Tom Clancy’s Splinter Cell: L’infiltrato (David Michaels)

Un agente segreto al tempo stesso preda e cacciatore in giro per il mondo, cattivi da scovare con nuove tecnologie, e qualche traditore da smascherare…

Questa volta Sam Fisher sembra si sia messo proprio nei guai: ha ucciso un suo capo ed ora è in fuga, braccato da una squadra di altri Splinter Cell (alcuni addestrati da lui).

Ma le apparenze a volte ingannano: quella di Sam è tutta una montatura per sottrarsi dal controllo di alcuni capi che sono sospettati di essere traditori. Solo lui e la sua diretta superiore sanno la verità.

Fra inseguimenti e fughe, ricerca di prove, interrogatori più o meno ortodossi, Sam gira mezza Europa e parte dei paesi della ex URSS. Riesce a capire che un arsenale di armi moderne è stato trafugato da ex agenti SAS e si sta per svolgere un’asta per venderlo al miglior offerente. Ecco allora che Sam organizza un sistema di rilevamento con delle nano tecnologie sviluppate in Italia. L’idea è quella di “marcare” tutti i partecipanti all’asta usando queste tecnologie per poi colpirli (arrestarli o… chissà cos’altro) una volta tornati alle loro sedi operative.

Alla fine la squadra che deve catturare Fisher viene messa al corrente della vera natura dell’operazione. Uno dei componenti della squadra si rivela un traditore che opera per uno dei capi corrotti dell’organizzazione degli splinter cell (third echelon): viene scoperto e messo (temporaneamente) fuori gioco. Ed insieme a lui si scopre chi dei capi di Fisher è la talpa che passa le informazioni all’organizzazione che aveva organizzato l’asta.

C’è, ovviamente, un finale felice insaporito da un po’ di tensione, e nell’epilogo scopriamo che Sam si è preso una vacanza di un annetto (sì, ve lo posso anche dire: Sam sopravvive).

Come gli altri libri (che ho letto) della stessa serie (polonio 210, barracuda) il racconto è discretamente ben strutturato, con tensione costante, qualche colpo di scena (non esagerati) e un buon filo logico. Certo, come sempre Sam è un po’ esagerato (fa delle uscite di scena troppo spettacolari): nella realtà sarebbe non dico morto ma almeno finito in ospedale almeno 3 volte nel corso del romanzo.

Ricordo che, come gli altri, anche questo romanzo è frutto dell’autore della sceneggiatura dei videogiochi della stessa serie, e un po’ lo si vede: ci sono una serie di passaggi ed azioni da fare in determinati tempi e modi per raggiungere lo scopo. Questa volta, però, la storia mi sembra meglio congegnata e più vicina alla sceneggiatura di un film rispetto a quella di un videogame.

Mi sembra, inoltre, che l’insieme (stile, svolgimento della storia) sia un po’ migliorato rispetto ai primi libri. Insomma, si legge meglio. Rimane una spy story (con elementi di giallo) schietta, con poca profondità dei personaggi (molto diversa, per esempio, da un “Le Carrè”) ma gradevolmente leggibile.

C’è una unica cosa che in tutto il racconto non mi quadra: Fisher dice di aver ucciso il suo capo su ordine proprio del suo capo, per dare inizio all’operazione sotto copertura. Ma non dice come, né si capisce esattamente cosa è successo. Mi aspettavo che il capo tornasse fuori, alla fine della storia, dicendo che era tutta una montatura, ma invece sembra veramente morto.

Una cosa simile accade in “io, robot”, dove il robot uccide il proprio creatore per richiamare l’attenzione di un particolare investigatore che dovrà scoprire un piano di controllo da parte dell’intelligenza artificiale che comanda tutti i robot…

Però, mentre in “io, robot”, il robot è “obbligato” ad obbedire agli ordini del proprietario, in questo caso Sam è umano e potrebbe decidere. Allora cosa è successo? Cosa intende Sam quando dice che ha ucciso il suo capo su ordine stesso del suo capo? Forse accennare qualcosa a questo in un prologo sarebbe stato meglio.

Nella letteratura odierna è stata rinnegata l’idea del “sacrificio di uno per salvare molti”. Ricordo invece che Dick (anni ‘60) l’ha usata in alcuni suoi racconti (fra cui quello da cui è stato tratto il film “minority report”): all’epoca il sacrificio singolo per la nazione era più “ammissibile”, oggi c’è più la tendenza a salvare ogni singolo (la squadra non lascia indietro nessuno). Questo “delitto” compiuto da Sam, senza ulteriori spiegazioni, lo comprendo poco…

Ricordiamoci, comunque, che è un romanzo, non è reale (anche se – in buona parte – realistico) e nel mondo della fantasia i personaggi possono fare quello che vogliono.

Un ultima nota: perché molti scrittori (come l’autore del romanzo) devono indicare gli strumenti usati dai personaggi in modo così completo? Per esempio Sam usa una Canon Eos D1 Mrk III. Non bastava dire che Sam usava una reflex digitale da 10 Mpixel? E’ una moda che hanno alcuni scrittori ed ho paura ci sia dietro qualche introito pubblicitario… Ma forse sono solo un po’ maligno?

Buona lettura a tutti.

One thought on “Tom Clancy’s Splinter Cell: L’infiltrato (David Michaels)

  1. Francesco ha detto:

    e ti interessa sapere come è morto il capo di Fisher si vede nel videogioco Double Agent, nel quale Sam fa l'infiltrato in un associazione criminale e quando scoprono il suo capo a curiosare li intorno Sam lo uccide per preservare la copertura (anche se va detto che nel gioco c'era la possiblità di scegliere se ucciderlo o no)
    E ti assicuro che è morto davvero, almeno cosi dice nell'ultimo videogioco (in effetti sarebbe utile anche giocare ai videogiochi secondo me per capire la trama dei libri, e questo è un problema per chi non videogioca)
    Comunque se ti interessi di fantapolitica, siccome ormai Clancy è finito secondo me, se non li hai mai letti, leggiti i libri di Clive Cussler, soprattutto i primi che sono dei capolavori e sono venuti prima di Clancy.
    Poi se ti piacciono magari posta delle recensioni cosi poi ci confrontiamo!

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