Il visconte dimezzato (Italo Calvino)

“Così passavano i giorni a Terralba, e i nostri sentimenti si facevano incolori e ottusi, poiché ci sentivamo come perduti tra malvagità e virtù ugualmente disumane”

Se il dualismo dell’uomo, nel “cavaliere inesistente”, veniva metaforicamente espresso dalla presenza inconsistente di Agilulfo e dalla carne di Gurdulù, in questa storia assume un aspetto ancora più surreale e profondo.

Il visconte Medardo di Terralba, in guerra, viene colpito da una cannonata che lo divide a metà. Più morta che viva, la prima metà viene raccolta dall’esercito a cui apparteneva e “risistemata” dai medici di campo. La seconda metà viene trovata, dopo più tempo, da dei monaci che riescono a rimetterla in sesto.

La prima metà (quella destra) è la prima a tornare al castello di Terralba. E la sua cattiveria inizia a mietere le prime vittime. I primi sintomi sono vari elementi (fiori, frutti, animali) tagliati esattamente a metà. Ma poi la cosa peggiora: il “mezzo visconte di destra” inizia a opprimere i paesani: contadini che vengono condannati all’impiccagione perché ritenuti responsabili di non aver versato tutti i tributi, guardie uccise perché non rispettano tutti gli ordini, …

Ma quando gli abitanti del feudo dei Terralba pensano di essere ormai persi avviene una novità: sembra che il mezzo visconte inizi a compiere qualche atto di bontà. Sarà forse la pseudo storia di amore con la “contadinella” Pamela? Naaaaa…

E’ il “mezzo visconte di sinistra” che è tornato: la bontà fatta persona. E la gente tira un sospiro di sollievo, anche se quel sospiro rimane sospeso a metà. Eh sì, perché più che la bontà, è il buonismo fatto persona. Talmente buono che diventa quasi un “ignavo”, una persona che non fa nulla, che non prende decisioni che possano cambiare qualcosa. Si limita, infatti, a “fasciare” i frutti tagliati a metà, a ricucire le cose divise, ma non controbatte la fonte di queste divisioni.

Ma si sa: le donne ne sanno una più del diavolo e Pamela trova una soluzione per sbloccare l’empasse. Entrambi (per motivi diversi) l’hanno chiesta in sposa: lei accetta la proposta di entrambi e porta le due metà a… Eh no: se volete sapere come si risolve la situazione leggetevi il libro!

A raccontare la storia, ancora una volta è una persona esterna: è un nipote del visconte, un ragazzo che, orfano, vive nella tenuta dei Terralba. E’ lui che ci descrive il paesaggio devastato dalla spada della metà destra e ricucito dalla mano della metà sinistra. Lo fa con gli occhi ancora stupiti di un ragazzetto: usa un linguaggio semplice e diretto, ma non povero. E’ l’espediente di Calvino per raccontare una storia in modo fresco e leggero ma ricca di contenuti da scoprire, da riassaporare, da indagare.

La storia, di per sé, è semplice. Nel senso che non ci sono grossi intrecci e, anzi, in certi punti è un po’ surreale, come la “storia d’amore” (se la si può chiamare così) con Pamela, e la vita stessa di Pamela, un po’ selvaggia ma, in fin dei conti, più saggia degli altri.

Il vero fulcro del romanzo, però, è la dicotomia del visconte, diviso a metà nel fisico e nell’animo. Anche in questo caso (come per Agilulfo e Gurdulù) le due metà rappresentano due facce dell’entità uomo. Ogni metà, da sola, è squilibrata (ha bisogno di un appoggio per procedere) e incompleta. Ogni metà ha bisogno dell’altra per poter mitigare i lati negativi e mettere in risalto quelli positivi.

E’ come se Calvino volesse dire che l’uomo ha in sé entrambe le metà: la parte buona tiene a bada le intemperanze della parte cattiva, e quella cattiva da forza alla buona. Sì, perché essere “solo” buoni può essere sbagliato come essere “solo” cattivi. La metà sinistra del visconte, presa da troppo buonismo, si adagia nell’attesa che l’altro (la metà cattiva) cambi spontaneamente e solo in virtù del buon esempio. Ma nella vita reale sappiamo che spesso questo non basta: è importante dare il buon esempio, ma a volte si deve anche richiamare gli altri affinché lo seguano, e non aspettare che se ne accorgano da soli. Altrimenti, come si dice a Firenze, “troppo buono = troppo bischero”.

E’ il corretto equilibrio fra queste due metà che fa l’uomo saggio; è uno scorretto equilibrio che trasforma l’uomo in “cattivo” o in “buonista”.

Che dire, quindi: questo libro (come gli altri due) è una lezione di vita e uno scavare nel proprio animo. Quale parte prepondera in me? Sono più buono o più cattivo? E riesce una parte ad equilibrare l’altra oppure la prevarica, la schiaccia, cerca di annichilirla?

Esatto: ho detto cerca. Perché secondo me nessuna delle due parti può prendere il 100% dell’uomo. Ci sarà sempre una piccolissima parte (o buona o cattiva) pronta a rispuntar fuori nelle condizioni più estreme o quando ce ne sarà bisogno.

Mi è venuto, pensando al paragrafo precedente, un parallelo con una strip di Calvin & Hobbes di Bill Watterson. In una delle tante storie vissute da questo pestifero seienne (Calvin) insieme alla sua tigre di pezza (Hobbes), Calvin “inventa” un duplicatore e crea, così, una “fotocopia” buona di sé stesso. Talmente buona da essere il più bravo a scuola, gentile con le ragazze e, in poche parole, bravo in tutte quelle cose che Calvin odia. Ad un certo punto, però l’originale e la copia iniziano a litigare e… “puff”, la copia scompare. Essendo stata creata come copia “buona”, appena ha avuto un rigurgito di cattiveria si è “autodistrutta”. Scusatemi: sono passato di palo in frasca, ma mi sembrava che questa strip riassumesse bene uno degli aspetti del libro.

Ultime note: anche questo libro è consigliato dagli 11 anni in su. Ma non è una favola e l’undicenne, anche se gradirà come è raccontata la storia, secondo me comprenderà solo la parte superficiale di questo vasto mondo. Certo: magari da più grande vorrà rileggerla e inizierà a scavare dentro sé, ma rimango convinto che il libro sia più adatto dai 14 anni in su.

Dimenticavo: questo libro, insieme al barone rampante e al cavaliere inesistente, fanno parte della trilogia chiamata degli antenati. Secondo me è una trilogia da tenere nella propria biblioteca personale (ammesso che si abbia posto: io inizio a scarseggiare di scaffali liberi…).

E’ facile da leggere e scorre bene, ed è anche scherzoso (anche se meno del cavaliere inesistente). Può essere portato sotto l’ombrellone.

Buona lettura.

3 thoughts on “Il visconte dimezzato (Italo Calvino)

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