E disse (Erri De Luca)

I “dieci comandamenti”, le “dieci Parole”, accolte da uno straniero che segue il popolo ebraico

Nella sua passione per l’ebraismo (e per la lingua ebraica) Erri De Luca ci porta in un altro dei suoi viaggi nella storia del popolo ebraico, ed in particolare in quel momento dell’esodo che vide la consegna dei 10 comandamenti (come li chiamiamo noi), o meglio delle “dieci parole” (come indicato da una più precisa traduzione).

Tutti li abbiamo presenti, dato che veniamo da una cultura cattolica. Magari non ricordiamo la formulazione precisa o l’ordine insegnato a catechismo, ma tutti sappiamo che esiste un “non rubare”, un “non desiderare”, un “non uccidere”…

Ma De Luca ci riporta all’origine di essi. Certo, un origine un po’ romanzata, con un Mosè che scende dal Sinai (o Hòrev, come è chiamato in ebraico) disidratato, quasi rotolando, mezzo morto… E’ suo fratello che si prende cura di lui, e lui, talmente inebriato dalla divinità, non riesce più a capire o a riconoscere niente (la bibbia stessa dice che il suo volto riluceva quando discese dal monte, e Michelangelo mise in testa al suo Mosè dei coni che dovevano rappresentare questa luce, ma che qualcuno ha scambiato per “corna”).

Ma alla fine Mosè ricorda cosa la divinità ha detto, e pronuncia quelle frasi a voce alta, in fronte a una parete rocciosa. E le parole, così forti e così inossidabili, si scolpiscono nella roccia al suono della sua voce (qualcuno dice addirittura di aver visto il dito di Dio inciderle), e contemporaneamente nel cuore e nella carne (metaforicamente) del popolo che guarda, esterrefatto, il suo leader.

Al di là di come, realisticamente, andarono le cose, Erri prova a descriverci l’origine di queste parole che – purtroppo – nella nostra mentalità sono diventati semplici divieti (noi le prendiamo come “non devi fare questo, non devi fare quello”). Il popolo osserva le parole che si stanno scrivendo, e comprende, e riconosce quando è venuto meno ad esse o capisce il peso che le future generazioni dovranno portare per esse.

10 parole, come le dita delle mani, per tenerle sempre a mente. Come le dita “fanno”, costruiscono, così le dieci parole creano e rinnovano l’uomo. Il ritorno ad una traduzione più vicina all’originale ebraico aiuta anche noi a comprenderle meglio, indipendentemente che crediamo o meno. Anche prendendole semplicemente come “legge” di un popolo (togliendo, cioè, la parte divina ebraica o cattolica) ci accorgiamo di quanto intense e comunque semplici sono. Certo, poi sta a noi accoglierle e viverle, ma come le presenta l’autore ci permette di sentirle più vicine, più nostre, più reali.

Il linguaggio di Erri, purtroppo, è un misto di poesia aulica e di solidità granitica: pur apprezzando il suo stile mi sembra a volte che forzi un po’ le frasi, volendo dare ad esse una poeticità che, invece, viene persa o fraintesa. Ma, ripeto, al di là di questo mi piace il suo stile che ricerca sempre la parola corretta. Non è un Vecchioni (che, se mi seguite da tempo, sapete che apprezzo per come usa le parole). Ma riesce a trovare il verbo o il sostantivo corretto che, in una traduzione da una lingua straniera, può fare molta differenza.

Penso ai cattolici (e a qualche catechista che conosco): questo è un libro che può aiutare a comprendere meglio alcune cose e, soprattutto, può portare una ventata di freschezza su uno dei “calli” dei cattolici (cioè quei comandamenti imparati a mente come le tabelline al punto che diventano frasi vuote). Quindi consiglio la lettura anche ai catechisti… e so già che io lo presterò a qualche catechista.

Ma, come accennato sopra, può essere un buono spunto anche per chi non crede (o crede in un Dio diverso da quello dei cattolici), perché aiuta a capire la storia (anche se romanzata) di un popolo antico e molto particolare.

Dimenticavo: non sono neppure 100 pagine e l’ultimo capitolo è una riflessione dell’autore sul suo “seguire” il popolo d’Israele. E’ scritto grosso e si esaurisce, se non ci si vuol perdere troppo in riflessioni, in poche ore. Certo, sono 10 euro (in verità io l’ho trovato a 8.50 al supermercato)… un prezzo leggermente più basso (8 euro) non avrebbe guastato.

Ultimo avvertimento: chi si approccia per la prima volta a De Luca potrebbe trovare ostico il suo linguaggio, infarcito di termini ebraici (che comunque affianca dal termine italiano), ma non vi scoraggiate al primo tentativo. Se volete, “in nome della madre” è più semplice come linguaggio e tratta sempre di una donna ebrea e del suo popolo…

Buona lettura.

Kafka sulla spiaggia (Murakami Haruki)

“Ti stai avvicinando a una verità metaforica attraverso la realtà? O a una verità reale attraverso una metafora?” (capitolo 31)

Vi è mai capitato che un libro si insinui nel vostro sonno? Questo romanzo mi si è intrufolato nei sogni e si materializzava nel mio mondo onirico anche scombussolandomi un po’. Devo ammettere che la lettura di una parte di romanzo avveniva quasi sempre prima di addormentarmi, e forse è per questo che ha avuto facile accesso al mio subconscio, ma non mi era mai capitato con altri romanzi…

D’altro canto la storia stessa è un ondeggiare fra realtà fisica, mondo metafisico e sogni; fra metafore del mondo reale e verità metaforiche. Ed ognuno dei mondi che tocca è spiegazione o continuazione dell’altro mondo. Cioè: il mondo dei sogni realizza ciò che il subconscio vorrebbe fare ma nel mondo reale non è fatto, ed il mondo reale è stimolo e creazione al mondo onirico.

Ma andiamo alla storia, che – seppur complessa ed intricata – cerco di riassumere brevemente.

Nakata e Kafka (non lo scrittore) sono i personaggi principali di questo romanzo, legati da qualcosa di invisibile ma inesorabile. Attorno a loro altri personaggi, anche se possono essere considerati di “supporto”, aggiungono tasselli alla storia.

Entrambi sono in fuga da qualcosa, entrambi in ricerca di qualcosa. Kafka ha 15 anni, e quello non è neppure il suo vero nome, ma si fa chiamare così nella terra dove viene ospitato dopo la fuga. Nakata, invece, da bambino ha subito uno strano incidente al risveglio del quale era completamente svuotato: tutte le sue cognizioni (anche lo scrivere ed il leggere) erano sparite. L’incidente è avvenuto durante la seconda guerra mondiale (anche se la guerra non c’entra direttamente con l’incidente) ed ora, sessantenne, vive col sussidio del governatore. Entrambi vivono nel quartiere di Nakano in Tokyo.

Kafka fugge da una famiglia spezzata: di sua madre e di sua sorella ha solo un flebile ricordo, una foto ritrovata in un cassetto. Loro se ne sono andate quando lui aveva 4 anni, senza nessuna spiegazione che lui ricordi. E la vita col padre non è stata delle migliori, al punto che il padre ha lanciato una maledizione su di lui: “ucciderai tuo padre e giacerai con tua sorella e tua madre”. Fugge di casa, dalla maledizione, da sé stesso, ma vorrebbe anche ritrovare l’altra metà della famiglia, tanto che immagina Sakura, una ragazza che incontra in viaggio, possa essere sua sorella.

Nakata ha una qualità speciale: riesce a parlare coi gatti. Per questo nel quartiere è conosciuto come il più abile a ritrovare gattini smarriti. Tutte le famiglie che perdono un gatto chiedono a lui e lui chiede ai gatti. Ma un giorno un losco figuro che dice di essere Johnnie Walker (si, quello del whisky) si presenta a lui e gli chiede di essere ucciso. Per convincere l’anziano Johnnie inizia ad uccidere gatti con cui Nakata aveva stretto amicizia (e vi assicuro che la scena è da brivido: Johnnie è tratteggiato alla perfezione come un pazzo sadico). Nakata uccide l’uomo e inizia una fuga che lo porterà negli stessi luoghi dove si trova Kafka.

E qui avviene il primo collegamento: la polizia trova il padre di Kafka ucciso a coltellate, proprio come Nakata aveva ucciso Walker. Dopo l’assassinio Nakata si riposa, sporco di sangue, su una poltrona nella casa dell’omicidio. Ma quando si risveglia è in uno spiazzo in disuso di una vecchia fabbrica, pulito e circondato da gatti che lo vegliano. Sogno o realtà? Nakata non capisce ma è convinto di aver ucciso un uomo e, dopo la sua confessione, non creduta, ad un poliziotto, cerca un passaggio per andare a sud.

Nello stesso tempo Kafka si ritrova, senza sapere come ci è arrivato, nel parco vicino ad un tempio, dove è custodita una pietra speciale (ma Kafka ancora non sa nulla di questa pietra). Si risveglia da uno svenimento, con le mani e la maglietta sporca di sangue. Poco prima aveva mangiato ad un ristorante e stava tornando in albergo e non riesce a capacitarsi di come sia arrivato lì e, meno che meno, come mai sia tutto insanguinato.

Dopo esser stato aiutato da Sakura, si rifugia nella biblioteca Komura in periferia di Takamatsu, città dove era fuggito. Il signor Oshima lo aiuta, prima nascondendolo in una sua proprietà in una foresta lontana dalla città e poi dandogli un lavoro ed una stanza alla biblioteca, in accordo anche con la signora Saeki, direttrice della biblioteca.

La stanza che Kafka usa è la vecchia stanza dove alloggiava, anni prima, il fidanzato della signora Saeki ed ancora ospita un suo ricordo: un quadro con lui sulla spiaggia. Morto violentemente durante le rivolte studentesche, la signora Saeki non riesce a staccarsi da lui ed il suo “fantasma” di ragazza quindicenne continua ad entrare nella stanza durante la notte e a contemplare quel quadro. Anche quel ragazzo si chiamava Kafka, e quel quadro fu l’ispirazione per la signora Saeki, di una canzone bellissima e sofferta.

Anche Nakata si sta avvicinando a Takamatsu, grazie all’aiuto di Hoshino, un camionista che, incuriosito dallo strano modo di parlare e di vivere del vecchio se ne prende sempre più cura. Decide di prendersi un po’ di ferie e di accompagnarlo fino alla fine del suo viaggio.

Nakata non sa dove deve arrivare, sa che deve spostarsi verso sud. Sa che quando arriverà lì capirà che ci è arrivato. Sa anche che deve cercare una pietra, la pietra dell’entrata. Ma non sa come è fatta né dove si trovi. In loro soccorso arriva il colonnello Sanders, personificazione del vecchietto del Kentucky Fried Chicken. È lui a portare Hoshino al santuario e a indicargli quale è la pietra. Sì, è lo stesso santuario dove, pochi giorni prima, si ritrova Kafka insanguinato.

Cosa c’entra la pietra? E perché “dell’entrata”? A cosa conduce?

Nakata, con l’aiuto di Hoshino, riesce ad aprire l’entrata, ma non sa cosa dovrebbe succedere. Però sa che deve cercare un’altra cosa che si trova in Takamatsu. Girovagando per le vie della città il vecchio ed il camionista giungono alla biblioteca Komura. Nakata capisce di dover incontrare la signora Saeki.

Tempo addietro la signora Saeki trovò l’entrata aperta (quella della pietra). Erano momenti di dolore per lei, per la perdita del fidanzato, e cercava in tutti i modi una consolazione. Per questo approfittò dell’entrata e cercò, ma il dolore non passò. Adesso è l’ora di rimettere le cose a posto, le dice Nakata: finito il colloquio fra lei ed il vecchietto la signora Saeki viene trovata morta di infarto.

Kafka (il quindicenne) si era innamorato della signora Saeki, del suo fantasma che ogni notte visitava la stanza dove dormiva, e della signora Saeki “grande”. Sospettava potesse essere sua madre, ma lei non ha mai confermato né smentito.

La polizia cerca Kafka per l’omicidio di suo padre, ed ancora una volta il signor Oshima mette a sua disposizione la casa nel bosco. Durante questa permanenza Kafka decide di affrontare le proprie paure e si addentra nella foresta, metafora del suo io più interno, per conoscere sé stesso. Trova, nella foresta, due soldati, smarriti molti anni prima durante una esercitazione. O meglio: trova una espressione metafisica di quei soldati di cui lui aveva sentito la storia dello smarrimento.

I soldati portano Kafka in una vallata nascosta, dove sono state costruite un po’ di casette che sembrano abitate, anche se nelle vie e nei dintorni non si vede nessuno.

Kafka capisce che è un luogo oltre la dimensione fisica di questo mondo. Si capisce che è il mondo il cui ingresso è stato aperto dalla pietra di Nakata. Kafka ritrova in esso la signora Saeki quindicenne, che gli prepara la cena. Ma anche la signora Saeki grande. O meglio: una rappresentazione metafisica di lei, ormai morta. È proprio lei che spinge Kafka ad uscire prima che sia troppo tardi e per convincerlo gli fa bere una goccia del suo sangue.

Intanto, nella foresta, Johnnie Walker viene attaccato da un corvo, personificazione di una parte dell’io di Kafka. È l’ultima battaglia che il ragazzo deve combattere prima di tornare alla sua città di origine e riprendere possesso della sua vita.

Anche Nakata muore e ad Hoshino rimane l’ultimo compito: richiudere l’entrata e uccidere la bestia che esce dal corpo del vecchio.

Che sia un romanzo surreale penso lo abbiate capito. Ma si tratta di uno stile completamente diverso da altri autori surreali che ho letto (Boris Vian e Scott Adams). In questo forse più di tutti gli altri romanzi da me conosciuti si fa un viaggio fisico come metafora di un viaggio interiore. Kafka è un ragazzo adolescente che sta cercando uno scopo nella vita, che non accetta ciò che il padre rappresenta per lui (sente il peso della maledizione, ma soprattutto sente l’oppressione della sua figura e la mancanza dell’altra metà della famiglia).

Chi sia Nakata non lo sappiamo con esattezza, ma anche lui cerca qualcosa, soprattutto qualcuno: ricerca sé stesso. Come dice un gatto, Nakata è un uomo con metà ombra, e questo non è bene. È trasparente, ed ognuno (come dice lui stesso) può entrare dentro di lui e fargli fare cose che non vorrebbe. Per questo cerca il suo vecchio io, perché quando sarà di nuovo pieno nessuno potrà più fargli uccidere le persone. Cosa sia, poi, la cosa che gli esce dalla bocca quando è morto rimane un mezzo mistero. Io ho immaginato una forma di vita aliena, dato che all’inizio del racconto si parla di un oggetto lucente che si allontanava dalla zona quando il gruppo di ragazzi di cui faceva parte Nakata è svenuto. Ma non ne sono assolutamente sicuro, mi sembra una intromissione nel racconto che è basato, a mio avviso, sul rapporto fra l’io esterno e l’io interno ed un alieno farebbe la figura di un maiale in un gregge di pecore. L’altro sospetto è che la cosa sia una manifestazione fisica di Johnnie Walker.

Una cosa mi sembra di avere intuito: il sangue è fondamentale nella storia. Nakata bambino, in gita, è colui che ritrova i fazzoletti insanguinati con cui la maestra che accompagnava il gruppo aveva tamponato un flusso mestruale fuori ciclo e particolarmente violento.

Il sangue di Johnnie Walker fa perdere a Nakata la possibilità di parlare con i gatti. Lo stesso sangue, che viene proiettato (non si sa in che modo) sulle mani e sulla maglietta di Kafka convincono il quindicenne prima a farsi aiutare da Sakura e poi a confidarsi col signor Oshima. Ed infine la goccia di sangue che la defunta signora Saeki fa bere a Kafka prima di dargli l’addio è quella che spinge il ragazzo ad uscire dal limbo prima che l’entrata venga nuovamente chiusa.

Altro punto fermo è il valore della cultura. Kafka legge moltissimo ed il signor Oshima usa, per rafforzare le sue ipotesi o spiegazioni, citazioni a molti testi classici. Ed anche il camionista Hoshino avverte un cambiamento grazie alla musica classica. L’invito è sicuramente ad accrescere la propria cultura, anche se questo non ti dirà mai chi sei veramente. Per saperlo devi scendere nei recessi della tua anima, avere il coraggio di affrontare il labirinto dove si nasconde il tuo io più vero: è questo che simboleggia la foresta. Lo spiega, inoltre, il signor Oshima a Kafka quando descrive l’origine del concetto di labirinto: i primi labirinti erano metafora dell’intrico di apparato digerente dell’uomo.

Anche il sesso fa una parte da leone nel racconto. No, non si tratta di un racconto pornografico ma le prime esperienze sessuali di Kafka rappresentano una crescita (con i suoi pregi ed i suoi difetti) del personaggio.

Il libro non è facile e non me la sento di consigliarlo a tutti, ma solo a coloro che hanno già masticato qualche libro di spessore. Certo, ognuno può provare a leggerlo, e probabilmente troverebbe anche altri significati che io non ho saputo scorgere, ma rimango dell’idea che come libro sia pesante. Come ho detto all’inizio è riuscito anche ad intrufolarsi nei miei sogni, e questa è una sensazione abbastanza strana per me.

Sicuramente, però, racchiude una poesia ed una prosa descrittiva molto diversa da quelle occidentali a cui siamo abituati. C’entra anche la cultura dell’autore, che si esprime frequentemente per immagini piuttosto che per concetti (e per questo, forse, si capisce come mai alcuni concetti, nel libro, si trasformano in personaggi strani, come il Colonnello Sanders).

Se volete provare a leggerlo non vi consiglio di portarlo sotto l’ombrellone perché tende a far intristire. E, ripeto, la scena di Johnnie Walker che uccide i gatti per costringere Nakata ad impugnare il coltello e trapassarlo è molto pesante…

Comunque sia, se volete cimentarvi con questo libro, posso dirvi che ne vale la pena. Solo consiglio a chi lo vuole affrontare di fare un po’ di esercizio prima.

In tutti i casi: buona lettura.

La briscola in cinque (Marco Malvaldi)

Lo sapevo. L’avevo detto io… Dopo aver letto “Odore di chiuso” dello stesso autore la voglia di continuare il filone era tanta. Trovato il libro d’esordio dell’autore (appunto: “La briscola in cinque”) il lunedì mattina alle 8, il venerdì sera alle 22 il libro era finito (e non ho potuto dedicargli tutto il tempo che avrei voluto).

Ora, a parte gli scherzi, sono “appena” 160 pagine che scorrono veloci, in un formato tascabile (tipico dell’editore Sellerio, e con la stessa qualità di altri libri Sellerio).

La storia è semplice e ricalca i grandi giallisti del passato. Ma il personaggio principale, in questo caso, è un semplice barista di una località balneare toscana: persona arguta, dalla battuta pronta, buon osservatore e cervello fino, è spalleggiato da un gruppetto di vecchietti amici di suo nonno Ampelio, vecchietti che lo iniziano al gioco della briscola in cinque (da qui il titolo del romanzo).

Massimo (il barista) si trova coinvolto in un omicidio: un giovanotto ubriaco si ferma al suo bar per telefonare alla polizia ma – dato lo stato alticcio del ragazzo – la polizia crede ad uno scherzo. Massimo va allora insieme al ragazzo per scoprire se c’era qualcosa di vero in quello che raccontava e purtroppo scopre che il corpo di una giovane e bella ragazza abitudinaria del mare di quella zona è stato gettato in un cassonetto vicino.

Ovviamente Massimo non vorrebbe intrometterai nelle indagini, ma il suo spirito di osservazione fornisce una serie di dettagli che erano scappati agli agenti in un primo sopralluogo. Dettagli che aiutano a scagionare il primo presunto assassino e fanno puntare gli occhi su un secondo indiziato.

Per non rovinarvi il romanzo non proseguo con la trama, ma vi accenno solo che Massimo riesce a scoprire la verità e dimostrarla alle forze di polizia che, ovviamente, arrestano il vero colpevole. E come in tutti gialli che si rispettino c’è un colpo di scena.

Il processo logico che porta a scoprire il colpevole, così come le improvvise intuizioni che permettono di trovare la giusta chiave di lettura degli eventi, non si discostano molto da una puntata de “La signora in giallo” né da un libro di Agatha Christie. E’ una cosa tipica di un romanzo giallo e la bravura del romanziere sta nei dettagli (i personaggi, i colpi di scena, l’ambientazione).

Mi piace l’autore proprio per i personaggi: nonostante non siano caratterizzati in modo perfetto (ma nei gialli solitamente è così) i quattro vecchietti a spalla di Massimo sono una macchietta toscanissima in tutti i sensi. Battuta sempre pronta e sempre arguta (e ogni tanto sboccata), incoraggiano Massimo e a volte ne smontano le ipotesi. Oddio, non che Massimo difetti di logica, arguzia e ironia ma senza i quattro vecchietti a fargli da spalla, sempre presenti nel suo bar, il suo personaggio avrebbe metà spessore. Sono loro, insomma, che danno colore all’ambientazione.

E’ un libro che consiglio per la lettura sotto l’ombrellone, ma vi avviso che se fate come me vi sganascerete dalle risate ad alcune battute, quindi qualcuno potrebbe prendervi per pazzi. Ma ne vale la pena.

Rimane la questione “costo” del libro. L’ho già trattata in altri post: i libri di Sellerio hanno un costo leggermente maggiore di quello che ti aspetteresti vedendo il libro. Eppure, come detto in quei post, la qualità è delle migliori sia sui materiali, sia sull’editing, sia sulle storie.

Prima di salutarvi: ho scoperto che una amica ha letto gli altri libri dello stesso autore e mi ha proposto il prestito che accetterò ben volentieri. Però ora devo concentrarmi su un altro libro più massiccio sia come pagine che come storia. Ergo, dei libri di Malvaldi tornerò a parlarne più in qua…

Buona lettura.

 

Odore di chiuso (Marco Malvaldi)

Un Artusi-Poirot che legge di Sherlock Holmes in un castello della maremma

Simpatico. Anzi: ganzo. Si, definirei così questo romanzo che – se da una parte è un giallo abbastanza avvincente – dall’altro ha in sé tutta l’ironia toscana, con i suoi pregi (la sua schiettezza, i suoi modi di dire e le inflessioni esilaranti) ed i suoi difetti (la sua schiettezza, i suoi modi di dire e le inflessioni un po’ pesanti).

Ambientato a fine 1800, in un castello della maremma, vicino a Bolgheri, il Barone di Roccapendente ha invitato due ospiti per la battuta di caccia del fine settimana. Il primo è un fotografo chiamato ad immortalare alcune scene familiari nello splendido paesaggio (almeno così dice la versione ufficiale – ma la versione “ufficiosa” la lascio scoprire a chi leggerà il libro). Il secondo è il “famoso”, almeno per noi, Pellegrino Artusi, che oggi chiameremmo “gastrosofo” (sapiente di gastronomia).

A turbare la quiete del fine settimana ci si mette di mezzo, però, un morto – e per di più un morto ammazzato: un servo del barone che viene trovato in cantina, con la porta serrata dall’interno, raggomitolato su una sedia privo di vita. Mistero fittissimo (come può essere stato ucciso se la cantina era chiusa dall’interno e nessuno ne è uscito quando hanno scardinato la porta?), degno della Christie di “Dieci piccoli indiani”, con una soluzione scientificamente perfetta e non troppo scontata. Oddio, già da metà romanzo si inizia ad intuire qualcosa, quindi il finale non è proprio una sorpresa da far restare a bocca aperta, ma è comunque un buon finale, con un buon susseguirsi di deduzioni logiche e di lampi intuitivi che portano alla soluzione di tutta l’ingarbugliata vicenda.

Buona la vena “giallo” del romanzo, ma ancora più buona l’ambientazione toscana, con personaggi veramente particolari, non tanto stereotipi del buttero o della contadina, ma fieri portatori di quell’ironia da “toscanacci” che ci contraddistingue in tutto il mondo.

L’Artusi, invitato del Barone, conosce la cuoca Parisina, gelosa delle sue ricette ma che si dimostra, alla fine, una donna veramente buona e che regala qualcosa anche a Pellegrino. Personaggio acuto, quest’ultimo, conoscitore del mondo, lettore delle avventure di Sherlock Holmes e fan della sua metodologia, tanto che si propone anche in qualche aiuto verso il “delegato” del Re che segue le indagini. No, non tipo la Fletcher (la “Signora in Giallo” della fortunata serie televisiva), ma piuttosto come un aiuto esterno che, con la sua acutezza, fa notare al delegato – comunque persona intelligente e sveglia – alcuni dettagli che potevano sembrare inizialmente insignificanti.

I figli del Barone, Lapo e Gaddo: il primo donnaiolo e sperperone, il secondo con la testa fra le nuvole in cerca di ispirazione poetica. L’unica che sembra più decisa, più saggia, arguta e attenta è Cecilia, altra figlia del Barone, che entra in amicizia con l’Artusi e rivela lui un dettaglio dell’altro ospite che, nel finale, servirà a rendere l’applicazione della legge anche un po’ più “giusta” (nel senso letterale che ognuno ha quello che è giusto che abbia).

Gli altri personaggi (servi, serve e contadini) sembrano presi da una commedia in vernacolo: con la battuta sempre pronta, sempre pungente, con i loro modi di dire, con quel pizzico di arguzia mescolato alla semplicità (a volte alla semplicioneria) che distingue il servitore dal padrone.

L’autore, poi, è un ulteriore personaggio del racconto, perché non narra in modo generico, asettico, ma ci mette delle sue punzecchiature. E’ come un amico che ti trova al bar e ti racconta questa storia, infiorettandola di tanto in tanto (abbastanza di rado da non sciupare la storia, ma abbastanza frequentemente da tenerti attaccato al racconto) con battute ironiche e modi di dire da toscanaccio (potrei dirvene due o tre che mi hanno fatto schiantare dal ridere ma – fuori dal contesto – perdono una parte della loro efficacia).

Il libricino, edito da Sellerio, a prima vista sembra non valere i 13 euro che costa ma (come vi dissi anche per “il sorriso di Angelica” di Camilleri), i libri di Sellerio sono, per ora, fra i pochissimi veramente ben curati (buona carta, buona stampa, refusi rarissimi). Insomma, i 13 euro li vale. E’ sicuramente un libro da portarsi sotto l’ombrellone, specialmente se andate al mare verso Grosseto (approfittatene per fare un salto a Bolgheri che è bellissimo, e ad i paesini nell’entroterra che sono ancora più stupendi): potrete visitare qualche luogo citato, anche se – trattandosi di romanzo – l’ambientazione è abbastanza generica (potrebbe essere un punto qualsiasi della maremma).

So che ci sono in circolazione altri tre libri dello stesso autore (La briscola in cinque, Il gioco delle tre carte, Il re dei giochi): ho tutta l’impressione che uno di questi tre arriverà fra le mie mani nelle prossime settimane…

Buona lettura.