La carta più alta (Marco Malvaldi)

Se l’imbecilli volassero bisognerebbe datti da mangiare colla fionda, bisognerebbe” (cap.  10)

Chi conosce le vicende del “Bar Lume” e della sua banda di vecchietti che stressano continuamente il barrista (come specifica Massimo stesso nel capitolo 11) Massimo non ha bisogno di questo post. Perché sa già che l’arguzia e la prontezza di spirito di questa accozzaglia di vecchietti ci accompagna a risolvere i gialli più intricati in modo leggero ma serrato.

Per chi non li conosce l’unico sistema è leggere almeno un libro dei quattro (gli altri tre: “La briscola in cinque”, “Il gioco delle tre carte”, “Il re dei giochi”) di Marco Malvaldi. Oppure, se non sopporta i vecchietti, può leggere “Odore di chiuso”, che ha come improbabile solutore di un delitto nientemeno che l’Artusi. La voglia di comprare gli altri libri verrà da sé. Però, mi permettete un consiglio? Se volete il meglio vi consiglio o Odore di chiuso o La briscola in cinque. Gli altri sono sempre belli ma – secondo me – un po’ sotto tono rispetto a questi due. Questo “La carta più alta” è più vicino, come bellezza, secondo il mio piacere personale, alla Briscola in cinque.

La vicenda si svolge nel solito Bar gestito da Massimo e frequentato dalla banda di vecchietti (fra cui il nonno di Massimo) che monopolizzano sempre più il locale. Questa volta poi, che a Massimo tocca stare una settimana in ospedale per una brutta caduta, i vecchietti spadroneggeranno un po’ più del solito, organizzando addirittura un torneo di briscola.

Ma il giallo – direte voi – dov’è? Bè, uno dei vecchietti, prima di entrare in società con un imprenditore della zona (e aprire il suo ristorante in una splendida villa – beauty farm) cerca di prendere un po’ di informazioni sul luogo e sulla persona con cui andrebbe a lavorare. Il servizio investigativo della terza età inizia a tirar su notizie e, visto che alcune sono curiose, comincia a formulare varie ipotesi, dapprima ritenute strampalate ma che poi, si scoprirà, hanno un fondo di verità.

Un malato di cancro sembra che non lo fosse… ma è stato ugualmente ucciso da una radioterapia che, però, sembra non esser mai stata effettuata. Questo malato vende la nuda proprietà della villa sopra citata ad un imprenditore. L’imprenditore, proprio perché acquista la nuda proprietà, paga molto meno, ma deve aspettare che il proprietario muoia. Ma il proprietario sembra essere in buona salute (non è più poi tanto malato): che ci sia di mezzo una truffa? Sarà stato il compratore ad “avvelenare” il malato in modo da farlo morire veramente? Oppure si scopriranno altri misteri? Lascio tutto questo al gusto della lettura e alla sorpresa…

Certo, posso dirvi che Malvaldi mi sembra tornato in forma: è un giallo, questo, dei più classici, degno di CSI per gli elementi che lo compongono. Quando parlo di gialli classici mi riferisco al filo logico che guidava i gialli di Agatha Christie (& company): omicidio –> movente –> prove di supporto –> colpevole. Gialli dove l’intuizione e l’attenzione al dettaglio la facevano da padrone.

E, tutto questo, affogato in una simpatia tutta toscana, la simpatia dei vecchietti arzilli di cui Massimo, anche se non ne sopporta la presenza, non potrebbe fare a meno.

Solito libro della Sellerio, di buona qualità, di circa 200 pagine, ma che si legge in 2 nottate (ehm, lo confesso, stavolta io ce ne ho messe 4… ma ero fuori forma).

Raccontare di più del libro snaturerebbe il gusto di leggerlo, quindi non chiedetemi altro e… Buona lettura!!!

Il cavaliere che aveva un peso sul cuore (Marcia Grad Powers)

Non si può ricevere la serenità da qualcun altro, e non la si può comprare né ottenere solo chiedendola, neppure se implori! La serenità è uno stato d’animo. Qualcosa che ciascuno deve imparare a trovare da sé – spiegò Doc deciso.” (cap. 4)

Eh… perché questo post sia completo devo raccontarvi – prima di tutto – qualcosa di me.

Il 2011 non è stata una buona annata ma, col senno di poi, posso dire che si è trattato di un anno, in realtà, né peggiore né migliore degli altri. Ero io che lo avevo preso male. Sono quelle situazioni in cui ti poni dei problemi… fai un esame della tua vita e non ti senti per niente soddisfatto. In realtà, a pensarci ora, non c’era niente di particolarmente grave (i soliti problemi che tutte le persone, più o meno, affrontano ogni giorno). Però mi sentivo insoddisfatto, un po’ incavolato, sempre nervoso… un “filino” di depressione caratterizzava le mie giornate. Chi mi conosce bene se ne era accorto (e devo ringraziare tutti gli amici che mi sono stati, comunque, vicini). Ero di umore un po’ più cupo e musone, avevo poca voglia di uscire e zero di impegnarmi in qualcosa. Quello che facevo, in pratica, lo facevo per forza di inerzia.

Direte: cosa c’entra il libro? Bè, me lo ha regalato una carissima amica, Beatrice, proprio perché si era accorta di questa cosa. In verità avevo già iniziato a rendermi conto da solo che la situazione era assurda e che dovevo darmi una smossa: il regalo è arrivato proprio nel momento in cui avevo deciso di sbloccare la situazione. E’ stato un qualcosa in più che, anche se non mi ha aiutato direttamente, mi ha confermato che avevo imboccato la strada giusta.

Ma iniziamo a parlare del libro. Ve lo dico subito: io ho qualche pregiudizio su questo genere di libri, che sembrano voler essere una scuola di vita. Il difetto che vedo in loro è che – ovviamente – non possono calarsi nella realtà di ogni singolo lettore e rimangono, per certi versi, un aiuto solo a metà. Certo: meglio mezzo aiuto che niente, ma non possono essere, secondo in me, completi. Dopo aver completato questo libro, però, una parte dei pregiudizi sta cadendo.

Il libro, per farla breve, è un cammino per ritrovare la serenità e ritornare ad affrontare i problemi nella giusta ottica. I consigli di vita (le “regole”, come sono chiamate nel libro) sono distribuiti da un saggio gufo ad un cavaliere uccisore di draghi che è convinto che la vita gli si sia rivoltata contro. Seguendo un certo percorso (una metafora dei passi da compiere per riacquistare un modo di pensare più “lineare”) il cavaliere Duke scopre che quelli che sembravano problemi insormontabili sono in realtà gestibili, ma solo se li si vedono nella giusta prospettiva.

Per fare un esempio: Duke voleva che il figlio diventasse cavaliere come lui. Ma il giovane rifiuta in tutti i modi la cosa, e per Duke questo è uno smacco tremendo. Inizia a dare la colpa al figlio di volergli rovinare la vita e della “pesantezza” del cuore che prova (altra metafora che indica i pensieri “contorti” che a volte ci bloccano). Grazie al cammino intrapreso, Duke si accorge che la sua vita non è rovinata dal figlio ma dalla carriera che lui vuole imporgli. I vari “insegnanti” che incontra lungo la strada gli insegnano a pensare che non è una tragedia se il figlio non vuol fare il cavaliere. Alla fine Duke capisce che l’importante è la realizzazione del figlio: anche se tuttora desidera vederlo cavaliere, non considera un problema una scelta diversa.

In fondo, qual è lo scopo di questa “favola” moderna? Aiutarci a rimettere nella giusta ottica i problemi che sembrano rovinarci la vita, ed insegnarci che spesso la pesantezza del cuore dipende da noi: una volta che si è imparato a ridimensionare i problemi, a riportarli a quello che veramente sono, si riesce ad affrontarli – e superarli – con maggior tranquillità e serenità.

Il cammino che fa Duke lo possiamo fare anche tutti noi. Però non va fatto da soli ma va trovato un amico che possa darci una mano, anche semplicemente standoci vicini. E’ quello che dicevo sopra: l’aiuto a metà. Il libro da solo può aiutarti a fare dei passi ma hai bisogno anche di qualcuno in carne ed ossa con cui confrontarti. Come Duke trova varie guide lungo il cammino, guide che diventano anche amici, anche noi abbiamo bisogno di qualcuno a cui appoggiarci nei momenti più difficili. E’ vero – come accade a Duke – che le sfide più difficili (un drago particolarmente tenace, metafora di tutte le paure del nostro animo) si devono affrontare da soli, e non può l’amico battersi per noi, ma sapere di avere un amico a fianco è di grande aiuto.

Ora, fortunatamente, come detto sopra, io non ero nella situazione di Duke. Ho potuto leggere, quindi, il libro con un po’ di distacco, anche se mi sono compiaciuto quando, in particolare, ho trovato delle conferme a decisioni che stavo prendendo. E, come accennavo, alcuni pregiudizi mi sono caduti. Ho capito, per esempio, che il libro non è la soluzione ai “miei” mali (e soprattutto non vuol proporsi come tale) ma solo un cammino per aiutare a incamminarsi verso la scoperta che la soluzione dipende dai miei pensieri e da come li formulo. Sono però ancora convinto che il libro da solo serva a poco: è necessaria una certa disposizione d’animo e qualcuno con cui confrontarsi. Se la disposizione d’animo non c’è il libro potrebbe addirittura peggiorare la situazione (o meglio, non è il libro in sé a peggiorare le cose, ma lo stato d’animo con cui viene preso dalla persona che lo legge).

Volete regalare il libro ad un amico che sta affrontando un momento di difficoltà? Certo, è una buona idea, ma cercate di capire prima se l’amico a cui volete regalarlo ha lasciato un minimo di apertura mentale. Se si è completamente chiuso in sé stesso è difficile che accetti i suggerimenti del libro (anche se – riflettendoci – riuscirebbe a capire che gli fanno bene).

Io non ho preso il libro come la “legge assoluta” del vivere sereno (e, ripeto, l’autrice non vuole insegnarci nessuna legge assoluta), ma ho accolto quelle che l’autrice chiama “leggi” come consigli e li ritengo validi. Via… devo dirlo… in qualche caso queste leggi sono troppo “frasi fatte”, già sentite tante volte. Ma non sono bischerate.

Che altro dire? Grazie, innanzi tutto, a Beatrice che, anche con questo regalo, mi è stata vicina. E buona lettura a tutti.

Le Braci (Sándor Márai)

Sappiamo sempre qual è la verità, quella verità diversa che viene occultata dai ruoli, dalle maschere, dalle circostanze della vita” (cap. 7)

I regali (perché questo libro è stato un regalo) della cugina Ale sono sempre graditi: ormai riesce a stupirmi con autori che non conoscevo e mi aiuta ad ampliare il bagaglio culturale. Questo Natale mi ha portato il libro oggetto di questo post, dell’autore ungherese Márai. Ieri sera, dopo aver girato l’ultima pagina, le ho mandato un messaggio: “ho finito il libro che mi hai regalato: bello tosto…”.

Perché bello tosto? La storia, di per sé, potrebbe essere ridotta a poche righe: due amici di infanzia, che sono cresciuti insieme ed hanno vissuto insieme per tanti anni si separano un giorno, quando succede qualcosa di strano (no, non posso dirvi cosa succede, dovete scoprirlo leggendo il libro). Si ritrovano dopo 41 anni, con domande irrisolte e qualche rancore e durante la cena cercheranno di chiarire cosa è successo.

Ecco… effettivamente la storia non ha bisogno di molti dettagli in più. Ma se leggete il libro troverete una cosa estremamente più complessa della semplificazione che ne ho fatto poco sopra.

Bello tosto, sì, perché è un libro che indaga nell’animo dell’uomo. Tutto ruota intorno all’evento scatenante, avvenuto 41 anni prima. Cosa succede fra i due amici? Perché al termine di una mattina di caccia i due compagni di una vita si separano?

Il Generale e il Capitano (i protagonisti si sono conosciuti presso la scuola militare), Henrick e Konrad, sono amici da quando avevano 10 anni. Il primo ha alle spalle una famiglia ricca, il secondo una famiglia povera (in realtà nobili caduti in disgrazia), ma all’inizio sembra che queste differenze non guastino il loro rapporto. Più grandi, durante il servizio militare a Vienna, vivono nello stesso appartamento. Fanno quasi tutto insieme. Ed è Konrad a presentare al Generale la ragazza che diverrà poi sua moglie. E quando Henrick si sposa Konrad è spesso – quasi tutti i giorni – ospite a casa dell’amico e di sua moglie.

Ma una mattina, durante la caccia, succede qualcosa – no, ho detto che non vi racconto cosa – che fa cambiare il punto di vista del Generale. Il giorno successivo il Capitano è scappato: Henrick voleva alcuni chiarimenti e va a cercarlo a casa ma non lo trova. Vi troverà, però, sua moglie, anche lei corsa a cercare Konrad.

Il Generale capisce, e tutto per lui cambia. D’ora in poi vivrà nel casino di caccia – lontano dal suo castello, dove vive la moglie. Non parlerà più con lei, e continuerà intanto a chiedersi come mai, perché quel gesto, e perché Konrad non ha completato ciò che aveva iniziato. La moglie morirà dopo pochi anni, probabilmente uccisa dal dolore e per il silenzio del marito e per la lontananza dell’amico. Il generale riprende allora possesso del castello ed inizia la lunga attesa.

Sa che l’amico tornerà, lo aspetta per anni, rinnovando ogni giorno nella memoria gli eventi di quella giornata: la battuta di caccia, l’amico che se ne va a metà mattinata senza spiegazioni, la cena insieme a lui e alla moglie, la fuga del giorno dopo. Pensa, il Generale, e collega i fatti, e si costruisce la sua verità, quella verità logicamente inattaccabile ma che manca dei pilastri fondamentali: le motivazioni.

L’amico, il Capitano, torna finalmente al castello. Il Generale fa preparare la sala da pranzo esattamente come l’ultima volta, 41 anni prima. Cura personalmente ogni dettaglio, ricorda i fiori presenti, la disposizione delle sedie, dei piatti, le varie portate. Tutto deve essere esattamente uguale ad allora: perché da lì si deve ripartire, da quell’ultima cena in cui tutti e tre (Henrick, sua moglie e Konrad) sedevano insieme a tavola.

Finisce la cena, i due amici si siedono accanto al camino a fumare. Ed il Generale inizia a raccontare la sua storia, la verità che ha ricostruito. E parla… ragazzi quanto parla… passerà la notte ed il Capitano avrà risposto con pochissime parole alle domande di Henrick, perché questi parla, approfondisce, riporta ogni singolo dettaglio di quel famoso giorno.

E nel discorso del Generale c’è una analisi dell’animo umano, di quelle che possono essere le speranze, del coraggio e della codardia, dell’amicizia… Il cuore del romanzo è proprio il lungo monologo del padrone di casa: nessuna delle risposte di Konrad, infatti, fuga i dubbi o risponde alle domande del Generale. Quello che interessa all’autore è farci comprendere la sua visione dell’uomo attraverso il discorso del vecchio Henrick.

E’ qui che il romanzo si fa tosto: i primi capitoli (che servono soprattutto da introduzione) sono semplici e corti – a volte un briciolo dispersivi (per la mania ai dettagli che, secondo me, ha Márai). Ma quando si arriva al cuore si sente tutta la pesantezza di anni di riflessioni. Ho dovuto rallentare la lettura per poter digerire questi passaggi.

Cosa spinge un uomo all’amicizia? Cosa è l’amicizia? Può essere disinteressata? Come la vede il mondo? E cosa può portare qualcuno a tradire questa amicizia? O forse a scappare per non tradirla? Come si sente l’uomo che ha speso la vita in una amicizia e la vede tradita? E qual è la vendetta, se può esserci vendetta?

Sono tanti interrogativi a cui Márai cerca di dare una risposta per bocca del Generale, attingendo a piene mani da tutta la precedente filosofia del mondo, ma senza disprezzare riflessioni personali. Forse, addirittura, ci mette molto della sua esperienza usando l’amicizia dei due come metafora della propria “amicizia” verso la sua Nazione, fedeltà ed amicizia non ricambiate visto che l’autore si è auto-esiliato come protesta verso uno dei regimi che stritolavano l’Ungheria.

Un romanzo non di facile lettura, ma che aiuta ad indagare il proprio animo. Secondo me bisogna essere dell’umore giusto per apprezzarlo appieno: né troppo spensierati né troppo tristi. Serve una certa concentrazione per poter scorrere le pagine comprendendo bene il significato. Confesso che io ce l’ho fatta al 90%… mi prenderò una occasione per rileggerlo, in futuro, per vedere se catturo anche quel 10% che mi è sfuggito.

A chi consigliare un romanzo simile? Sicuramente non ai neofiti della lettura, perché per loro potrebbe risultare molto pesante. E’ un romanzo che viene apprezzato da chi macina già libri in buona quantità. Va bene per lettori pronti a scavare un po’ nel proprio animo… A me è risultato molto gradito ma, come dicevo prima, io stesso ho avuto qualche piccola difficoltà. Eppure ne ho letti di romanzi “difficili” (dal “Manoscritto” di Potocki alla “Montagna” di Mann…).

A chi vuol provare a leggerlo consiglio, a partire dal capitolo 13, di prenderla con calma: è il capitolo in cui iniziano tutte le riflessioni. Alla fine di quel capitolo si scopre cosa è successo la fatidica mattina, e da li si aprono nuovi dubbi che il Generale esplicita nei capitoli successivi, dopo fiumi di riflessioni a voce alta. I capitoli diventano improvvisamente lunghi, i discorsi del Generale prolissi… io ho dovuto dividere ogni capitolo in almeno due tappe, alcuni in tre. Poi, sicuramente, ci sono lettori molto più in gamba di me che potranno affrontare questi capitoli tutti di un fiato.

Buona lettura.