Odore di chiuso (Marco Malvaldi)

Un Artusi-Poirot che legge di Sherlock Holmes in un castello della maremma

Simpatico. Anzi: ganzo. Si, definirei così questo romanzo che – se da una parte è un giallo abbastanza avvincente – dall’altro ha in sé tutta l’ironia toscana, con i suoi pregi (la sua schiettezza, i suoi modi di dire e le inflessioni esilaranti) ed i suoi difetti (la sua schiettezza, i suoi modi di dire e le inflessioni un po’ pesanti).

Ambientato a fine 1800, in un castello della maremma, vicino a Bolgheri, il Barone di Roccapendente ha invitato due ospiti per la battuta di caccia del fine settimana. Il primo è un fotografo chiamato ad immortalare alcune scene familiari nello splendido paesaggio (almeno così dice la versione ufficiale – ma la versione “ufficiosa” la lascio scoprire a chi leggerà il libro). Il secondo è il “famoso”, almeno per noi, Pellegrino Artusi, che oggi chiameremmo “gastrosofo” (sapiente di gastronomia).

A turbare la quiete del fine settimana ci si mette di mezzo, però, un morto – e per di più un morto ammazzato: un servo del barone che viene trovato in cantina, con la porta serrata dall’interno, raggomitolato su una sedia privo di vita. Mistero fittissimo (come può essere stato ucciso se la cantina era chiusa dall’interno e nessuno ne è uscito quando hanno scardinato la porta?), degno della Christie di “Dieci piccoli indiani”, con una soluzione scientificamente perfetta e non troppo scontata. Oddio, già da metà romanzo si inizia ad intuire qualcosa, quindi il finale non è proprio una sorpresa da far restare a bocca aperta, ma è comunque un buon finale, con un buon susseguirsi di deduzioni logiche e di lampi intuitivi che portano alla soluzione di tutta l’ingarbugliata vicenda.

Buona la vena “giallo” del romanzo, ma ancora più buona l’ambientazione toscana, con personaggi veramente particolari, non tanto stereotipi del buttero o della contadina, ma fieri portatori di quell’ironia da “toscanacci” che ci contraddistingue in tutto il mondo.

L’Artusi, invitato del Barone, conosce la cuoca Parisina, gelosa delle sue ricette ma che si dimostra, alla fine, una donna veramente buona e che regala qualcosa anche a Pellegrino. Personaggio acuto, quest’ultimo, conoscitore del mondo, lettore delle avventure di Sherlock Holmes e fan della sua metodologia, tanto che si propone anche in qualche aiuto verso il “delegato” del Re che segue le indagini. No, non tipo la Fletcher (la “Signora in Giallo” della fortunata serie televisiva), ma piuttosto come un aiuto esterno che, con la sua acutezza, fa notare al delegato – comunque persona intelligente e sveglia – alcuni dettagli che potevano sembrare inizialmente insignificanti.

I figli del Barone, Lapo e Gaddo: il primo donnaiolo e sperperone, il secondo con la testa fra le nuvole in cerca di ispirazione poetica. L’unica che sembra più decisa, più saggia, arguta e attenta è Cecilia, altra figlia del Barone, che entra in amicizia con l’Artusi e rivela lui un dettaglio dell’altro ospite che, nel finale, servirà a rendere l’applicazione della legge anche un po’ più “giusta” (nel senso letterale che ognuno ha quello che è giusto che abbia).

Gli altri personaggi (servi, serve e contadini) sembrano presi da una commedia in vernacolo: con la battuta sempre pronta, sempre pungente, con i loro modi di dire, con quel pizzico di arguzia mescolato alla semplicità (a volte alla semplicioneria) che distingue il servitore dal padrone.

L’autore, poi, è un ulteriore personaggio del racconto, perché non narra in modo generico, asettico, ma ci mette delle sue punzecchiature. E’ come un amico che ti trova al bar e ti racconta questa storia, infiorettandola di tanto in tanto (abbastanza di rado da non sciupare la storia, ma abbastanza frequentemente da tenerti attaccato al racconto) con battute ironiche e modi di dire da toscanaccio (potrei dirvene due o tre che mi hanno fatto schiantare dal ridere ma – fuori dal contesto – perdono una parte della loro efficacia).

Il libricino, edito da Sellerio, a prima vista sembra non valere i 13 euro che costa ma (come vi dissi anche per “il sorriso di Angelica” di Camilleri), i libri di Sellerio sono, per ora, fra i pochissimi veramente ben curati (buona carta, buona stampa, refusi rarissimi). Insomma, i 13 euro li vale. E’ sicuramente un libro da portarsi sotto l’ombrellone, specialmente se andate al mare verso Grosseto (approfittatene per fare un salto a Bolgheri che è bellissimo, e ad i paesini nell’entroterra che sono ancora più stupendi): potrete visitare qualche luogo citato, anche se – trattandosi di romanzo – l’ambientazione è abbastanza generica (potrebbe essere un punto qualsiasi della maremma).

So che ci sono in circolazione altri tre libri dello stesso autore (La briscola in cinque, Il gioco delle tre carte, Il re dei giochi): ho tutta l’impressione che uno di questi tre arriverà fra le mie mani nelle prossime settimane…

Buona lettura.

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