Menzogne S.p.a. (Philip K. Dick)

(dal sito Fanucci)

Storia strana quella di questo romanzo di Dick, che viene riassunta da Paul Williams (esecutore testamentario di Dick) nella postfazione, stranezza che si rileva nella trama. I dettagli li vediamo fra un po’, ora credo si apiù opportuno fare un po’ di chiarezza (ma limitandomi a poche righe).

Utopia andata e ritorno (The Unteleported Man) è il primo titolo assegnato, quando (intorno al 1964) Dick estende un racconto già creato inserendo alcune parti su richiesta di un editore (che voleva – a me sembra buffo ma è vero – che il romanzo si adattasse ad una certa immagine di copertina, che non so quale fosse). Vuoi per questa aggiunta, vuoi per modifiche successive, la storia fu pubblicata più volte sempre con piccole (e a volte grandi) differenze. Quella che è arrivata a noi sembra essere la versione definitiva (secondo Williams) riaccorpata dopo aver ritrovato tutti i pezzi che a suo tempo vennero persi. Ma, secondo me, si vedono alcune incongruenze…

Chi mi segue sa che adoro Dick, la sua idea di fantascienza che, come succedeva in quegli anni, si concentrava molto sull’indagine umana più che sulla tecnologia extraterrestre. E Dick immagina un mondo sovrappopolato (come in altri romanzi, ad esempio “Guaritore Galattico“), in cui le Nazioni Unite sono una organizzazione molto più forte della realtà odierna (e sono comandate da un tedesco) e molto militarizzata. In questo mondo ci sono alcune imprese commerciali che assumono il controllo di varie  funzioni (anche di sicurezza pubblica) e fra le due maggiori è in corso un conflitto.

Rachmael Ben Applebaum si trova in mezzo a questo conflitto: una delle due società ha inventato il teletrasporto, rovinando la ditta di trasporti interstellari Applebaum: per pochi poscrediti (valuta corrente) è possibile trasferirsi in pochi secondi su Neo Colonia, conosciuta anche come Bocca di Balena, a ben 24 anni luce di distanza; pianeta verde e pieno di promesse, prima fra tutte quella di alleggerire la popolazione terrestre. Unico problema: non si torna indietro. Non è possibile: il Telport (teletrasporto) funziona a senso unico. Almeno sembra.

Il brevetto del Telport è detenuto dalla THL, e la Lies incorporated pensa che ci sia qualcosa dietro. Applebaum si rivolge a loro perché ha un progetto folle: usare l’unica astronave che è rimasta in suo possesso, la Omphalos, per raggiungere Neo Colonia e capire cosa si nasconde dietro le verdi praterie che la pubblicità della THL propone per convincere le persone ad emigrare. E c’è anche un fine commerciale: Rachmael non crede che tutti siano felici, come dicono le pubblicità, e conta di trovare qualcuno da riportare a casa così da tornare in affari. Unico problema: la Omphalos, anche alla sua massima velocità, impiegherà circa 18 anni per giungere su Neo Colonia.

Ma perché la THL vuole impedire il viaggio di Applebaum? Perché osteggia le riparazioni dell’astronave e impedisce a Rachmael di reperire le apparecchiature per il sonno profondo, necessarie per un viaggio così lungo?  Sì, la convinzione che qualcosa non vada è sempre più forte e Applebaum riesce a convincere i dirigenti della Lies ad aiutarlo ad indagare. Una ditta il cui acronimo significa “menzogne” si impegna a scoprire la verità, ma quale verità?

Quello che emerge dal racconto è un viaggio verso la conoscenza intrapreso dall’eroe (Rachmael): la Omphalos (ombelico) potrebbe essere l’unico “cordone ombelicale” che ricollega Neo Colonia alla vecchia terra, i “figli” alla “madre”. E Applebaun potrebbe essere un nuovo Giona che, rigettato indietro dalla Bocca di Balena, avvisa la popolazione di un grave pericolo (Giona, dopo l’esperienza della balena, si convince di seguire il progetto divino, cioè annunciare a Ninive che, se non cambierà, verrà distrutta).

Perché dicevo che la storia è strana? Perché si vedono i vari passaggi: il romanzo comincia raccontando che i computer della Lies hanno fatto una cosa anomala, cioè hanno trasmesso informazioni che non erano bugie. E il destinatario era proprio Rachmael. Però questo filone finisce lì, non va oltre ai primi capitoli. E, sempre nella prima parte, è presente un personaggio immaginario, Abba, un vecchio saggio che vive nella mente (collettiva) di una parte della popolazione, personaggio che sparisce quando Applebaun viene teletrasportato su Neo Colonia. Ci sono, insomma, alcuni elementi che vengono accennati in una parte e spariscono in quella dopo. Come pistole di Checov che però non sparano.

Come mi capita spesso, ho bisogno di tempo per digerire i romanzi di Dick, e questo non fa eccezione. C’è tutta una parte in cui Rachmael, sbarcato su Neo Colonia (anzi, teletrasportato, tanto ormai ve l’ho detto), viene colpito da un dardo all’LSD e inizia un viaggio in un mondo parallelo, un “para-mondo”, uno dei tanti (12, dicono… perché proprio questo numero?). Quale è la realtà? Forse durante il teletrasporto le loro menti sono state riprogrammate? Quello che vedono è reale? E se più persone vedono cose diverse, quale è la “vera” realtà. Se volete un riferimento, potremmo richiamare il discorso di Morpheus a Neo in Matrix: la realtà è una serie di stimoli che il tuo cervello elabora, ma chi ti dice che ciò che il tuo cervello ti presenta sia davvero vero? Sembra quasi di entrare nella fisica quantistica, dove tutto è indeterminato, nebuloso, e diventa reale solo nel momento in cui lo si osserva (semplificando, ovviamente).

Qual è la realtà in cui vive Rachmael? E’ quella del suo para-mondo scoperto su Neo Colonia? Sono le persone che vede intorno a lui? E’ racchiusa nel libro che gli viene consegnato e che sembra conoscere tutto? Sono i mangiaocchi (questi strani esseri che si cibano dei propri organi visivi)? O è nella sua astronave in viaggio per Neo Colonia?

Chi legge questo libro può avere un senso di smarrimento, pensare che niente quadri, perdersi nel racconto, proprio grazie ai cambi di scena di Dick ma anche per colpa dei vari maneggiamenti fatti dall’autore e dai successivi curatori. Eppure quando arrivi alla fine tutto torna: è una semplice scatola, un distorsore temporale, che fa collimare tutto e comprendere cosa succede. Un elemento che Dick apprezzava molto, quello del viaggio nel tempo.

No, stavolta non consiglio il libro: chi è appassionato di Dick probabilmente già lo conosce, ma chi ancora non lo apprezza non inizi da questo perché rischia di perdersi. Nel catalogo Fanucci ci sono quasi tutti i libri di Dick: conviene iniziare con quelli più remoti, degli ani ’50 (su Wikipedia un elenco della produzione dell’autore), così da imparare a conoscere, gradualmente, il mondo di questo prolifico scrittore.

Come sempre, in ultima analisi dimao un’occhiata al prezzo: 15 Eur per questo libro sono sicuramente più accettabili di altre opere a 18-20 Eur, ma considerando che è una riedizione Fanucci poteva osare un prezzo ancora più basso. Lo sconto Amazon (circa 15%) fa, ovviamente, sempre piacere.

Buona lettura.

Guaritore galattico (Philip K. Dick)

“Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve” (Isaia 1, 18)

Confesso di essere in difficoltà: questo romanzo di Dick mi ha lasciato con più domande di quello che mi aspettavo. Le opere di questo fecondo autore americano hanno sempre qualcosa di fondo: una domanda di vita, una riflessione sull’essere. Ma in questa non riesco ad inquadrare il punto di vista che voleva dare l’autore.

Il romanzo è coetaneo di Ubik: in tutti e due si affronta il tema della vita, da due angolature completamente diverse, quasi complementari, ma con la stessa serie di domande: chi siamo noi? viviamo per noi stessi o in quanto parte di un qualcosa di più grande? siamo quello che facciamo o facciamo qualsiasi cosa in quanto siamo?

La trama è semplice: sono i personaggi che la rendono densa e consistente. Joe è un terrestre in un mondo (futuro) in cui la terra è sovrappopolata. Il suo lavoro è “guaritore” di vasi e ceramiche in genere; non riparatore o restauratore (che incollano i pezzi aggiungendo materiale esterno) ma proprio guaritore: con uno strumento particolare riesce a riscaldare fino al punto di fusione la ceramica e a rincollare i vari pezzi, come se la frattura non fosse mai esistita.

Fra i tanti mondi conosciuti il Pianeta dell’Aratore è una landa semi desolata in cui abitano varie forme di vita. Una di esse, Glimmung, contatta Joe per affidargli un lavoro (dobbiamo dire che sulla terra Joe non se la passa tanto bene, in quanto non ci sono più – ormai – vasi rotti da riparare). La natura di Glimmung è strana: c’è chi lo definisce un semi-dio (onnipresente, quasi onnipotente, con poteri particolari) e quasi lo adora come salvatore, e c’è chi ha quasi paura di questa entità e della libertà che essa potrebbe limitare.

Joe, insieme ad altre persone, deve aiutare Glimmung in una impresa ciclopica: risollevare la “cattedrale” dal mare dove è sprofondata, per poi ricostruire tutte le ceramiche in essa presenti e ridotte in frantumi. Ma il mare dove giace la cattedrale è pieno di misteri, tanto che Joe incontra sé stesso morto.

Al di là della riuscita dell’impresa il romanzo si basa molto su simbolismi (alcuni spiccatamente religiosi, come – appunto – la cattedrale).

Partiamo da Joe: praticamente la sua vita non ha più un senso, senza lavoro. Mancando di operosità vengono a mancare anche la voglia di vivere, la voglia di costruire qualcosa, tanto che l’unica occupazione che riesce ancora in parte a distrarre Joe è un gioco telefonico che compie più volte al giorno con persone sparse per la terra.

Come Joe, le altre persone contattate da Glimmung sono alla frutta: hanno perso il lavoro o la voglia di fare qualcosa, si stanno chiedendo tutte che senso abbia la loro vita. Ed ecco che Glimmung dà loro l’opportunità di creare nuovamente qualcosa, di dare uno scopo alla loro esistenza.

Si è detto che Joe è un guaritore di vasi. Non uno che li riappicica, ma uno che li fa tornare come erano prima (da questo mi è venuto l’idea di usare il versetto del profeta Isaia come apertura del post): non una frattura che si ricompone e di cui rimane il segno, ma un rinnovamento completo, come le vesti che da sporche ritornano candide come appena fatte, senza un alone né una macchia. Ma Joe non è il Dio che può lavare le vesti, allora perché ha un compito da Dio?

Glimmung non può riuscire da solo nella sua impresa: e quasi onnipotente, ma alcune cose non può farle senza l’aiuto degli altri. Per questo convoca tutte le persone (ognuna esperta in un settore diverso – ma è poi importante davvero che siano tutte di settori diversi?) per aiutarlo nel far riemergere la cattedrale e farla tornare all’antico splendore. E per questo ingloba (sì, letteralmente) queste persone nel momento più duro: queste persone, tutte insieme, si sentiranno parte di una sola entità pur rimanendo ognuna distinta dalle altre. Tutti insieme, una unica entità in cui si assommano le caratteristiche di tutti (ma senza che qualcuno schiacci gli altri) è come un Dio: ha potere di creare, di rinnovare, di riportare alla luce qualcosa che era considerato morto.

La squadra: uno degli assiomi di Dick. La somma delle caratteristiche dei componenti della squadra è maggiore della somma delle caratteristiche di ogni singolo componente. In parole povere: essere squadra dona quel qualcosa in più. Il classico “l’unione fa la forza”? E’ diverso: non è una somma di forza bruta (da solo non ce la faccio a spostare quel masso, in tre ce la facciamo…) ma un completamento di caratteristiche diverse e complementari.

Il mare del Pianeta dell’Aratore, dove è sprofondata la cattedrale, è quasi un non-luogo, un eterno oblio dove passato e futuro si uniscono: Joe, attraverso il suo “zombie” (il suo io “morto” – anche se le cose nel Pianeta dell’Aratore non muoiono mai completamente), ritrova una parte di sé stesso. Nel mare, poi, Glimmung e gli altri subiscono una metamorfosi mentre recuperano la cattedrale. Tutto regredisce (forte parallelismo con Ubik) fino a tornare all’essenza (in Ubik la regressione era sintomo di qualcosa che non quadrava, qui è sinonimo di un ritorno all’io più profondo). Anche la cattedrale, mentre viene sollevata, torna all’essenza, ad essere quasi un bambino. E quando emerge, con una immagine che evoca la rottura delle acque, è come se nascesse nuova, come se il passato non ci fosse più, come se fosse stata guarita.

Come vedete i temi affrontati da Dick in questo romanzo sono tanti, e se volessimo svilupparne ognuno singolarmente saremmo costretti a discuterne per giorni. Ho completato la lettura del romanzo circa 2 mesi fa. Di solito entro un paio di giorni dalla lettura mi metto a scrivere il post relativo, ma questa volta non ce l’ho fatta: mi sono serviti due mesi per far sedimentare alcune riflessioni. E ancora non ho le idee chiare, nel senso che non ho inquadrato bene quale chiave di lettura volesse dare l’autore.

C’entra la religione e il rapporto di Philip con Dio (chi è Dio? Può essere raffigurato da Glimmung quando si unisce alle persone chiamate?), c’entra la ricerca di uno scopo nella vita e l’assenza che si trasforma in depressione, c’entra l’idea di squadra (di cui si è detto sopra) e dell’affermazione della propria individualità.

Chissà che non mi tocchi rileggere questo romanzo, magari fra qualche anno.

Intanto auguro a voi buona lettura.

Mr Lars sognatore d’armi (Philip K. Dick)

In un mondo in cui le armi sono oggetto di design e moda (e non interessa come funzionano) cosa succederebbe se subissimo una invasione aliena?

Geniale e surreale: geniale come altri romanzi di Dick, ma più surreale. Siamo nel primo decennio del 2000, con “razzi di linea” che permettono di coprire la distanza Parigi-New York in meno di un’ora, con giornali “omeostatici” che ricordano tanto i giornali animati di Harry Potter, con auto volanti guidate da automi e tante meraviglie tecnologiche.

Eppure abbiamo ancora la contrapposizione dei due blocchi: Pop-Ori (popolo orientale: ex URSS + Cina ed Asia) e Bloc-Occ (blocco occidentale: Usa + Europa). Ed ogni blocco, per propinare al proprio popolo una certa supremazia contro l’altro blocco, propone armi sempre più spettacolari. Armi che servono, in fin dei conti, a mantenere un equilibrio (come è successo veramente con la guerra fredda e la proliferazione atomica). Ma, in realtà, l’oligarchia (militare) che governa i due blocchi si è messa d’accordo e le nuove armi sono solo trovate pubblicitarie per mantenere calmi i “purioti” (puri ma idioti), il popolo minuto, che deve continuare a credere nella contrapposizione e nel fatto che il proprio blocco sia prevalente sull’altro.

Dove nascono queste armi? In entrambi i blocchi un medium entra in trance e – quando si sveglia – si trova con un progetto di una nuova arma. Progetto che viene subito verificato dalla ditta costruttrice: ma si tratta di armi che per lo più non funzionano e che vengono propagandate attraverso filmati che oserei definire pubblicitari: “noi siamo i più forti, noi abbiamo la tal arma che ci consente di distruggere il nemico, ed il nemico deve aver paura di noi…”.

Mr Lars è il “sognatore” di armi (“alla moda”, come vengono definite dai capi militari) del Bloc-Occ. Lui lo sa che ogni giorno le armi che sogna sono un imbroglio (e scoprirà anche che in realtà lui “cattura” questa armi dalla mente malata di un disegnatore di fumetti), ma i superiori gli fanno capire che è un imbroglio necessario a tener calma la gente comune.

Però un giorno i terrestri vedono arrivare in orbita un nuovo satellite. I capi di Bloc-Occ e Pop-Ori si consultano: nessuno di loro ha inviato il satellite e non sanno capire a cosa serva. Quando i nuovi satelliti diventano 4 e la città di New Orleans scompare dentro una nube gelatinosa le cose iniziano a precipitare: si capisce che una razza aliena sta attaccando la terra (ma non si sa chi sono e cosa vogliono) e allora i due blocchi decidono di fare uno sforzo congiunto: i loro disegnatori di Armi lavoreranno insieme. Mr Lars ha così la possibilità di conoscere Lilo Topchev, la sognatrice di armi Pop-Ori: una ragazza poco più che diciottenne, dal carattere ancora acerbo. Se già prima di allora Lilo era una ossessione per Lars, adesso diventa l’oggetto del suo amore.

Purtroppo anche gli sforzi congiunti nel costruire un’arma efficace contro gli alieni falliscono, ma i due sognatori capiscono che le armi, in realtà, non le avevamo mai create loro quanto le avevano “rubate”, nei loro stati di tranche, dalla mente disturbata di un disegnatore di un fumetto di second’ordine. Insomma, capiscono ancora una volta che tutto quello che hanno fatto è inutile.

L’ultima speranza viene da un vecchio veterano di guerra che gironzola per Washington: lui ricorda bene la guerra contro gli alieni, ma il problema è che questa ancora non è iniziata. Il vecchio mostra una medaglia al valore datata 2005, ma il 2005 è, per il racconto, nel futuro… Il vecchio viene direttamente dal futuro per aiutare contro gli alieni. Ma la sua mente è offuscata dagli anni e solo con un tentativo di lettura dei ricordi fatto in stato di tranche da Lars è possibile ricostruire la vicenda, capire chi è veramente l’uomo e produrre l’arma definitiva (sperando che funzioni).

Dick ha giocato più volte col futuro, con gli alieni, con la coscienza umana, ma in questo romanzo aggiunge una dose di surreale che non avevo trovato in altri suoi romanzi. C’è una certa presa in giro delle istituzioni, delle persone che pensano di sapere tutto (Sorcey O. Fosse è un personaggio “secondario” rispetto alla trama, ma rivela l’ottusità di parte dell’umanità che pretende di sapere tutto). Tematica ricorrente dei romanzi dickiani è il controllo della società da parte di una oligarchia al potere: come in questo romanzo dove il consiglio direttivo che prende le decisioni è composto da pochi uomini (in parte militari, in parte persone economicamente potenti) che controllano, instillando terrore verso l’altro blocco e vantando armi potenti per rispondere ai loro attacchi, la massa delle persone comuni.

Ma questa volta Dick scava un po’ più nella psiche umana: i sensi di colpa di Lars nel prendere in giro il popolo, i consiglio del Buon Vecchio Orville (una specie di oracolo meccanico che riesce a dare tutte le risposte) scrutano dentro l’uomo-Lars. Ed il romanzo, alla fine, si gioca tutto sull’empatia, tanto è che l’arma stessa usata per sconfiggere gli alieni, è un gioco capace di far provare empatia, anzi “amorevolezza” verso una creatura rinchiusa in un labirinto. Il succo, forse, è proprio qui: l’uomo nel labirinto (questo dovrebbe essere il titolo del gioco) non rappresenta forse ogni persona che, nella sua vita, cerca di passare gli ostacoli, di liberarsi delle mura che lo circondano per guadagnare una libertà che non conosce? E non abbiamo forse paura di questa libertà tanto che, come ha fatto Lars, all’ultimo momento ci precludiamo una via di fuga aperta? Forse perché ci accorgiamo che, una volta fuori dal labirinto il gioco si chiude, e non sappiamo cosa ci aspetta oltre l’ultima parete: cosa fare dopo che siamo usciti? Meglio, quindi, continuare a battere la testa nelle pareti, a farsi male, ma avendo qualcosa di solido, di sicuro, su cui poggiare.

Oddio, io personalmente non mi sento di condividere le elucubrazioni mentali di Dick: nella metafora del labirinto (e nella paura di uscire) vedo molto dell’autore – è un qualcosa che si rivela, in modo più o meno esplicito, anche in tanti altri suoi racconti – ma io non mi sento di subire la sorte dell’uomo imprigionato dalle sue paure. E’ vero che tutti noi ne abbiamo, ma il nostro scopo nella vita è vincere queste paure per scoprire la libertà, e sono convinto che, passato l’ultimo muro, non ci troveremo di fronte ad un enorme punto interrogativo ma sapremo cosa fare, sentiremo la nostra libertà (scusatemi ma mi viene da usare il film Matrix, ora, come metafora, con Neo che esce dal labirinto del calcolatore – ricordate la ricerca del segnale quando lo staccano dalle macchine? – e capisce quale è la sua strada dopo aver abbattuto tutte le barriere legate alle sue paure).

Meno angosciante, forse, di altri romanzi di Dick, più ironico, con tanti riferimenti sessuali impliciti ed espliciti, è un libro che si legge abbastanza bene. Non scorrevolissimo (specialmente la prima parte tarda un po’ a decollare) ma abbastanza “leggero”. Insomma, leggero… se Dick non avesse la mania di tutte quelle sigle e acronimi e neologismi forse si leggerebbe meglio.

Una nota sulla traduzione (il traduttore è Carlo Pagetti e ha scritto anche una introduzione al romanzo dove spiega come, in alcuni casi, ha operato): alcuni nomi sono stati modificati (lo stesso Sorcey O. Fosse in originale si chiamava Surley G. Febbs) e nomi delle armi e sigle corrispondenti sono stati adattati per essere più comprensibili (e in alcuni casi per assecondare giochi di parole).

Un parere personale sulla qualità editoriale: forse mi sono abituato male coi libri di Sellerio, ma trovare errori di battitura (non ricordo la parola e la pagina, ma garantisco che ho trovato una tripla al posto di una doppia, ed in generale ho scovato almeno altri 2 errori simili, senza contare gli errori legati a virgolette chiuse e mai aperte nei dialoghi, che non ti fanno capire se una persona pensa fra sé e sé o se dialoga con qualcuno) mi ha urtato: anche questo libro passa da una revisione editoriale prima di esser pubblicato, qualche errore ci può stare, ma mi è sembrato che ce ne fossero un po’ troppi. Eppure costa (scontato) 13,60 eur. Editore Fanucci: potresti farli controllare meglio i libri prima di pubblicarli. Anche io rileggo i miei post prima di inserirli nel blog: su dieci errori magari 8 li becco e ne rimangono solo 2.

Oltretutto, se ricordo bene, tanti errori così nei libri Fanucci di Dick non li avevo mai trovati, spero quindi sia un caso eccezionale e che non si ripeta in altre edizioni.

Comunque, buona lettura a tutti, e buone vacanze (a chi le sta facendo).  

Moby dick (Melville)

“E cosa mai sei tu, lettore, se non un pesce slegato, e anche un pesce legato?” (cap. 89)

Sì, lo so… sono due mesi che non scrivo niente qui… ma sono stato “preso” da una lunga caccia alla balena bianca.

Il Moby dick di Melville era nella mia lista dei “classici da leggere” da molto tempo. E da qualche mese era anche sul mio comodino in attesa che lo prendessi in mano.

Avevo già fatto esperienza di Melville attraverso “Bartleby, lo scrivano”: la scrittura è poderosa ed i paragrafi possono risultare un po’ pesanti, ma la profondità dell’animo umano a cui riesce ad arrivare è notevole.

Ma parliamo, ora, della ciurma del Pequod, del loro capitano Achab e della famosa balena bianca. La storia credo sia risaputa a tutti: è Ismaele, unico sopravvissuto del Pequod, che racconta le vicende dei suoi compagni di viaggio, da quando conosce il “selvaggio” Qeequeg, al viaggio verso Nantucket, fino all’ingaggio sul Pequod, la caccia ed il tragico finale.

“Chiamatemi Ismaele”: non sappiamo il vero nome del marinaio; è lui che ci chiede di chiamarlo con quel nome biblico (il figlio di Abramo e della schiava Agar, cacciato dalla tribù e quindi icona dell’esule). E tutto il racconto è infarcito di riferimenti biblici (spesso spiegati nelle note – almeno nell’edizione in mio possesso). Ma anche di riferimenti a tante altre storie epiche o a drammi shakespiriani.

Se volete approfondire su Wikipedia (italiano) trovate qualche info in più.

La mia sensazione, ve lo confesso, è stata di smarrimento: “Ismaele” si è dimostrato più “onnisciente” di Piero ed Alberto Angela messi insieme. Grazie alle sue continue digressioni sono venuto a conoscenza dell’anatomia delle balene così come delle usanze presso alcune culture definite “selvagge”; ho potuto sondare la profondità dell’uomo e delle sue ossessioni; ho capito la vita su una nave che sta fuori porto per anni… Ma a causa delle stesse digressioni il romanzo è diventato pesante, quasi confusionario…

Certo: la storia base (la caccia alle balene) è solo un pretesto per fare un viaggio nell’animo umano. E la balena bianca non è solo l’animale in sé quanto piuttosto quell’ossessione che può bruciare dentro consumandoti fino alle ossa (non per niente la “gamba di legno” di Achab – maciullata da Moby dick in un precedente incontro – è fatta in realtà di osso di balena).

Devo confessare che a livello di finale mi attendevo qualcosa di più. O meglio: se si prendono, come romanzo, solo le vicende pratiche, il finale è leggero e si conclude troppo in fretta. Ma se si pensa a tutto quello che c’è stato prima si comprende che tale finale non è altro che l’autodistruzione del capitano, che affonda insieme a tutta la sua nave e ad i suoi uomini, talmente consapevoli della fine del viaggio che restano immobili ad attendere di essere sommersi.

Due sono i particolari degni di nota relativi al finale.

Il primo è legato alla morte di Achab: mentre cerca di sbrogliare la lenza che lega la barca all’arpione conficcato in Moby dick, una spira della lenza gli si attorciglia intorno al collo e, strangolandolo, lo trascina dietro alla balena. E’ l’uomo che viene trascinato negli abissi, alla morte, dalla sua stessa ossessione: Achab rimane legato ad essa anche dopo la morte.

Il secondo è l’affondamento del Pequod: nel gorgo prodotto dall’inabissarsi trascina dietro se anche le lance che erano in mare a cacciare la balena. Muore il capitano e contemporaneamente la nave risucchia a se tutti i suoi “figli” obbligandoli alla stessa fine del loro capitano. Anche se può sembrare che la colpa sia dell’ossessione del capitano, dobbiamo ricordare che i marinai – all’inizio del viaggio – hanno avallato e si sono entusiasmati al progetto di Achab, facendolo proprio. Insomma: erano solidali con lui (ad eccezione di Starbuck, che è il più reticente ad approvare quel piano) e come solidali hanno fatto la stessa fine.

Cosa ci insegna questo romanzo?

Bè, a me prima di tutto ha insegnato a leggere Melville al massimo una volta l’anno…

Ma, a parte gli scherzi, ci sono tante cose di cui poter trarre profitto. La principale è la “morale” sulle ossessioni. Se da una parte è un bene combattere e (quasi) ostinarsi nel raggiungere certi obiettivi, dall’altra è meglio lasciar perdere questi obiettivi quando diventano una ossessione. Dopo l’incidente (la perdita della gamba) Achab ha fatto bene a tornare in mare. Ma invece che scegliere di tornare alla vita “normale” (caccia di balene) ha preferito lasciarsi rodere dall’ossessione di uccidere proprio la balena bianca, identificata da lui come la fonte di ogni male. Sembra sete di vendetta ma c’è qualcosa in più: è il rodersi l’anima fino alle ossa, è il consumarsi dentro con inquietudine.

Un ultima nota: nella tradizione biblica il mare ed il “leviatano” (il capodoglio) rappresentano il male. Forse anche questo ha contribuito (nel romanzo) a fare di Moby dick (la balena più poderosa mai vista, con un insolito aspetto bianco) la somma di tutti i mali per Achab.

Buona lettura.

La svastica sul sole (Philip K. Dick)

Una versione alternativa della storia recente…

Romanzo strano questo ultimo di Dick che mi sono letto. Niente alieni, ne precog ne personaggi particolari. Gente comune (nel senso di umani estremamente “umani”), storie che si intrecciano nell’America degli anni 60 ma che coinvolgono tutto il mondo.

E’ una versione alternativa della storia che conosciamo: dopo la seconda guerra mondiale, vinta dall’Asse Berlino-Roma-Tokio (sì, avete capito bene, ma ricordo che si tratta di un romanzo) gli USA, come tutto il mondo, sono sotto l’influenza delle due potenze vincitrici. La Germania post Hitler controlla tutta l’Europa e l’Africa e la costa occidentale degli USA. Il Giappone invece controlla l’asia, l’oceania e la costa orientale degli States. Anche l’Italia ha la sua parte, seppur piccola, influenzando e controllando il medio oriente.

In questo scenario si muovono alcuni personaggi. Ma la loro vita – nonostante accenni di spy story – non sembra essere dedicata ad un cambiamento della situazione mondiale. Ormai gli americani hanno accettato la condizione di “sudditi” trattati con più rispetto dagli occupanti giapponesi e con più durezza nella zona sotto l’influenza tedesca.

Ovviamente, in una situazione del genere gli ebrei sono stati quasi sterminati: ne esistono ancora pochi: la maggior parte sotto schiavitù e una minima parte vive sotto mentite spoglie (grazie a falsi documenti e a plastiche facciali). Uno di essi è Frank Frink, protagonista di una delle storie che si intrecciano a San Francisco.

Anche per l’Africa, sotto l’influenza tedesca, è stata decisa la “soluzione finale”. Non solo: grazie alla tecnologia teutonica si è prosciugato e bonificato il bacino del mediterraneo trasformandolo in una immensa e produttiva pianura – in pratica il nuovo granaio dell’Europa.

Raccontato così, però, il romanzo non ha molto senso. Sembra quasi che Dick si sia esercitato in un raccapricciante esercizio di fantastoria.

Ma quanto accennato sopra è, invece, solo il teatro su cui si muovono i pochi personaggi della storia, ognuno alla ricerca di qualcosa. Frank cerca di riconquistare una dignità persa col licenziamento, e al tempo stesso vorrebbe riconquistare la moglie Juliana. Lei cerca di dimenticarlo, cerca di dimenticare la sua paura per gli uomini, e per farlo amoreggia con un finto italiano, Joe, il quale in realtà è una spia tedesca che cerca di uccidere l’autore di un libro-scandalo che racconta che la guerra è stata vinta da Stati Uniti e Gran Bretagna e non dai tedeschi. Childan ricerca una autenticità ed un nuovo patriottismo vendendo manufatti artistici da collezione ai conquistatori giapponesi. Il signor Tagomi, capo della missione commerciale giapponese (in pratica uno dei controllori dei territori occupati) cerca una nuova verità dopo che due spie (una tedesca e l’altra giapponese) lo hanno sfruttato come copertura, costringendolo ad uccidere due uomini.

Si tratta di personaggi fra i più disparati: dal conquistatore-uomo d’affari all’assassino, alla donna impaurita del rapporto con gli uomini. Eppure, involontariamente, tutti interagiscono in questa storia che è contemporaneamente perdizione e salvezza.

Punti centrali del romanzo sono due libri. Il primo è l’ I Ching, libro che raccoglie la saggezza asiatica e che i giapponesi hanno quasi imposto ai conquistati. Sia Frank che Juliana lo consultano sempre prima di qualcosa di importante: usando bastoncini o monete trasformano quello che per noi è il caso in un esagramma a cui corrisponde una indicazione di vita, anche se non sempre chiara.

Il secondo libro è un romanzo (una storia nella storia) in cui l’autore propone una realtà alternativa: se nella storia di Dick i personaggi vivono in un mondo conquistato da Germania e Giappone, ne “La cavalletta non si alzerà più” viene narrata una storia diversa, dove USA e Gran Bretagna, grazie ad un voltafaccia dell’Italia, vincono la seconda guerra mondiale e si spartiscono il mondo.

Nei due romanzi (sia “La svastica sul sole” che nel “romanzo nel romanzo”, cioè “La cavalletta…”) Dick fonde ad elementi storici reali (personaggi realmente esistiti e fatti realmente avvenuti) pezzi di fantasia. Non gli interessa mostrare, attraverso la cavalletta, la veridicità storica, né gli interessa che tutti i fatti del romanzo ospitante siano realistici.

Ed infatti è questo che mi ha spiazzato, costringendomi a leggere sia l’introduzione (di Carlo Pagetti) che la postfazione (di Luigi Bruti Liberati) per cercare di capire meglio questo romanzo. E sinceramente, anche dopo le letture di introduzione e postfazione, ho il sentore che qualcosa continua a sfuggirmi.

Da un lato c’è Juliana che scopre che il libro “la cavalletta” è stato scritto usando l’I Ching, il libro dei mutamenti indicato in precedenza. E’ difficile spiegare in poche parole cosa ciò significhi per i protagonisti del romanzo (e, di conseguenza, per Dick stesso), ma va considerato che l’autore (Dick) è appassionato di filosofia orientale e lo stesso libro lo ha probabilmente influenzato in più di un momento della sua vita.

Quello che scopre Juliana, quindi, significa che la vera realtà non è quella vissuta dai protagonisti ma quella raccontata dal romanzo “la cavalletta…”. Secondo l’I Ching, la vera storia non è quella che loro vivono ma quella che leggono. Ora, questi paradossi sono tipici di Dick, almeno dei romanzi che finora ho letto, dove le realtà vengono completamente ribaltate (ricordo Ubik: dove i protagonisti vivono una realtà parallela completamente estranea alla realtà “vera”).

Dall’altro lato c’è la vicenda di Tagomi: il funzionario giapponese che ospita due spie nel suo ufficio, con la scusa di scambi commerciali, ma con il vero scopo di sventare un piano tedesco della conquista del Giappone. Per difendere le spie è costretto ad uccidere due militari della polizia segreta tedesca. Lui che non ha mai ucciso nessuno e che neppure concepisce la possibilità di fare del male. Sarà sconvolto: cercherà di riconquistare l’equilibrio infranto, di trovare un significato (anche attraverso l’I Ching) a questa storia. Chiederà al libro dei mutamenti una nuova strada da intraprendere per riequilibrare la sua vita, ma non vi troverà risposte soddisfacenti.

La risposta – anche se Tagomi non la percepisce – verrà fuori da confronto con il console tedesco: questi gli chiede di firmare un ordine di trasferimento di un ebreo (Frank Frink) dalla polizia locale alla polizia tedesca. Frank dovrà essere trasportato in Germania  e “terminato”. Ma Tagomi si rifiuta e, anzi, rimette in libertà Frank.

Frank è inconsapevole di cosa ha provocato e torna, pieno di domande, nel suo laboratorio dove produce gioielli di arte contemporanea. Non sa che Tagomi ha chiesto lumi anche ad un gioiello creato da Frank stesso e venduto al giapponese dal mercante Childan.

Sono proprio il mercante Childan, Tagomi, Frank e Juliana a ricevere, in fondo al libro, una nuova vita (per Frank, addirittura in senso quasi letterale) ed una nuova consapevolezza. Notiamo, alla fine del romanzo,  una trasformazione di questi personaggi.

Ed è il gesto di Tagomi che diventa chiave di lettura del libro: è con le piccole cose che ci si può opporre alle grandi ingiustizie. Non è l’incontro delle due spie che cambia il mondo intero, ma un semplice gesto (il rifiuto di estradare un ebreo) a cambiarne una piccola parte. E a forza di piccole parti (ognuno di noi è, in fondo, una di queste piccole parti) si può cambiare il mondo…

Confesso – come ho accennato prima – che a queste conclusioni sono arrivato grazie all’aiuto sia dell’introduzione che della postfazione (lette entrambe dopo aver letto il romanzo). Il finale del romanzo, infatti, mi aveva lasciato un po’ spiazzato. Avevo intuito il cambiamento di Childan  (un ritrovato orgoglio di essere americano, anche se “conquistato” dai giapponesi, e nonostante alcuni rimasugli di razzismo). Ma non sapevo proprio come interpretare la verità scoperta da Juliana.

Volete leggere il romanzo? Sicuramente merita, ma non è fra quelli che consiglierei come regalo di Natale. A meno che il destinatario del regalo non sia un appassionato di romanzi di Dick. Io l’ho trovato forse più oscuro di altri (e di Dick ne ho letti abbastanza). Però mi ha affascinato.

Buona lettura.