Tre castelli e un po’ di “foliage”

Vite americana rosso intenso

Vite americana rosso intenso

Confesso di non amare molto il termine “foliage” (parola inglese solitamente usata alla francese e che indica – più o meno – l’insieme delle foglie di una pianta e che, nel contesto autunnale, richiama i toni rossastri delle chiome degli alberi), ma sembra esser di moda e, soprattutto, è più corto da scrivere nel titolo, e quindi lo userò (santa pigrizia 🙂 ).

Approfittando dei bei giorni di inizio novembre (domenica 1, per l’esattezza), abbiamo viaggiato (io e Bea) in una zona della toscana che, in questo periodo, è veramente particolare e bella: il Casentino. Non che nelle altre stagioni sia brutta, ma è in questa stagione che si può ammirare, appunto, il “foliage”:  distese intere di fogliame dai colori viranti dal giallo all’arancione al rosso intenso.

Ecco su mappa il nostro percorso, se voleste provarlo. Ma se avete tempo fate una deviazione verso il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, che vale la pena.

Prima di lasciarvi alle foto dei luoghi, vi racconto in breve alcuni di essi.

il percorso è un anello che inizia (A) e si chiude (G) a Pontassieve. Percorre parte della statale 67 per Forlì, deviando verso  Londa, fino ad arrivare a Stia. In quel tratto, presso il valico di Croce ai Mori (B) ci siamo fermati a scattare le prime foto ai mille colori dell’autunno, fra castagni, lecci e foreste a perdita d’occhio. Prosegue poi per Porciano (C), Stia (D – piazza del parcheggio) ed il castello di Romena (E). E ritorna a Pontassieve dal passo della Consuma (F).

Castello di Porciano

Castello di Porciano

Porciano è un piccolo paese arroccato sul colle a nord di Stia, cosa che garantisce un’ottima visuale panoramica fino a Poppi e oltre. Il castello, in cima al cocuzzolo, è piccolo ma carino. Rimesso in sesto dagli attuali proprietari e gestito, nel periodo estivo, da volontari (nessun biglietto di ingresso, ma è possibile lasciare un’offerta). Al suo interno si trovano vari oggetti dell’uso contadino ed una spiegazione dei lavori di restauro. Dal piano più alto si gode di una buona visuale. All’inizio del paese, lungo la strada che vi arriva, si trova un piccolo parcheggio. Il paese ha solo vie pedonali, ma è anche molto piccolo ed è piacevole passeggiarci in mezzo. La torre (anzi, le torri) del castello, in parte coperte di vite americana, hanno un colpo d’occhio veramente spettacolare. Attenzione, il castello è aperto (visitabile) solo i giorni festivi da Maggio ad Ottobre (noi abbiamo avuto fortuna a trovare l’ultima apertura della stagione). Potete sfogliare questo volantino per maggiori info.

Palagio di Stia

Palagio di Stia

A Stia troverete, invece, una ricostruzione (datata inizi del ‘900) di un “palagio“, un palazzo signorile anticamente appartenuto ai conti Guidi. Al suo interno si svolgono mostre, ma quando siamo passati noi era tutto chiuso. Il palagio si trova dentro l’omonimo parco, piccolo ma carino (il punto D nella mappa indica il parcheggio a ridosso del parco) – se avete bisogno di fare rifornimento d’acqua, sotto una moderna copertura, nel parco, trovate alcune fontanelle.

Merita una visita (da svolgere tranquillamente a piedi) anche la parte vecchia della cittadina, che trovate scendendo a destra rispetto al parco. Vicoli, portici, piazza centrale con la fontana. E se è aperta entrate nella Pieve che contiene alcuni lavori (fra le altre cose) dei Della Robbia. Unico problema, almeno per noi: non abbiamo trovato un ristorantino dove mangiare qualche specialità del luogo. I tre che abbiamo visitato erano tutti pieni.

Può meritare un salto anche a Pratovecchio (5 minuti di auto), ma è meno caratteristico di Stia. Però a noi è piaciuto perché abbiamo trovato da mangiare :-). Carini i portici e la piazza centrale, ma con un aria più “moderna” rispetto a Stia. Una delle strade per arrivare a Romena passa dalla piazza centrale (cercate via Arno nella mappa sopra): valutate voi se fermarvi oppure no.

Castello di Romena

Castello di Romena

Se vi va di camminare un po’, seguite in auto le indicazioni per Castello di Romena (e non per la Pieve). Appena inizia il filare di cipressi parcheggiate e raggiungete il castello a piedi seguendo la strada sterrata (sono circa 300 metri). Il complesso è molto carino e vale i 3 Eur a persona per l’ingresso. E’ rimasto poco della struttura originale (ricostruita in una delle sale) ma quel poco è affascinante. Se avete pazienza di leggere le varie storie e ricostruzioni scoprirete sia che Dante fu ospitato nel castello, sia che un episodio storico (inserito poi nella Divina Commedia) si è svolto lì, sia, infine, che l’idea dei gironi infernali, a Dante, potrebbe esser nata da una particolare usanza “carceraria” in atto nel castello. Ma vi lascio scoprire tutto da soli (è facile, basta seguire il link sul castello messo qualche riga sopra 😉 ).

Dal Castello potete proseguire a piedi fino alla Pieve di Romena, anch’essa molto particolare, in stile romanico e con deliziosi capitelli. Presso tale Pieve vive la “Fraternità” omonima. Purtroppo ho potuto fare solo una paio di foto da esterno, in quanto dentro era in corso la S. Messa. Visitata la Pieve potete tornare all’auto a piedi, lungo la via asfaltata (c’è un pezzo di 50 metri in ripida salita, poi diventa più morbida). Se invece volete fare in auto, c’è una comoda strada asfaltata che dal castello (o meglio, dall’inizio del filare di cipressi) porta alla Pieve.

Infine, sul paese della Consuma c’è da dire che è il luogo adatto per fermarsi per una merenda: al valico c’è uno chalet dove è possibile trovare della buonissima schiacciata ripiena (quella ai porcini è meravigliosa). Si gode anche di un bel panorama sui monti che circondano la zona (ma quando siamo arrivati noi era già buio e si vedeva poco). Scendendo in paese (direzione Firenze) si trova invece un alimentari dove fanno una schiacciata (non ripiena ma “ripienabile” con vari tipi di affettati) altrettanto buona. Devo dire una di quella in cui la reazione di Maillard si esprime al meglio: morbida dentro ma dalla crosta croccante e con un leggero retrogusto dolce che contrasta deliziosamente col salato tipico di questo alimento 🙂

Ed ecco una panoramica dei posti, fotografati durante il viaggio. Spero vi sia piaciuta questa gita ed abbiate voglia di farla anche voi, magari a primavera, quando i boschi si rinnovano, o in pieno inverno, quando la neve imbianca i monti, o in estate, con una bella passeggiata nelle ombrose foreste 🙂

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Sopravvissuto – The Martian (film vs libro)

(locandina del film, da myMovies)

Attenzione spoiler – se non avete ancora visto il film o letto il libro, beh, che aspettate a farlo? Dopo potete tornare qui senza rischio che io vi rovini il finale 🙂

Letto il libro, piaciuto, mi son detto: andiamo a vedere come Ridley Scott porta su pellicola un lavoro del genere. Che non è facile perché il libro si basa molto sul racconto che il sopravvissuto affida al diario virtuale presente nel suo laboratorio/casa. Può diventare un’impresa trasporre tante parole e procedimenti (anche matematici e chimici) su pellicola, dove l’immagine è il mezzo privilegiato di comunicazione. Ma Scott di solito è bravo in queste cose ed è riuscito a compensare alcune delusioni con alcune immagini e scene mozzafiato.

La storia, se non la conoscete, ve la riassumo così: Mark Watney è un biologo e astronauta in missione, insieme a dei compagni, su Marte: il loro compito è raccogliere campioni e fare ricerche e dovranno stare sul suolo marziano un bel po’ di giorni. Solo che una tempesta rovina i loro piani: raggiunge intensità tali da costringerli a fuggire. Durante l’evacuazione Mark viene sbattuto via da una antenna strappata dal vento (semplifichiamo…) e, disperso e creduto morto, lasciato indietro. Ma scopriremo che Mark è sopravvissuto e dovrà iniziare una lotta contro il tempo, la solitudine e Marte stesso per sopravvivere fino alla prossima missione marziana, da cui spera di esser salvato. Unico problema: tale missione arriverà fra 4 anni e quindi Mark è costretto a inventarsi vari espedienti per riuscire a resistere così tanto. In parole povere, un Robinson Crusoe senza Venerdì, perso in una terra ostile ma con strumenti altamente tecnologici.

Se volete approfondire, racconto qualcosa di più nel post dedicato al libro, letto qualche mese fa. Mentre adesso voglio giocare a “trova le differenze” fra il testo e la pellicola. No, non scappate: ne considero solo 3 o 4, non vado a spulciare ogni singola virgola del libro per vedere se Ridley Scott l’ha messa al punto giusto 🙂

Attenzione Spoiler: da qui in poi sono rivelati alcuni dettagli del film

1 –  Iron Man.

Siamo sul finale: Mark viene pilotato, su un modulo spaziale, verso l’astronave madre, ma non è proprio vicinissimo… Allora propone di fare come Iron Man: bucando la tuta si darebbe la spinta necessaria per svolazzare come un palloncino verso i compagni. Nel libro rimane una battuta, nel film diventa realtà. Ma (almeno nel libro) sia Mark che gli altri sanno benissimo che non è possibile fare ciò che Mark propone, perché non avresti controllo sul getto e, soprattutto, rischi asfissia e congelamento in pochissimo tempo. Lo spiega bene anche Helter Skelter. In realtà spiega molte cose di fisica che non quadrano nel film (e nel libro sono più esatte). Leggetelo perché merita.

Nel libro la battuta da l’idea al capitano di aprire il varco nel portello anteriore per correggere la rotta di intercetto, ma né Mark né nessun altro sognano realmente di danneggiare una tuta (unico scudo che ti protegge dalla morte) per svolazzare come Iron Man. Mark sa benissimo che non può mettere a repentaglio la vita dei suoi colleghi per recuperare lui solo, e la battuta vuol essere anche un avviso “non mettetevi a rischio per me perché se lo fate io son pronto a sfondare la tuta e lasciarmi morire”. Se leggete il libro scoprirete che Mark ha già pronto un piano B (un sistema per suicidarsi) nel caso l’intercetto fallisse.

Ma l’utilizzo di getti d’aria non vi ricorda un’altro film? Tipo “Gravity“, con una Sandra Bullock che svolazza nello spazio sospinta da un estintore? Per fare queste cose ci vuole una precisione talmente alta che è impossibile realizzarle a mano. A terra hai un vantaggio: se sbagli ti frenano attrito e gravita, ma nello spazio un errore di un solo micron ti proietta verso l’infinito ed oltre (con una bombola di ossigeno, però, che durerà ancora poche ore).

Per la cronaca, anche Wall.e usa un estintore per librarsi nello spazio all’inseguimento della sua robottina, ma quello lo perdoniamo: è un cartoon 🙂 (e comunque Wall.e sarebbe stato sicuramente più bravo di un umano).

Come finisce nel libro? Che la persona addetta al recupero (e non è il capitano, come nel film) ce la fa per il rotto della cuffia, aiutata da un altro membro dell’equipaggio nella gestione del cavo di ancoraggio. E va a prendere Mark direttamente alla sedia (perché se lui si spostasse la navicella su cui è potrebbe mettersi a girare in modo strano impedendo il recupero). Caro Ridley Scott, questa cosa nel film l’hai semplificata un po’ troppo…

Altra nota: nel libro Mark, nella navicella, non ha tutti quei bei oggettini che gli svolazzano intorno (chiodi, viti, bulloni), mentre nel film si vedono benissimo. Forse Ridley voleva dare un maggior senso di instabilità al modulo, ma quel modulo, seppur smontato, deve essere resistentissimo visto che deve affrontare una bella accelerazione in partenza.

1.5 – Passeggiata spaziale

Più o meno allo stesso tempo della battuta di cui sopra, un astronauta si libra nell’aria, leggiadro e coraggioso. Si sta spostando lungo le fiancate dell’astronave per andare a fissare il famoso portellone da cui uscirà l’aria per la correzione di rotta. Solo che nel libro viene fatto un chiaro riferimento al cavo di ancoraggio, cosa che nel film non si vede (anzi: l’astronauta spicca anche un bel “salto”). Per i motivi detti sopra, è assolutamente vietato fluttuare senza ancoraggi.

2 e 3 – La serra marziana

Nel libro c’è quasi un trattato di chimica (mancano solo le formule): Mark spiega al diario virtuale cosa vuole fare (se qualcosa va storto, in futuro qualcuno potrebbe ritrovarlo e analizzare le sue mosse) e, in particolare, come estrarre l’acqua e immagazzinarla. E Ridley Scott ci risparmia tutto questo (in un film sarebbe pesante). Ma nella frenesia di semplificare tralascia due cose:

  • la prima è che la spedizione di cui Mark fa parte doveva studiare anche la possibilità di coltivare qualcosa su Marte e per questo il sopravvissuto si ritrova anche della terra “terrestre” nel laboratorio. terra che mescola con terra marziana e concima con la loro cacca, come si vede nel film.
  • Il secondo errore è legato all’acqua. Nel libro Mark non fa una serra dove sembra che l’acqua si generi magicamente dalla reazione chimica. Usa la reazione chimica per generare umidità che il sistema di supporto (l’insieme di filtri, ossigenatori, deumidificatori e tutto quanto serve per regolare l’atmosfera dentro il laboratorio) assorbe e scarica in dei contenitori che Mark deve svuotare periodicamente. Infatti si inventa dei contenitori provvisori di acqua usando anche le tute dei colleghi (ma solo le tute non della sua taglia). E rischia anche molto: nel film si vede una piccola esplosione da cui Mark esce allegro dicendo qualcosa come “wow, funziona”. Nel libro l’esplosione indica a Mark che ha fatto i conti male e che deve rivedere tutto.

(Quasi) 4  – Il telo impossibile

Quando la camera di decompressione si danneggia, esplode e crea un grosso buco nel laboratorio, Mark ripara il buco con quello che sembra un pezzo di nylon e del nastro adesivo. Nel libro si parla di quel telo e di quel nastro adesivo: sono fatti con tecniche speciali che gli garantiscono una certa resistenza. Ora, nessuno dice che il telo che Mark usa nel film sia del semplice nylon, ma assomiglia molto a quello che si trova al supermercato sotto casa… mentre il telo speciale è quello di cui è fatto anche tutto il laboratorio. Ok, questa la perdoniamo a Ridley, perché non abbiamo le prove effettive che sia un errore.

5 – Varie ed eventuali

Nel film non si vede, ma nel libro Mark racconta al diario come ha “bruciato” la trasmittente ricavata dal pathfinder (la sonda inviata tempo prima su Marte e che Mark usa come ricetrasmittente di emergenza). E questo è un grosso guaio. Fortunatamente Mark sta per iniziare il viaggio verso l’altro modulo (quello che lo riporterà verso i colleghi) e su questo ci sono i moduli radio per comunicare con la terra. Ma per un certo periodo rimane senza comunicazioni, al buio.

Durante quel viaggio Mark ha anche un incidente. Niente di grave, ma perde del tempo e deve rimediare a piccoli danni: nel libro è raccontato mentre non si vede nel film.

Quel simpatico aggeggio che Mark disseppellisce per tenere al caldo il rover contiene isotopi radioattivi. Nel libro viene spiegato come funziona (è pericoloso solo se viene rotto il materiale di schermatura) e perché Mark non ha paura di tenerlo vicino. Sempre nel libro Mark costruisce anche un sistema (con raffreddamento ad acqua, se ricordo bene) per gestire meglio il calore emesso dall’aggeggio. Anche questo non si vede nel film.

E’ pur vero che il film sarebbe durato 4 ore se ci si metteva tutto il libro, ma a mio avviso i tagli son stati troppi. O meglio: si è provato a semplificare troppo.

In conclusione

Mi è piaciuto il film? Sì. Lo consiglierei? Sì, ma avvisando di un paio di “genialate” scenicamente ad effetto, ma tecnicamente implausibili (vedi Iron Man). Se mi chiedete se preferisco più il libro o il film vi rispondo il libro. Perché l’autore ha usato una “realisticità” che si è persa nel film. Certo: io, come molti, vado al cinema per rilassarmi e se qualcosa non quadra non ne faccio un dramma. Ma mi dispiace quando vedo che si vuole applicare una certa esattezza (ci sono pezzi del film che ricalcano abbastanza fedelmente il libro, anche nelle sue parti più tecniche) e ci si lascia poi prendere la mano con effetti speciali sicuramente belli ma decisamente improbabili (vedi Iron Man).

insomma, via, mi ritengo soddisfatto del film, anche se – se qualcuno è interessato – consiglio la lettura del libro.

Buona visione e buona lettura (o almeno una delle due)

Girovagando sulla francigena (escursione con Le Vie Narranti)

IMG_0007Fra un libro ed un altro mi piace anche farmi qualche passeggiata per “leggere” il territorio nei miei dintorni (lo ammetto, sono di una ignoranza spaventosa in merito: conosco pochissimo la storia di una terra tanto ricca come la Toscana). Mi è capitata l’occasione di partecipare ad una escursione guidata da Paolo (che è guida ambientale), con l’associazione nel contesto del suo progetto di promozione del territorio Le Vie Narranti. Il percorso prevedeva la partenza da Abbadia Isola, nei pressi di Monteriggioni (vedi mappa sotto), con un passaggio lungo un pezzo della “via francigena” ed il ritorno ad Abbadia nel pomeriggio, dopo circa 17 chilometri di camminata nella natura, fra boschi di leccio e antichi sentieri. Ma sul percorso lascio parlare la mappa:

Come dicevo sopra, ignoro tanto dei luoghi in cui vivo o che, essendo vicini, visito. Per esempio Monteriggioni, cittadina medievale, la conosco perché ci ho passato qualche ora, magari con amici, in estati passate, ma non ne conosco la storia. Grazie a questa escursione ho imparato qualcosa. Certo, rimane ancora molto, ma adesso ho qualche chiave di lettura in più del luogo e della sua storia. Lo stesso dicasi per la “via francigena”: sono anni che ne sento parlare, ma se dovessi spiegare cosa sia non lo saprei (anzi, non lo avrei saputo) fare.

La via francigena (musica da documentario in sottofondo, grazie) è un percorso – ricostruito sulla base del diario del vescovo Sigerico – che collega Canterbury a Roma. Nel medioevo i pellegrini che si recavano presso i luoghi di culto (fra cui, appunto, Roma)  potevano contare su una “rete” di ospitalità legata a varie pievi sul territorio (gli ospitali). Non esisteva (come viene proposto oggi) un percorso esatto, tracciato ed indicato, ma i pellegrini si spostavano da ospitale ad ospitale in direzione del luogo di culto.

In questi anni, vari enti (Regioni, Stati, associazioni) hanno ricostruito ed attrezzato un cammino che idealmente ripercorre il tracciato descritto nei diari di Sigerico, il vescovo che – mentre tornava da Roma alla sua Canterbury – si mise a descrivere tutte le soste che faceva lungo il viaggio. Il percorso non è preciso per vari motivi, ma tocca con una buona approssimazione i luoghi descritti nel diario. Per esempio il tratto che noi abbiamo percorso (Abbadia Isola – Monteriggioni e oltre) non sarebbe potuto passare, all’epoca, dentro le mura della cittadella (essendo avamposto militare solo poche persone autorizzate potevano entrarci – ci ha raccontato Paolo), ma è comunque molto suggestivo. Per questo vi lascio alle foto scattate. Peccato che la mattina abbia piovuto (e ci abbia costretto a tagliare un po’ il percorso), perché questa escursione è veramente una gioia per gli amanti della natura.

Un ultima nota: durante l’escursione ci siamo fermati (per riposarsi e rifocillarsi) presso Casa Giubileo, sul Montemaggio, luogo di un eccidio di partigiani. Altro tuffo nella storia, stavolta più recente, che ha fatto della Toscana quello che oggi è: bella e libera. La casa è gestita da varie associazioni, in accordo con l’Istituto Storico della Resistenza Senese: noi abbiamo trovato i volontari del Bosco Fuoritempo, che organizzano varie attività, alcune legate alla storia del luogo. Un gruppo di belle persone che ci ha accompagnato a rivivere quel momento storico…

Infine: maggiori info sulla via francigena le trovate sul web ufficiale e su wikipedia.

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Scacco alla torre (Marco Malvaldi)

(dal sito dell’editore)

Lo confesso: è da marzo 2015 che questo libro riposa sornione sul tavolo di sala, vicino alla tastiera del PC, in attesa, paziente e tranquillo, che mi dedicassi nuovamente a lui. Nuovamente perché, finito agli inizi di marzo, era mia intenzione recensirlo in maniera speciale, visto che può fregiarsi di ben tre categorie di questo blog: Letture (perché, fisicamente, è un libro), Viaggi (perché è quasi una guida turistica) e Immagini (perché ho fotografato alcuni dei luoghi di cui parla).

Insomma, non è uno dei “soliti” romanzi di Malvaldi, in cui l’autore intreccia i suoi spunti fantastici relativi ai personaggi, con alcune caratteristiche reali del paesaggio toscano e con lo strano e schietto carattere dei suoi abitanti. Questo libro è una guida turistica. O quasi. Non ci troverete la sezione “per dormire”, non ci troverete la storia dei monumenti (a parte qualche eccezione), ma vi ritroverete a viaggiare per Pisa accompagnati da un amico che, abitando in quella città, può indicarvene tutti i segreti. Ma soprattutto senza lasciarsi monopolizzare da quel magnifico monumento che frotte di turisti di tutto il mondo adorano ma che pensano sia l’unico presente: la torre pendente. Sì, perché Marco ci porta a scoprire piccole cose: da gioiellini come la chiesetta di Santa Maria della Spina, ad alcune sedi storiche universitarie, alle piazze e le vie caratteristiche della città e dei dintorni (come la certosa di Calci). Certo, c’è anche Piazza dei Miracoli con la sua e la Torre, il Battistero, il Duomo, ma li scopriamo solo dopo aver fatto un largo giro.

Sempre in quel marzo 2015 mi è capitato di tornare per l’ennesima volta a Pisa: avevo due ore libere e mi ero portatola macchina fotografica. Volevo in parte scoprire con gli occhi ciò che Malvaldi aveva raccontato nel libro, e in parte vagabondare a caso per le viuzze del centro. Peccato che fosse una giornata piovosa… Confesso che, da buon toscano, son capitato più volte a Pisa negli ultimi anni ma, da buon fiorentino, l’ho forse guardata un po’ dall’alto in basso (eh, si sa: non è mai corso buon sangue fra Pisani e Fiorentini, ma son cose del passato per fortuna). Quindi grazie a Marco che, in parte, me l’ha fatta riscoprire.

Un accenno sul libro: prima di tutto vi consiglio di leggerlo prima di recarvi per (almeno) due giorni a Pisa, perché vi porta fuori dalle rotte turistiche convenzionali. E poi di rileggerlo dopo, che vi farà ricordare qualche dettaglio che vi siete persi durante la visita. Si legge male, secondo me, durante la visita: non è una guida e potrà aiutarvi poco quando vi troverete davanti a qualche monumento (in quel caso può venirvi incontro Wikipedia o – meglio ancora – una buona guida cartacea / elettronica). Ci sono un paio di consigli sul dove e cosa mangiare, c’è un abbozzo di percorso, ma non ci sono tutte le info turistiche. Ed è giusto così: l’autore vuole farci conoscere la sua città, ma non è una guida professionista e alcuni dettagli specialistici li lascia ad altre fonti. Il libro, in 127 pagine per 10 Eur, vi racconta semplicemente quello che Marco ha visto da studente universitario e vede tutt’ora nella sua città.

Due consigli per cogliere l’occasione di visitare Pisa. Il primo: al Palazzo Blu, sul lungarno, vengono organizzate mostre di arte di un buon livello. Io a volte approfitto di queste occasioni per godermi un pizzico d’arte e poi passare qualche ora in città. Il secondo: se potete, andate a giugno, quando, per festeggiare San Ranieri, il santo patrono, il lungarno viene illuminato da migliaia di candele disposte a disegnare arabeschi sulle facciate delle case, e a sera diventa palcoscenico per un meraviglioso spettacolo di fuochi d’artificio. C’è tanta gente (io non amo molto la folla) ma vale decisamente la pena.

Più sotto aggiungo qualche foto della mia passeggiata in una Pisa piovosa a marzo 2015. Però, per stuzzicare l’appetito, eccovi le prime due pagine del libro: preparatevi a ridere a crepapelle 🙂

L’idea di questa guida ce l’ho da molto tempo. Io, infatti, per molto tempo ho abitato nel quartiere di Sant’ Antonio, e per andare all’università attraversavo l’Arno sul ponte Solferino. Quotidianamente. E, quotidianamente, vedevo mandrie di turisti attraversare il ponte. Turisti di tutte le specie – americani in pantaloncini con due autobotti di lardo al posto delle gambe, giapponesi mingherlini a coppie o a frotte, tedeschi in libera uscita con una lattina di birra in mano e otto in corpo – che attraversavano il ponte che li portava verso il Fatidico Obiettivo.

La Torre.

Non la Piazza dei MIracoli, badate bene, che già sarebbe troppo sperare: no, la Torre che pende. La Torre e solo la Torre. A Pisa, come è noto, non c’è altro.

A volte, questi figuri si fermano in cima al ponte con la mappa in mano, e cercano di capire se sono sulla strada giusta; a volte, invece, marciano spediti, guidati da un apposito pastore in cappellino e bandierina, o confortati da un telefonino con mappe satellitari sul fatto di essere sulla strada giusta.

Non ce n’è uno che si fermi e che si volti a destra. Ed è un peccato.

Perché, se qualcuno lo facesse, noterebbe che sulla riva del fiume, a circa trenta metri dal ponte, c’è una chiesetta meravigliosa.

 

Ed ecco una carrellata di foto scattate in quella giornata piovosa…

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Buona lettura e buona visita di Pisa!

Promozione personale (1 di 2)

PROMO Mostra CFFM MANIOgni tanto permettetemi un po’ di promozione personale…

Ho avuto la fortuna di trovare, a Montespertoli, un gruppo di persone appassionate di fotografia come me. Anzi: molte di loro sicuramente più di me. Persone che si ritrovano ogni due settimane in semplicità e allegria e da cui spesso “rubo” consigli, tecniche e suggerimenti. Si tratta del “Circolo Fotografico Fermoimmagine di Montespertoli” (per gli amici CFFM: ecco il sito ufficiale e la pagina facebook).

E (anche) quest’anno ho l’onore di esporre una mia foto insieme alle loro, in una mostra collettiva dal tema suggestivo (come potete vedere dalla locandina): “Mani – La magia di un gesto”.

La nostra mostra fotografica fa parte delle varie attività che animano Montespertoli durante la “58° Mostra del Chianti“, una fiera eno-gastronomica dedicata al Chianti e ai prodotti locali. Approfittatene: fra il 30 maggio ed il 7 giugno passate ad assaggiare e degustare, e fra un bicchiere e l’altro fate un salto al “Loft 19” dove potrete ammirare i nostri lavori.

Sulla pagina facebook del CFFM troverete tutti i dettagli (luogo della mostra, orari di apertura) per venirci a trovare. Mentre per il programma della 58° Mostra del Chianti vi rimando al loro sito web.