Nebbia rossa (Patricia Cornwell)

(dalla copertina: “una nuova agghiacciante sfida per Kay Scarpetta”)

Amici e parenti sanno che mi piacciono gialli e spy story. Così Patrizia decide di “prestarmi” questo libro, dato che non avevo mai letto niente dell’autrice, e visto che è considerata una brava giallista.

Partiamo subito da due elementi che inizialmente non mi convincevano. Il primo riguarda il nome della protagonista, Kay Scarpetta. Non so negli States, ma presumo che in Italia una persona con questo nome avrebbe avuto, da adulta, gravi problemi di socializzazione a causa delle innumerevoli prese in giro durante il periodo scolastico. Ma un nome è un nome e non definisce il personaggio (bè, non è proprio vero: nei romanzi il nome può dire molto del personaggio). Il secondo elemento riguarda la femminilità con cui è stato scritto il libro: leggendo le prime pagine ti accorgi che lo stile è completamente diverso da un Clancy o da un Grisham, è più morbido, c’è più attenzione ai dettagli (a volte una attenzione esagerata, come indicare il nome latino delle piante). Oltretutto questo aspetto, che non mi convinceva all’inizio, nel corso della storia ha mostrato aspetti interessanti…

Come sempre, della trama vi dico poco, per non rovinare la sorpresa del finale: Kay è un medico legale che lavora per i militari. Bravissima, espertissima, intelligentissima, molto attenta ai dettagli (lo ammetto, noi uomini lo siamo meno rispetto alle donne). Un suo collaboratore ha avuto una storia, quando era ancora dodicenne, con una donna matura. Fu uno scandalo: la donna fu accusata di violenza sessuale nei confronti del ragazzo e la figlia nata dal loro rapporto venne data in affidamento. Vari anni dopo il collaboratore di Kay viene ucciso: viene accusata sua figlia che, nel frattempo, cerca di uccidere Kay (che però si salva).

Quanto finora raccontato potrebbe essere il prologo del romanzo, in quanto questo parte da una situazione posteriore. Sembra ci siano persone che vogliono sfruttare quel caso per accusare Kay e screditarla. Jaime, una amica di Kay, (beh, forse è meglio dire ex-amica), ex procuratore distrettuale, la avvisa di questo pericolo e le chiede di aiutarla a risolvere un caso particolare, di nove anni prima, che vede imputata (e condannata a morte) una presunta innocente. In realtà Jaime usa sapientemente alcune bugie e costruisce alcuni dettagli per manovrare Kay e costringerla (quasi) ad aiutarla. 

Nel frattempo alcune morti sospette (fra cui la donna che aveva violentato il collega di Kay) nel carcere del luogo destano i sospetti di Kay. Collaborando con Colin (medico legale locale) decidono di rivedere alcuni casi perché sospettano un avvelenamento. Quando anche Jaime muore avvelenata i sospetti si fanno ancora più fondati e Kay decide di andare fino in fondo, e scoprirà che le intenzioni del colpevole dei delitti erano molto più ampie e prevedevano atti di terrorismo. Chi è il misterioso assassino che sta uccidendo sistematicamente le persone intorno a Kay? E quali pericoli ci sono per la nazione? Leggete il libro e lo saprete!

Sopra accennavo all’elemento “femminilità” del romanzo. Il primo sospetto vi viene nel pensare ai personaggi. Tutti quelli principali sono femminili (Kay, la ex-amica Jaime, la nipote hacker Lucy, la direttrice del carcere, la donna che ha violentato il collega di Kay, sua figlia… e, sì, anche l’assassino è una donna). I personaggi maschili, comunque importanti, hanno un ruolo secondario: Benton (marito di Kay) coordina le ricerche con i suoi colleghi dell’FBI, Marino, il detective, è un investigatore al servizio di Kay e Jaime, Colin, seppur bravissimo, è un gradino sotto Kay e ne rispetta la maggior competenza. Questo non vuol dire ci sia una discriminazione sessuale. Secondo me, semplicemente, una scrittrice preferisce usare personaggi del mondo femminile più che di quello maschile. Ed è liberissima di farlo.

Un altro aspetto decisamente femminile è il rapporto fra i personaggi (femminili): in particolare fra Kay e Jaime. Il particolare miscuglio di sensazioni descritte quando si incontrano (Kay pensa che Jaime è manipolatrice, però è stata anche amica, però ha combinato un pasticcio con sua nipote Lucy, però è brava e degna di essere ascoltata, però…) è tipico, mi sembra, del mondo femminile. Non dico che sia sbagliato, ma solo che fra due uomini si sarebbero mandati a quel paese (magari si sarebbero scazzottati) e poi sarebbe finita lì. Il comportamento di Kay suona strano al mio cervello di maschietto, ma ciò non significa né che sia un bene né che sia un male. E non nuoce al romanzo, anzi: aiuta a definire meglio i personaggi.

Un ultimo elemento al femminile: l’intrigo che poi si scopre è di quelli più complessi (e Patricia è stata brava a tenere la cosa nella giusta suspense fino all’ultimo), anche questo degno di una mente femminile (e non lo dico per spregio: ricordate che alcuni dei più intriganti intrecci gialli sono stati scritti da donne, per prima Agatha Christie). Anche se la bravura non ha sesso, ritengo che le donne riescano a concepire intrecci più sofisticati degli uomini.

Però Patricia mi perde punti negli ultimi capitoli: trovata l’assassina tutto si sgonfia come un pallone forato con un coltello da cucina. No, non restano dubbi su come l’assassina abbia colpito, si capisce cosa è successo, e vengono date le spiegazioni principali. Ma i dettagli vengono lasciati alla fantasia del lettore. Il laboratorio dell’assassina come era fatto? Cosa ci è stato trovato dentro? Quali erano i suoi piani finali e come intendeva realizzarli? Tutti dettagli che si intuiscono ma che vengono appena accennati o addirittura ignorati. E’ vero che non sono più necessari, ma qualche rigo in più sarebbe stato carino.

Così come, magari, qualche rigo in meno nella prima parte del romanzo che, almeno per me, è partito in modo lento. Come accennato all’inizio a volte vengono fatte descrizioni un po’ troppo puntigliose. In alcuni casi sono necessarie (analisi degli indizi), ma in altri sono superflue (descrizione dei luoghi con i nomi in latino delle piante). Insomma, delle 382 pagine del romanzo, magari 62 potevano esser risparmiate e 20 usate negli ultimi capitoli invece che nei primi.

Per il resto è un romanzo godibile, che si fa leggere bene, abbastanza scorrevole e non troppo infarcito di termini tecnici (visto che l’ambiente è simile alla serie TV “Bones” la leggerezza sui termini aiuta tutti a digerire il romanzo). Non mi è dispiaciuto leggerlo (e probabilmente ne leggerò altri dell’autrice) ma nella mia personale classifica rimane una posizione sotto ad altri autori di gialli e spy story (fra cui il primo Clancy, Deon Meyer, Grisham). Il prezzo, 20 Euro, non è molto economico, ma ci può stare (inoltre non ho riscontrato errori di battitura o di stampa e carta ed inchiostro sembrano buoni).

Un’ultima nota: ci sono descrizioni dettagliate di luoghi del delitto in cui c’è molto sangue. Forse a qualcuno può dar noia. Non sono gratuite: fanno parte dell’analisi investigativa di Kay e quindi necessarie. Però se qualcuno è sensibile potrebbe esser disturbato da queste scene. 

Buona lettura.

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