Appunti di un venditore di donne (Giorgio Faletti)

In fuga da un passato scomodo, un uomo ritrova, inattesa, tutta la sua storia davanti ai suoi occhi

Alla fine il successo ti arride, se insisti con costanza. E Faletti secondo me merita questo successo. Unico problema (non so se dell’editore o dell’autore) quando arriva il successo si cerca di cavalcare l’onda con tutto quello che si ha sottomano, indifferenti alla qualità (tanto il lettore sarà incuriosito e comprerà qualsiasi libro dell’autore). Ma il bravo scrittore, dopo il periodo “pubblico tutto ciò che ho sotto mano” sa ritrovare la strada che lo ha inizialmente portato al successo.

Sembrerebbe la trama di Martin Eden (Jack London), ma è – a mio modesto parere – quello che in parte è successo a Faletti. Cosa voglio dire? Che con “Io uccido” Giorgio ha proposto un buon thriller che lo ha portato ad un meritato successo. Ma i libri successivi sono stati di qualità inferiore. Non fraintendetemi: semplicemente non raggiungevano l’atmosfera e le attesa a cui l’autore ci ha abituati col primo libro. Con “Appunti di un venditore di donne”, invece, si comincia a risalire la china.

Il personaggio principale (che racconta in prima persona la storia) è il misterioso “Bravo” (“che c… di nome è”, “magari è solo una qualifica”): un procuratore di affari (per sé) e di belle donne (per gli altri). In pratica ha 3 ragazze che lui propone come accompagnatrici a facoltosi affaristi che si trovano a Milano.

Qui apro una nota: nei precedenti romanzi (“Io uccido” e “Io sono Dio” esclusi) il sesso  era elemento inserito nella storia ma non fine alla stessa. E in alcuni casi sembrava lì solo per allungare il romanzo e mettere un po’ di pepe. In questo libro, dove di sesso se ne dovrebbe parlare spesso (visto il lavoro di Bravo) in realtà ce n’è molto meno del previsto e quel poco che c’è è solamente accennato.

Ma torniamo alla trama: Bravo è stato evirato, anni prima, da un mezzo mafioso: ce lo dice lui nell’incipit “Io mi chiamo Bravo e non ho il c…”. Nel libro scoprirete cosa è successo e come il mondo sia piccolo (eh no, non chiedetemi di più).

In una Milano di fine anni ‘70 (la vicenda è parallela al rapimento di Aldo Moro da parte delle brigate rosse, ma Bravo non è molto interessato a queste cose…) Bravo offre i suoi servizi a finanzieri e politici che lavorano o passano da Milano. Secondo lui è la sua condizione di evirato che gli ha dato quel miscuglio di cinismo, indifferenza, amore per i soldi che gli fa fare quel lavoro: è un bell’uomo (molte donne lo osservano con un certo piacere) ma non vuole né sesso né tantomeno legami con donne, escluso che per il denaro che possono portare nelle sue tasche. E neppure è interessato alle amicizie, se si esclude quella che sembra una certa complicità con il cieco e vicino di appartamento “Lucio” con cui si diverte a scambiarsi crittografie (indovinelli enigmistici: ricordate il Benigni de “La vita è bella” che si scambia indovinelli col dottore tedesco? Credo Faletti si sia ispirato a ciò).

Ops… perché – vi chiederete – ho scritto “Lucio” fra virgolette? Perché non si chiama così… ma anche questo dovrete scoprirlo da soli leggendo il libro…

Si ritrova, Bravo, in un giro più grande di lui. Alcune persone vogliono sfruttare i suoi servizi per arrivare ad un certo personaggio importante ed influente. Personaggio che è cliente abituale di Bravo. Ed ecco che una nuova e bella ragazza entra nel giro di Bravo. Ed insieme a lei arrivano tanti guai. Ce la farà Bravo a uscirne fuori? Vi posso già dire di sì: qualsiasi lettore attento lo capisce dopo le prime 200 pagine (su un totale di quasi 400): Bravo rischia di morire ammazzato a metà libro, e non può essere così, altrimenti il libro finirebbe lì e non ci sarebbero altre 200 pagine da leggere…

In un intreccio di storie, in cui ognuno mostra agli altri una realtà diversa, si capisce chi è veramente Bravo e, come in una catena in cui l’ultimo anello si ricongiunge al primo, tutte le vicende della sua vita trovano una spiegazione ed una conclusione. Tutto si chiude, come in un cerchio perfetto, e Bravo comincia una nuova vita.

Se avete letto il post sul precedente libro di Faletti (Io sono Dio) avrete capito che una delle cose che mi piace di lui è lo stile di scrittura. In questo libro Bravo è il personaggio perfetto per narrare una storia come questa. Nonostante Faletti non sia un grande descrittore di paesaggi è riuscito a farmi vivere le sensazioni di una “Milano da bere” (era quello il periodo), con lo smog nell’aria, i locali pieni di fumo, le giornate grigie nonostante il sole, le persone e gli strani modi di dire con cui ognuno cerca di emergere dalla massa.

Inoltre credo che Faletti abbia attinto molto dalle sue esperienze personali (qualcosa è accennato nei ringraziamenti): la sua carriera di comico è probabilmente iniziata nel locale che ha ispirato l’Ascot Club dove è ambientata parte della vicenda. Ed il comico Giorgio Fieschi del racconto sembra assomigliare molto a lui – almeno finché fa il comico (ops, ecco un altro dei colpi di scena della vicenda).

Un libro consigliato agli amanti dei thriller e del noir e ai fan dell’autore. Come dicevo all’inizio mi sembra che i livelli di Giorgio stiano tornando a quelli di “Io uccido”, e sono contento, perché ho sempre pensato che l’autore avesse potenzialità per creare romanzi anche migliori del suo primo successo. Non mi sono dispiaciuti neppure gli altri, ma praticamente li ho già dimenticati. Mentre “io uccido” è ancora presente fra i miei ricordi (e credo qualche angolo di memoria possa essere riservato anche a quest’ultimo romanzo).

Buon lavoro Giorgio, e buona lettura a tutti.

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