Il conto dell’ultima cena (Moni Ovadia con Gianni di Santo)

Viaggio fra cucina kasher e storielle ebraiche

E’ un po’ diverso dal solito (almeno dal “solito” da me finora conosciuto: 1, 2 e 3) questo libro di Ovadia. Se in passato si trovavano sulle pagine dei suoi libri storielle ebraiche che raccontavano quel popolo attraverso una (auto) ironia sottile e simpatica, in questo caso si scopre il legame fra il cibo e la religiosità.

Moni ci avverte: non è stato, da giovane, un ebreo estremamente osservante e molte delle tradizioni descritte nel libro ce le racconta anche grazie ad una sua riscoperta di esse.

Ed effettivamente questo libro non è tanto la solita raccolta di storielle, ma una riflessione sul rapporto che c’è fra un ebreo (più o meno ortodosso) ed il cibo: in particolare le regole kasher e la tendenza al vegetarianesimo.

Ok, tutto inizia con una storiella (il conto dell’ultima cena): sembra che da secoli una delegazione di ebrei, alla elezione di un nuovo Papa, porti a questo una pergamena sigillata che il Pontefice rifiuta. E si dice che questo sia il conto dell’ultima cena di Gesù… Ma non ci è dato sapere quale sia il totale.

A parte questa storiella introduttoria, Ovadia si addentra nelle tradizioni alimentari e nel rapporto dell’ebreo col cibo, intervallando spiegazioni con alcune storielle (come suo solito) e toccando, però, via via temi più profondi. Fra cui l’idea che uccidere un essere vivente per nutrirsene non è cosa molto buona, e per questo (dice lui) le regole della cucina kasher tendono a ricordare, a volte aggiungendo difficoltà, che si deve limitare al massimo l’uccisione di un essere vivente.

Usa anche una nota “canzone” recitata tutte le pasque alla fine della cena rituale: il Khad gadià. E ci spiega che altro non è che la “fiera dell’est” di Branduardi: sì, il cantautore ha ripreso questa canzone, l’ha modificata appena all’inizio e ce l’ha proposta. Spiegando questa “canzone” Moni ci dice che la violenza non è una “opzione” per l’uomo ma solo per il “Santo Benedetto”: la canzone infatti parla del ciclo di violenza che si instaura partendo da un fatto che a noi può sembrare “banale”. Come dire che la violenza genera violenza fino a scatenare l’ira di Dio.

Conclude poi con una dissertazione sulla tendenza al vegetarianesimo per l’ebreo rispettoso della kasherut. Secondo Ovadia, se si deve evitare l’uccisione di esseri viventi (a meno che non ci sia pericolo di vita per noi), è naturale spingere la nostra dieta verso cereali, latticini, ortaggi e così via.

Ci propone, infine, anche un po’ di ricette per poter gustare la cucina sefardita. No, non è Moni che cucina, ma la moglie di suo cugino, che ha riscoperto alcune tradizioni e ce le ripropone. Vi confesso che alcuni piatti sembrano gustosi, ma non so se proverò a cucinarli (ho visto che c’è un largo uso della pentola a pressione, che è molto distante dalla cucina che di solito pratico io…).

Insomma, un libro sicuramente simpatico ma che propone anche alcune riflessioni. Si può non essere d’accordo con alcune argomentazioni di Ovadia, ma non si può negare che lui le proponga in modo semplice e non definitivo (dice come la pensa, ma non ci obbliga a pensarla allo stesso modo).

Chi cerca solo l’ironia ebraica, nello stile di altri libri, qui ne troverà meno, e a qualcuno non piacerà questo libro, ma consiglio comunque di dargli un’occhiata. Magari se lo trovate sullo scaffale di un supermercato leggete l’introduzione (di Gianni di Santo) e le prime pagine e decidete solo allora se comprarlo. Io sono contento di averlo comprato ma, come accennavo poco sopra, mi sono trovato con in mano un testo diverso da quello che mi aspettavo: per me è stata una piacevole sorpresa, ma non è detto che tutti la pensino così.

Buona lettura.

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