Le affinità elettive (Goethe)

Alla fine io stesso sarei ai tuoi occhi la calce che, attirata dal capitano come da acido solforico, è sottratta alla tua piacevole compagnia ed è trasformata in gesso refrattario” (parte prima, capitolo quarto)

Il concetto di “affinità elettive”, in questo romanzo di Goethe, parte proprio da un esempio “minerale”: Edward ed il suo amico, il Capitano, insieme a Charlotte (moglie di Edward) parlano proprio di chimica  nel quarto capitolo ed il Capitano spiega loro come ci siano sostanze che, in certe condizioni, si separino da altre sostanze a cui sono unite e si congiungano ad altre sostanze ancora a cui danno una certa “preferenza”.

Il paragone, naturalmente, è con il mondo umano e Edward vede, in una maliziosa seppur serena battuta della moglie, un rimprovero perché passa troppo tempo col capitano e sempre meno con lei (da qui la battuta riportata in testa al post). Malauguratamente il paragone si rivelerà più vero di quanto ognuno speri, fino ad un tragico finale.

Ma andiamo con ordine. Siamo nel nord Europa ed Edward e Charlotte si sono uniti in matrimonio dopo la morte dei precedenti coniugi. Fra i due c’era sempre stato una certa attrazione, ma i casi della vita (e le unioni dettate da convenienze) li avevano separati. Ritrovatisi ormai entrambi vedovi (ma ancora giovani) decidono di sposarsi e si trasferiscono in una mega villa con mega parco nei pressi di un piccolo villaggio, col desiderio di sfuggire, almeno in parte, a quella vita mondana che è richiesta ai nobili.

La situazione si complica quando sono chiamate due persone a corte da loro. Il primo è il “Capitano” (che poi diventerà maggiore, ma del quale mai si saprà il nome): è amico di Edward e momentaneamente è in crisi perché “disoccupato”. Sente di sprecare i propri giorni in cose inutili e si sta lasciando un po’ andare. Edward convince Charlotte a farlo venire a casa loro per un periodo, in modo che – occupandosi anche della sistemazione della casa e del parco – possa riprendere un po’ di vivacità.

La seconda è “Ottilie”, una ragazza orfana di genitori di cui Charlotte si prende cura (Ottilie era figlia della migliore amica di Charlotte). Al collegio non ha buoni risultati e, anzi, sembra sempre più isolata. Su indicazioni del direttore del collegio Charlotte ed Edward si risolvono a farla stare un po’ da loro così da aiutarla anche a migliorare la sua istruzione. Ottilie è una bella fanciulla, che ha circa l’età di Lucienne, la figlia di Charlotte (avuta dal primo matrimonio). Nonostante Goethe non la descriva mai fisicamente (parla al massimo degli occhi della ragazza) ci fa intuire che è veramente una splendida ragazza, un volto angelico ed una presenza che infonde pace a chi le è vicino.

Cosa succede? Beh, è facile da immaginarsi. Mentre fra Charlotte ed il Capitano si risveglia una certa tensione affettiva (si erano conosciuti in precedenza), quella di Edward per Ottilie diventa una ossessione: lui inizia ad amarla sempre più e lei contraccambia il suo amore. Ma non fatevi idee strane: trattandosi di un romanzo dell’800 tutto si limita a sguardi, parole, bigliettini. C’è una unica scena di “sesso” (se così la si può chiamare): quella fra Edward e Charlotte in cui viene concepito il figlio della coppia. E qui Goethe si diverte a darci qualcosa di soprannaturale: le sembianze del piccolo, quando nasce, sono in parte del capitano (si sospetta che Charlotte pensasse al Capitano durante quell’ora di amore) mentre gli occhi sono quelli di Ottilie (quelli in cui si è perso Edward). Insomma, è come se Goethe volesse dire che mentre facevano lecitamente all’amore i coniugi pensassero, invece, all’illecito amante.

Non sto a dilungarmi sulla trama: si potrebbe ridurla in poche righe (rottura della serenità familiare, separazione, tensione amorosa fra Edward e Ottilie, tentativo di rimettere le cose a posto, semifollia di Edward, tragico finale…). Però perderebbe di poesia e di quella sostanza inserita da Goethe.

Vi confesso che non è un romanzo leggero, soprattutto per la dialettica e le riflessioni dei personaggi. C’è una corposità ed una intellettualità particolari nel romanzo. Lo spessore dei personaggi è portato ai massimi livelli: Charlotte la donna forte e pratica, che pensa alla stabilità del matrimonio anche se innamorata di un altro; Edward volubile, che rasenta la follia per la sua passione; il Capitano persona ferma e fedele, Ottilie giovane, che sperimenta per la prima volta l’amore. Tutto, ovviamente, in un contesto molto platonico e spirituale.

Goethe non manca di aggiungere anche un pizzico di mistero al romanzo. In un primo momento col figlio (come accennato sopra) di Edward e Charlotte, in un secondo momento nel finale, dove Ottilie compie un prodigio (ma non posso rivelarvi troppo).

Se devo essere sincero mi attendevo qualcosa di più. Forse, però, è l’aspettativa da “grande classico” ad avermi tradito. Il romanzo è bello e, nonostante il linguaggio aulico si riesce a leggerlo discretamente bene e a seguire bene le vicende (certo, ai giorni nostri tutto si sarebbe concluso in pochi giorni invece dei 2 anni del romanzo). C’è anche una certa tensione, una voglia di scoprire se i due innamorati (Edward ed Ottilie) potranno mai unirsi (anche se sappiamo bene che la cosa era illecita). I personaggi affascinano: Charlotte è una donna che ti prende (o almeno a me piace): intelligente, sicura, riesce a rimanere calma nei momenti difficili, anche se alla fine chiude forse un po’ troppo dolore dentro di sé e, per la pace di vivere, acconsente a qualcosa che non le piace. Charlotte, se ci si pensa bene, è la donna che “costruisce” (costruisce sentieri nel parco – anche se dopo lo farà il capitano, costruisce il futuro delle persone prendendosene cura, ha costruito e vuol far rimanere salda l’unione familiare  anche se alla fine cede per non veder stare così male persone a cui vuole bene). E’ una donna che si sacrifica, che rimane “calma” alla morte di suo figlio per consolare le persone che si disperano.

Sì, mi aspettavo qualcosa di più particolare (ma a pensarci bene non so neppure io cosa), ma il romanzo mi è piaciuto e ve lo consiglio. Io l’ho trovato in edizione economica (solito scaffale di supermercato): per 4,90 euro il libro contiene “le affinità elettive” ed “i dolori del giovane werther” (edizione economica di Newton & Compton).

Buona lettura.

Nel mare ci sono i coccodrilli : storia vera di Enaiatollah Akbari (Fabio Geda)

“- …A me interessa quello che è successo. La signora è importante per quello che ha fatto. Non importa il suo nome. Non importa come era la sua casa. Lei è chiunque.
– In che senso chiunque?
– Chiunque si comporti così

Le realtà di povertà e di fuga verso un mondo migliore, in questi ultimi tempi, mi stanno colpendo sempre più. Non per niente mi sono letto alcuni libri, ultimamente, che raccontavano storie di ragazzi in fuga verso una speranza. Gli ultimi due in ordine cronologico: “Il fabbricante di sogni” e “Io, Nojud, dieci anni, divorziata”.

Di libri che raccontano storie simili ce ne sono tanti: forse sarò un po’ cinico ma qualcuno credo voglia sfruttare il filone, anche se, in fondo in fondo, portare alla luce queste storie fa sempre bene.

Il libro a cui è dedicato questo post mi ha colpito – non ricordo quando né come – perché parlava della fuga di un bambino di (circa) 10 anni che adesso (oltre 20 anni) è ospite in Italia (rifugiato politico) ed ha passato mille peripezie per arrivarci, senza – all’inizio – neppure sapere dove era l’Italia e se si sarebbe fermato lì.

La storia inizia con l’abbandono di Enaiatollah: la madre porta il figlio in Pakistan perché in Afghanistan, dove al potere sono i talebani, la vita per loro – di etnia hazara (ricordate “il cacciatore di aquiloni”?) – è diventata difficile, quasi impossibile. Sono trattati come schiavi, le scuole vengono chiuse perché (dice un talebano) “non rispettano il volere di Dio”. Chi ha seguito un po’ di telegiornali ed un po’ di notizie in questi ultimi anni sa che si sta parlando di cose realmente accadute.

Enaiatollah, quindi, è lasciato solo a sé stesso in Pakistan: inizia la sua nuova vita lavorando al samavat (per capirci: più o meno un nostro ostello) dove la madre lo ha lasciato. Lavora sodo ed è curioso: chiede, domanda, ottiene risposte. Cerca la compagnia della sua etnia e degli afgani in generale. Fra varie vicissitudini cambia lavoro, viene rimpatriato più volte in Afghanistan e subito riportato in Pakistan da trafficanti di uomini. Finché decide che anche il Pakistan sta diventando pericoloso, anche a causa dei soprusi della polizia locale.

Tenta un nuovo viaggio: in Iran, ma anche li non si sente a casa. Dopo un po’ vuol di nuovo cambiare zona e trova un passaggio per la Turchia. Cresce in fretta il ragazzo: si fa furbo ma rimane anche fondamentalmente onesto, si guadagna da vivere col lavoro e col sudore. Approda in Turchia, poi in Grecia (dove dice di aver lavorato, in nero, alla costruzione di strutture per le olimpiadi del 2004) e quindi arriva in Italia, dove finalmente trova un po’ di serenità e lo sente come un luogo che può chiamare casa.

In Italia, assistito da alcune persone, ottiene lo status di rifugiato politico e tuttora è nel nostro Paese. E’ comparso in alcune trasmissioni (per esempio a “che tempo che fa” nell’occasione dell’uscita del libro che racconta al sua storia – you tube / sito rai.it).

La storia invito a leggerla, non la commento.

Posso dire qualcosa su come è scritta: è un racconto che Fabio Geda rimette insieme dalle testimonianze di Enaiatollah: si sente che non è in “presa diretta”, che Fabio ci ha messo un minimo di mani, ma lascia comunque trasparire tutte le sensazioni del ragazzo. E’ un racconto a posteriori, col senno di poi: l’hazara si è accorto di quanta incoscienza gli è servita per arrivare in Italia, ma non la rimpiange. Ha perso amici e compagni di viaggio: possiamo dire che la morte è stata sua compagna di viaggio e in qualche passaggio sembra che sia sia formato una specie di “callo” che protegge Enaiatollah dal dolore per la scomparsa dei suoi compagni, ma il semplice fatto di averli voluti ricordare nel libro significa che rimangono nel suo cuore.

Per la complessità delle vicende narrate e della situazione che le ha scatenate, sembra quasi che la storia sia raccontata in tono banale. Credo sia semplicemente una scelta di mantenere l’essenziale. Enaiatollah dice più volte a Fabio (sono riportati alcuni dialoghi, in corsivo, nel libro) che non sono importanti le cose o i nomi, ma i gesti delle persone, come la signora greca che lo ha aiutato a Mitilene o le persone in Italia.

Come dicevo all’inizio, anche se a volte – scusate il cinismo – mi sembra che ci sia gente che vuol “guadagnare” su queste storie (non mi riferisco né a Fabio, autore del libro, né all’editore, ma semplicemente al fatto che sugli scaffali delle librerie vedo molti libri simili), credo sia importante che queste storie vengano fuori. Primo perché così ci rendiamo conto di alcune realtà che a noi arrivano MOLTO smorzate attraverso i notiziari ed i giornali. Secondo perché ci ricordano anche la nostra storia: quando i nostri antenati emigravano (fortunatamente per loro in modi più semplici) per cercare speranza, quella speranza che oggi permette a noi di vivere discretamente bene.

Quella di Enaiatollah è una storia di coraggio e incoscienza, di ricerca e di speranza. Una storia in cui il lieto fine si esprime con la parola “casa”, non tanto nel senso di “mattoni”, ma come luogo dove ci si sente accettati e si può vivere sereni. Benvenuto in Italia, Enaiatollah: spero tu stia bene e possa aiutarci a combattere l’ignoranza nel nostro paese verso le vicende del tuo popolo, e l’ignoranza in cui il tuo popolo è tenuto da coloro che comandano, così che tutti possano scoprire che esiste una speranza.

Consiglierei la lettura alle giovani generazioni, almeno ai ragazzi che hanno sete di conoscere come va il mondo.

Buona lettura.

Safari di sangue (Deon Meyer)

“Mi piacerebbe poterti dire che è perché credo nella giustizia, ma non sarebbe vero. Lo faccio perché credo nella vendetta”

Ultimamente mi era successo raramente che un libro mi prendesse dalla prima pagina: non so per quale alchimia, ma questo ci è riuscito. Avevo già letto altro di Deon Meyer (codice: cacciatore e Afrikaan Blues) e mi era piaciuto, anche se non in modo esaltante. Buona scrittura, buone storie, buona leggibilità ma non c’era mai stata quella brama di arrivare all’ultima pagina per capire come finiva.

Eppure la prima pagina racconta della guardia del corpo (privata) Lemmer che sta ristrutturando casa, e della chiamata del suo capo per offrirgli un incarico. Ripeto: non so come mai – forse il fatto che la storia sembra raccontata da Lemmer direttamente – ma il racconto mi ha preso subito. E poi, quando nel corso della storia, l’intreccio si è infittito, la “sete” di conoscere la fine si è accentuata.

Ovviamente della storia posso raccontare poco, onde evitare che vi riveli finali e passaggi importanti. Lemmer è una guardia del corpo che ha avuto alcuni problemi in passato, finendo anche in prigione. La direttrice di una agenzia di sicurezza personale (la Body Armour) lo vuole comunque fra i suoi dipendenti e gli affida vari incarichi che lui porta a termine senza problemi.

Però arriva alla Body Armour una certa Emma Le Roux che dice di essere stata aggredita. Vuole una guardia del corpo per una settimana, finché non chiarisce una vicenda sospesa da oltre 20 anni: la presunta morte di suo fratello (o meglio: la scomparsa, in quanto non si è mai ritrovato il corpo).

Emma e Lemmer partono quindi per un viaggio nei luoghi del sudafrica dove ultimamente si sono svolte alcune vicende che vedono coinvolto una persona che Emma ritiene Jacobus, suo fratello. Il cognome è diverso, la faccia (vista al notiziario) non è proprio uguale a quella che ricorda lei, ma è convinta che si tratti di suo fratello. Convinzione rafforzata da due fatti. Pochi giorni dopo il notiziario in cui era stata mostrata la foto, Emma ha chiamato la polizia del luogo per avere maggiori informazioni ma senza scoprire niente: due giorni dopo, però, è stata aggredita a casa sua. E nel frattempo aveva ricevuto una telefonata, purtroppo disturbata, in cui una voce sconosciuta aveva parlato di suo fratello, ma a causa delle interferenze non aveva capito molto bene cosa la voce volesse comunicarle.

Lemmer non crede tanto ad Emma: la trova una bella ragazza, ricca, che vuol soddisfare alcune curiosità ma è convinto sia più per un rimorso di coscienza che per una vera ricerca della verità. Insomma: la asseconda ma crede poco che la faccenda dell’aggressione sia motivata dalla ricerca che sta compiendo.

Per la verità Lemmer è un tipo un po’ insicuro: considera sé stesso come una mediocre guardia del corpo, un tappabuchi per la Body Armour. E crede poco anche al suo capo quando gli racconta che Emma, all’agenzia, aveva chiesto il meglio e la capa aveva scelto, senza esitare, lui.

Si accorge di aver sbagliato su Emma quando attentano alla loro vita. La ragazza viene ferita e sbatte la testa: lui riesce a portarla ad un ospedale, ma Emma è in coma. Allora prende la cosa sul serio, sia perché ha riconosciuto che Emma aveva raccontato la verità, sia spinto da una sete di vendetta. Emma un po’ piace a Lemmer, anzi, più che un po’, ma cerca di mantenere un certo distacco per la professionalità del suo ruolo. Quando Emma è in coma, però, spinto dai dottori (ed anche un po’ rassicurato dal fatto che i dottori dicono che lei non ricorderà nulla di quello che dice), Lemmer le parla e le racconta la sua vita passata e le sue scelte di solitudine… Avrebbe voluto raccontarle qualcosa prima, ma un po’ per l’insicurezza (accampando scuse come la diversa estrazione sociale ed il diverso conto in banca) ed un po’ per la professionalità richiesta per il suo lavoro, non lo aveva fatto.

Lieto fine? Sì, sicuramente sì. Tutta la faccenda si dipana: i cattivi o muoiono o vengono arrestati, i buoni si ritrovano e viene anche portato alla luce un attentato, compiuto svariati anni prima, per assassinare il presidente di un Paese confinante col Sudafrica. Ma non dirò una parola di più!

Ripensavo ai personaggi e a come vari autori li “strutturano”. Tom Clancy nei suoi ultimi romanzi non da spessore al personaggio, anche perché spesso è un personaggio da video gioco (penso alla serie splinter cell in particolare). John Le Carrè – almeno nei romanzi che ho letto – invece approfondisce molto i personaggi, come anche faceva Agatha Christie. Sono convinto che la psicologia dei personaggi dia maggiore spessore al romanzo. Deon Meyer mi sembra riesca a porsi nel mezzo fra Clancy e Le Carrè, forse leggermente spostato verso quest’ultimo.

Il personaggio di Lemmer (come anche i protagonisti dei precedenti romanzi) è molto sviluppato. Magari non realista al 100% (questo Lemmer è un po’ emulo di James Bond – tutte le donne si innamorano di lui – anche se è un timidone ed un insicuro) ma di lui si conosce un po’ di infanzia, si sa come mai è andato in prigione, e – in fin dei conti – si conosce quella parte di storia che lo ha reso il personaggio che è ai giorni del romanzo.

Anche Emma è ben definita, mentre gli altri personaggi prendono meno spazio nella descrizione del proprio essere. Sì, si sa qualcosa bene o male di tutti, si conosco le azioni passate che adesso spingono ognuno a fare quello che fa, ma non abbiamo lo stesso livello di “completezza” di Lemmer.

Devo confessare una cosa: se non veniva raccontata un po’ di vita e di riflessioni di Lemmer, il libro sarebbe stato alto la metà. E purtroppo qualche passaggio è leggermente noioso: non da bloccare la lettura né da rompere l’azione, ma rimangono dei passaggi “interiorizzanti” di Lemmer che forse potevano essere accorciati od esclusi senza togliere spessore al personaggio. Oddio, siamo lontani dai livelli di Stieg Larsson (che ama divagare sui personaggi e le situazioni), quindi le divagazioni di Meyer sono molto più accettabili.

Mi piace anche l’ambientazione dei romanzi di Meyer. Il Sudafrica, secondo me, è un paese da visitare: ho visto delle foto di una amica che ci è stata e mi hanno colpito i colori del cielo e della natura. E l’autore descrive questi paesaggi in modo apprezzabile e in qualche caso ti sembra di essere lì.

Infine, nel romanzo ci sono anche alcuni richiami all’ecologia, al bracconaggio di animali esotici, alle ferite che ancora si aprono in quella terra. Non ci sono proclami particolari, forti prese di posizione o dichiarazioni esplicite; è più una pacata osservazione della realtà attuale, smorzata dalla convinzione (che l’autore fa esprime a Lemmer) che alcune posizioni (assunte da altri personaggi) siano esagerate o poco realizzabili.

Un romanzo, insomma, da ombrellone – anche se bello denso. Una storia che avvince e che si lascia leggere bene, realistica, con un eroe che non si sente un eroe (anzi, si considera piuttosto mediocre) ed un intreccio che riesce a reggere la tensione fino alla fine.

Buona lettura.

Tom Clancy’s Splinter Cell: L’infiltrato (David Michaels)

Un agente segreto al tempo stesso preda e cacciatore in giro per il mondo, cattivi da scovare con nuove tecnologie, e qualche traditore da smascherare…

Questa volta Sam Fisher sembra si sia messo proprio nei guai: ha ucciso un suo capo ed ora è in fuga, braccato da una squadra di altri Splinter Cell (alcuni addestrati da lui).

Ma le apparenze a volte ingannano: quella di Sam è tutta una montatura per sottrarsi dal controllo di alcuni capi che sono sospettati di essere traditori. Solo lui e la sua diretta superiore sanno la verità.

Fra inseguimenti e fughe, ricerca di prove, interrogatori più o meno ortodossi, Sam gira mezza Europa e parte dei paesi della ex URSS. Riesce a capire che un arsenale di armi moderne è stato trafugato da ex agenti SAS e si sta per svolgere un’asta per venderlo al miglior offerente. Ecco allora che Sam organizza un sistema di rilevamento con delle nano tecnologie sviluppate in Italia. L’idea è quella di “marcare” tutti i partecipanti all’asta usando queste tecnologie per poi colpirli (arrestarli o… chissà cos’altro) una volta tornati alle loro sedi operative.

Alla fine la squadra che deve catturare Fisher viene messa al corrente della vera natura dell’operazione. Uno dei componenti della squadra si rivela un traditore che opera per uno dei capi corrotti dell’organizzazione degli splinter cell (third echelon): viene scoperto e messo (temporaneamente) fuori gioco. Ed insieme a lui si scopre chi dei capi di Fisher è la talpa che passa le informazioni all’organizzazione che aveva organizzato l’asta.

C’è, ovviamente, un finale felice insaporito da un po’ di tensione, e nell’epilogo scopriamo che Sam si è preso una vacanza di un annetto (sì, ve lo posso anche dire: Sam sopravvive).

Come gli altri libri (che ho letto) della stessa serie (polonio 210, barracuda) il racconto è discretamente ben strutturato, con tensione costante, qualche colpo di scena (non esagerati) e un buon filo logico. Certo, come sempre Sam è un po’ esagerato (fa delle uscite di scena troppo spettacolari): nella realtà sarebbe non dico morto ma almeno finito in ospedale almeno 3 volte nel corso del romanzo.

Ricordo che, come gli altri, anche questo romanzo è frutto dell’autore della sceneggiatura dei videogiochi della stessa serie, e un po’ lo si vede: ci sono una serie di passaggi ed azioni da fare in determinati tempi e modi per raggiungere lo scopo. Questa volta, però, la storia mi sembra meglio congegnata e più vicina alla sceneggiatura di un film rispetto a quella di un videogame.

Mi sembra, inoltre, che l’insieme (stile, svolgimento della storia) sia un po’ migliorato rispetto ai primi libri. Insomma, si legge meglio. Rimane una spy story (con elementi di giallo) schietta, con poca profondità dei personaggi (molto diversa, per esempio, da un “Le Carrè”) ma gradevolmente leggibile.

C’è una unica cosa che in tutto il racconto non mi quadra: Fisher dice di aver ucciso il suo capo su ordine proprio del suo capo, per dare inizio all’operazione sotto copertura. Ma non dice come, né si capisce esattamente cosa è successo. Mi aspettavo che il capo tornasse fuori, alla fine della storia, dicendo che era tutta una montatura, ma invece sembra veramente morto.

Una cosa simile accade in “io, robot”, dove il robot uccide il proprio creatore per richiamare l’attenzione di un particolare investigatore che dovrà scoprire un piano di controllo da parte dell’intelligenza artificiale che comanda tutti i robot…

Però, mentre in “io, robot”, il robot è “obbligato” ad obbedire agli ordini del proprietario, in questo caso Sam è umano e potrebbe decidere. Allora cosa è successo? Cosa intende Sam quando dice che ha ucciso il suo capo su ordine stesso del suo capo? Forse accennare qualcosa a questo in un prologo sarebbe stato meglio.

Nella letteratura odierna è stata rinnegata l’idea del “sacrificio di uno per salvare molti”. Ricordo invece che Dick (anni ‘60) l’ha usata in alcuni suoi racconti (fra cui quello da cui è stato tratto il film “minority report”): all’epoca il sacrificio singolo per la nazione era più “ammissibile”, oggi c’è più la tendenza a salvare ogni singolo (la squadra non lascia indietro nessuno). Questo “delitto” compiuto da Sam, senza ulteriori spiegazioni, lo comprendo poco…

Ricordiamoci, comunque, che è un romanzo, non è reale (anche se – in buona parte – realistico) e nel mondo della fantasia i personaggi possono fare quello che vogliono.

Un ultima nota: perché molti scrittori (come l’autore del romanzo) devono indicare gli strumenti usati dai personaggi in modo così completo? Per esempio Sam usa una Canon Eos D1 Mrk III. Non bastava dire che Sam usava una reflex digitale da 10 Mpixel? E’ una moda che hanno alcuni scrittori ed ho paura ci sia dietro qualche introito pubblicitario… Ma forse sono solo un po’ maligno?

Buona lettura a tutti.

Il visconte dimezzato (Italo Calvino)

“Così passavano i giorni a Terralba, e i nostri sentimenti si facevano incolori e ottusi, poiché ci sentivamo come perduti tra malvagità e virtù ugualmente disumane”

Se il dualismo dell’uomo, nel “cavaliere inesistente”, veniva metaforicamente espresso dalla presenza inconsistente di Agilulfo e dalla carne di Gurdulù, in questa storia assume un aspetto ancora più surreale e profondo.

Il visconte Medardo di Terralba, in guerra, viene colpito da una cannonata che lo divide a metà. Più morta che viva, la prima metà viene raccolta dall’esercito a cui apparteneva e “risistemata” dai medici di campo. La seconda metà viene trovata, dopo più tempo, da dei monaci che riescono a rimetterla in sesto.

La prima metà (quella destra) è la prima a tornare al castello di Terralba. E la sua cattiveria inizia a mietere le prime vittime. I primi sintomi sono vari elementi (fiori, frutti, animali) tagliati esattamente a metà. Ma poi la cosa peggiora: il “mezzo visconte di destra” inizia a opprimere i paesani: contadini che vengono condannati all’impiccagione perché ritenuti responsabili di non aver versato tutti i tributi, guardie uccise perché non rispettano tutti gli ordini, …

Ma quando gli abitanti del feudo dei Terralba pensano di essere ormai persi avviene una novità: sembra che il mezzo visconte inizi a compiere qualche atto di bontà. Sarà forse la pseudo storia di amore con la “contadinella” Pamela? Naaaaa…

E’ il “mezzo visconte di sinistra” che è tornato: la bontà fatta persona. E la gente tira un sospiro di sollievo, anche se quel sospiro rimane sospeso a metà. Eh sì, perché più che la bontà, è il buonismo fatto persona. Talmente buono che diventa quasi un “ignavo”, una persona che non fa nulla, che non prende decisioni che possano cambiare qualcosa. Si limita, infatti, a “fasciare” i frutti tagliati a metà, a ricucire le cose divise, ma non controbatte la fonte di queste divisioni.

Ma si sa: le donne ne sanno una più del diavolo e Pamela trova una soluzione per sbloccare l’empasse. Entrambi (per motivi diversi) l’hanno chiesta in sposa: lei accetta la proposta di entrambi e porta le due metà a… Eh no: se volete sapere come si risolve la situazione leggetevi il libro!

A raccontare la storia, ancora una volta è una persona esterna: è un nipote del visconte, un ragazzo che, orfano, vive nella tenuta dei Terralba. E’ lui che ci descrive il paesaggio devastato dalla spada della metà destra e ricucito dalla mano della metà sinistra. Lo fa con gli occhi ancora stupiti di un ragazzetto: usa un linguaggio semplice e diretto, ma non povero. E’ l’espediente di Calvino per raccontare una storia in modo fresco e leggero ma ricca di contenuti da scoprire, da riassaporare, da indagare.

La storia, di per sé, è semplice. Nel senso che non ci sono grossi intrecci e, anzi, in certi punti è un po’ surreale, come la “storia d’amore” (se la si può chiamare così) con Pamela, e la vita stessa di Pamela, un po’ selvaggia ma, in fin dei conti, più saggia degli altri.

Il vero fulcro del romanzo, però, è la dicotomia del visconte, diviso a metà nel fisico e nell’animo. Anche in questo caso (come per Agilulfo e Gurdulù) le due metà rappresentano due facce dell’entità uomo. Ogni metà, da sola, è squilibrata (ha bisogno di un appoggio per procedere) e incompleta. Ogni metà ha bisogno dell’altra per poter mitigare i lati negativi e mettere in risalto quelli positivi.

E’ come se Calvino volesse dire che l’uomo ha in sé entrambe le metà: la parte buona tiene a bada le intemperanze della parte cattiva, e quella cattiva da forza alla buona. Sì, perché essere “solo” buoni può essere sbagliato come essere “solo” cattivi. La metà sinistra del visconte, presa da troppo buonismo, si adagia nell’attesa che l’altro (la metà cattiva) cambi spontaneamente e solo in virtù del buon esempio. Ma nella vita reale sappiamo che spesso questo non basta: è importante dare il buon esempio, ma a volte si deve anche richiamare gli altri affinché lo seguano, e non aspettare che se ne accorgano da soli. Altrimenti, come si dice a Firenze, “troppo buono = troppo bischero”.

E’ il corretto equilibrio fra queste due metà che fa l’uomo saggio; è uno scorretto equilibrio che trasforma l’uomo in “cattivo” o in “buonista”.

Che dire, quindi: questo libro (come gli altri due) è una lezione di vita e uno scavare nel proprio animo. Quale parte prepondera in me? Sono più buono o più cattivo? E riesce una parte ad equilibrare l’altra oppure la prevarica, la schiaccia, cerca di annichilirla?

Esatto: ho detto cerca. Perché secondo me nessuna delle due parti può prendere il 100% dell’uomo. Ci sarà sempre una piccolissima parte (o buona o cattiva) pronta a rispuntar fuori nelle condizioni più estreme o quando ce ne sarà bisogno.

Mi è venuto, pensando al paragrafo precedente, un parallelo con una strip di Calvin & Hobbes di Bill Watterson. In una delle tante storie vissute da questo pestifero seienne (Calvin) insieme alla sua tigre di pezza (Hobbes), Calvin “inventa” un duplicatore e crea, così, una “fotocopia” buona di sé stesso. Talmente buona da essere il più bravo a scuola, gentile con le ragazze e, in poche parole, bravo in tutte quelle cose che Calvin odia. Ad un certo punto, però l’originale e la copia iniziano a litigare e… “puff”, la copia scompare. Essendo stata creata come copia “buona”, appena ha avuto un rigurgito di cattiveria si è “autodistrutta”. Scusatemi: sono passato di palo in frasca, ma mi sembrava che questa strip riassumesse bene uno degli aspetti del libro.

Ultime note: anche questo libro è consigliato dagli 11 anni in su. Ma non è una favola e l’undicenne, anche se gradirà come è raccontata la storia, secondo me comprenderà solo la parte superficiale di questo vasto mondo. Certo: magari da più grande vorrà rileggerla e inizierà a scavare dentro sé, ma rimango convinto che il libro sia più adatto dai 14 anni in su.

Dimenticavo: questo libro, insieme al barone rampante e al cavaliere inesistente, fanno parte della trilogia chiamata degli antenati. Secondo me è una trilogia da tenere nella propria biblioteca personale (ammesso che si abbia posto: io inizio a scarseggiare di scaffali liberi…).

E’ facile da leggere e scorre bene, ed è anche scherzoso (anche se meno del cavaliere inesistente). Può essere portato sotto l’ombrellone.

Buona lettura.