Il peso della farfalla – Visita a un albero (Erri De Luca)

Storia di un cacciatore e di un camoscio che si re-incontrano alla fine dei loro giorni

Il piccolo libretto che prende, in copertina, il titolo del primo racconto (Il peso della farfalla) è nello stile di Erri De Luca, nel senso che finora ho sempre visto pubblicare per l’autore piccoli libretti, con uno o più racconti, tutti di circa 100 pagine.

“Visita a un albero” prende solo 9 pagine ed è un omaggio che De Luca fa ad un “cirmolo”, un parente dell’abete, nato sul bordo della montagna. L’autore racconta le sue soste sotto l’albero, ed il saluto al mondo fatto a cavalcioni del tronco coi piedi che penzolano nel vuoto della valle.

Più che un racconto, appunto, è un omaggio ed un ricordo di un albero che ha “cullato” l’autore, a volte lo ha ispirato ed è diventato un punto fisso delle sue escursioni in alta montagna.

“Il peso della farfalla” è a metà fra una favola ed una riflessione esistenziale. Potremmo definirla una favola per adulti. I personaggi sono due: un grande camoscio, re del branco, talmente grande che gli altri camosci non tentano neppure di sfidarlo. Ed un vecchio cacciatore di camosci, un tipo solitario, cresciuto in montagna, molto schivo ma anche profondo conoscitore di ogni centimetro di quel territorio.

La “favola” potrebbe benissimo essere ambientata in un qualsiasi periodo dell’era moderna: io ho preferito pensarla ambientata ai tempi nostri, ma quadrerebbe anche se traslata di 50 anni indietro.

Si conoscono da tempo il camoscio ed il cacciatore: da giovani il secondo uccise la madre del primo: l’odore di quel cacciatore e dell’olio usato per lubrificare l’arma è rimasto impresso nelle narici del camoscio fino alla vecchiaia. Ed ogni volta che il cacciatore saliva la montagna per predare il branco, il camoscio lo sentiva subito.

E’ strano il camoscio: non vive col branco. Lo controlla, sta vicino, ma si presenta solo nella stagione degli amori. Il resto dell’anno vive per conto suo, incrociando, certo, rare volte le compagne ed i figli, ma senza soffermarsi mai con loro. Si ripara nel bosco. Ha imparato a sfruttare nascondigli che i suoi simili non immaginerebbero.

Il cacciatore ha imparato, attraverso i suoi errori, a rispettare la natura e gli animali. Caccia per soddisfare le pance di turisti e sciatori, fornendo la carne ai ristoranti, ma si è dato una regola ferrea e la rispetta da anni. Si sente, comunque, un predatore, un “ladro di bestiame” nei confronti di Colui a cui tutto appartiene. E sa che dovrà pagare, alla fine, tutti i suoi “furti”.

E’ una mattina di novembre: cacciatore e camoscio si alzano stanchi, sanno che la loro ora si sta avvicinando. Nonostante sia il periodo del “calore” il camoscio non ha più voglia di affrontare gli altri camosci per mantenere la supremazia sul branco. Ma sa anche che non può andarsene così, scomparire nel nulla. Sente l’odore del cacciatore: anche lui si è alzato di buon mattino per salire in montagna. Il cacciatore vuole un trofeo, l’ultimo trofeo, il ciuffo – particolarmente bello nella stagione degli amori – che nasce sulla schiena del “re” camoscio. E’ stanco anche il cacciatore e si rende conto di non poter più vivere nella sua capanna ai bordi del bosco, solo, al freddo, isolato dal mondo.

E’ in quella mattina di novembre che il camoscio sorprende il cacciatore: gli arriva alle spalle mentre lui è sdraiato e sta controllando il branco attendendo proprio quel camoscio. Potrebbe saltargli addosso e sfondargli il petto con le unghie. Ma il camoscio non vuole uccidere: dimostra la sua supremazia pur risparmiando il cacciatore. E se ne va verso il branco.

“E’ l’ultima pallottola” si ripromette il cacciatore mentre prende la mira e spara. Conquista il trofeo, ma è estasiato dalla bellezza del camoscio. Come suo solito lo sventra, dando le interiora in pasto a corvi e altri uccelli che avevano fiutato l’occasione. Non può, non se la sente, il cacciatore, di lasciar smembrare il corpo alla natura: decide di seppellire il camoscio (la carne, nella stagione degli amori, diventa immangiabile). Se lo carica in spalle ed inizia il cammino verso il luogo dove lo seppellirà. Ma il camoscio è pesante, ed il respiro sempre più corto. Finché il peso di una farfalla bianca, che da sempre usava un corno del camoscio come casa, farà crollare tutto il mondo addosso al cacciatore.

Come detto all’inizio è una favola per grandi, una favola sul tempo che passa e sulla consapevolezza che ad ogni vita c’è una fine. Entrambi, cacciatore e camoscio, lo sanno, ma ognuno affronta la cosa in modo diverso. Il camoscio programma la sua uscita di scena: si fa sparare dal cacciatore. Sapeva bene che non avrebbe passato l’inverno. Anzi: molto probabilmente sarebbe stato sventrato ed ucciso da uno dei suoi figli che cercavano di prendere la sua posizione nel branco. Il cacciatore sentiva che l’ora stava arrivando, ma non se ne curava molto. Era consapevole che avrebbe dovuto rallentare la sua vita, smettere alcune cose, ridurne altre. Ma voleva un ultimo trionfo, qualcosa con cui chiudere la carriera e ritirarsi ad attendere la morte.

Entrambi hanno avuto, comunque, ciò che volevano. Entrambi sono stati strumento l’uno per i fini dell’altro, indipendentemente dalla nobiltà di tali scopi.

Avevo già letto qualcosa di Erri De Luca, ed il racconto che mi aveva “intrigato” più di tutti era “In nome della madre”, in cui presenta una immagine molto delicata ma non banale di Maria (madre di Cristo). Una delle cose che mi aveva colpito nel racconto di Maria era la delicatezza ed insieme l’asciuttezza delle frasi. Lo stesso stile, anche se con sfumature diverse, lo ritrovo in questo racconto: Erri non spreca parole, ma costruisce frasi alfabeticamente striminzite (fatte di poche parole) ma che contengono un mondo.

Mi viene spontaneo un confronto con Vecchioni. Entrambi gli autori sanno usare le parole. Ma mentre Roberto riesce a fonderle i poesia, o a tratteggiare con esse, sulla pagina bianca, arazzi ricchi di emozioni, De Luca sembra aver attinto dalla tradizione ebraica, inanellando le parole e le frasi come se fossero perle di una collana. Ogni frase una perla, seguita da un’altra perla, e poi un’altra ancora, fino a che la storia non è stata raccontata. Perle semplici e al tempo stesso belle; frasi secche e al tempo stesso ricche di significato.

E’ una bella esperienza leggere De Luca. Certo, non è detto che piaccia a tutti (ma è logico: ognuno ha i propri gusti e le proprie sensibilità – ed è giusto sia così), ma è innegabile che una certa emozione passi sotto pelle a chi legge.

Una curiosità. avevo avuto occasione di leggere una pagina del racconto prima di decidere di acquistarlo. Ebbene, inizialmente non mi era piaciuto. Riflettendoci penso che quel giudizio negativo sia stato dato dall’estrapolazione di una pagina fuori dal contesto del racconto – in parole povere non avendo iniziato il racconto dalla prima pagina non avevo compreso bene il frammento che avevo letto.

Questo insegna che non si deve mai giudicare un libro a partire da una pagina scelta a caso.

Non mi resta, a questo punto, che augurarvi buona lettura e buon anno nuovo.

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