Le bugie nel carrello (Dario Bressanini)

Le leggende e i trucchi del marketing sul cibo che compriamo

Seguo Bressanini nel suo blog “La scienza in cucina” da qualche anno: con qualche ricetta, ma molta chimica delle cose semplici (cotture, colori, coagulazioni), guida mano nella mano alla conoscenza più intima degli alimenti. Dario nasce come chimico ma ha legato questa sua specialità alla passione per la cucina e all’estrosità nella divulgazione. Quello che propone è un viaggio negli alimenti per conoscere le loro qualità e aiutarci a scegliere meglio e a sfruttarli al meglio. Un esempio è quando parla delle modalità di cottura e di quanti nutrienti si perdono con ognuna di esse (ecco uno degli ultimi articoli che parla di cottura al microonde spiegandone anche la fisica).

In un precedente libro (da me letto) aveva affrontato la questione degli OGM (organismi geneticamente modificati) sia chiarendo cosa si intende per OGM dal punto di vista legale sia cosa significhi dal punto di vista produttivo ed andando ad analizzare, poi, alcuni casi specifici.

Con questo libro, invece, affronta la questione “marketing” degli alimenti, ovvero tutto quello che viene venduto come valore aggiunto fra la mille varietà di cibi che si possono trovare in un supermercato. Non tocca l’aspetto pubblicitario (cioè tutte quelle tecniche – dal packaging al posizionamento in scaffale alla pubblicità – che fanno incrementare la voglia di acquistare) ma si concentra solo sulle affermazioni che sono riportate nelle confezioni (o sono trasmesse con messaggi pubblicitari) e che vengono usate per mettere un prodotto in risalto rispetto agli altri (come a dire “Questo prodotto è speciale perché…”). Ad esempio la presenza di un certo minerale in un certo tubero, che la renderebbe migliore (e, addirittura, diceva la pubblicità, renderebbe i consumatori più intelligenti). Oppure “l’assenza di chimica” (ma cosa si intende per chimica? Di per se è chimica tutto ciò che riguarda le molecole) in un certo salume. O ancora la massiccia e pervasiva presenza di aggettivi come “naturale”, bio”, “biodinamico” che circondano quasi tutti i prodotti. Per giungere alla costruzione, intorno ad un prodotto, di una storia e una tradizione che, in realtà, non esistono.

Insomma, tutte quelle caratteristiche che – per un verso o per un altro – mettendo in evidenza un prodotto cercano di giustificarne anche un prezzo più alto rispetto ai concorrenti. Varrà la pena pagare questo prezzo maggiorato?

A parte alcuni casi, Dario non si sofferma sulla qualità del prodotto: alla fine la scelta spetta al consumatore e se un prodotto piace non c’è niente di male nell’acquistarlo. Quello su cui punta è la scelta consapevole: se vuoi acquistare un prodotto che costa di più ma sei consapevole di cosa c’è dietro tale maggiorazione e ti va bene, benvenuto. Ma se non sei consapevole e il marketing ti dà messaggi fumosi e ti fa credere che ci sia qualcosa di speciale in quell’alimento quando in realtà e simile a tanti altri meno costosi, allora Bressanini ti mette in guardia.

Le spiegazioni sono facili: pur essendo un chimico non mette mai in mezzo nessuna formula né scompone gli alimenti negli elementi base (gli atomi). Ti dice cosa c’è e da cosa deriva, ti spiega che effetti può avere sull’alimento che stai comprando e sul tuo organismo, e ti ricorda che in tutti gli alimenti ci vuole misura (un minerale come il selenio, per esempio, in piccole dosi fa bene all’organismo, ma se ne introduciamo troppo ci avvelena), fornendo anche le indicazioni degli organi competenti sulle dosi consigliate.  L’autore porta,a  testimonianza di quello che dice, sia la sua esperienza di ricercatore chimico sia vari studi ed analisi commissionati, in vari tempi, da enti governativi e non: non parla per sentito dire, insomma, ma confortato dalle ricerche scientifiche.

Come detto in altre occasioni e su altri libri, la cosa che un po’ mi scoccia è che opere simili (che nascono da articoli prodotti per giornali o pubblicati su blog) rischiano di riportare cose già lette (gratuitamente) altrove, e per questo mi sono imposto un prezzo “limite” per l’acquisto intorno ai 10 eur. Il libro costa 12,60, ma su Amazon l’ho trovato a 10 Eur.

Ho trovato, nel libro, due capitoli che in buona parte avevo già letto sul blog, mentre gli altri sono “novità” per me. Devo dire che Dario non ha assolutamente fatto “copia ed incolla” dal blog al libro, ma sembra aver riscritto il tutto per dare una forma più adeguata alla carta stampata, rielaborando (mi è sembrato) anche alcune informazioni con gli ultimi dati disponibili. Già questo potrebbe valere i 12 Eur. Ma per chi non segue il blog, questo prezzo è un investimento anche considerando il fatto che, proprio grazie al libro, si potrebbe risparmiare qualcosina sulla spesa 🙂

Merita sicuramente la lettura, perché – come accennato sopra – apre gli occhi ai consumatori e li rende più consapevoli. Rivela alcune bugie, sfata alcuni luoghi comuni, ma non ti impone mai il suo punto di vista. Credo che l’intenzione finale dell’autore sia sintetizzabile con: “i fatti accertati sono questi: puoi semplicemente scegliere avendo a disposizione più informazioni”. E, naturalmente, puoi scegliere quello che vuoi.

Buona lettura.

Cioccolatoni alla castagna

Cioccolatoni alla castagna

Cioccolatoni alla castagna

Qualche giorno fa ho preparato un “Mont blanc” per una cena da amici e mi è avanzato un po’ di impasto e un po’ di cioccolata fondente. E allora, ho pensato, perché non preparare una specie di “cioccolatone”, un bon bon con un cuore a base di castagna e il guscio di cioccolato?

Io ho preso l’impasto avanzato, ci ho aggiunto un po’ di burro e miele, ed ho proceduto come descritto sotto. Ma, per comodità, vi riporto ingredienti e quantità (e per pigrizia, abbrevio la descrizione del processo di preparazione delle castagne)

Ingredienti (per circa 25 cioccolatoni):

  • 250 grammi di castagne o, meglio, di marroni (da sbucciare)
  • 50 grammi di cioccolato fondente per l’impasto
  • 150 grammi di cioccolato fondente (più mezzo bicchiere di latte) per la copertura
  • 1 cucchiaio di whiskey o di rum
  • 1 cucchiaino abbondante di miele (preferibilmente di castagne)
  • 15 grammi di burro fuso

Preparazione:

Bollire, sbucciare (ancora calde) e tritare (con un passaverdura o uno schiacciapatate) le castagne, aggiungervi la cioccolata (fusa oppure grattugiata), il miele ed il burro, il whiskey: impastare il tutto fino ad ottenere un impasto omogeneo e morbido.

Preparate le palline e fatele riposare in congelatore...

Preparate le palline e fatele riposare in congelatore…

Far riposare l’impasto per circa 30 minuti in frigo. Preparare una serie di palline di grandezza simile ad un “lindor” o un “bacio”, porle su un tagliere o in una teglia da forno e farle riposare 30 minuti in congelatore. Se volete, inserite uno stuzzicadenti in ogni pallina (aiuterà nella prossima fase chi – come me – è poco pratico).

Fondere a bagnomaria la cioccolata con un po’ di latte finché non diventa della densità voluta (bel sciolta ma più densa di una tazza di buona cioccolata calda): più è densa più ne rimane attaccata alle palline. Far raffreddare per 5-10 minuti, mescolando ogni tanto (per questa fase, gli esperti di concaggio e temperaggio possono aggiungere tantissimi consigli). Colare il cacao fuso sulle palline. In alternativa si può “immergere” le palline di impasto nel cioccolato fuso (aiutati dallo stuzzicadenti – è più semplice ma il risultato non è bello come con la colatura). Rimettere le palline ricoperte di cioccolato in congelatore per 1-2 ore per far rapprendere il cioccolato. Togliere dal congelatore almeno 4-5 ore prima di servire.

Ottimo anche per celiaci (attenzione che la cioccolata usata sia adatta a loro).

Buon appetito.

Mont Blanc (dolce di castagne)

montblanc

Il “mio” mont blanc

Il “Mont Blanc” che vi propongo è, ovviamente, alla mia maniera: in internet ne ho trovate varie versioni, alcune molto simili, altre molto diverse fra loro. Mia mamma lo preparava all’avvicinarsi delle feste ed era un evento “familiare”, perché ci ritrovavamo tutti insieme intorno al tavolo a sbucciare e pulire le castagne, fase iniziale (e la più lunga) per la preparazione di questo dolce. Nonostante questo, non ho una ricetta precisa ma so quali sapori e colori deve assumere il dolce nelle varie fasi di impasto. Provo quindi a darvi la mia ricetta (rielaborata anche rispetto alla “tradizione” di mia mamma) ma lascio a voi la possibilità di arricchirla e gestirla come meglio pensate.

Io tendo a farlo molto semplice e poco dolce, con pochi ingredienti (ma buoni) e molto lavoro manuale. Ma, anche in questo caso, voi potete “trasformare” la ricetta come meglio pensate.

Una piccola nota sulla presentazione: questo dolce (si tratta di un dolce al cucchiaio, in pratica) andrebbe presentato in un vassoio piano, ampio, dai bordi bassi. Siccome dovevo portarlo a cena da amici ho preferito usare, come contenitore, una zuppiera (come vedete dalle foto). Non rende giustizia all’immagine del dolce, ma ha garantito il trasporto senza troppi problemi.

Dosi per 15 persone (abbondanti):

  • 1,5 Kg di marroni o castagne, da sbucciare
  • 300 grammi di cioccolata fondente (io ho usato 2 tavolette da 100 grammi di cioccolato dell’Equador al 70% più una tavoletta di fondente extra all’85% di cacao)
  • mezzo bicchiere di Whiskey o di Alchermes
  • 1 litro (quasi) di panna da montare
  • 1 bacca di vaniglia
  • 2-3 cucchiai di zucchero a velo

Preparazione:

Fate bollire i marroni o le castagne intere in abbondante acqua (per aiutare le castagne  ad ammorbidirsi è possibile mettere una puntina di sale o di bicarbonato). Servono circa 2 ore (devono risultare cotte ma ancora abbastanza compatte e sode).

Ecco le castagne passate al passaverdura

Ecco le castagne passate al passaverdura

Quando le castagne sono cotte iniziare a sbucciarle e passarle con un passaverdura. E’ un’operazione che va fatta quando le castagne sono calde, altrimenti diventano troppo dure da passare ma, soprattutto, se si raffreddano diventa difficile togliere la pellicina interna. Prendete quindi poche castagne alla volta dalla pentola (che lascerete a sobbollire), sbucciatele, passatele, e ripescate in pentola per un nuovo giro…

Una volta finito di passare tutte le castagne, grattugiare a mano le tavolette di cioccolata, con una grattugia fine. Aggiungere la “polvere” di cioccolata così ottenuta alle castagne ed iniziare a mescolare finché tutto non è ben amalgamato.

Mia mamma aggiungeva, a questo punto, l’alchermes e un poco di zucchero a velo (in base a quanto dolce era l’impasto). Io preferisco evitare lo zucchero a velo (le castagne sono già dolci di natura) ed uso il whiskey (solitamente il Jameson, morbido e profumato), ma si possono aggiungere anche altri liquori. In base alla morbidezza raggiunta, aggiungere un po’ di panna da montare (o di latte; con 1,5 kg di castagne ne ho dovuto aggiungere 1 bicchiere intero). L’impasto deve risultare compatto e abbastanza morbido per esser nuovamente passato, ma non deve essere troppo morbido. Per avere un’idea deve avere una consistenza tipo la pasta frolla.

Fate riposare l’impasto in frigo: il dolce va assemblato (per avere il massimo di profumo e sapore) un paio d’ore prima di servirlo.

Versate la restante panna da montare in un contenitore adatto. Aprite la bacca di vaniglia e raschiate l’interno, con un coltello, per raccogliere tutti i semini. Metteteli nella panna e montatela a neve ben compatta. Aggiungete, in base al gusto, un po’ di zucchero a velo e mescolate fino ad amalgamare.

Prendete un vassoio ampio e dai bordi bassi. Mettete al centro un bicchiere alto (capovolto) o una bottiglia (chiusa): mi raccomando, ben puliti. Mettete un po’ di impasto in un passaverdura e macinate facendo cadere a pioggia il composto nel vassoio. Ripetete fino a quando non si sarà formata una piramide bella alta dell’impasto passato col passaverdura. Togliete (facendo attenzione che niente crolli) il bicchiere / la bottiglia e riempite il vuoto con panna. Decorate con panna anche la superficie e servite (potete tenere un po’ di panna da parte per aggiungerla a richiesta dei commensali).

Alcune note sulla produzione.

Sul cioccolato. Le castagne, ed i marroni ancor di più, sono dolci per natura: per questo è preferibile usare cioccolato fondente, che smorza il dolce. Ognuno deve poi trovare il giusto equilibrio fra il dolce delle castagne, il “forte” della cioccolata, e decidere quale cioccolato meglio si abbina ai suoi gusti. personalmente trovo troppo stucchevole usare cioccolato “povero” di cacao (sotto 50%) così come trovo troppo intenso quello al 99% di cacao e preferisco un mix come descritto sopra. Si può usare anche la polvere di cacao, se di buona qualità: evita di grattugiarsi le dita 🙂 Sconsiglio invece il mixer per tritare la cioccolata, perché la riscalda e tende a farla fondere e appallare. Invece si può fondere (piuttosto che grattugiare) la cioccolata con un po’ di latte, ma bisogna lavorare più a lungo il composto per amalgamare bene castagne e cioccolato.

Passaverdura o schiacciapatate? Per assemblare il dolce si può usare un passaverdura, come detto sopra, ma anche uno schiacciapatate. Nel secondo caso il composto deve essere un po’ più morbido e il dolce risulterà più “filoso” (lo schiacciaoatate aiuta a formare “vermcelli” di impasto più lunghi e spessi rispetto al passaverdura). L’importante è dare leggerezza alla composizione: l’aria fra un “vermicello” e l’altro aiuta a gustare meglio il dolce. Se doveste gustare l’impasto da solo, compatto, in una torta lo trovereste dal sapore molto forte, mentre preparato così (a vermicelli) il sapore si alleggerisce (e, aiutato dalla panna, diventa molto più delicato), senza contare la sensazione di cremosità che si ha sul palato. Insomma, l’aria in mezzo al dolce fa la differenza.

per celiaci? Bè, se si pone attenzione alla cioccolata e allo zucchero a velo (che non contengano farine o simili), questo dolce possono mangiarlo anche i celiaci.

Entanglement : il più grande mistero della fisica (Amir D. Aczel)

Lo so, continuo ad ammorbarvi coi libri di fisica quantistica, ma a me piace e ogni tanto ho bisogno di approfondire un po’ la questione. Ma, lo prometto, farò un post breve. Forse. Spero…

Innanzi tutto: per avere una idea di cosa sia la fisica (o “meccanica”) quantistica vi rimando a Wikipedia. Io accenno solo al fatto che è l’insieme di leggi che regolano il mondo microscopico (atomi, elettroni, fotoni) e che è (si può dire) nato durante una conferenza il 14 dicembre 1900 (ops, proprio ieri, ma di 114 anni fa) durante la quale Max Planck affermò che l’energia si muoveva a “pacchetti” e non in modo lineare. Non era per niente convinto neppure lui, ma i suoi studi non lasciavano adito a dubbi: prima si pensava che per ogni quantità infinitesimale di energia fornita, un qualsiasi corpo la rendesse con una relazione diretta (in un grafico si avrebbe una retta); lui scoprì, invece, che va fornita una quantità “discreta” (un quanto, un tot di energia) per far fare uno “scalino” all’energia restituita…

Lo studio della fisica quantistica è poi andato avanti, con “lotte” anche fra i maggiori fisici dell’epoca: alcuni erano dalla parte della fisica classica e dicevano che quello che veniva scoperto della fisica quantistica non poteva essere vero o, al massimo, era incompleto. Una delle diatribe più aspre fu proprio sul fenomeno dell’Entanglement che (anche in questo caso spiego brevemente e rimando a Wikipedia) unisce in modo invisibile due particelle “accoppiate” (io le chiamo anche “gemelle”, anche se fisicamente non è proprio così) tanto che al mutare dello stato dell’una muta, istantaneamente, anche lo stato dell’altra.

Per capire la potenzialità vi propongo un esempio. Pensate alla sonda Rosetta, che da alcune settimane scorrazza felice nella coda di una cometa: per indicare la grande distanza a cui si trova, i tecnici che la seguono ci dicono che sono necessari circa 30 minuti, ad un segnale radio inviato dalla sonda, per arrivare sulla terra. Cioè, una foto scattata dalla sonda arriva al centro di controllo 30 minuti dopo. Un comando inviato da terra verso la sonda è ricevuto da questa dopo 30 minuti. Facciamo finta che su Rosetta sia installata una “radio entangled” che contiene una serie di elettroni  che rappresentano, ognuno, un bit di informazione. Otto elettroni insieme formano – come ci insegna l’informatica -un “byte” e con ognuno di essi si possono rappresentare, per esempio, i singoli caratteri.Poniamo che a terra ci siano, dentro una corrispondente ricevente, gli elettroni gemelli di quelli inviati su Rosetta: ogni elettrone di Rosetta ha un elettrone entangled sulla terra. Per la caratteristica descritta sopra, e ammettendo che sia possibile e sufficiente quanto descritto, con questo tipo di radio potremmo sapere istantaneamente cosa succede a Rosetta, potremmo ricevere istantaneamente le foto che lei scatta o fornire ordini istantanei, senza bisogno che il segnale viaggi nello spazio per 30 minuti.

Per Einstein, Podolsky e Rosen era una cosa impossibile: niente può viaggiare più veloce della luce, neppure l’informazione che una particella entangled fornisce all’altra per dirle “ehi, io ho cambiato stato” (e ricordiamo che un segnale radio, in quanto onda elettromagnetica, viaggia – praticamente – alla velocità della luce). Da questo il paradosso EPR che, soltanto dopo svariati anni, è stato smentito (dimostrato come “non paradosso” in quanto reale) dando ragione a chi sosteneva la fisica quantistica.

Non la faccio ulteriormente più lunga: il libro fa una panoramica sui vari personaggi che hanno interagito con questo mistero, parlando in parte del loro ruolo nella fisica quantistica e approfondendo le loro ricerche sulla questione. Vengono descritti anche alcuni esperimenti fatti negli ultimi anni del millennio scorso (e qualcosa ancora più recente). Non ci sono troppe formule, quindi la lettura è facile, ma è un argomento altamente specialistico che solo gli interessati sanno gestire (considerate che io mi ritengo al confine fra “ho saputo gestirlo” e “mi è venuto il mal di testa nel leggerlo”).

L’argomento, però, è estremamente intrigante. Ti dice che esiste ancora tutto un mondo da scoprire: è stato dimostrato che è vero che due particelle “gemelle” (chiamiamole, per semplicità, ancora così) si parlano, in modo immediato, anche a distanze gigantesche. Dobbiamo solo capire come fanno, e questo schiuderà veramente nuovi mondi della fisica. Fra le altre cose: è stato dimostrato, sperimentalmente, il “teletrasporto” di una particella grazie all’entanglement. No, non vi aspettate – almeno per ora – il teletrasporto alla Star Trek, anche perché si parla, più precisamente, del teletrasporto di uno “stato”, di una informazione, non della parte fisica della particella (anzi, per creare la copia, è necessario distruggere l’originale: non vorrei sperimentare io per primo questo teletrasporto). Però qualcosa – ed è proprio il caso di dirlo – si muove…

Se siete neofiti, no, non prendete questo libro, iniziate con altri più leggeri (“Quantum“, uno degli ultimi da me letti). Se siete appassionati e già ve la cavate benino con la quantistica (a livello di curiosità, non di studi universitari), questo libro va bene. Se, invece, siete studenti di fisica avrete altri testi più specializzati e questo potrà essere solo un buon testo “collaterale”.

Buona lettura.

Il tesoro di Leonardo (Massimo Polidoro)

Non c’è niente di più avvincente, a mio avviso, di una caccia al tesoro, anche in un libro. Ma solo se è ben fatto. Massimo Polidoro lo conosco come indagatore dell’insolito: ho letto più di un suo libro che spiega come certi misteri non sono poi tanto misteriosi. Questo impegno lo ha profuso anche in libri per ragazzi, con una serie chiamata “la squadra dell’impossibile” (ecco il link alla pagina di Polidoro sulla squadra, ed ecco i link alle mie recensioni: Il complotto di FrankensteinLa notte di Dracula e La statua dagli occhi di smeraldo).

Questa volta ha deciso di mettersi in gioco con un personaggio come Leonardo da Vinci (di cui è appassionato studioso). Del genio toscano se ne dicono di tutti i colori: qualcuno lo vorrebbe inventore di cose assai particolari (in un altro romanzo, di Fabriani, è il genio di Vinci ad aver addirittura gettato le basi per i viaggi nel tempo), mentre i più riconoscono nella sua figura una vivacissima curiosità e grandi capacità per trarre frutto da essa.

Ma veniamo al romanzo (senza svelare troppo, eh!). I protagonisti sono due adolescenti (Leo e Cecilia) accomunati dal genio toscano: Leo (abbreviativo per Leonardo) è figlio (lo si scoprirà nel corso della storia) di un noto studioso inglese di Leonardo, e “incolpa” proprio il genio per la scomparsa del padre. Cecilia abita in una cascina appena fuori Milano dove, si dice, Leonardo abbia soggiornato a suo tempo, prima di entrare a servizio degli Sforza. I genitori di Cecilia hanno trasformato la cascina in un agriturismo ed hanno fatto della permanenza di Leonardo un punto chiave per attrarre turisti.

Leo e Cecilia si incrociano nel castello sforzesco, dove il ragazzo gironzola per sfuggire alle “coccole” di nonni un po’ “pressanti”, mentre Cecilia da giorni si siede di fronte ad una targa e la studia e la ristudia. Ha scoperto, infatti – o meglio, ha riscoperto – che la targa nasconde un messaggio in codice che può portare al tesoro di Leonardo, sepolto chissà dove in Milano quando i francesi invasero la città e deposero gli Sforza.

Leo, incuriosito da Cecilia, prova a farle qualche battuta sagace, ma resta colpito dalla sua prontezza di risposta e dalla sua vivacità. Nonostante la sua avversione per Leonardo, il ragazzo decide di aiutare Cecilia in quell’avventura. Da buon “smanettone” informatico si accorge che la chiave di lettura del messaggio non è quella che Cecilia sta usando da più giorni, ma una completamente nuova. In quattro e quattr’otto i ragazzi si ritrovano a rubare la targa e ad iniziare così una avvincente caccia al tesoro. Si sa come va a finire: i ragazzi trovano il tesoro, ma cosa sarà mai? Oro? Beni preziosi? Fantastiche opere d’arte? Nuove invenzioni di Leonardo mai conosciute? Una macchina del tempo (per riprendere, appunto, il romanzo che dicevo sopra)?

Intorno ai ragazzi, però, si muovono misteriose figure: un affarista esaltato di Leonardo, con i suoi scagnozzi, che vuol trovare il tesoro a tutti i costi. Ma nell’ombra si nasconde un altro personaggio, che coi suoi travestimenti sta sempre vicino ai ragazzi, ma senza influenzarli troppo: sarà membro di qualche associazione segreta che compete con l’affarista? O un guardiano che – come si vede nei film di Indiana Jones – vigila perché certe scoperte non vengano alla luce? Oppure ci saranno altre spiegazioni?

Massimo ci porta, con questo romanzo, a scorrazzare per Milano, in luoghi VERI dove Leonardo ha operato, dove si possono ancora vedere le sue opere (la più famosa, credo, il cenacolo). Sottolineo il “veri”: ho chiesto a Polidoro se mi confermava che quanto descrive nel romanzo è vero e lui, sempre gentilissimo, mi ha risposto:

Tutto ciò di cui parlo (la pietra con quella scritta nelle Salette Negre del Castello, la Sala delle Asse, il Musico all’Ambrosiana e le note che sono scritte sul suo spartito, le chiuse dell’Incoronata e di Viarenna, il Cenacolo, la casa degli Atellani, ecc… sono tutte cose vere, sono così come le ho descritte e si possono vedere ancora oggi facendo un bel tour per Milano. I riferimenti al cavallo di Leonardo, ai progetti per costruirlo e i piani per la testa, sono tutti autentici. Solo il foglio con la misteriosa iscrizione che compare usando gli occhiali colorati è un’invenzione. 

E, ovviamente, anche tesoro e personaggi sono inventanti 🙂

Diciamolo subito: si tratta di un romanzo per ragazzi (ed infatti ne ho appena ordinata un’altra copia per un regalo di Natale), per un adulto risulta una lettura leggera, ma ciò non toglie l’emozione e il senso di azione: il lettore si trova subito in empatia coi ragazzi. Il lettore adulto, o meglio, quello un po’ scafato, che legge molto, anticiperà al massimo alcune “sorprese” che Massimo aveva posto, da bravo scrittore, ai punti giusti. Insomma, per un buon lettore alcune sorprese vengono un po’ svelate, ma ciò non guasta la lettura. Per un adolescente la partenza è forse un po’ lenta, ma nel giro di 2-3 capitoli ci si ritrova completamente coinvolti. Nota molto positiva: nel finale, nell’ultimo capitolo, ho avuto i brividi. Se davvero fosse vero quello che si è inventato Polidoro, sarebbe la scoperta più sensazionale di sempre…

Se devo trovare dei punti deboli sono in difficoltà. Diciamo che uno è legato agli scagnozzi del cattivo, un po’ troppo corrispondenti a “macchiette”. Ma con tali caratteristiche riescono ad aggiungere un ulteriore pizzico di umorismo. E, anche se non è un punto debole, devo dire che la storia perde un attimo di filo nell’interpretazione di un indizio. Mettiamola così: l’autore ha preso fatti veri e opere d’arte e vi ha costruito intorno una storia. E’ come se avesse trovato dei paletti conficcati nel terreno ed abbia costruito una strada seguendoli in modo esatto e preciso (rispetto ad altri romanzi dove i “paletti” vengono spostati per avvicinarli alla “strada”). La storia fila, funziona bene, nessun “paletto” viene travisato, ma in un caso (il giovane musico) viene un po’ forzata l’interpretazione dell’indizio. Ci sta, nel senso che l’interpretazione combacia, ma con lo stesso indizio si potrebbero avere altre 10 interpretazioni diverse. Devo però fare i complimenti a Massimo perché ha scelto la via più difficile di costruire una storia (mantenendo un certo realismo) ed è riuscito a creare un bel romanzo.

Vi consiglio di regalare questo romanzo a qualche nipote o amico adolescente: perché nel presentare una storia di fantasia ci introduce a personaggi e storie vere. Insomma, se ve la devo dire: mi ha fatto tornare la voglia di fare un salto a Vinci (visto che ci abito anche vicino) per ri-scoprire il museo Leonardiano lì presente (e recentemente rinnovato). E penso che, quando capiterò di nuovo a Milano, la vedrò in modo un po’ diverso (magari andrà a cercare qualche dettaglio “Leonardesco”).

Buona lettura.