Amsterdam : la rete uccide (Charles Den Tex)

Fantapolitica in salsa internet

Devo dire che il titolo del libro mi aveva incuriosito, insieme alla recensione (trovata su un altro libro). Ma, nella realtà dei fatti (o nella fantasia della storia, se preferite) mi ha emozionato solo a metà. Ci sono elementi, in questa storia, che non quadrano.

Andiamo per ordine: la trama. E’ abbastanza lineare, con qualche colpo di scena ma con un finale che riusciamo ad immaginare, nella sua concezione di base, già da metà libro. Il protagonista (Michael Bellicher), esperto di comunicazione all’interno di una ditta internazionale di consulenze, viene coinvolto in un omicidio. Considerato il colpevole, mentre è in fuga, cerca di scoprire cosa veramente è successo e si accorge che dietro a tutto ciò c’è qualcosa di molto grosso. Braccato, si fa aiutare da alcuni amici e da sua “sorella”: riesce infine a capire che una organizzazione segreta sta cercando di controllare il mondo attraverso la rete. Ovviamente c’è il lieto fine: la stessa rete fornisce a Michael i mezzi e gli aiuti per sbaragliare i cattivi e riprendere la sua regolare vita.

Se la costruzione della storia non è male, ci sono alcuni elementi di imprecisione che guastano il romanzo. Ora, siamo sinceri: forse lo guastano solo alle persone come me che coi PC e con Internet ci lavorano da oltre 10 anni. Può darsi che il mio amico che il PC lo usa solo per giocare a Farmville su Facebook non noti questi dettagli, ma per me sono grosse imprecisioni. Ma sarei disponibile a lasciar correre se non fosse che insieme ad esse ci sono alcuni dettagli tecnici molto improbabili. Provo a farvi alcuni esempi.

La prima cosa che mi ha sorpreso è uno dei punti chiave del romanzo: la “rete” (una darknet che usa Internet per comunicare ma rimane nascosta agli utenti comuni) è “ospitata” su una serie di PC e portatili in una specie di “nuvola”. Assomiglia molto, come concetto, al distributed computing ma – da quello ce si capisce nel racconto – ha alcune differenze rispetto ad esso.

I computer (che, ricordo, sono sia PC che portatili) che ospitano la rete sono tutti costruiti da una sola ditta che, grazie ad un prezzo estremamente concorrenziale, riesce ad invadere il mercato. Ogni computer, però, ha al suo interno un “disco M:” nascosto, controllato da (sembra, dalla spiegazione data dai protagonisti) una seconda scheda madre con un secondo processore, attiva anche a PC spento (basta che il PC sia collegato ad Internet ed abbia una qualche alimentazione).

La domanda sorge spontanea: può una ditta fornire praticamente sotto costo milioni di PC senza che nessuno se ne accorga? Anche ammettendo sia possibile, c’è una seconda domanda: un computer come quelli distribuiti da quell’azienda lo ha mai aperto nessuno (blogger tecnologici, help desk informatico, curiosi) e nessuno si è mai accorto del doppio contenuto? Nel mondo reale, appena un nuovo modello di computer (di una ditta famosa) esce sul mercato viene letteralmente fatto a pezzi da alcune testate giornalistiche specializzate per scoprirne pregi e difetti (vedi il caso dell’iPad 2 che iFixIt ha smontato 24 ore dopo l’uscita sul mercato). E ammesso anche questo, mi domando ancora: possibile che il complotto (di cui la ditta che fornisce i computer fa parte) sia così ampio da includere tutti i dipendenti della ditta, i distributori, i riparatori, coloro che forniscono assistenza?

Infine: i portatili, per alimentare il disco M e la sceda madre ed il processore che lo controllano, assorbono energia. Possibile che nessuno si sia accorto che la batteria dura la metà del normale (o che ci sono batterie doppie, quindi con un peso doppio)?

Dimenticavo un particolare: il disco M non è un solid state disk ma un disco normale (almeno sembra, nel racconto): ogni disco fisso, quando è acceso (ed il romanzo dice che è sempre acceso) ruota ed il motore di rotazione produce un rumore (più o meno intenso ma non completamente oscurabile). Ma soprattutto produce rumore quando la testina di lettura/scrittura si sposta sul disco. Possibile che nessuno si sia accorto di quel rumore quando il PC è spento?

Andiamo al disco M e alla rete. Le spiegazioni che ci da l’autore del romanzo (attraverso i personaggi) dicono ce sul disco M è installato un sistema operativo che permette di controllare il PC da remoto: si può accedere ad ogni documento e ad ogni funzione del PC sia che questo sia spento che acceso (ricordate: anche a PC spento la seconda scheda madre funziona).

Chi controlla la rete è un gruppo di persone che sta architettando un complotto. I PC sono stati distribuiti soprattutto ad alti funzionari europei, a manager di grosse aziende, ai vari staff di capi di governo e ministri. Potendo controllare i documenti presenti su questi computer possono modificarne i dati e presentarli “come pare a loro”. Possono, cioè, creare rapporti modificati che spingono (grazie anche alle consulenze della ditta dove lavora il protagonista, anch’essa coinvolta nel complotto) le nazioni a prendere certe decisioni.

Anche in questo caso sorge un dubbio: possibile nessuno si accorga delle modifiche? Quello che mi domando io è, anche: possibile che quei documenti siano solo sul PC di un ministro? E’ più facile che la copia originale sia nei server del ministero (a disposizione di tutti gli interessati) e il ministro vi acceda via rete o facendosi una copia locale. Quindi modificare il documento sul PC ha poco senso: va modificato l’originale.

Comunque l’intento dei complottisti è far scoppiare una guerra “santa” fra cristiani europei e mondo islamico (soprattutto sfruttando i tanti immigrati come miccia per innescare una rivoluzione). Forzando i vari ministri dei Paesi europei ad applicare leggi sempre più restrittive e discriminanti verso gli immigrati si cerca di far esplodere il malcontento (ricordate cosa è successo in Francia nel 2005?) così da giustificare una reazione energica verso gli immigrati (di maggioranza islamici). Con una reazione a catena i paesi africani da dove sono partiti i migranti inizierebbero a protestare molto energicamente fino a costringere l’Europa (sempre manovrata dai complottisti) a dichiarare una guerra preventiva.

Anche questo è un punto cruciale: chi ha organizzato il complotto è una “associazione” di ricchi industriali estremisti cristiani. Poche persone ma molto ricche. Però sono coinvolti anche i direttori delle varie filiali delle due ditte (quella che fornisce i PC e quella di consulenze). Iniziano ad essere tante persone, per un complotto… troppe.

Penso anche voi siate arrivati alle mie conclusioni: la tesi di complotto (spinta dall’estremismo e dalla xenofobia) regge poco su queste basi. E’ affascinante ed inquietante (qualcuno che riesce a controllare tutto il mondo) ma poco realistica. Peccato perché la suspense creata dall’autore non era male: mi ha tenuto col fiato abbastanza sospeso (volevo sapere come se la cavava Michael) da farmi leggere il libro in – praticamente – 3 giorni.

Un romanzo, quindi, che può appassionare a patto di ricordare che le vicende sono forzature della realtà: teoricamente plausibili ma altamente improbabili. C’è una buona dose di suspense e la tecnologia è trattata in modo semplice (anzi, forse troppo semplicisticamente), e questo permette la lettura anche a dei non “iniziati” alle tecnologie informatiche.

Nota dolente: il prezzo del libro (19,50 euro). Mi sembra un po’ alto: se volete comprarlo vi consiglio l’edizione economica.

Buona lettura.

Il sorriso di Angelica (Andrea Camilleri)

Un Montalbano-Orlando furioso alle prese con una bellissima Angelica vittima di strani furti

Questo libro mi è arrivato come regalo di Natale, in una bella confezione con una bottiglia di vino come accompagnamento (l’idea si chiama “libri da bere” ed abbina un romanzo o un racconto con un vino della stessa zona dove è ambientata l’opera oppure che si sposa bene con la storia). Devo confessare che non ricordo se la bottiglia era un Syrah o un Nero d’Avola: so solo che era (sì, se n’è già andato) molto buono. Se volete saperne di più sull’idea guardate il sito dove è spiegata.

Ma non concentriamoci sul vino (questo blog è dedicato ai libri, non ai vini). Devo dire che la prima cosa che mi ha colpito è che il libro è scritto tutto in siciliano. Non credo fosse siciliano stretto, ma comunque era fortemente caratterizzato. Non avevo mai letto Camilleri, ho solamene visto alcuni episodi del Montalbano interpretato da Zingaretti e la mia impressione è che nel film-tv sia il dialetto sia i personaggi siano stati ammorbiditi. Insomma: mi sono trovato spiazzato già alla prima pagina. Ma poi mi sono accorto che in fondo il racconto scorreva, che si capiva bene tutto, magari a volte con un piccolo sforzo… Ma soprattutto mi sono accorto che il dialetto riusciva a dare ancora più colore a personaggi e storia.

La trama è semplice. Ci sono una serie di furti di cui Montalbano si deve occupare: sono tutte gente abbastanza in vista e quindi il commissario sente un po’ di pressione dai superiori (come succede sempre, da quello che ricordo dei film). Al primo furto ci si accorge che la banda è ben organizzata ma non si sospettava nessun piano, al secondo i dettagli iniziano a saltar fuori e si scopre che tutto è legato ad una cerchia di amici e, in particolare al segreto custodito da uno di loro. E non sognatevi che vi racconti altro, sennò vi tolgo il gusto di leggere il romanzo.

Fra questi amici c’è una donna di circa 30 anni che richiama nella mente di Montalbano l’Angelica che l’Ariosto descrive nell’Orlando Furioso (se vi andasse di leggerlo potete scaricarlo gratuitamente da qui). Il commissario, da giovane, si era figurato una sua Angelica personale e talmente speciale da innamorarsene: trovarsi davanti una donna praticamente uguale a quella da lui immaginata (è la vittima di uno dei furti) lo fa vacillare, fa esplodere tutti i sentimenti provati da ragazzo. Ma questa Angelica è un po’ diversa, una persona che gioca con gli uomini, anche se i sentimenti che mostra sembrano veri. Ed ecco Camilleri che ci propone tratti dell’Orlando Furioso per descrivere l’ingarbugliamento dei sensi e dei sentimenti del commissario.

La matassa si dipana, come è d’obbligo nei romanzi gialli, e Montalbano riesce a capire tutto quello che c’è dietro i furti: si tratta di una storia che riemerge dal passato, di una forma di ricerca di giustizia, o forse è meglio dire di vendetta. Si scoprono le più brutte inclinazioni di alcuni uomini ritenuti gente perbene. Insomma, più che una indagine scientifica basata sugli indizi si tratta di un lavoro di archeologia nella storia di alcune persone, un lavoro di psicologia nella mente dei coinvolti. Con qualche sorpresa.

Povero Montalbano, che si sente vecchiarello. E’ in crisi con Livia (quando mai non lo è stato), la sua eterna fidanzata. Sì, ormai possiamo paragonare la coppia a Topolino e Minnie, a Paperino e Paperina: eterni fidanzati che mai si sposeranno. Eppure la storia di Angelica spinge il commissario a raccontare a Livia la verità: che è stato a letto con un’atra donna. E lei crede ce si tratti di una provocazione dovuta alla gelosia fra i due (il romanzo inizia raccontando proprio un bisticcio di gelosia fra i “fidanzatini”).

Mi è piaciuto il Camilleri testuale, quasi più di quello televisivo. Come accennato sopra mi sembra che i personaggi del libro siano più “duri” di quelli televisivi (probabilmente necessariamente ammorbiditi nei loro caratteri per renderli più gradevoli allo spettatore medio). No, non parlo dell’atteggiamento a “duro” classico dei film western o polizieschi americani. Intendo più irascibili, più diretti, più sinceri. Anche se ammetto che le caratterizzazioni TV rimangono fra le meglio di questi ultimi anni.

Provo a spiegarmi meglio: il Montalbano televisivo (interpretato benissimo da Zingaretti) è un po’ un antieroe, un bello e maledetto, un po’ scontroso ma comunque buono. Il Catarella sembra il “rizzabischeri” della situazione: un personaggio comico messo lì per far ridere… Nel libro Montalbano sembra più nervoso, più scattoso. Rimane sempre un “buono”, un eroe maledetto, ma meno simpatico rispetto alla TV. Ed anche Catarella sembra un “poveraccio” più vicino al “parafulmini” su cui Montalbano scarica un po’ delle sue arrabbiature rispetto a quanto si vede in TV. Ora, ammetto anche che questa impressione me la sono fatta solo da questo libro (mi mancano gli altri di Camilleri), quindi può darsi sia un po’ viziata, ma questo è il clima che ho percepito io.

Rimane da dire che si tratta di un bel romanzo e, fra gli ultimi libri letti, uno dei pochi dove non ho trovato refusi (quindi una edizione curata). A me l’hanno regalato, ma ho visto che il prezzo di copertina è 14 euro e non credo o avrei comprato. O meglio: è uno di quei libri che, quando li vedi (formato piccolo, tascabile), pensi costino molto meno del prezzo, forse perché li abbini ad una edizione economica, ti manca il “peso” del mattone…

Però, avendolo letto, devo dire che quei soldi li vale tutti: come ho detto prima una edizione curata, senza refusi (ne trovo – purtroppo  sempre di più in molti dei libri che leggo); una edizione su carta di qualità, con l’inchiostro che non ti scivola via, qualcosa fatto per durare. Una volta che ti rendi conto di quello che hai in mano pensi che puoi spendere altrettanti soldi in un altro libro della serie (anche se non fa schifo riuscire a risparmiare un po’). Mi sa che cercherò, fra gli scaffali, qualche altro romanzo della serie di Montalbano.

Intanto vi auguro buona lettura e alla prossima.

Tredici ore (Deon Meyer)

Una ragazza in fuga, degli assassini all’inseguimento, ed un polizotto che deve bloccarli

E bravo Deon Mayer, che sta molto maturando: in questo romanzo si è avvicinato molto ad uno dei miei punti di riferimento (il Tom Clancy dei primi romanzi). La suspense c’era tutta e mi ha fatto divorare il romanzo in… più o meno tredici ore.

Il titolo, però, non è il tempo di lettura previsto ma la durata della giornata del poliziotto Bennie Griessel. Svegliato la mattina presto per l’omicidio di una ragazza americana, riuscirà, dopo 13 ore intense e vissute di corsa, a risolvere il caso e salvare l’amica e connazionale della defunta.

Bennie è stato appena nominato “mentore” di un gruppo di giovani ispettori di polizia e questo è il primo caso per lui come supervisore: dovrà guidare uno dei suoi pupilli in un corpo di polizia sudafricana in completo e repentino cambiamento. Ma non è solo la polizia che cambia: è tutto il Sudafrica che è in fermento, con le varie etnie che cercano di fondersi, di unirsi in una identità nazionale, anche se sfaccettata e con mille sfumature. Ma anche con tante persone che continuano a covare odio o disprezzo o disinteresse verso persone di altre etnie.

Bennie è intelligente, ha un innato istinto per capire assassini e delinquenti. Sa pensare come loro e questo lo aiuta molto nel risolvere i casi. Ha però un problema… o meglio: aveva. L’alcool. Era un alcolizzato ma – in questo romanzo – non tocca l’alcol da quasi sei mesi. Da quando sua moglie, stanca di questo suo vizio, lo ha cacciato di casa.

Ecco che un secondo caso si sovrappone al primo, una seconda rogna in questo suo primo giorno di supervisore. Un impresario musicale viene trovato morto in casa sua, con due colpi di pistola nel petto. E Griessel deve seguire anche il secondo pupillo, coordinare e controllare le sue indagini per insegnargli il mestiere.

Quando però si scopre che una ragazza americana, compagna di viaggio della prima vittima, sta cercando di fuggire alle grinfie degli assassini dell’amica, la cosa si fa critica. Bennie è costretto a strappare di mano ai suoi pupilli le redini dell’indagine e a guidare personalmente la cosa. Anche perché diventa una questione di tempo: più ne passa più è improbabile che la ragazza possa salvarsi.

Potrei dirvi che ci sono colpi di scena, che c’è un legame fra i due omicidi, che Bennie riesce a coordinare le due indagini e la sua vita personale (stando, praticamente, tutto il giorno al cellulare), che i suoi pupilli sono in gamba ma mancano di esperienza, che qualche collega ci rimette (quasi) le penne… ma non ve lo dirò, sennò vi svelo tutto. Posso dirvi, però, che il meccanismo narrativo (con le due indagini in parallelo fino alla fine), la suddivisione temporale (i vari capitoli sono raggruppati in fasce temporali) e la caratterizzazione dei personaggi (migliore rispetto a precedenti libri) ti catturano: mi hanno inchiodato al libro e ho dovuto finirlo velocemente (fortunatamente avevo qualche ora libera).

Lo stesso Bennie Griessel lo si trova nel romanzo Afrikaan Blues ma, devo dirvi la verità, in quel caso non mi aveva colpito più di tanto. Forse perché il personaggio principale non era lui ma un ex combattente che si trasforma in giustiziere. Rispetto al primo libro questo mi sembra meglio definito ed i personaggi ti colpiscono di più, Bennie non ruba la scena agli altri ma è co-protagonista, anche se è lui che guida la trama del romanzo. Le caratteristiche sono simili a quelle dell’ispettore Colombo: capelli arruffati, quel fare distratto e svampito mentre riordina le idee… Empatizzi col personaggio, fai il tifo per lui. Ma non solo con lui, anche con altri personaggi. Oddio, non proprio con tutti (i cattivi sono curati meno).

Ecco, forse uno dei punti deboli è proprio la “cura” dei cattivi. Si scopre a metà romanzo che esiste un coordinatore dei cattivi ma si sa veramente poco di lui, si scopre alla fine in cosa sono impelagati i cattivi, si capiscono alla fine tutti i retroscena. Sono cose che non guastano il romanzo anzi, permettono di concentrarsi meglio sulla storia principale. Però la matassa si sbroglia troppo di botto e solo nell’ultimo capitolo. Ok, ormai la suspense era finita, le indagini concluse, ma sfruttare ancora qualche pagina per raccontare con più dettagli il finale non avrebbe guastato. Certo: è strano, di solito preferirei qualche pagina meno e in questo caso invece ne vorrei di più. E pensare che qualche pagina da togliere ci sarebbe anche in questo libro.

Certo: suspense, azione, giallo. Però anche un po’ di banalità: si capisce subito che i due casi di omicidio sono legati. Anche se non si capisce fino in fondo perché (scoprendo poi che è la cosa più semplice che si possa pensare). Si capisce abbastanza subito che i delinquenti cercano qualcosa, si capisce quasi subito che alcuni indagati non c’entrano nulla. E ovviamente si capisce subito anche come va a finire, anche se c’è un piccolo colpo di scena. Si capisce subito, inoltre, che ci sono persone corrotte nei corpi di polizia. E poi, ad un certo punto, sparano a Griessel e, come accade nei migliori film, una pinza multiuso ferma il proiettile salvandogli la vita. Alcune cose, insomma, non proprio originali ma comunque carine o almeno funzionali al romanzo.

Insomma, un libro che mi è piaciuto molto, per un autore che è migliorato, a mio avviso, rispetto ai precedenti romanzi (che già non erano male). E poi una ambientazione bella, originale, di cui nel libro si vedono i colori, si sentono gli odori. Il prezzo non è bassissimo (16,58 scontato al supermercato) ma secondo me vale più di Afrikaan Blues (di cui consigliavo di cercare l’edizione economica). Lo consiglio agli amanti del genere, che troveranno (in questo caso) alcune affinità con la gestione della suspense stile “Clancy”.

Se poi vi capitano anche gli altri libri (Safari di sangue, Codice: cacciatore e, ovviamente, anche Afrikaan blues), specialmente se li trovate in edizione economica, vi consiglio di comprarli.

Buona lettura.