Guaritore galattico (Philip K. Dick)

“Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve” (Isaia 1, 18)

Confesso di essere in difficoltà: questo romanzo di Dick mi ha lasciato con più domande di quello che mi aspettavo. Le opere di questo fecondo autore americano hanno sempre qualcosa di fondo: una domanda di vita, una riflessione sull’essere. Ma in questa non riesco ad inquadrare il punto di vista che voleva dare l’autore.

Il romanzo è coetaneo di Ubik: in tutti e due si affronta il tema della vita, da due angolature completamente diverse, quasi complementari, ma con la stessa serie di domande: chi siamo noi? viviamo per noi stessi o in quanto parte di un qualcosa di più grande? siamo quello che facciamo o facciamo qualsiasi cosa in quanto siamo?

La trama è semplice: sono i personaggi che la rendono densa e consistente. Joe è un terrestre in un mondo (futuro) in cui la terra è sovrappopolata. Il suo lavoro è “guaritore” di vasi e ceramiche in genere; non riparatore o restauratore (che incollano i pezzi aggiungendo materiale esterno) ma proprio guaritore: con uno strumento particolare riesce a riscaldare fino al punto di fusione la ceramica e a rincollare i vari pezzi, come se la frattura non fosse mai esistita.

Fra i tanti mondi conosciuti il Pianeta dell’Aratore è una landa semi desolata in cui abitano varie forme di vita. Una di esse, Glimmung, contatta Joe per affidargli un lavoro (dobbiamo dire che sulla terra Joe non se la passa tanto bene, in quanto non ci sono più – ormai – vasi rotti da riparare). La natura di Glimmung è strana: c’è chi lo definisce un semi-dio (onnipresente, quasi onnipotente, con poteri particolari) e quasi lo adora come salvatore, e c’è chi ha quasi paura di questa entità e della libertà che essa potrebbe limitare.

Joe, insieme ad altre persone, deve aiutare Glimmung in una impresa ciclopica: risollevare la “cattedrale” dal mare dove è sprofondata, per poi ricostruire tutte le ceramiche in essa presenti e ridotte in frantumi. Ma il mare dove giace la cattedrale è pieno di misteri, tanto che Joe incontra sé stesso morto.

Al di là della riuscita dell’impresa il romanzo si basa molto su simbolismi (alcuni spiccatamente religiosi, come – appunto – la cattedrale).

Partiamo da Joe: praticamente la sua vita non ha più un senso, senza lavoro. Mancando di operosità vengono a mancare anche la voglia di vivere, la voglia di costruire qualcosa, tanto che l’unica occupazione che riesce ancora in parte a distrarre Joe è un gioco telefonico che compie più volte al giorno con persone sparse per la terra.

Come Joe, le altre persone contattate da Glimmung sono alla frutta: hanno perso il lavoro o la voglia di fare qualcosa, si stanno chiedendo tutte che senso abbia la loro vita. Ed ecco che Glimmung dà loro l’opportunità di creare nuovamente qualcosa, di dare uno scopo alla loro esistenza.

Si è detto che Joe è un guaritore di vasi. Non uno che li riappicica, ma uno che li fa tornare come erano prima (da questo mi è venuto l’idea di usare il versetto del profeta Isaia come apertura del post): non una frattura che si ricompone e di cui rimane il segno, ma un rinnovamento completo, come le vesti che da sporche ritornano candide come appena fatte, senza un alone né una macchia. Ma Joe non è il Dio che può lavare le vesti, allora perché ha un compito da Dio?

Glimmung non può riuscire da solo nella sua impresa: e quasi onnipotente, ma alcune cose non può farle senza l’aiuto degli altri. Per questo convoca tutte le persone (ognuna esperta in un settore diverso – ma è poi importante davvero che siano tutte di settori diversi?) per aiutarlo nel far riemergere la cattedrale e farla tornare all’antico splendore. E per questo ingloba (sì, letteralmente) queste persone nel momento più duro: queste persone, tutte insieme, si sentiranno parte di una sola entità pur rimanendo ognuna distinta dalle altre. Tutti insieme, una unica entità in cui si assommano le caratteristiche di tutti (ma senza che qualcuno schiacci gli altri) è come un Dio: ha potere di creare, di rinnovare, di riportare alla luce qualcosa che era considerato morto.

La squadra: uno degli assiomi di Dick. La somma delle caratteristiche dei componenti della squadra è maggiore della somma delle caratteristiche di ogni singolo componente. In parole povere: essere squadra dona quel qualcosa in più. Il classico “l’unione fa la forza”? E’ diverso: non è una somma di forza bruta (da solo non ce la faccio a spostare quel masso, in tre ce la facciamo…) ma un completamento di caratteristiche diverse e complementari.

Il mare del Pianeta dell’Aratore, dove è sprofondata la cattedrale, è quasi un non-luogo, un eterno oblio dove passato e futuro si uniscono: Joe, attraverso il suo “zombie” (il suo io “morto” – anche se le cose nel Pianeta dell’Aratore non muoiono mai completamente), ritrova una parte di sé stesso. Nel mare, poi, Glimmung e gli altri subiscono una metamorfosi mentre recuperano la cattedrale. Tutto regredisce (forte parallelismo con Ubik) fino a tornare all’essenza (in Ubik la regressione era sintomo di qualcosa che non quadrava, qui è sinonimo di un ritorno all’io più profondo). Anche la cattedrale, mentre viene sollevata, torna all’essenza, ad essere quasi un bambino. E quando emerge, con una immagine che evoca la rottura delle acque, è come se nascesse nuova, come se il passato non ci fosse più, come se fosse stata guarita.

Come vedete i temi affrontati da Dick in questo romanzo sono tanti, e se volessimo svilupparne ognuno singolarmente saremmo costretti a discuterne per giorni. Ho completato la lettura del romanzo circa 2 mesi fa. Di solito entro un paio di giorni dalla lettura mi metto a scrivere il post relativo, ma questa volta non ce l’ho fatta: mi sono serviti due mesi per far sedimentare alcune riflessioni. E ancora non ho le idee chiare, nel senso che non ho inquadrato bene quale chiave di lettura volesse dare l’autore.

C’entra la religione e il rapporto di Philip con Dio (chi è Dio? Può essere raffigurato da Glimmung quando si unisce alle persone chiamate?), c’entra la ricerca di uno scopo nella vita e l’assenza che si trasforma in depressione, c’entra l’idea di squadra (di cui si è detto sopra) e dell’affermazione della propria individualità.

Chissà che non mi tocchi rileggere questo romanzo, magari fra qualche anno.

Intanto auguro a voi buona lettura.

Lungo i vicoli del tempo (Lanfranco Fabriani)

Fanta-Spy story a 4 dimensioni.

Capita di leggere una recensione di un libro su un sito qualsiasi, e capita di imbatterti in un “Premio Urania 2001” per la fantascienza. Capita di approfondire la trama e senti il formicolio sotto le dita, la voglia di sfogliare le pagine. E poi capita di trovare una edizione e-book (Kindle Amazon) a meno di tre euro e ti accorgi di aver cliccato su “acquista” ancor prima di averlo pensato.

Si parla di un romanzo di fantascienza, tutto italiano. Ma non proprio fantascienza: è anche una spy story. Ambientato tutto (escluso una piccola eccezione tedesca) in Italia e tutto nel nostro tempo. Ehm, no, in parte nel nostro tempo e in parte nel 1300. Ehm, neppure: in parte nel nostro tempo e in parte saltando – ai tempi nostri – nella Firenze del 1300. Insomma, faccio prima ad accennarvi la trama.

Spy story, quindi servizi segreti. Italiani, certo, ma anche francesi, con qualche accenno agli inglesi, ai tedeschi, agli israeliani. Agenti segreti, sì, ma con una specializzazione particolare: non saltano da un luogo all’altro del pianeta come fa James Bond, quanto piuttosto da un periodo storico all’altro (come fanno Topolino e Pippo con la macchina del tempo del professor Zapotec).

Andiamo con ordine: sembra che Leonardo da Vinci (e chi, senno?) sia stato in grado, fra le tante cose fatte, anche di descrivere la trasformazione da moto lineare in moto temporale permettendo praticamente il viaggio nel tempo. Ai suoi tempi mancava la precisione matematica che permettesse il funzionamento di una eventuale macchina, ma la teoria era tutta presente. Passata di mano in mano come tanti codici leonardiani questa scoperta ha permesso di costruire a quasi tutte le Nazioni della terra tante macchine del tempo. La gestione – praticamente in tutti i casi – è affidata ad una branchia speciale dei servizi segreti di ogni paese: in Italia all’UCCI (Ufficio Centrale Cronotemporale Italiano), di cui il protagonista (Mariani) è il vice direttore. Ah, ovviamente, esiste anche qualche cronoviaggiatore clandestino che ha una macchina tutta sua fuori dal controllo dei servizi segreti.

Non sto a spiegarvi come funziona la macchina e il viaggio nel tempo (l’autore stesso dice poco, per bocca di Mariani, solo spiegando ad alcuni sottoposti alcuni dettagli del viaggio del tempo) ma vi lascio immaginare le potenzialità che una macchina simile può dare. Solo un esempio: se tornando indietro si riuscisse a convincere una repubblica marinara italiana a finanziare il viaggio di Colombo, i vantaggi ricadrebbero tutti sull’Italia invece che sulla Spagna. O se qualcuno, saltando, per esempio, all’inizio della seconda guerra mondiale, fornisse ad Hitler le informazioni che permettessero al suo esercito di sconfiggere gli alleati, cosa sarebbe adesso dell’Europa?

In realtà, secondo le leggi scoperte dai navigatori cronotemporali, la storia ha un suo flusso: puoi ritardare una scoperta o un evento, ma la storia, alla fine, fa il suo corso e non c’è verso di modificarla in modo macroscopico. Ma qualche piccolo aggiustamento si può sempre pensare di farlo, per questo l’UCCI (insieme agli altri servizi segreti) vigila sulla storia e cerca di evitare che altri modifichino il suo corso, seppur di poco. Oddio, come in tutti i servizi segreti le regole vengono applicate o infrante in base alla convenienza, e qualche volta qualche ritocchino viene dato.

Ogni servizio segreto ha “basi” in “snodi” strategici: uno snodo è un luogo in un certo momento storico e la base è una casa sicura con, al suo interno, una macchina del tempo. Mariani, prima di diventare vice direttore dell’UCCI (grazie, oltretutto, a spinte politiche) era caposezione di “Firenze 1300”: insieme alla sua squadra raccoglieva informazioni dai mercanti che, da tutta Europa, si recavano a Firenze per scambiare merci o trattare finanziamenti. Ma la sua squadra, da quando lui l’ha lasciata, sta cadendo sempre più allo sbando, tanto che Mariani viene incaricato di indagare su cosa stia succedendo. Richiesta strana: mandare un vice direttore ad indagare su una sezione, ma – in lotta per il posto di direttore – Mariani è quasi obbligato ad accettare, e ciò gli garantisce, comunque, di poter controllare che non ci siano eventi che possano discreditarlo nella corsa alla poltrona più importante.

Fra varie vicissitudini sia nel Tempo Reale (il tempo in cui vivono i protagonisti) che in quello Altro (il tempo nelle varie sezioni); fra tentativi di omicidi, tradimenti, doppi giochi e tanto altro, Mariani deve lottare sia per la sopravvivenza lavorativa che per quella fisica. Riuscirà il nostro eroe… (eccetera eccetera eccetera)? Bè, ve lo posso anche dire (perché, come tutti i buoni romanzi una parte del finale è scontata): Mariani sopravvive e scopre vari intrighi. Ma ci sono alcuni colpi di scena interessanti.

Punti positivi del romanzo: è una spy story (e a me piacciono), è italiana (c’è un sottofondo di ironia che contrasta con le classiche storie spionistiche serie e muscolose), attraversa due mondi. C’è la tensione tipica delle spy story, l’intrigo, l’inganno, ma tutto contornato da una cortina ironica, che sminuisce l’intensità della vicenda rendendola leggera (mi fa ridere la burocrazia, tutta italiana, nel gestire gli uffici dell’UCCI). E, pur lasciandoti nel tuo mondo (il Tempo Reale è il nostro secolo) ti trascina nella Firenze del 1340. L’autore non si addentra nella descrizione minuziosa della città (anche se indica alcuni particolari) né della vita dei personaggi dell’epoca (anche se tratta alcune vicende storiche) ma ti fa comunque vivere parte di quell’ambiente. Tanto che, passato in centro a Firenze appena due giorni dopo aver finito il libro, mi son ritrovato a cercare gli angoli descritti nel romanzo e la “sede” fiorentina dell’UCCI.

Punti negativi: il romanzo forse poteva esser diviso in due storie distinte, una completamente nella Firenze del 1300, l’altra ai giorni nostri (con, comunque, compenetrazioni fra esse). Siccome le due vicende sono collegate solo dal personaggio di Mariani (e solo perché entrambe fanno capo a lui) si poteva tentare di dividerle in modo da concentrarsi su una alla volta. Così anche l’ambientazione fiorentina ci avrebbe guadagnato. Altra nota dolente: la spiegazione del viaggio nel tempo e le leggi che lo regolano. Le cose che si capiscono vengon fuori solo a spizzichi e bocconi nel corso del romanzo, ma alcuni punti rimangono oscuri (come la faccenda dei salti temporali dinamici). Niente che guasti la lettura, ma vieni costretto alla fiducia incondizionata. Va anche bene: è un romanzo, ma a me piacerebbe avere qualche dettaglio in più.

Una nota sui viaggi del tempo (nei romanzi e nelle opere di fiction). Fabriani usa “impostazione” maggiormente in voga anni fa, secondo la quale la storia è un continuum unico e se si va indietro nel tempo quello che combiniamo si propaga fino alla nostra epoca. Insomma, la filosofia di Terminator: torno indietro per uccidere la donna da cui nascerà il mio avversario. Attualmente si preferisce più l’ipotesi dei molti mondi. Se torno indietro nel tempo creo una biforcazione temporale: il mondo da cui provengo continua ad esistere così come lo conosciamo, ma dal momento in cui compaio indietro nel tempo inizia un nuovo mondo, parallelo e molto simile al mio, ma diverso. E’ quello che succede in “Star Trek – Il futuro ha inizio” quando Spock torna indietro nel tempo passando attraverso un buco nero: si trova in un universo parallelo i cui personaggi sono al tempo stesso i medesimi del precedente ma hanno vite proprie ed indipendenti da esso. Questa seconda filosofia, diciamocelo, fornisce agli sceneggiatori cinematografici maggior spazio di manovra e permette, come nel caso di Star Trek, di ricominciare da zero una saga con personaggi uguali ma diversi.

Un romanzo, concludendo, sicuramente da portare sotto l’ombrellone. Il livello di fantascienza è “tollerabile” anche a chi non apprezza il genere e secondo me può essere un prodotto molto gradevole per passare un po’ di tempo libero. Senza contare, poi, che l’edizione elettronica costa meno di 3 euro. Non aspettatevi un Phil K. Dick e le sue riflessioni sul mondo, ma piuttosto qualcosa di gradevolmente leggero.

Buona lettura.

 

La prova nascosta (Laurence Cossè)

Cosa succederebbe se venisse proposta una prova, palese e scientifica, della presenza di Dio?

Immagino che un argomento simile sia già stato trattato in passato, ma (ammetto, anche un po’ per pigrizia) non ho fatto ricerche e non so in quali altri modi sia stato affrontato. L’argomento è quello scritto in corsivo: l’autrice prova a chiedersi cosa potrebbe succedere al mondo se Dio fornisse una prova, palese, ineccepibile, inconfutabile, della sua presenza.

Ambientato nella Parigi dei giorni nostri, il romanzo vede pochi personaggi affrontare, nel corso di pochi giorni, questo “dilemma”: Bertrand Beaulieu, un frate “casuista” (una confraternita simile, per struttura e cultura dei personaggi, ai Gesuiti, ma assolutamente inventata ai fini del romanzo) riceve da tempo lettere da Martin, una persona ossessionata dal dimostrare l’esistenza di Dio. Un’ossessione quasi malata, che potrebbe sfociare in pazzia: padre Bertrand lascia l’ennesima lettera di Martin come ultima da sfogliare quel giorno perché – anche se sa da chi arriva la lettera e cosa contiene – risponderà solo dopo aver sbrigato tutta la corrispondenza “ordinaria”.

Quando finalmente si decide ad aprire la lettera, il frate vi troverà solo pochi fogli. Se in passato aveva dovuto lottare con argomentazioni filosofiche, matematiche, fisiche, molto corpose – e a tutte aveva trovato punti fallaci che le smontavano – quella volta rimarrà sorpreso dalla semplicità della spiegazione. Ma la cosa che lo sconvolgerà più di tutte è che la dimostrazione è di una ovvietà sconcertante, oltre che palesemente corretta e inoppugnabile.

Da qui si scatenano una serie di eventi che portano il frate ed alcuni fra superiori e colleghi, a Roma, in Vaticano, oltre a sconvolgere gli alti ranghi del governo francese.

Il mondo trarrà vantaggio da questa rivelazione? Vista l’impossibilità di attaccarla, e visto il positivo sconvolgimento delle anime che si arrischiano a leggerla, sorgerà la vera pace? O il mondo sarà scosso dai tumulti di coloro che non vogliono credere? O addirittura altre religioni cercheranno di attaccare con ogni forza (anche quella bruta) chi crede? E la Chiesa, che fine farà?

Il cuore del romanzo dovrebbe essere proprio il dilemma sulla reazione degli uomini a questa prova. Come la prenderanno? Chi ha letto la dimostrazione è fiducioso che anche tutti gli altri possano capirla e trasformare la propria vita in senso positivo. Chi non l’ha letto (o non la vuole leggere) ha paura che ciò sconvolga il mondo, l’economia, tutto lo stato di cose attuali (un personaggio ipotizza, in una battuta, che se la prova fosse resa pubblica si troverebbero la Francia come un enorme monastero: tutti intenti alla vita contemplativa e non a lavorare e consumare).

Una volta, in un tema scolastico, ci chiesero di immaginare l’esplorazione di nuovi mondi. Una specie di tema fantascientifico per dare spazio alla nostra immaginazione. Io ricordo ancora la motivazione del mio (come spesso accadeva) scarso voto: la prof mi disse che mi ero disperso, avevo vagato troppo in tanti mondi senza approfondirne uno in particolare. Insomma, avevo fatto un “minestrone” di cose immaginifiche ma sfiorandole tutte, senza trattarne una in modo specifico.

Il romanzo della Cossè è interessante, sì, ma mi sembra si perda in queste riflessioni come io mi persi sul tema. Non analizza né lo stato d’animo dei protagonisti (tutti coloro che leggono rimangono come beatificati, quelli che non credono pensano a sconvolgimenti anche catastrofici, ma di nessuno è descritta la trasformazione, i dubbi interiori, le domande profonde) né approfondisce l’evoluzione della situazione in caso la notizia venga divulgata. Solo un accenno viene fatto attraverso i dubbi del superiore di Bertrand: lui vede nella rivelazione la fine del mondo (e spiega, al suo superiore, perché).

Se parliamo solo di  vicenda romanzata, insomma, non ho molto da eccepire (alcune conclusioni io le avrei affrontate in modo diverso, ma il romanzo si conclude comunque in modo coerente). Se parliamo dei personaggi, invece, non posso dirmi molto contento: se all’inizio sono tratteggiati con cura, nel finale diventano figurine di un fumetto in bianco e nero (senza spessore né colore), come se la vicenda ne mangiasse le peculiarità e loro si facessero travolgere da essa.

Sò, e devo spezzare una lancia a favore della Cossè, che mantenere l’attenzione su un solo personaggio o su pochi di essi avrebbe dato luogo a molto più materiale. Avrebbe dovuto affrontare, questo personaggio, una revisione completa della sua vita e del suo modo di pensare, e questo si sarebbe trasformato in pagine e pagine di testo, a volte pesanti. Se da una parte mi dico che questo avrebbe dato spessore al romanzo, dall’altra penso che il testo avrebbe assunto una (ricca) pesantezza mal digeribile da molti lettori (me incluso). Sono quindi combattuto fra una critica al modo di sviluppare la vicenda (soprattutto nella coscienza dei personaggi) e un ringraziamento all’autrice per aver mantenuto la questione leggera.

Un ultima nota, personale. Nonostante la leggerezza devo dire che qualche domanda il lettore, alla fine del libro, se la pone. Che uno sia credente oppure no prova a immaginare cosa succederebbe se una prova del genere venisse fornita davvero. Oppure ci si chiede “casa farei se una prova contraria all’esistenza di Dio venisse palesemente mostrata?”. La riflessione può rimanere leggera, oppure si può scavare a fondo, ma la domanda – se si legge il libro – non si può evitare di porla a noi stessi… Non vi dirò certo qui, però, quali sono le mie riflessioni.  

Pur non essendo un thriller, il romanzo scorre abbastanza veloce e mantiene una certa tensione. L’autrice riesce a tenere il lettore appeso ai vari capitoli (alcuni molto brevi) e alla vicenda in generale. Anche in questo caso è qualcosa di leggero (non si ha la bramosia di leggere il capitolo successivo, ma neppure ci si addormenta col libro in mano).

Il romanzo si trova a 8,99 Eur su Amazon (versione Kindle, contro i circa 16 euro in versione cartacea). Se cercate qualcosa di spensierato o di intenso rivolgetevi ad altro, ma se la cosa vi incuriosisce, è un romanzo che si legge abbastanza bene e che può accendere, in qualsiasi modo la pensiate, qualche riflessione.

Buona lettura.

Ave Mary (Michela Murgia)

Maria vista dagli occhi di una donna

B, una cara amica e collega, nel chiacchierare di libri e di donne, mi ha consigliato questo libro e – qualche giorno dopo – me lo ha prestato perché lo leggessi.

Inizialmente un po’ scettico (pensavo fosse una riflessione sul “sì” di Maria e sul valore del “sì” femminile, oppure un excursus sulle varie figure di donna presenti nella bibbia) ho lasciato il libro sul comodino in attesa di tempo (e voglia) per leggerlo. E mi ha sorpreso, invece, per il tema che affronta, cioè la condizione femminile vista con gli occhi di una donna cattolica (che io sappia, credente e praticante) e confrontata con la visione “ecclesiale” dell’elemento femminile.

Nei primi capitoli mi ha un po’ stordito: pur essendo (a posteriori) d’accordo con alcune conclusioni e parzialmente d’accordo con le tematiche portate a supporto di esse, sono rimasto sorpreso quando Michela è partita dicendo che l’avversione per la figura della donna, nella Chiesa, è partita tutta dalla necessità di avere una comprimaria silenziosa e assertiva alla sofferenza di Cristo. Insomma, il progetto di salvezza di Dio si regge – secondo le argomentazioni della Chiesa che la Murgia presenta – su una donna silenziosa, docile al volere dell’uomo, e soprattutto in ombra rispetto ad esso.

Per quello che ho capito l’autrice insiste nel confutare (con documenti della Chiesa e scritti dei Padri) la sua ipotesi secondo la quale c’è stata una piena consapevolezza da parte degli uomini nel rilegare la figura femminile a personaggio indispensabile ma secondario. Una persona che ci deve per forza essere ma che serve solo a dare forza e consistenza al personaggio principale. E questo per tutte le figure femminili da lei indicate.

Ecco il punto che non mi trova d’accordo: concordo che la figura femminile nella Chiesa sia sempre stata (e in alcuni casi sia tutt’ora) trattata con superiorità. Concordo e riconosco che in alcuni casi noi uomini (anche quelli di chiesa – e stavolta lo scrivo volutamente con la “c” minuscola) trattiamo la donna come un oggetto o peggio. Non concordo con l’analisi fatta da Michela secondo la quale – nei vari secoli – la Chiesa ha mantenuto questo stato di cose consciamente e coscientemente. Secondo me ogni interpretazione deve avvenire nel contesto storico, e la figura femminile nell’ambito di una tribù ebrea di 2-3000 anni fa era vista molto peggio di oggi (penso sia inutile ricordare che le donne all’epoca non erano neppure degne di fiducia e il marito aveva diritto di vita e di morte sulla moglie). Credo, rispetto a Michela, che sia il contesto che abbia guidato quegli uomini a interpretare in certi modi la Scrittura. Michela mi sembra asserisca, invece, che sono le interpretazioni (coscienti) di questi uomini che hanno mantenuto il contesto così com’era. Giustifico il contesto e come venivano trattate le donne? Assolutamente no. Credo semplicemente che gli uomini, come sempre, si siano lasciati guidare da quello che era il pensiero (seppur sbagliato) comune. Concordo con Michela sul fatto che gli uomini potevano far di più per cambiare il contesto, ma non credo che abbiano (quasi) “manovrato” l’interpretazione delle scritture per piegarle ad esso.

Fin qui ho espresso le mie idee: ognuno è libero di averne e di pensarla diversamente. Apprezzo il lavoro di Michela perché mi ha permesso di confrontarmi con alcune mie idee (e su qualcosa mi ha aperto gli occhi), ma non condivido al 100% le sue conclusioni.

Adesso diamo un’occhiata (un po’ più asettica, o “neutra”, se preferite) al libro.

Questo testo nasce (racconta l’autrice) da un incontro avvenuto in un paese sardo (terra natia di Michela): il tema era “Donne e Chiesa: un risarcimento possibile?” Le donne partecipanti, che inizialmente sembravano far passare le parole delle relatrici come acqua sotto i ponti, si scatenarono alla fine del convegno quando una di loro fece presente – al parroco presente – che le tante “collaboratrici parrocchiali” erano in realtà solo donne delle pulizie.

Dalla discussione che ne nacque la Murgia ha provato a trarre questo testo in cui ripercorre le figure femminili all’interno della Chiesa. La figura più “usata” è – ovviamente – quella di Maria, madre di Cristo, che la Chiesa onora ed adora, ma che usa solo come fonte di pietà materna, di dolore, di riflessione. Maria, secondo Michela, è sempre stata presentata come la donna del “sì”, ma anche come colei che è trafitta dal dolore e come colei che silenziosa medita tutte queste cose. Non una donna attiva, con un certo ruolo, anche quando questo lo ha avuto (per esempio tenendo assieme gli apostoli dopo la morte di Cristo).

La Chiesa, insomma, ha presentato sempre una immagine di donna remissiva e in secondo piano rispetto all’uomo, mai “combattiva” (nel senso buono del termine) né risolutiva. Questo, secondo Michela, è stato fatto anche consciamente, cioè con l’intenzione di cavalcare uno stato di cose per mantenerlo tale (è il punto, come dicevo sopra, su cui non sono d’accordo).

Questa situazione continua anche oggi: ci sono parrocchie in cui – come diceva la donna al convegno – alle donne è dato solo il ruolo di donna di casa (pulizie, sistemazione dei locali, pasti durante i ritrovi) e in poche occasioni vengono chiamate donne a essere parte attiva del consiglio parrocchiale o nelle varie attività che una parrocchia svolge. Devo dire – faccio un piccolo accenno alla mia esperienza personale – che spesso dipende dai parroci: ne ho conosciuti di quelli che danno spazio alle donne e di quelli che le relegano a ruoli di pulizia e “infioratura” dell’altare.

Una cosa che ho apprezzato del libro è la semplicità con cui Michela spiega alcune terminologie bibliche che tutti noi conosciamo ma che derivano da una traduzione un po’ semplicistica dei testi originali (come la traduzione in “vergine”del termine che indica una ragazza giovane, non ancora maritata e non si riferisce ad una vergine in senso biologico. E su questa interpretazione si basa una parte sostanziale della fede del popolo cattolico  ribadita, ogni domenica, nel Credo).

I primi capitoli, lo confesso, mi erano sembrati fortemente femministi (di un femminismo a tutti i costi, direi), ma nel proseguire la lettura mi son dovuto ricredere. Non è, l’autrice, una esagerata sostenitrice delle proprie convinzioni, ma guida il lettore (a volte con determinazione) a seguire la sua logica e poi gli chiede se è d’accordo o meno.

Buona lettura.

Il grande Gatsby (F. Sott Fitzgerald)

Costruire un impero per riconquistare una donna…

Incuriosito da sempre da questo classico della letteratura, e stuzzicato dall’ultimo film su questo soggetto (interpretato da Leonardo Di Caprio), e soprattutto grazie all’edizione super economica (0,99 euro) ho finalmente deciso di leggermi questa opera.

Ve lo dico subito: non è che ne sia rimasto molto soddisfatto. Da una parte sono stato colpito positivamente dalla scrittura (non per niente Fitzgerald è Fitzgerald) e dalla descrizione di un mondo in cambiamento (gli Stati Uniti del dopo guerra), ma – dall’altra parte – la storia ed i personaggi non mi hanno entusiasmato molto. Ora, può darsi avessi avuto aspettative sbagliate (a forza di sentir parlare del “grande Gatsby” magari mi immaginavo un personaggio leggendario), ma alla fine del libro non ero entusiasta come mi è capitato in altre occasioni.

La storia è semplice: siamo negli Stati Uniti del primo dopo guerra (prima guerra mondiale). Il protagonista (Nick Carraway) decide di lasciare la sua città ed andare a lavorare a New York, in borsa. Trova una casa a West Egg e lì si stabilisce. In città vive anche una sua cugina (Daisy) con suo marito, mentre il suo vicino di casa è Jay Gatsby.

Nick conosce e frequenta Gatsby tanto da capire la sua grandezza, anche se deve fare alcuni passaggi per comprenderla appieno: inizialmente lo ritiene grande per la sontuosità delle sue feste, ma poi scopre che è una persona che si è costruita un impero dal nulla, e con un animo fondamentalmente gentile. Ma scopre anche che le sue feste sono solo una maschera con cui Gatsby vuol riconquistare la donna che ha amato prima di partire per la guerra, donna che ora è sposata e che vive anche lei a New York. E quella donna è Daisy, la cugina di Nick.

La storia va avanti: grazie a Nick i due si incontrano e rivivono – almeno parzialmente – il grande amore che li aveva legati in passato. Ma le cose non sembrano andare come Gatsby sperava. E se volete sapere come vanno dovete leggervi il libro (sono appena 125 pagine) oppure vedervi uno dei tanti film su questo soggetto.

L’apparenza, l’inconsistenza delle feste; la finta amicizia che tanti dimostrano a Gatsby; il modo in cui lui ha conquistato la sua ricchezza: sono tante metafore della NewYork di quegli anni, aspetti che Fitzgerald ha saputo cogliere e mostrare nella sua opera. Da quel poco che ho letto nella biografia dell’autore forse è proprio questo che rende il racconto una grande opera. La storia – se la prendiamo dall’ottica Gatsby-Daisy – è forse un po’ scontata e Gatsby non ci fa una figura molto “grande”. E’ un gentiluomo, certo, raffinato e molto innamorato ma anche molto impaurito di non venir più contraccambiato da colei che ama. Invece di un approccio diretto gira intorno al problema organizzando feste dove spera che prima o poi lei passi.

Ma il vero protagonista del racconto, in fondo, è Nick, che si ritrova in mezzo alla vicenda e che la osserva e ce la racconta come lui l’ha vissuta. Forse Nick è l’unico a cui Gatsby – anche se con un certo tornaconto – si è aperto veramente. Ed è anche l’unico che gli rimane vicino fino in fondo alla storia.

Nick che osserva questo mondo in cui si sente stretto, non a suo agio. Nick che scova la linea di confine fra il mondo dei ricchi e festaioli e quello della povera gente, quel confine rappresentato dai mucchi di cenere che si trova ad attraversare in treno ogni giorno per andare a lavoro. Ciò che mi sembra trasparire dal racconto di Nick è che l’apprezzamento per Gatsby non sia tanto per la ricchezza di quest’ultimo, ma per l’aver messo in scena tutto ciò per amore di una donna che aveva perduto e che vuol riconquistare. Nick ritiene Gatsby, avendo anche ragione, una persona dall’animo gentile, un uomo quasi di altri tempi, in netto contrasto con gli affari che lo hanno portato ad una tale ricchezza. Un nuovo ricco ma dai modi antichi, in contrapposizione con Tom, il marito di Daisy, ricco da sempre ma con modi burberi ed arroganti.

Ecco che allora la “grandezza” di Gatsby assume un significato diverso, che apprezzo più del precedente significato (per i mille partecipanti alle feste, Gatsby era grande solo perché dava quelle feste). Ma per me sarebbe stato ancora più grande se avesse tentato di riallacciare i rapporti con Daisy direttamente, invece che attenderla alla soglia di una sua festa, soglia che lei difficilmente avrebbe varcato se non fosse stato per Nick.

Chiudo con una nota sull’edizione. Come accennavo il libro è costato solo 0,99 euro, una edizione super economica Newton Compton a traduzione di Bruno Armando. Il problema di sempre, con i grandi classici della letteratura, è proprio la traduzione: anche il più bravo traduttore deve adattare il romanzo alla lingua di destinazione. Non so se questo traduttore è bravo (a me è sembrato di sì), ma ho avuto la sensazione di aver perso qualcosa rispetto alla versione originale. In parole povere questo è un classico che mi piacerebbe leggere (se ne avessi le capacità) in lingua originale, perché mi sembra che si regga più sulla capacità narrativa dell’autore che sulla storia.

Poi, come tutte le edizioni economiche, non posso dire che la qualità mi abbia colpito: carta ed inchiostro nella media; numero di refusi sopra la media ma che, per fortuna, non bloccano la lettura; introduzione decisamente sotto la media (completamente assente). Io non sempre leggo le introduzioni, ma in caso di grandi classici come questo una chiave di lettura l’avrei apprezzata. Sono uno a cui piace risparmiare (soprattutto perché il risparmio mi permette di acquistare più libri), ma questa volta avrei preferito spendere qualcosa in più – fino a 3 euro, per esempio – per avere un maggior controllo sui refusi ed una paginetta o due di introduzione.

Buona lettura.