Il torto del soldato (Erri de Luca)

Doppia storia: intreccio fra passato e presente, fra l’autore e una donna, fra un padre e la figlia.

Ancora una volta Erri de Luca ci racconta un frammento della sua vita. O almeno usa una parte della sua storia per introdurne un’altra (non sappiamo se vera o inventata, ma sicuramente realistica).

L’editore chiede a Erri la traduzione di alcune opere in Yiddish, lingua che l’autore ha studiato da autodidatta e conosce bene. E quindi troviamo un de Luca che si porta dietro un pacco di fogli mentre si gode una vacanza in montagna. E nel rileggere i testi torna con la memoria a ciò che vide in passato, quando visitò i campi di sterminio.

Siamo presso un rifugio montano: una sosta dopo una lunga camminata prima di rientrare al luogo di riposo. Erri si siede ad un tavolo e, dopo aver ordinato, tira fuori i suoi fogli e si mette a studiarli. Al tavolo accanto una donna che viaggia col padre, un padre che si porta da troppo tempo un segreto sulle spalle.

Il vecchio era un militare di Hitler, non sappiamo se un ufficiale o un soldato semplice. Dalla fine della guerra si sente braccato, ha visto catturare i commilitoni, ad uno ad uno, e si guarda continuamente le spalle per non fare la stessa fine.

E’ una parola che scatena il tutto, una parola appena affiorata sulle labbra di Erri, ma che il vecchio capisce bene, e scatena in lui la fuga. Fino all’incidente. Quale incidente? Dovrete leggere il libro per scoprirlo. Sappiate solo che, alla fine, vedremo tutta la storia dalla prospettiva della figlia, grazie ad una specie di diario in cui lei racconta tutta la vicenda, partendo dalla storia del padre (o almeno da quel poco che ha voluto sapere). Tutta la storia, fino al momento dell’attesa… Come quale attesa? Ma quella che scoprirete nell’ultima pagina del libro!

Ma, in fondo, qual’è il torto del soldato? Secondo il vecchio è semplicemente la sconfitta, l’esser stato sconfitto dagli altri. Perché il mondo avrebbe giudicato diversamente il nazismo se loro avessero vinto (eh no, non fa una grinza… in fondo la storia, quasi sempre, la scrivono i vincitori; a questo punto è doveroso un grazie a tutti quelli che hanno permesso che la storia venisse scritta come la conosciamo oggi).

De Luca ci regala, comunque, un pezzo della sua vita. Per quello che so, infatti, l’autore ha studiato l’ebraico anche per capire l’yiddish parlato dagli abitanti del ghetto di Varsavia e da molti deportati. Insomma, parte da un frammento della sua vita e vi innesta una storia verosimile (forse in alcuni punti anche vera) e ne fa nascere un piccolo (poco più di 80 pagine) romanzo. Una storia per certi versi delicata; una storia triste ma dove si respira anche una leggera brezza di riscatto. Certo, non è una storia spensierata, di quelle che ti porteresti sotto l’ombrellone, ma io l’ho trovata bella.

Non mi dilungo oltre: è mezzanotte e penso sia l’ora di andare a letto… Quindi: buona lettura a tutti.

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