Idiosincrasie italiche 2.0 (aggiornato)

Niente libri né ricette stavolta, ma una vicenda personale – semplice, piccola, assolutamente secondaria – che mi fa sorridere di un sorriso amaro, lo stesso che provo quando ho a che fare con la burocrazia…

Prologo.

Devo rinnovare la mia patente di guida. Decido di farlo tramite una autoscuola: niente di più semplice. Fissi, ti visitano, confermano che è tutto Ok e la tua patente viene rinnovata. E ti dicono che verrà stampata una nuova tessera che sostituisce la vecchia (niente più adesivo, coi nuovi dati di scadenza, da appiccicare sopra). Mi dovrebbe arrivare in due giorni. Sorpreso chiedo: in due giorni? E mi spiegano che grazie alla nuova procedura telematica, appena il dottore da l’Ok parte la stampa della tessera che verrà inviata con raccomandata assicurata al proprio domicilio. Quasi in tempo reale. Ma, per coprire questi due giorni (anche se la vecchia patente sarebbe stata ancora valida), mi danno un foglio che certifica che sono in regola e la patente mi sta arrivando.

Ganzo! Finalmente un pezzo di Italia che funziona, dove la tecnologia semplifica la vita. Ne ho viste di cose cambiare negli anni, e alcune sono state molto semplificate. Sono fiero di questa Italia che sta cambiando: ancora ne deve fare di strada, ma almeno ha iniziato a percorrerla.

Felice esco dall’autoscuola. Senza immaginare che possa esistere – insidiosamente nascosto in qualche ingranaggio – un “però”.

Il colpo di scena

Io lavoro e penso a te” (in auto, recandomi al lavoro, cantavo Battisti pensando alla mia patente nuova). Ma anche mia moglie lavora. E il povero postino, che passa effettivamente 2 giorni dopo la visita, suona – come vuole la regola – due volte. Ma (scomodiamo anche Celentano): “E’ inutile bussare suonare qui, non vi aprirà nessuno“. Questo, almeno, in orario lavorativo. Maledetto orario lavorativo, che essendo uguale sia per noi che per il postino, ci costringe ad essere assenti quando al postino farebbe comodo fossimo presenti…

Quindi il solerte postino lascia un avviso che indica che ci sarà un nuovo tentativo nell’arco di 30 giorni. Nello stesso avviso è anche riportato un numero telefonico da chiamare se si vogliono ulteriori informazioni o fissare un nuovo tentativo. E io chiamo, perché – penso – l’ufficio presso cui lavoro si trova a 2 minuti da un ufficio postale: se potessero mandarmi lì la raccomandata con la patente eviterei un secondo tentativo al povero postino (che – col caldo di questi giorni – magari apprezza).

Fra avvisi di benvenuto (fra cui – mi dicono – le informazioni sulla privacy saranno trattate in modo corretto), avvisi su SPID con Poste italiane, richieste di partecipare ad un sondaggio sulla soddisfazione del cliente, arriva finalmente il menù delle opzioni. Premi un 1 di qua. Poi un due di là. Acc…, ho sbagliato, rifacciamo. Avvisi, SPID, sondaggio, uno, uno, due… finalmente la sequenza giusta (che fra avvisi e scelte richiede circa 1 minuto – per fortuna è un numero verde). Dopo altri 30 secondi “Risponde l’operatore bzzzzzzzzz… Tu tu tu tu tu….” Linea interrotta: ritentiamo e saremo più fortunati.

Ed in effetti, dopo la solita sequenza, risponde una persona in carne ed ossa, gentile, che mi spiega però che la procedura non prevede che si possa cambiare indirizzo di spedizione e che il postino deve passare una seconda volta, dopodiché è possibile ritirare la busta presso l’ufficio competente. Mi consiglia di fissare un secondo appuntamento, per rendere più veloce la procedura, altrimenti il postino potrebbe passare nell’ultimo dei 30 giorni previsti. Io chiedo se si può anche fissare un orario, ma ciò non è possibile (lo capisco: dovrebbero avere personale dedicato). Con mio rammarico fisso un nuovo appuntamento, ben conscio che il postino suonerà nuovamente due volte ma nessuno aprirà.

L’imprevisto

Fissato per il giorno x, il postino passa e – come ci si aspettava – non trova nessuno: deposita quindi un nuovo avviso. Solita solfa: tenterà nell’arco di 30 giorni (dal primo avviso) una nuova consegna dopo di che potrò andare a prelevare la busta all’ufficio competente. Niente numeri di telefono stavolta, ma io chiamo quello che mi avevano dato la volta prima.

E io chiamo, perché – penso – l’ufficio presso cui lavoro si trova a 2 minuti da un ufficio postale … ah, ma questo l’avevo già detto!

In realtà chiamo perché ricordo che il precedente operatore aveva detto che dopo il secondo avviso “possiamo fare qualcosa”. Ricordo che mi aveva detto che si sarebbe velocizzata la procedura. Quindi ricomincio: numero verde, avvisi, SPID, sondaggio, uno uno due, risponde l’operatore 54321, tu tu tuuuuuuuuuu… Riaggancio. Driiiin. Pronto? …uuuuuuuuuuuuuuu… Riaggancio. Driiiiiiiiiiin. Pronto? …uuuuuuuuuuuuuuuuuuuu… Riaggancio. Driiiiiiiiiiiiiiiiiin. Pronto? …uuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu… Il centralino di Poste non mi vuol mollare! Riaggancio una quarta volta. Dri…… Finalmente lo squillo si strozza a metà: silenzio. Tiro un sospiro di sollievo. Credevo di aver mandato in tilt il risponditore automatico di Poste.

Aspetto 2 minuti e riprovo: Avvisi, SPID, Sondaggio, uno uno due… “attendere prego… sarete messi in contatto col primo operatore disponibile… Attendere prego… causa congestione di traffico non ci sono operatori disponibili, si prega di richiamare più tardi”. Probabilmente ho mandato in tilt il risponditore automatico di Poste. Meglio aspettare il giorno dopo.

E fu sera e fu mattina: nuovo tentativo. Stavolta le cose filano lisce e dopo i soliti avvisi, SPID, sondaggio, sequenza uno uno due risponde un altro operatore, ugualmente gentilissimo, che – con la pazienza che solitamente è necessaria coi bambini nel pieno della fase del “perché?” – risponde ad ogni mia richiesta di cambiare la procedura: Posso passare a ritirare io? Mi dispiace, non ancora. Posso chiedere che mi venga spedito da un altra parte? No, mi spiace, no. Posso fare qualcosa? Purtroppo no.

Epilogo

Devo attendere che il postino, per la terza volta, suoni due volte. Ciò accadrà nell’arco dei 30 giorni (a partire dal primo avviso) e nel pieno dei 40 gradi di questo luglio. Dopodiché, tenendo fieramente in mano il pezzo di carta su cui esso è scritto, potrò recarmi all’ufficio competente (quale sarà?) per ritirare il pezzo di plastica dove è certificato che posso guidare l’auto. Aggiornerò il post quando avrò finalmente in mano il pezzo di plastica.

2017-07-14 – Aggiornamento.

Finalmente il postino passa per la terza volta. Lascia l’avviso, che io prelevo dalla cassetta delle lettere con estrema cura, per non spiegazzarlo, rovinarlo, perderlo… Il giorno successivo mi reco bel bello all’ufficio postale indicato. Doppio stupore: l’ufficio è aperto fino a tardo pomeriggio (non devo prendere permesso da lavoro), e la macchinetta che da i numeri (naaa, maliziosi, non intendo dire che è pazza, ma solo che fornisce i bigliettini coi numeri per la fila) ha un lettore di codici a barre. Ci passo sopra il codice stampato sul mio avviso e…  Delusione… Non avevo letto – nell’avviso – che il “plico” sarebbe stato ritirabile SOLO dal giorno tal dei tali (che, guarda caso, è due giorni dopo l’avviso, quindi domani). Salutato da un laconico “Plico in lavorazione, ritirabile dal giorno xxx” sullo schermo della macchinetta numeratrice, torno via con l’avviso – al posto della coda – fra le gambe.

Il giorno dopo non posso passare, quello dopo ancora riesco a tornare all’ufficio postale. Scan del codice, emissione del bigliettino col numero, attesa… 5 minuti e lo sportello uno mi chiama. L’impiegata (anch’essa gentilissima) mi prende il plico, mi chiede se avevo letto che c’era da pagare un a piccola cifra (e stavolta sì, avevo letto) e mi consegna la busta. Ma io rimango stupito di un’altra cosa: l’impiegata, per documentare la consegna ed il pagamento del corrispettivo, deve stampare un foglio e completarlo a penna, a mano, prima di farmelo firmare. Lo stupore nasce dal contrasto fra un (abbastanza) efficiente sistema informatizzato (tutta la tracciabilità del plico fino alla macchinetta spara numeri, la gestione delle code, …) e la costrizione alla manualità dello sportello. Perché l’impiegata deve registrarsi il completamento di una operazione su un foglio da gestire (compilare e archiviare) a mano quando tutta l’operazione è stata seguita da un computer? Misteri dell’informatizzazione…

 

Considerazioni

Lasciamo perdere imprecazioni varie. C’è una sola cosa che mi rode: perché quando si migliora qualcosa di amministrativo c’è sempre un intoppo che fa perdere il vantaggio acquisito? Capisco che serva un controllo (e quindi una procedura che permetta tale controllo) per la consegna della patente, ma dopo il primo avviso (l’operatore di Poste vuol sapere il codice avviso e mi chiede alcuni dati che lui può verificare: così è abbastanza sicuro che la persona al telefono è la persona interessata) non sarebbe più facile concordare un altro sistema di spedizione? Per me è molto comodo ritirarla, per esempio, in un ufficio postale molto vicino al luogo di lavoro: perché non mandarmela lì (dove possono controllare di persona che io sia veramente io)? Sarebbe una semplificazione per tutti: un minor carico di lavoro per i dipendenti Poste, e la possibilità da parte mia di gestire il ritiro senza dover prendere ore di permesso.

Bisognerebbe che gli estensori di questa procedura subissero loro per primi le conseguenze di essa. Tempo fa si diceva che gli architetti avrebbero dovuto vivere nelle case che disegnavano: belle sì, ma troppo distanti dalla realtà quotidiana; emozionanti da vedere ma poco pratiche da vivere. Ora (mi sembra) gli architetti hanno cambiato (almeno un po’) il loro modo di vedere le cose. I burocrati, invece, sembra di no…

E si torna al solito, inflazionato, Gattopardo:

«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.»

[Voce “gattopardismo” sul dizionario Treccani on line]