento della presentazione dal sito Laterza.

«Non ne posso più di Verga, di Pirandello, di Tomasi di Lampedusa, di Sciascia. Non ne posso più di vinti; di uno, nessuno e centomila; di gattopardi; di uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà. E sono stanco di Godfather, prima e seconda parte, di Sedotta e abbandonata, di Divorzio all’italiana, di marescialli sudati e baroni in lino bianco. Non ne posso più della Sicilia. Non quella reale, ché ancora mi piace percorrerla con la stessa frenesia che afferrava Vincenzo Consolo ad ogni suo ritorno. Non ne posso più della Sicilia immaginaria, costruita e ricostruita dai libri, dai film, dalla fotografia in bianco e nero. Oggi c’è una Sicilia diversa. Basta solo raccontarla.»

L’immagine della Sicilia è legata a tanti capolavori della letteratura e del cinema di ieri. Ma leggere la Sicilia attraverso gli occhi degli autori del passato è come andare in giro con una guida turistica di un secolo fa. Gaetano Savatteri ci restituisce un volto inedito e sorprendente dell’isola. Accanto alle rovine greche scopriremo i parchi di arte contemporanea più estesi d’Europa. All’immagine di Corleone si affiancherà quella di una Sicilia urbana e metropolitana. Invece della patria del machismo conosceremo il luogo in cui è nata la prima grande associazione in difesa dei diritti degli omosessuali. Al posto delle baronesse troveremo una generazione di donne manager e imprenditrici. E ancora, incontreremo un panorama letterario, musicale, teatrale tra i più vivaci di oggi. Con buona pace del Gattopardo, non è vero che in Sicilia tutto cambia perché tutto rimanga com’è: sull’isola, negli ultimi anni, quasi tutto è cambiato.

Nuova edizione de “La macchina del tempo” di Wells

Notizia veloce veloce…

Sta per uscire (fine febbraio) per Einaudi una nuova edizione de “La macchina del tempo“:

Il capolavoro della letteratura fantastica nella nuova scintillante traduzione di Michele Mari

Ho sempre apprezzato il film (quello del 2002), tanto che me lo son  visto due volte, e mi ha sempre incuriosito l’autore (che ha scritto un altro – a dire di molti – capolavoro di fantascienza: “La guerra dei mondi“, sviluppato in vari film, l’ultimo del 2005 con Tom Cruise e diretto da Steven Spielberg), quindi penso di non farmi scappare questa edizione.

Come dice il sito Einaudi, si tratta di una nuova traduzione a cura di Michele Mari, che è scrittore e saggista, nonché traduttore (fra l’altro) de “L’isola del tesoro” di Stevenson (edizione Rizzoli 2012). E sapete che un buon traduttore è necessario per certi capolavori: a vedere alcune info del traduttore su Wikipedia pare proprio che possa valere la pena acquistare questa edizione del libro.

Sembra, insomma, promettere bene: ve ne parlerò meglio, però, dopo aver letto il libro. Se, però, qualcuno di voi ha altre indicazioni, le aggiunga nei commenti!

Buona lettura!

7-7-2007 (Antonio Manzini)

(dal sito Sellerio)

(dal sito Sellerio)

Una data quasi magica, con questo rincorrersi di “7”, è quella che ha cambiato drasticamente la vita a Rocco Schiavone: finalmente viene concesso a tutti i lettori di sapere cosa è accaduto.

Per quei pochi che non sanno chi è Schiavone: vice questore di Polizia nella Capitale, non molto amante delle regole, combina qualche casotto (ne “La pista nera” accenna ad aver picchiato a sangue un pedofilo) e viene trasferito ad Aosta. Ma prima di andare ad Aosta lo si conosce all’opera a Roma: in una estate calda e afosa risolve alcuni delitti col suo innato fiuto. Con un aria sempre triste, da cane bastonato, mal supporta le autorità e le regole imposte, ha un senso di giustizia tutto suo (nei fondamenti molto vicino alla “Giustizia”, ma con interpretazioni personali sugli aspetti “secondari”), è irriverente, ed ha tre amici delinquenti con cui è cresciuto e che a volte lo aiutano a risolvere i casi ancor meglio dei suoi agenti (sia perché alcuni agenti non sono propriamente svegli, sia perché i 4 amici, insieme, scavalcano qualche “regola” che Rocco – col suo lavoro – dovrebbe rispettare). Se volete saperne di più c’è sempre Wikipedia 🙂

Ma concentriamoci su un aspetto di Rocco: l’aria sempre triste, da cane bastonato, anche quando è in compagnia degli amici. Una volta era felice, prima di quella fatidica data: era riuscito a far pace con sua moglie Marina, donna bellissima e intelligente, restauratrice di opere d’arte (Rocco è appassionato di arte, ma non so se lo è diventato dopo aver conosciuto Marina o lo era già prima). Ma è successo qualcosa che gliel’ha portata via.

Ora, chi legge i romanzi di Manzini sa che Marina – da allora in poi – è un fantasma che accompagna Rocco nei momenti in cui si trova a casa da solo: è la sua coscienza, è lo stimolo che lo punzecchia ad andare avanti, è la compagnia nel momento di solitudine. Nel proseguo di questo post vedremo come e perché Marina è morta, e cosa è successo dopo. Se non volete saperlo, se volete gustavi il libro, chiudete qui!

 

(righe vuote per chi è indeciso se proseguire o fermarsi…)

 

Ok, volete continuare… ricordate cosa è successo ad Aosta un paio di romanzi fa (in “Non è stagione“)?  Rocco ospita una amica, la moglie di uno dei suoi tre compagni di una vita. C’è stata una piccola crisi fra loro e Rocco decide di aiutarla ospitandola per qualche giorno. Ma un bastardo delinquente, che ha un conto in sospeso (non si sa per cosa) con Rocco, entra in casa sua e spara alla figura stesa a letto, inconsapevole fosse l’amica e non il vice questore stesso.

Questo assassinio pesa sulle spalle di Rocco-persona, perché era veramente affezionato all’amica, ma pesa anche sulle spalle di Rocco-vice questore, perché gli scatena contro la stampa e, in parte, l’opinione pubblica. I suoi superiori, allora, lo costringono a raccontare la verità. Chiuso in una stanza con loro, Rocco sputa fuori quasi tutto ciò che successe nella fatidica estate romana del 2007. E il suo racconto è racchiuso in questo libro.

Come dicevamo prima, in quell’estate Marina aveva scoperto un lato poco nobile di Rocco. Non tornavano i conti (nel senso letterario della parola, dato che erano conti bancari): c’erano troppi soldi per lo stipendio da vice questore. E anche la scusa della vecchia tipografia del padre (che Rocco tirava in ballo – si intuisce – ogni volta che doveva giustificare qualche soldo in più in tasca) non reggeva più. Rocco alla fine concede la verità a Marina: è il suo senso di giustizia che lo porta a considerare rubare a casa dei ladri come una punizione per loro: in fondo quello che hanno non lo hanno meritato e lo hanno guadagnato con la disonestà. E allora toglierlo a loro è ri-bilanciare, almeno in parte, la giustizia. Non si tratta di grosse cose: appropriazione di alcuni beni che dovevano esser confiscati, furti “mirati” verso delinquenti che non poteva perseguire legalmente… E ogni tanto qualche busta di marijuana che spariva (perché si sa che a Rocco uno spinello, la mattina, aiuta meglio a sopportare il mondo e le sue rotture di coglioni). Giustamente Marina non sopportava queste cose, per due motivi fondamentali: perché credeva nella Giustizia a soprattutto perché voleva un uomo trasparente, che non le mentisse.

Insomma, fatto sta che Rocco viene abbandonato dalla moglie, e ci sta da cani. Nel frattempo – in due momenti diversi – vengono trovati i corpi di due ragazzi, compagni di classe, uccisi in modo abbastanza barbaro. Non vi racconto i vari piccoli dettagli che permettono a Rocco di individuare una pista. Uno dei ragazzi voleva fare il giornalista: forse per “catturare” il suo primo scoop si impelaga in un giro di spaccio di droga, insieme all’amico, riuscendo a raccogliere alcune informazioni ma “fregando” uno dei boss, il quale decreta la loro morte.

Il vaso di Pandora che Rocco va a scoperchiare, per cercare di risolvere il duplice omicidio, vede coinvolta una parte della mala laziale, in combutta con criminali africani. Le informazioni raccolte dal primo ragazzo, un semplice codice di tracciamento di una spedizione marittima, permettono al vice questore di  intercettare un grosso carico di droga in arrivo al porto di Ostia, con conseguente cattura di parte della banda. Ma qualcuno riesce a scappare e decide di farla pagare a Schiavone.

Il quale, intanto, era andato a trovare Marina ed aveva provato a chiarire le cose. No, nessun finale del tipo “e vissero felici e contenti”: Marina ha ancora qualche dubbio e chiede a Rocco un grande sforzo per cambiare. Niente è dimenticato, ma c’è una nuova possibilità e Schiavone, che ama immensamente Marina, è pronto a fare di tutto perché questa si trasformi in realtà.

Ma purtroppo, in quel giorno d’estate, un sicario che vuol uccidere Rocco colpisce Marina, togliendole la vita. Erano andati insieme a prendere un gelato e mentre salivano in auto Schiavone si è accorto della macchina che stava arrivando, e si è abbassato, d’istinto, nel momento stesso in cui una raffica di proiettili stava partendo dall’arma dell’omicida. Ed i proiettili, mancando Rocco, hanno raggiunto Marina.

Chi sia stato Rocco lo sa benissimo, ma più che affidarsi ai suoi colleghi della questura preferisce chiedere l’aiuto degli amici di sempre (che, fra l’altro, l’avevano aiutato a risolvere il caso e quindi conoscevano già i personaggi coinvolti). La versione ufficiale che Schiavone racconta ai superiori di Aosta è che l’omicida è fuggito lontano, forse da dove importava la droga, e probabilmente lì è morto. Ma i suoi amici sanno, ed  anche noi lettori sappiamo, ormai, che la realtà è un’altra. Ed è legata al bastardo delinquente che, cercando di uccidere Rocco ad Aosta, ammazza la sua amica. E’ proprio il caso di parafrasare un vecchio detto e dire “vendetta chiama vendetta”. Proprio per questo Rocco, il giorno dopo la lunga seduta coi superiori, si reca a Roma: qualcuno ha intravisto il bastardo delinquente da qualche parte, e i 4 amici sono intenzionati a catturarlo. Ma non si trova, qualcuno lo ha avvisato e lui è scappato. E’ finito il romanzo, ma i giochi sono ancora completamente aperti. Vedo già l’autore scrivere un altro romanzo dove la vicenda torna nuovamente fuori.

Al di là della qualità di scrittura di Manzini, che ho apprezzato sia nei racconti “in giallo” di Sellerio, sia nei romanzi, ci sono due motivi fondamentali perché mi è piaciuto questo romanzo. Ed anche una cosa che mi ha lasciato più perplesso…

Mi è piaciuto perché finalmente si conosce per bene la storia di Rocco e Marina. Lei, da quando ho iniziato a leggere i romanzi ed i racconti, è sempre stata un fantasma che Rocco tiene stretta a sé. Lei sembrerebbe anche disponibile ad andarsene, a lasciarlo ad una nuova vita. E’ lui che non vuole ancora farla andare. Probabilmente si sente ancora un po’ in colpa (il proiettile era destinato a lui), e sicuramente la amava veramente tanto (ora che il loro rapporto era ricucito, anche più di prima): non vuole perderla, neppure adesso che manca la sua fisicità. E Rocco è uno che alla fisicità in un rapporto ci tiene.

Mi è piaciuto anche per la parte prettamente poliziesca. Ma in generale questo è successo con tutti i romanzi di Manzini: ha costruito (a mio parere sempre) un caso in modo realistico, dando anche un po’ di spessore ai personaggi (siamo a metà strada fra i gialli svedesi della Larrsen, dove pagine e pagine sono dedicate al personaggio, e i thriller alla Polidoro, dove si predilige più l’azione della psicologia del personaggio). Si legge bene, conquista il lettore perché non è troppo leggero (tutto muscoli/azione) ma neppure troppo pesante (tutto testa/riflessione). Questo secondo me penalizza un po’ la serie TV, rendendola forse un gocciolino lenta, ma nel romanzo letto va benissimo.

Sono rimasto, invece, un po’ perplesso dalla reazione di Rocco all’uccisione della moglie. E’ anche vero che Schiavone è un tipo che non fa filtrare molto i suoi sentimenti, ma a noi lettori, ai quali è concesso di entrare molto in intimità coi personaggi, pensavo venisse raccontato di più. Dal momento della morte al momento della vendetta ci sono poche pagine. Eppure Rocco avrà dovuto subire dolorosi interrogatori, strette di mano ed abbracci di colleghi ed amici, un funerale. Mi è sembrato tutto raccontato molto velocemente, per arrivare solo al momento della vendetta. ora, ricordiamoci che è Rocco che nel 2015 (anno più anno meno) racconta la vicenda, e quindi può esser normale che queste parti molto intime non finiscano nel racconto, ma mi è suonato strano. Non incoerente, semplicemente strano, troppo veloce.

Che Rocco sia disperato e pensi, anche, a farla finita lo si vede nella parte finale del racconto, quando insieme agli amici rivive gli eventi reali (e non più la versione ufficiale) della conclusione della vicenda del 2007. Che ci sia in lui un senso di vuoto lo si capisce dal fatto che in ogni momento di solitudine, ogni qual volta rientra a casa, cerca Marina, spera sia ad attenderlo. Rocco è affranto, distrutto, bastonato, abbacchiato da quella vicenda. Ma è come un buco nero: cosa accade in lui lo si cede dagli effetti su quello che sta intorno, ma oltre un certo limite è impossibile entrare, vedere, capire. Per fortuna per ora sembra abbastanza stabile, ma chissà…

Insomma, quando leggevo i racconti di Sellerio consideravo Manzini interessante. Ora alzo la mia valutazione a “molto interessante” e mi sa che inizierò a comprare anche i romanzi ancora non letti. Ah, che dura vita quella del lettore: più uno legge più si accorge di quanto ancora dovrà leggere. Peccato solo che manchi il tempo per farlo.

Quasi dimenticavo: prezzo di 14 Eur allineato come sempre ai titoli di Sellerio, col solito sconto 15% sulle grandi catene di distribuzione (Amazon, supermercati). Come dico da sempre Sellerio non ha i titoli più cari nel settore (ho visto titoli di gialli, di altri editori, a 17 eur). Però, come sempre, risparmiare qualche euro non fa male. Il mio sogno sarebbe avere un libro Sellerio a 10 Eur, ma 11.90 come indicato su Amazon va ancora bene.

Buona lettura!

Schiavone letterario vs Schiavone televisivo

So che mi ero dato una regola ferrea quando questo blog prese vita: “mai vedere film tratti da romanzi letti“. Ma, lo ammetto, sto invecchiando e tutto mi sta diventando più relativo. E in questo caso mi piaceva vedere come fosse venuta la trasposizione televisiva di un antieroe come Schiavone, che sto imparando ad apprezzare sempre più. Considerando soprattutto il fatto che lo stesso Manzini (l’autore dei romanzi) ha messo mano alla scenografia: come ha rappresentato, lui, visivamente Schiavone e quali differenze ci sono con quello che io ho immaginato durante la lettura?

Iniziamo a raccontare, per chi non lo conosce, chi sia Rocco Schiavone. Partendo, però, da una premessa: io non ho letto tutti i romanzi ed i racconti di Manzini dove il vicequestore è protagonista, quindi mi baso su una conoscenza parziale. Ho letto “Non è stagione” (che mi è piaciuto particolarmente, e la cui trasposizione TV andrà in onda proprio mercoledì prossimo, 23 novembre 2016, su Rai2), ho ultimato da poco “7-7-2007” (dove tutto ebbe inizio… ne parlerò nei prossimi giorni) ed una serie di racconti della serie “in giallo” di Sellerio (“Il calcio in giallo : …e palla al centro“, “Turisti in giallo : Castore e Polluce“, “La crisi in giallo : L’anello mancante“,  “Vacanze in giallo : Rocco va in vacanza“, solo per citare i più recenti). Mi mancano, per esempio, i primi romanzi valdostani. La puntata di mercoledì scorso (16 novembre 2016), per esempio, racchiudeva i racconti “Castore e Polluce” e “L’anello mancante”: probabilmente entrambi (soprattutto il secondo) erano abbastanza corti per arrivare a 100 minuti di episodio, e sono stati uniti senza – mi sembra – snaturare nessuno dei due.

Dicevamo: chi è Rocco Schiavone? Vicequestore di polizia, romano, operante presso una questura della capitale fino a poco tempo fa, è stato trasferito ad Aosta per una serie di cavolate commesse durante il servizio. In “La pista nera” racconta qualcosa, di aver picchiato di santa ragione un pedofilo, ma probabilmente non è tutto (altra parte viene fuori in “7-7-2007”). Non si trova bene ad Aosta, odia la montagna, in parte odia il suo lavoro, ma ha il “difetto” di saperlo fare bene, ha quell’intuito tipico dei detective che non si accontentano di come sono presentati i fatti, quei personaggi che, analizzando i piccoli dettagli, riescono a scardinare ciò che sembra (la maschera) e a scavare fino a ciò che veramente è. Detta in parole povere, dove molti vedono un tragico incidente, lui riconosce i piccoli segnali di dolosità e riesce a scovare l’assassino di turno.

E’ un antieroe per eccellenza, perché per niente propenso a rispettare le regole, soprattutto quando contornate da pomposità o imposte con arroganza. E poco rispettoso anche delle procedure di indagine: ha ancora nell’animo il passato, da ragazzino, di piccolo delinquente, ed ha ancora tre amici di quell’ambiente che lo aiutano, di tanto in tanto, con qualche lavoretto sporco non propriamente usabile in un’aula di tribunale. Ma Rocco ha un senso della giustizia tutto suo, che guida il suo lavoro. Di base i principi sono uguali al concetto stesso di giustizia, ma Rocco li stravolge un po’ nelle sfumature, nelle sfaccettature. Se prendiamo per buono che “giustizia significa che tutti abbiamo quanto è giusto” per Rocco questo può essere interpretato anche come rubare ai ladri e ai delinquenti, o picchiare un sospettato di violenze verso altre persone… Che per un vicequestore della Polizia non è proprio il massimo.

Ma torniamo alla serie Rai e a cosa mi è piaciuto e cosa ho trovato non coerente coi racconti letti. Marco Giallini, l’attore che interpreta Rocco, ci sta bene: si avvicina moltissimo alla fisicità che si percepisce dai romanzi e dai racconti. Non so perché, unica cosa, io mi immaginavo Rocco senza barba, mentre nella serie TV ce l’ha. Pero ci sta bene. Mi aspettavo invece diversa Marina, la moglie-fantasma che segue sempre Rocco (saprete che Marina è morta, il come è spiegato in “7-7-2007”, ma è sempre presente, specialmente quando Rocco torna a casa ed è solo, e gli fa anche un po’ da coscienza). Niente male Isabella Ragonese, che la interpreta, ma mi aspettavo una figura più eterea, quasi come la Liv Tayler-Arwen nel “Signore degli anelli”.  Mentre mi convincono meno i poliziotti-macchietta: nei romanzi hanno una valenza leggermente diversa, come se rappresentassero l’idiozia più comune, le persone proprio di basso livello, mentre in TV assomigliano più dei comici demenziali. Ma forse è una impressione mia.

Ho notato, invece, una buona aderenza al testo scritto: ricordavo abbastanza bene entrambi i racconti che si sono fusi nell’ultimo episodio (“Castore e Pollluce” e “L’anello mancante”, come accennavo sopra), tanto che mi sono trovato ad anticipare alcune battute o alcune scene durante la visione (con sommo spregio di chi mi stava accanto). Sarà che Manzini fa parte dello staff che ha tradotto in immagini il racconto, ma è uno dei pochi casi che conosca in cui la versione TV è molto simile a quella letteraria (certo, alcuni aggiustamenti ci vogliono, ma è naturale quando si usano due mezzi così diversi). Odio – per far capire cosa intendo – quei film che sono indicati come “tratti dal romanzo tal de’ tali” ma che di esso mantengono a mala pena il titolo. Penso ad alcune opere minori di Phil K. Dick, che hanno dato origine ad alcuni film snaturando completamente il contenuto. Belli, mi son piaciuti come film, ma invece di dire “tratto da…” dovevano essere indicati come “abbiamo preso l’idea dal romanzo … e l’abbiamo sviluppata in un modo tutto nostro”.

Se vogliamo trovare qualche difetto alla serie, ne indico uno più uno. Il primo è che non è “veloce”: i romanzi stessi non sono calibrati per esser veloci (per fare un esempio, non sono un thriller alla Polidoro, dove le azioni si accavallano freneticamente). In un romanzo la “lentezza” ci sta anche bene. In televisione, invece, se non hai un certo ritmo rischi di annoiare. Ora, non posso dire che le due puntate da me viste mi abbiano annoiato, ma sono rimasto incollato alla TV più per l’attrazione verso il personaggio che dall’incalzare dell’azione che si svolgeva. Se paragoniamo a qualcosa di conosciuto abbastanza da tutti possiamo chiamare in causa Montalbano (la serie TV): la velocità è appena appena più bassa in Schiavone rispetto al personaggio di Camilleri.

Il secondo difetto che, almeno secondo qualcuno, affligge la serie TV è, appunto, una similitudine con Montalbano. Ma secondo me, a parte pochi elementi comuni, parliamo di due cose differenti. Come elementi comuni possiamo individuare alcune caratteristiche dei personaggi: entrambi riflessivi (ma per motivi e con modalità diverse), molto acuti e ricercatori di verità (caratteristiche fondamentali per un investigatore). Ma per uno (Montalbano) le regole sono fondamentali mentre l’altro (Schiavone) tende a passarci sopra. Montalbano ha una profonda umanità ed una decisa empatia verso le altre persone, mentre per Schiavone le persone sono interessanti solo quando sono il mezzo o il risultato di una ingiustizia. Altrimenti tende a considerare l’altro una rottura di coglioni. Entrambi i personaggi sono molto acculturati (Montalbano grande lettore, Schiavone amante dell’arte), ma estremamente diversi nel rapporto con sé stessi: Montalbano abbastanza in pace con il suo io, Schiavone invece quasi si disprezza (almeno io leggo con questa chiave le loro solitudini: il primo tende comunque a curarsi – nuoto, cibo – mentre il secondo si trascura).

Ma, andiamo alla domanda fondamentale: mi piace? Sì, abbastanza. Non ci vado pazzo e non credo salterei altri impegni per vederlo, ma mi piace. Lo ritengo un buon prodotto, fatto anche bene. Gli attori mi sembrano bravi e le storie sono valide (come dicevo, sono molto aderenti ai romanzi, i quali sono decisamente validi).

Consiglio la visione? Sicuramente sì, almeno un episodio, anche se so che qualcuno potrebbe trovarlo noioso. Ammetto di esser curioso per il prossimo episodio (tratto da “Non è stagione”) in cui Rocco dovrà correre contro il tempo per salvare una vita (ma non vi dico più niente, altrimenti vi anticipo troppo). Probabilmente in questo caso avremo una “velocità” maggiore rispetto agli episodi precedenti. Almeno spero 🙂

Buona lettura e/o buona visione, in base a quello che preferirete fare.