Capire davvero la relatività : alla scoperta della teoria di Einstein (Daniel F. Styer)

Un viaggetto veloce (ma non troppo) fra le teorie della relatività di Einstein

Siccome nutro una certa passione per gli argomenti scientifici ogni tanto mi prende la fissa di studiarmi qualcosina, specialmente nel campo della fisica. Oddio, lo ammetto, la parola “studiare” è un po’ grossa per me. Diciamo che provo a leggere qualcosa, come la teoria quantistica (Quantum, letto 4 libri fa) e la teoria della relatività (di cui parlo adesso).

Ma in questo post, dopo una breve introduzione alla relatività, parlerò solo dell’esperienza di lettura.

La teoria della relatività (non distinguo qui fra relatività ristretta e generale) indaga cosa succede alle cose quando queste si muovono a velocità prossime a quelle della luce. E’ stato dimostrato che la velocità della luce è sempre la stessa (è, appunto costante quando si propaga nello spazio), mentre qualsiasi oggetto (pensate ad una pallina da tennis) ha una velocità relativa al sistema in cui si muove (per essere precisi, in un sistema inerziale, ma lasciamo perdere i dettagli in questo articolo).

Facciamo un esempio: prendiamo il tennista australiano Groth e mettiamolo in un campo da tennis. Magari riesce a replicare il suo tiro a 263 Km/h (vedi notizia).  Ma se mettete questo tennista su un treno in corsa a 200 Km/h e lui batte una palla alla stessa velocità, cosa succederà? Ai suoi occhi, in qualsiasi direzione batta la palla, la velocità sarà ancora 263 Km/h. Ma cosa vedrà un osservatore esterno? Se il tennista batte nel senso di marcia, la palla apparirà, all’osservatore esterno, come se corresse a 463 km orari (velocità della palla + velocità del treno). E addirittura, se il tennista batte nel senso contrario di marcia, l’osservatore esterno vedrà la palla lentissima, a 63 km/h (velocità della palla – velocità del treno).

E se al posto della palla ci fosse un fotone, un raggio di luce? Questa si muoverebbe sempre alla sua velocità, in qualsiasi riferimento: non subirebbe, agli occhi di un osservatore esterno, una variazione come la pallina da tennis. E questo provoca – al primo approccio – un forte mal di testa…

Ecco, la teoria della relatività parla proprio di questo: cosa succede agli oggetti se osservati da punti di vista diversi. Appunto: in relazione al sistema di riferimento da cui si osservano. Nella vita comune queste cose non servono, direte voi. Bè, non è proprio vero. E’ vero che mentre mi reco in ufficio non riesco a raggiungere le velocità necessarie ad accorgermi degli effetti della relatività, ma è altrettanto vero – per esempio – che i satelliti che permettono al mio navigatore di indicarmi la strada devono compensare gli effetti della relatività a cui sono sottoposti lassù in cielo.

E così si scopre che più veloce si viaggia, più il tempo rallenta, più le distanze si accorciano. Ma non ne parlerò qui: se siete interessati potete dare un’occhiata a Wikipedia.

Mi è servito questo libro? Sì e no: io cercavo qualcosa di più discorsivo, più generico, e in questo libro ci sono formule e ragionamenti per me troppo specifici. Sembra un opera destinata più a giovani liceali che a me. Ho imparato qualcosa? Sì, comunque sia ho imparato qualcosa: o meglio, ho messo un po’ a posto le cose che avevo sentito in qua e là, ed ho aggiunto qualche nozione. Ma non ho imparato le formule. Lo consiglio? Sì, ai giovani che vogliono scoprire la teoria della relatività lo consiglio vivamente. Ma non a chi vuole qualcosa di introduttivo.

L’autore non usa termini troppo tecnici, racconta gli esempi in uno stile semplice, ma ci sono due punti che on mi sono piaciuti. Il primo riguarda (come accennavo sopra) l’uso di formule. Sono d’accordo che non sia possibile evitare le formule in libri come questo, ma a volte il capitolo assumeva la forma di una spiegazione in classe, con i passaggi della formula spiegati ala lavagna.

Il secondo punto riguarda le domande e risposte. L’autore, in base all’esperienza avuta nell’insegnamento di questo argomento, cercava di anticipare le mie domande ponendole lui stesso, proprio nella forma domanda-risposta. Un sistema per approfondire alcuni passaggi, ma che secondo me distrae.

E, ormai aggiungo un’ultima cosa, non mi piacevano gli esercizi a fine capitolo. Non esercizi per approfondire la comprensione, ma semplici esercizi per applicare le formule. Insomma, in molti esercizi si duplicava l’esempio proposto nella spiegazione, cambiando soltanto alcuni dettagli, e chiedendo di riapplicare la formula. Dopo il terzo capitolo ho iniziato a saltare gli esercizi.

Un capitolo, invece, mi ha sorpreso: l’ultimo, che parlava dei buchi neri. Oggetti che mi hanno sempre affascinato e su cui molti hanno ragionato. Cosa succede se si cade in un buco nero? Daniel ce lo racconta con semplicità e – fra tutti – è stato il capitolo al tempo stesso più leggero e più interessante.

A voi curiosi e a chi piacciono questi argomenti: buono studio e buona lettura. E a tutti gli altri buonanotte (sono appena passate le 23 ed io me ne andrò a letto)

Il bizzarro incidente del tempo rubato (Rachel Joyce)

Quando 2 secondi aprono un abisso.

Venire a sapere che stanno maneggiando il tempo, allungando i giorni, manovrando con noncuranza i secondi, può scuotere dalle fondamenta tutte le certezze di un adulto, figuriamoci cosa succede a Byron, un adolescente inglese quando l’amico James gli racconta che verrano aggiunti due secondi a quell’anno, il 1972.

La cosa è successa davvero: si chiamano secondi intercalari e un organismo mondiale decide di applicarli quando serve ri-sincronizzare il tempo che noi misuriamo con la rotazione della terra intorno al sole.

Ma torniamo a Byron: vive nella campagna inglese con la madre Diana e la sorella Lucy (il padre Seymore è un affarista che lavora a Londra e torna a casa solo nel fine settimana). Condivide con James tutti i pensieri, compreso quello della manipolazione del tempo. Ma mentre per l’amico la notizia rimane solo una curiosità, per Byron diventa una ossessione. Tanto che in un certo momento è convinto di vedere la lancetta dei secondi, nel proprio orologio da polso, muoversi indietro di due tacche. E tutto, in quell’istante, succede: il mondo che conosceva piano piano inizia a sgretolarsi davanti ai suoi occhi fino a… Eh no, sto rivelandovi troppo.

La mattina del fatidico giorno Byron e  Lucy sono accompagnati a scuola dalla madre (come avviene sempre) con la nuova Jaguar: sono in ritardo e Diana decide di prendere una scorciatoia che passa da un piccolo e fatiscente borgo. Proprio durante il passaggio, con una nebbia che si potrebbe tagliare a fette, Byron è convinto che l’orologio abbia iniziato a marciare indietro e, sconvolto, lo urla alla madre, non considerando che lei è molto presa dalla guida. Una bambina su una bicicletta rossa entra in strada e viene toccata dall’auto: Byron ha visto tutto, ma la madre non si è accorta di niente.

A parte il contrattempo, il giorno continua ad andare bene: il tempo scorre normalmente, la Jaguar non ha segni evidenti dell’incidente (forse Byron lo ha immaginato?) e tutto è come sempre. Ma qualche tempo dopo Diana trova sull’auto un piccolo segno che conferma la storia di Byron e certifica l’incidente.

Da questo momento si scatenano una serie di eventi, alcuni pilotati da Byron e James, che portano alla disgregazione del mondo del ragazzo. Ma se volete i dettagli dovrete leggere il romanzo.

Insieme e parallela alla storia di Byron troviamo la vita di Jim, quello che chiameremmo un disadattato ma che – scopriremo leggendo – è stato vittima di cure psichiatriche brutali e assolutamente inutili: hanno curato la sua malattia psichica con l’elettroshock e adesso, a 50 anni, vive in un camper, lavora come sguattero in un bar dentro un centro commerciale e, soprattutto, sopravvive grazie ai suoi riti che, a suo dire, sono l’unico antidoto al male che lui fa agli altri.

Jim non riesce a relazionarsi più di tanto con le persone: vive nella paura di provocare qualcosa di doloroso in chi incontra. Per questo si isola sempre di più. Per questo quando entra nel suo camper svolge tutta una serie di operazioni 21 volte arrivano a sigillare con il nastro adesivo il suo mezzo. Perché vuole tenere gli altri fuori dalla sua vita, lontani da lui. Perché è convinto che qualsiasi contatto provocherebbe, nell’altro, qualcosa di brutto. Ma non come accadrebbe ad un Paperino (perseguitato dalla sfiga) o ad un Paperoga (che combina un disastro dietro l’altro): qualcosa di tremendamente più brutto.

Leggendo la storia di Jim si scopre che c’è qualcosa nel suo passato che lui non è riuscito a perdonarsi. Qualcosa che lo ha sconvolto. Qualche ricordo è stato rimosso dalle cure, ma il senso di colpa è rimasto e continua a perseguitare Jim.

L’autrice ci presenta Jim e Byron un capitolo alla volta: prima Byron e poi Jim. Si intuisce quindi che le due storie sono legate. Ma Jim ha 50 anni oggi, nel 2012 (anno più, anno meno), mentre Byron vive la sua storia nel 1972. Jim è quindi un riflesso di quello che accade a Byron e alla sua famiglia, a James, alla loro casa, alla loro vita. Si capisce quasi subito che le due storie stanno convergendo verso un punto comune, ma quello che stupisce – almeno per quanto mi riguarda – è che l’autrice sia riuscita a tenere le cose in bilico quasi fino all’ultimo. Si sa che Jim ha a che fare con Byron e James, ma quale relazione veramente c’è con loro? indizio dopo indizio io mi sono fatto una prima idea, poi ho virato per un’altra idea, e alla fine la Joyce mi ha sorpreso: anche se la realtà è la più ovvia possibile – ed io l’avevo intuita – mi è giunta come una epifania.

Che dire? Nonostante sia un romanzo fuori dal mio solito target, e nonostante sia partito in modo molto soft, confesso che capitolo dopo capitolo mi ha preso: volevo sapere che fine facevano Byron e James, chi era Jim, cosa avevano scatenato i due secondi.

Ovviamente i due secondi sono solo un pretesto per costruire una storia che analizza le personalità dei protagonisti (in realtà solo di quattro: Byron, sua madre e James nel 72, e Jim ai giorni nostri). Ci si addentra nelle debolezze di Byron, nelle presunte certezze (frutto di maniacale programmazione e organizzazione) di James, nella solitudine di Diana, nelle paure di Jim.

Proprio la figura della madre (e in generale della famiglia) è quella che mi ha lasciato un po stranito: siamo nel ’72 ma tutto fa pensare ad una moglie americana degli anni ’60 (casa, famiglia, pulizie, negare le aspirazioni e la voglia di indipendenza). Ripenso ad alcune figure femminili: la signora Runcible in “L’uomo dai denti tutti uguali” di Phil K.Dick o le ragazze raccontate nel film Mona Lisa Smile.

Diana (ma anche le altre mamme che ogni tanto si incontrano) sono figure conservatrici, legate a tradizioni che in realtà in quegli anni stanno crollando. Diana stessa è vista con occhio critico dalle altre, come una mamma fuori dall’ordinario: nonostante fra tutte sia la meno tradizionalista, si veste ed agisce in modo “antico”. Devo dire che anche la Joyce ci mette del suo: prediligendo alcuni dettagli disorienta il lettore facendogli credere che questa mamma abusi di alcool per placare quella che sembra solitudine; ma è veramente così? Ecco: forse la storia di Diana era da approfondire, o almeno è una di quelle figure che più mi ha affascinato nel racconto e meritava, secondo me, qualche pagina in più.

C’è anche un’altra mamma: Beverley, l’antitesi (per alcuni versi) di Diana e – al tempo stesso – il complemento, colei che sembra dare un senso a Diana stessa. Il rapporto fra le due ha qualche cosa di esplosivo: sembrano esserci sempre contrasti ma ugualmente le due donne sembrano andare sempre d’accordo. Nell’estate del ’72 Beverley diventa una presenza costante in casa e nella famiglia di Byron. Una presenza non sempre gradita, ingombrante, di una persona che sembra voler sfruttare Diana. Fino a che un evento particolare non allontana nuovamente le due donne rinchiudendole ognuna nel proprio mondo.

La centralità del romanzo, in fin dei conti, rimane la mente di Jim, la sua voglia di uscire da quel guscio che si è costruito molto tempo prima, e la paura nel farlo. Il fluire nelle pagine del libro della storia di Byron, James e Diana è come un racconto liberatorio che, piano piano, alleggerisce Jim aiutandolo a cambiare fino a giungere al classico lieto fine. Mentre il lettore legge cosa è successo nel ’72 Jim riprende possesso della sua vita, rivive certi momenti e li ripone nello zaino: non li abbandona, ma li sposta da davanti agli occhi a dietro la schiena. Qualcosa che prima bloccava ora diventa esperienza: ancora è pesante, ancora rallenta, ma non ostruisce più la vista verso il futuro.

C’è un parallelismo fra Diana e Jim: entrambi, ad un certo punto, vorrebbero lasciarsi morire ma entrambi vengono salvati da un evento che li risveglia dalla loro apatia. E questo risveglio, in entrami i casi, dona nuova energia per affrontare le cose. Nel caso di Jim è emblematico che questo risveglio avvenga contestualmente allo sventramento del camper: due amici di Jim, preoccupati per lui, lo tirano fuori dal suo mezzo con modi un po’ bruschi. Simbolicamente è una demolizione di tutti i muri che Jim si era costruito con i suoi riti, ed infatti Jim decide di cambiare registro, di darsi una opportunità.

Per essere estremamente sintetici è una storia di riscatto e di amore, una storia in cui un uomo ritrova sé stesso grazie all’amore di una donna. Se vi piacciono queste storie non esitate a leggere questo romanzo. Io, però, consiglio di aspettare una edizione economica (io ho pagato la mia, scontata, 15,22 eur: il prezzo di copertina è 17,90 eur).

Personalmente ho gradito il romanzo ma… non è il mio stile preferito. Probabilmente mi son fatto prendere dal fascino che porta con sé l’idea dei due secondi intercalari (ah, dimenticavo, al capitolo 3 della parte terza si dice che i secondi intercalari sono stati aggiunti uno ad inizio anno e l’altro alla fine e non a giugno: in realtà uno dei due secondi è stato aggiunto proprio il 30 giugno – piccolo errore che non influisce, comunque, sul romanzo).

Per i miei gusti il ritmo è lento, lo stile non esaltante e un po’ prolisso. La storia non è male e mi è piaciuto il doppio racconto che, convergendo sul finale, scopre solo all’ultimo le relazioni fra i personaggi. Sicuramente i personaggi principali sono tratteggiati bene (per Diana, l’ho detto, avrei preferito qualcosa in più) ma quelli non principali sono lasciati troppo in disparte (penso a Lucy, la sorella di Byron, presente poco nel prologo e via via sempre più assente).

Col senno di poi avrei preferito comprare il libro quando fosse stato sui 10 euro. Però ormai è andata così e non mi è dispiaciuto.

Buona lettura!

 

Argento vivo (Marco Malvaldi)

Ricetta per passare una notte insonne: mettete insieme un informatico sfigato, un tecnico arrabbiato, un paio di loschi figuri, un romanziere in crisi e mixate energicamente.

Da tempo non mi capitava di fare le ore piccole per finire un romanzo. Anzi: da tanto tempo non mi capitava di aprire un romanzo (di oltre 260 pagine) il sabato pomeriggio e concluderlo lo stesso sabato, a notte fonda (sì, cari pignoli, avete ragione: tecnicamente sarebbe domenica mattina presto, ma a me piace considerarlo ancora sabato). Oddio: l’età si fa sentire e qualche ora dopo mi son svegliato un po’ rincoglionito, ma ne è valsa la pena.

Malvaldi ci regala un’altra sua opera, per certi versi simile alle precedenti, ma per altri molto diversa. Prima di tutto qui non c’è Massimo il barista con la combriccola dei vecchietti del Bar Lume (anche se un barista c’è, impiccione e caustico, ma fa solo una comparsata). Non è un giallo in senso stretto come quelli (appunto) del Bar Lume e, soprattutto, non è una storia lineare come quelle, appunto, di Massimo.

Vi racconterò la trama. Rivelerò, ovviamente, alcuni dettagli ma – se lo leggerete – scoprirete che il fatto criminoso viene portato alla luce subito e non c’è, quindi, da usare la logica per scoprire i colpevoli.

Prima di tutto ci sono più personaggi che interagiscono fra loro dando vita a tre filoni paralleli (e in parte indipendenti) della storia. Tre filoni che si intrecciano e, come vedremo alla fine, raccontano una unica storia, ma – cosa insolita nei precedenti romanzi di Malvaldi – si parte, usando un paragone geometrico, con tre rette che, ad un certo punto, sono costrette ad intrecciarsi.

Abbiamo Leonardo e Letizia, coppia di giovani sposini: lui informatico, lei insegnante, lui pasticcione e disorganizzato, lei precisa ed organizzatrice (anche per lui). Leonardo coltiva la passione dei libri e ne divora uno – a volte due – la settimana. Tiene un blog dove, con commenti sinceri (e, quando serve, acidi) critica nel bene e nel male le opere lette. Un po’ distratto, un po’ sfortunato, se non avesse Letizia che controbilancia questa sua caratteristica sarebbe sempre in un mare di guai.

Giacomo e Paola, invece, sono una coppia matura. Lui giocatore di golf e scrittore (non si capisce bene quale è più passione e quale più lavoro, fatto sta che lo scrivere gli concede di vivere abbastanza agiatamente) e lei architetto. Giacomo deve consegnare un romanzo a breve: ma sa già che il successo ottenuto coi primi difficilmente si ripeterà, nonostante l’impegno che la sua editor ci mette nella promozione (ma basta solo questo per tornare al successo?).

C’è poi Costantino, tecnico di allarmi in cerca di occupazione, che si è ritrovato invischiato in un lavoro non propriamente a tempo indeterminato (e non propriamente lecito); c’è l’agente di Polizia Stelea, insoddisfatta della carriera attuale (portineria, centralino e rotture varie – e burocratiche – di scatole). E ci sono, infine, il Gutta e il Gobbo.

E’ il Gobbo il punto in cui si intrecciano le storie: con l’aiuto di Gutta convince Costantino a partecipare ad un furto in casa di Giacomo e Paola. Per far ciò incaricano Costantino di rubare un’auto, una che dia poco negli occhi. Cosa di meglio della Peugeot di Leonardo?

Dal furto nascono una serie di vicissitudini che, in certi momenti, hanno il sapore di commedia: l’auto ha la lancetta del carburante rotta ed i ladri rimangono a piedi dopo il furto. E poi si dimenticano un portatile in essa, quel portatile dove è salvata l’unica copia più recente dell’ultimo romanzo di Giacomo. Romanzo che viene letto da Leonardo, che trova il portatile quando la polizia gli riconsegna l’auto. Romanzo che non piace a Leonardo e che vorrebbe dirne due all’autore (persona che stima ma che non riesce più a produrre – sempre secondo Leonardo – romanzi decenti). Incontri segreti fra romanziere e lettore scambiati per incontri d’amore da Paola; l’auto di Leonardo che diventa suo malgrado il mezzo o la destinataria di vendette trasversali. E tre donne (l’agente Stelea, Paola e Letizia) che ridonano equilibrio a tutta la storia salvaguardando gli uomini dal fare cavolate sempre più grosse.

Al di là dell’intreccio giallistico, quindi, il romanzo si basa più sul rapporto che nasce fra queste persone che sul trovare i colpevoli (tanto che – come già detto – del misfatto e dei suoi colpevoli sappiamo già tutto). A tratti poliziesco, a tratti commedia degli equivoci, mantiene vivi e freschi entrambi i fronti.

Altro pregio (probabilmente ripreso dalle commedie) è che Malvaldi si diverte per quasi tutto il romanzo a far intrecciare le storie concatenandole. Come il gioco che si fa con le parole (la parola successiva deve iniziare con le ultime lettere della precedente: parola, laccato, torrone, nerissimo, modella, lana…) l’autore inizia molti paragrafi con il finale del paragrafo precedente, anche se cambiano i personaggi. Ad esempio, in un capitolo c’è Leonardo che, parlando con Letizia,  chiude il capitolo con “… vediamo come evitare di farsi fregare” e nel paragrafo successivo il gobbo (assolutamente non rivolto a Leonardo) dice “a me non m’ha mai fregato nessuno”.

Leonardo, secondo me, prende molto di Malvaldi. Fisicamente vicino ad altri personaggi principali (primo fra tutti Massimo il barista), con carattere simile, ma soprattutto con competenze quasi uguali, potrebbe rappresentare benissimo l’autore sia perché persona intelligente, sia perché curioso, sia per la passione per i libri e la voglia di scriverne (e lo stile con cui lo fa). Non so se anche, addirittura, fisicamente. Non voglio dire che Leonardo sia l’alter ego di Marco, ma sicuramente l’autore ha attinto a molte delle sue caratteristiche per creare il personaggio.

E poi è puntiglioso: quando spiega a Giacomo perché il suo romanzo non funziona e, soprattutto, come ha fatto a riconoscere che era suo, si concentra molto sulla punteggiatura, sull’uso che spesso è sbagliato. Marco – sempre secondo me – scrive molto bene (è uno dei motivi per cui apprezzo i suoi romanzi), e questa caratteristica è ben rappresentata nelle spiegazioni di Leonardo a Giacomo.

Altra caratteristica di questa opera è di racchiudere un romanzo al suo interno: quello che Giacomo sta scrivendo, e che parla, guarda caso, di un professore di matematica che ricerca una firma caratteristica che permetta di individuare – per ogni brano musicale – il suo autore. E questa firma, si scoprirà, potrebbe esser trovata proprio nelle pause: come ogni autore le usa, il silenzio che l’autore impone per dare un respiro alla sua opera. Pause che, nella letteratura, corrispondono pari pari alla punteggiatura, cioè allo stesso discorso che Leonardo fa a Giacomo.

Ecco: se vogliamo trovare il difetto al romanzo, forse è proprio il romanzo nel romanzo. L’idea – già sfruttata da altri (solo due esempi: il Manzoni ne “I promessi sposi” e Potocki nel “Manoscritto trovato a Saragozza“) – è comunque carina. Ma per me pecca, in questo caso, di due difetti: il primo è che non è un romanzo realistico (ne vengono presentati alcuni capitoli indicati come lontani fra loro, ma la storia sembra concludersi tutta in quei capitoli, come se fossero inutili i capitoli non citati), il secondo è che è una ripetizione di quanto Leonardo dice a Giacomo, scritta in modo più elegante, con una storia che introduce la spiegazione (anche divertente in alcuni punti) ma rimane una ripetizione. Se non fosse stato per una battuta che – seppur nel cuore della notte – mi ha fatto ridere per 10 minuti, considererei questo romanzo nel romanzo un appesantimento: una ripetizione elegante e più dettagliata, ma sempre una ripetizione.

Una cosa che invece apprezzo di Malvaldi è il volersi cimentare con altre storie, altri personaggi, altri stili. Ok: amo (letterariamente, si intende) Massimo e la combriccola di vecchietti, ma non posso chiedere a Malvaldi di scrivere sempre e solo di loro, altrimenti farebbe la fine di Giacomo, si inaridirebbe su quello stereotipo di personaggio e su quello schema di storia. E Marco lo sa benissimo. Infatti sia in Milioni di Milioni sia in Odore di chiuso cambiano i personaggi, anche se la struttura rimane pressoché la stessa (quella del giallo classico). In questo romanzo invece la struttura è diversa, gli intrecci fra personaggi più articolati, la dimensione poliziesca è quasi di contorno. Si riconoscono, certo, alcuni elementi tipici dell’autore (la località in cui è ambientato, la cura quasi maniacale per alcuni dettagli, la causticità di alcuni personaggi), ma si distacca notevolmente dai precedenti.

Bene Marco, ottimo passo avanti. Da perfezionare un po’, forse, ma totalmente apprezzato. Aspetto il prossimo romanzo. E buona lettura a tutti.

Esercizi di stile (Raymond Queneau)

Tanti modi per raccontare una storia.

Chi mi segue sa che amo la possibilità di giocare con le parole (vedi “Dando buca a Godot”, di Bartezzaghi): Ale, la cugina bibliofila come me, mi ha consigliato allora questo libro, particolarmente (mi ha consigliato) nella traduzione di Eco.

Non si tratta di un romanzo, ovviamente, ma – proprio come dice il titolo – di “esercizi” in cui Queneau ci mostra come sia possibile, preso un episodio semplice e banale, raccontarlo in molti modi. Gli si può dare una impronta reazionaria, si può fare un racconto confuso, si può giocare con le parole sostituendo i sostantivi con altri in base a un determinato algoritmo, ci si può divertire sopprimendo una lettera in tutto il racconto.

Diciamo subito che per godere a pieno del libro bisognerebbe conoscere bene il francese (e la cultura francese): il testo degli esercizi, infatti, è in lingua originale con traduzione a fronte. Anche se la traduzione cerca di rendere al meglio gli esercizi calandoli nella cultura italiana, in nessun modo si potrebbe tradurre certe espressioni. Per fare due esempi: esiste un racconto (Italianismes) che Eco ha tradotto in Francesismi; ed esistono giochi scurrili di parole che rimangono intraducibili in italiano. Nel primo caso Queneau fa il verso a noi usando termini francesi ma con accento italiano, un po’ come noi fingiamo di parlare spagnolo aggiungendo la “s” in fondo alle parole. Eco ha ribaltato l’esercizio facendo il verso ai francesi (e non poteva fare altrimenti). Nel secondo caso parliamo di tutti quei doppi sensi in cui i francesi (racconta Eco nell’introduzione) sono maestri.

Insomma, non è un romanzo, non è un libro per rilassarsi (anche se ci sono spunti allegri e leggeri) e sconsiglio la lettura a chi non è interessato a capire meglio questioni linguistiche e letterarie. Considerate che in Francia questo volume è stato usato (non ho capito se lo è ancora) a scuola; viene usato per corsi di letteratura e di scrittura creativa. Se cercate un libro da leggere la sera prima di andare a letto non scegliete questo.

Molto interessanti sia l’introduzione, dove Eco spiega come ha operato la traduzione, sia l’appendice, dove si includono racconti esclusi in altre edizioni degli Esercizi ed ad altri testi di Quenau, sia la postfazione (a cura di Bartezzaghi). Confesso che Eco, nell’introduzione, usa termini specifici della retorica (litoti, protesi, epentesi) che per me sono in gran parte sconosciuti, col risultato di appesantirmi la lettura. D’altro canto il testo è specifico per chi vuole approfondire tecniche di racconto o di scrittura, e quindi dobbiamo aspettarci questa esattezza (termini specifici). Io avrei preferito qualche esempio esplicativo in più, però.

A chi può piacere: buona lettura. A chi pensa che sia meglio concentrare le risorse (visto che, comunque, l’edizione Einaudi che ho fra le mie mani costa 12,50 euro) ad altre opere, auguro che in futuro prenda la curiosità di scoprire questa opera.

Ciao a tutti